L’appuntamento

Alle 19 il sole è già tramontato, in questo 7 marzo di quasi primavera, e anche l’ora blu ha pensato bene di andarsi a nascondere dietro delle insolite nuvole che riempiono il cielo di Roma.
La stanza è quasi buia: Graziosi ha lasciato accesa solo una piccola lampada che tiene sulla scrivania, talmente fioca che lo schermo del computer fa una luce molto più brillante, e le due insieme rendono l’espressione del Maresciallo intrisa di un noir che mal si sposa con il suo carattere posato e riflessivo.
Ad un certo punto, uno scatto: allunga una mano, spegne il computer nel modo che gli è stato detto un milione di volte di non fare, accende la luce della stanza e spegne la piccola lampada, poi raccoglie dei fogli e delle cartelline, li sbatte fragorosamente sulla scrivania per pareggiarli, si infila il giaccone dello scooter ed esce.
Sulla soglia della caserma si ferma un attimo.
Guarda le macchine che passano incessantemente su Via Nomentana, le guarda ma non le vede, poi ha un brivido, accende una sigaretta, cerca le chiavi dello scooter e fa per scendere un gradino, quando una voce alle sue spalle lo chiama.
Si gira e vede il suo collega amico Di Capua con dei faldoni in mano, fermo nel corridoio, che lo guarda stupito.
– Marescià, ma non vuole vedere più l’archivio del tabaccaio ucciso l’anno scorso? –
Un leggero imbarazzo corre sul viso di Graziosi. Si sente in colpa, non vorrebbe lasciare solo il suo vice, ma poi si stringe nelle spalle:
– Mi sono stancato, Di Capua. Sono state giornate lunghe, lunghissime. Riaprire i casi irrisolti è una cosa che odio, e comunque sono sfinito, non ti sarei di nessun aiuto. – si ferma un attimo – Facciamo così: tu finisci di guardare tutto e poi domani mi fai un bel resoconto e decidiamo chi è l’assassino, va bene? tanto tu sei bravo e di sicuro domani avremo le idee chiare. – sorride poco convinto.
L’appuntato Di Capua spara gli occhi al soffitto nel suo tipico gesto di insofferenza, ma stavolta Graziosi non lo riprende; sa che ha ragione e quindi lo lascia fare.
– Eh marescià, non è che gli assassini si trovano sfogliando i pezzi di carta, lei la fa facile. Comunque va bene, domattina allora ci vediamo qua alle nove? –
Il Maresciallo Graziosi si guarda per qualche secondo le punte dei piedi, senza rispondere. Poi alza la testa e fissa Di Capua con due occhi intensi.
– No. Domani non vengo così presto. E’ l’otto marzo, e ho un impegno. Ci vediamo dopo pranzo. –
Di Capua dapprima spalanca gli occhi sorpreso, poi fa un gesto inequivocabile inclinando il viso e alzando le sopracciglia, ma non fa in tempo a replicare perché Graziosi ha già spento la sigaretta e si è infilato il casco, e con una leggera sgommata scompare alla vista del suo Vice.
Di Capua fa un sorrisetto. Il suo capo finalmente ha una donna e la smetterà di passare la sua vita in caserma. Tutto sommato una notizia buona, pensa mentre torna nel suo ufficio con i faldoni stretti tra le braccia.

Graziosi la mattina dell’otto marzo si alza di buon’ora.
Fa una colazione veloce poi si fa la doccia e si veste.
I fiori, non devo dimenticare i fiori, pensa.
Sa già dove andarli a comprare: non dal solito fioraio bengalese che ti vuole propinare le rose rosse a sette euro l’una o un mazzetto stantio di mimose a dieci, no.
C’è un negozio vicino alla caserma che fa delle bellissime composizioni floreali, arricchite da terracotta, frutta, piante grasse e altri ornamenti che conferiscono al prodotto finale un aspetto più da oggetto d’arte che da omaggio floreale.
Costa un bel po’, ma non importa. Vuole fare bella figura, e la farà.
Risale in macchina con la composizione incellofanata e con un bel fiocco rosso a chiudere, e fa poche centinaia di metri prima di fermarsi di nuovo: entra in un’enoteca, il cui proprietario è probabilmente lì dai tempi dei romani, ma seppur vecchio è un intenditore, mentre lui di vino, così come di cibo, non ne capisce niente.
Prende alla fine una bottiglia di prosecco: non potrà sbagliarsi, il prosecco è sempre la scelta più sicura. Compra anche due flute, ovviamente ha dimenticato di portare i bicchieri da casa e non ha voglia di tornare indietro.
Rientra in macchina e finalmente riparte.

Mezz’ora dopo è seduto per terra.
I fiori davanti a sé. La bottiglia di prosecco stappata e i flute riempiti.
La donna che lo guarda sorride.
E’ bella, e giovane.
Anche lui le sorride, senza parlare.
Alza il suo bicchiere, poi anche l’altro, e beve prima da uno, poi dall’altro e infine li posa di nuovo a terra.
Prende la composizione, la apre con cura e la sistema sul marmo, proprio sotto la foto della donna che sorride, e che sorriderà per sempre.
Poi si alza, guarda la foto ancora una volta.
– Non sono riuscito a proteggerti. Non me lo perdonerò mai. Ma sono qua perché te l’ho promesso, e ho promesso a me stesso che sarei venuto qua tutti gli anni in questo giorno, per ricordarmi perché sei qui e per giurare al tuo dio, quello in cui credevi tanto, che non permetterò più che muoia nessuna donna per colpa di un uomo. –
La donna continua a sorridergli, sotto la scritta “Eleonora Rosati in Graziosi 7 Maggio 1935 – 8 Marzo 1981”.


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L’indirizzo – un racconto di Natale

La strada che va da Rovaniemi su, su al nord, passando per Sodankyla, costeggiando il fiume fino ai fiordi, si inoltra nel bosco fitto della Lapponia finlandese in mezzo alla neve e al ghiaccio invernale, che solo d’estate lasciano il posto alla steppa e alle zanzare.
Se all’altezza di Peurasuvanto lasciaste la strada e vi inoltraste un po’ a ovest, in mezzo alla foresta, scoprireste che gli alberi diventano così fitti che il sole non filtra mai, neanche d’estate.
E più andate avanti e più gli alberi sembrano stringersi intorno a voi, quasi impedendo il passaggio, che diventa sempre più difficile, sempre più impervio, finché non diventa evidente che proseguire è impossibile.
Ma proprio lì, nel punto in cui andare avanti sembra un’impresa disperata, se voi riusciste a farvi largo tra i rami nodosi e il ghiaccio d’acciaio, e ad avanzare anche solo di poche decine di metri, improvvisamente davanti a voi si aprirebbe una radura enorme, circondata dagli alberi che intrecciano le chiome sopra di essa per proteggerla dagli sguardi indiscreti di aerei e satelliti, ma libera per centinaia e centinaia di metri.
In mezzo a questa radura vi è un edificio immenso, apparentemente di un solo piano, decorato con luci e ghirlande natalizie, che per quanto grande possa sembrare è solo una piccola parte della costruzione che scende giù sottoterra, per decine e decine di metri, quasi un grattacielo rovesciato.
Costeggiando l’edificio, camminando per un bel po’ perché è veramente grande, si arriva sul retro ad un recinto che si perde a vista d’occhio nella radura immensa, dove pascolano tranquille migliaia e migliaia di renne addobbate con un piccolo tappetino rosso e un campanello al collo.
Dentro l’edificio invece l’attività ferve.
E’ il 24 dicembre, e non c’è più tempo da perdere.

I due uomini che passeggiano vicini non potrebbero essere più differenti.
Uno è un uomo imponente, vecchio, di età indefinibile, robusto ma non grasso, con una barba bianca che si appoggia su un maglione di lana bianco e rossa, su dei bei pantaloni di flanella grigi.
L’altro è piccolino, con gli occhiali, e ha lo sguardo fisso su un tablet dove scorrono numeri in successione rapidissima.
Passeggiano lentamente lungo corridoi lunghissimi che si snodano all’interno dell’edificio, mentre intorno a loro c’è un andirivieni di persone con scatole, pacchi, telefoni cellulari incollati all’orecchio per dettare ordini, persone che salutano, persone che corrono, persone che rotolano inciampando ai tavoli e le sedie che coprono quasi interamente una sala immensa.
Tutto è improntato ad una organizzatissima frenesia.
– Come stiamo andando? – domanda l’uomo con la barba bianca.
Il piccoletto si aggiusta gli occhiali, dà un’occhiata ai numeri, e senza alzare lo sguardo dice:
– Tutto come previsto. Abbiamo dovuto incrementare la produzione perché indiani e cinesi negli ultimi anni si sono dati da fare e ci troviamo venti milioni di bambini in più da servire. –
– Ahem… – si schiarisce la voce l’omone.
Il piccoletto alza la testa e arrossisce di fronte allo sguardo di rimprovero di Babbo Natale.
– Ah eh, sì, beh, intendevo dire che l’incremento delle nascite ha richiesto un aumento della produzione, ma comunque il dipartimento di statistica tiene la situazione sotto controllo, quindi la produzione è stata adeguata. –
– Bene, bene – dice distratto l’omone con le braccia dietro la schiena, mentre lo sguardo vaga dalla sala in piena attività alla notte senza luna che si intravede dalle finestre innevate.
– Le renne sono pronte? – chiede poi
– Sì, certo, siamo già partiti; abbiamo mandato da tempo le prime squadre a est, man mano che il sole tramonta finiremo il giro, sta tutto andando come previsto, dovremmo finire tra poco. – conclude dando un’occhiata ad un orologio di Topolino, chiaro avanzo di qualche sovrapproduzione.
– A proposito – chiede il piccoletto – lei pensa di andare? –
L’omone scuote la testa.
– No, no, quest’anno salto. Abbiamo organizzato una conferenza interplanetaria del Natale. L’ha voluta il Capo – e così dicendo indica con un dito verso l’alto – dice che finché siamo svegli è meglio che ci parliamo. Pare che su un paio di pianeti ci sia un problema di disponibilità di animali simili alle renne e non sanno più come portare i regali. Prima lo facevano a mano, ma adesso anche lì l’esplosione demografica ha creato un problema. –
– Mi domando, ma non ci poteva pensare prima, mentre creava… –
– Ahem!!! – stavolta il tono è più grave.
Il piccoletto sembra farsi più piccoletto, incassa la testa nelle spalle.
– Non velevo essere irrispettoso verso il Capo, era solo un commento… –
– Lo so, ma noi non siamo autorizzati a discutere le decisioni del Capo, Lui sa meglio di noi cosa è giusto e cosa no. E comunque – continua sospirando – mi sto facendo vecchio sul serio, lascio volentieri il lavoro più divertente ai giovani, io mi farò questa noiosa conferenza interstellare e poi mi metto giù a riposare. Ci rivediamo verso fine novembre prossimo. –
Fa un leggero sbadiglio, Babbo Natale, e sta per chiedere qualcos’altro, ma in quel momento li interrompe un tizio alto, magrissimo, con un cappello da postino e una giacca blu che si intona al personaggio.
Arriva di corsa, si ferma davanti ai due e fa una specie di saluto militare: si vede che ci tiene a sembrare irreggimentato.
Babbo Natale lo guarda con rassegnata cortesia, mentre il piccoletto non nasconde la sua irritazione.
– Tutti i pacchi consegnati entro le 23.59! – urla con voce stentorea.
– Come sempre – mormora il piccoletto infastidito da tanta retorica. Ma dalla sala scatta comunque un applauso soddisfatto: sono tutti li per quello, il loro unico scopo nella vita è consegnare tutti i regali in una notte, e sono tutti felici di aver fatto il loro dovere, per poi scendere nelle viscere dell’edificio e dormire sereni per un altro anno.
– Benissimo – dice sorridente Babbo Natale – direi che mentre voi sistemate la sala comando e la mettete in stand by per l’anno prossimo, io vado nel mio ufficio per part… –
Improvviso, un suono lacera l’aria.
Una sirena comincia ad urlare, delle luci rosse lampeggianti si accendono mentre tutti i presenti si immobilizzano, e gli altoparlanti iniziano a gridare:
– Allarme rosso! Allarme rosso! Pacco non consegnato! Ripeto: pacco non consegnato! Allarme rosso! Allarme rosso! Allarme rosso! –
– Stacca l’allarme!!! – urla Babbo Natale con le mani sulle orecchie.
Il piccoletto digita freneticamente sul suo tablet finché improvviso come era venuto il suono si calma e le luci si spengono.
– System override. – dice soddisfatto il piccoletto.
Il silenzio che permea la stanza è denso di preoccupazione.
Babbo Natale si lascia cadere su una poltrona, poi si rivolge al tizio alto e magro:
– Non hai detto che avevate consegnato tutto? Vi è forse sfuggito un pacco? –
Il tizio ha gli occhi sbarrati per il terrore, mentre parla attraverso un piccolo dispositivo inserito nell’orecchio. Usa una lingua incomprensibile, ma si capisce che è ansioso e preoccupato.
Dopo qualche minuto chiude la conversazione e rivolge lo sguardo a terra.
Babbo Natale si sporge sulla poltrona e ripete:
– Avete mancato una consegna? – lo dice in maniera pacata ma si capisce che è arrabbiatissimo.
Il tizio manda giù, si schiarisce la gola, o quello che è, e poi risponde sommessamente:
– Siamo andati all’indirizzo giusto ma non c’era nessuno. –
Babbo Natale si alza di scatto, mentre il piccoletto sbraita:
– Non è possibile! Le nostre liste sono esatte. Lo sono sempre, non sbagliamo mai! –
– Eppure è così – dice lo spilungone seccato. – All’indirizzo che ci avete dato non c’era nessuno. Né bambini, né genitori, cani, gatti, nessuno. La squadra ha perlustrato tutto il vicinato, ma non c’era nessun bambino senza regali. –
– Questa cosa è inaccettabile. Voglio capire cosa è successo e trovare quel bambino. Non voglio macchiare il mio record. Quanti anni sono che non manchiamo una consegna? – chiede Babbo Natale al piccoletto.
– Duecentododici – risponde pronto.
– Ecco, non vorrei dopo duecentododici anni andare dal Capo e dirgli che da qualche parte c’è un bambino senza regali. Voglio sapere che cosa è successo e come possiamo rimediare, e lo voglio sapere ora! –
Nessuno dei presenti ha mai visto Babbo Natale così arrabbiato, e anche se i suoi scatti di ira sono proverbiali così come i suoi gesti di generosità, tutti restano in silenzio.
Nel frattempo il piccoletto si siede ad una scrivania per stare più comodo, comincia a parlare con qualcuno collegato al suo auricolare mentre digita sullo schermo.
Lavora per qualche minuto, ad un certo punto diventa anche rosso di rabbia, poi si calma. Riprende a parlare e gesticolare e alla fine chiude la connessione e il tablet.
– Hanno traslocato. Il 24 pomeriggio. –
– Che coooosaaaa!?! – dicono in coro Babbo Natale, lo spilungone, e un centinaio delle persone presenti che stanno seguendo la scena.
– E’ così. Il bambino e i suoi genitori si sono trasferiti il pomeriggio della vigilia, per questo nella lista c’era un indirizzo sbagliato. Ora abita sempre nella stessa città, ma in Via dei Merletti, 48. Ed è senza regali. –
Per un momento restano tutti in silenzio all’orribile idea di un bambino senza regali, poi è lo spilungone a parlare:
– Beh, mandiamo una squadra con le renne, e lasciamo i regali. Che differenza può fare? –
Babbo Natale lo fulmina con lo sguardo. Ora è accigliato, e non sembra più il bonario nonno di pochi minuti fa.
– Stai scherzando, spero. – dice mentre lo spilungone abbassa gli occhi a terra. – Prima di tutto ormai saranno svegli e non avranno trovato i regali. E come fai a lasciarglieli senza farti vedere? E poi abbiamo fatto soffrire un bambino, e sai come la pensa il Capo sui bambini. –
– Lasciate che vengano a me. – cita a memoria il piccoletto.
– Esatto. – annuisce Babbo Natale, grave.
Fa una pausa di riflessione. Poi si guarda intorno, tutti pendono dalle sue labbra: duecentododici anni di ininterrotto servizio sono a rischio se non troverà una soluzione.
– Andrò io. – dice alla fine.
– Ohhhhhhhhhh!!!! – il mormorio di stupore è collettivo e pieno di ansia.
Il piccoletto fa mezzo passo in avanti, e poi domanda:
– Vuole andare davvero? Ormai sono… – guarda l’orologio sulla parete, fa un rapido calcolo – le sette di mattina, là. Saranno tutti svegli, la vedranno. Magari qualcuno scatterà una foto, come faremo poi? –
Il vecchio con la barba bianca si tira su i pantaloni di flanella, controlla che la cinghia sia abbastanza stretta, e poi sorride:
– Non penserai che sia ingrassato così tanto da non passare più dai camini, vero!? –
– Ma quali camini…- prova a dire il piccoletto, ma ormai Babbo Natale è uscito dalla sala, dirigendosi verso il recinto.
Esce al freddo invernale della Lapponia ma non sembra neanche percepirlo; si appoggia alla staccionata, fa un breve fischio, e subito sei renne si avvicinano a strofinargli il muso contro il petto.
– Dobbiamo tornare dalla pensione per un po’, che ne dite? – dice mentre carezza il muso delle bestie, che sembrano capire e fanno tintinnare i campanelli freneticamente, mentre Babbo Natale va a prendere la giacca rossa d’ordinanza, per questa imprevista missione.

Via dei Merletti 48 è un condominio di otto piani in una periferia della città. Nelle quattro scale di cui è composto ci sono 43 bambini sotto i dodici anni, tutti hanno ricevuto uno o più regali dalle squadre di Babbo Natale, e ora sono tutti intenti a scartare pacchi.
Babbo Natale li guarda dalle finestre mentre cammina agile sui cornicioni: c’è la bimba dell’interno A5 che ha una bambola di pezza con due bottoni al posto degli occhi e la guarda meravigliata; al B2 un bambino piccolo piccolo sta cercando di spingere una macchina di plastica enorme, ma cade in continuazione, i suoi genitori lo rimettono in piedi ogni volta, ma lui cade di nuovo, ma non piange mai; al C6 due gemelli litigano perché hanno ricevuto due regali esattamente identici, ma quello del fratello è più bello, per entrambi.
Alla fine arriva alla scala D, e si arrampica sulla grondaia fino a guardare dalla finestra del salone dell’interno 10.
Un bambino piange disperato abbracciato alla madre, mentre il padre si passa la mano sui capelli.
I due genitori stanno litigando, anche se cercano di contenersi, ma la disperazione del bambino sta avendo un effetto deleterio sulla loco capacità di controllarsi.
– Ma non gli hai preso niente alla fine? Niente di niente? – sibila la moglie a denti stretti.
– E con che cosa? – risponde il marito allargando le braccia – Ho speso tutto per il trasloco, e per chiudere il contenzioso con il padrone di casa. Sto aspettando che mi paghino quel lavoro, ma i soldi se va bene arriveranno a gennaio, e dobbiamo pur mangiare, no!? E poi c’è la retta dell’asilo, la rata della macchina. Non abbiamo una lira. Niente, neanche per andare al cinema. –
Due lacrime scendono sulle guance della madre, mentre il piccolo le singhiozza addosso.
– Come è stato possibile. Dimmi. Come è successo che ci siamo ridotti così? Avevamo tante speranze, e ora non abbiamo neanche i soldi per un regalo per nostro figlio. Che vita è questa, dimmelo tu, se lo sai. Dimmelo. –
L’uomo affonda sempre di più la testa tra le mani, si sente responsabile, pensa di aver fallito tutto e che ha deluso le persone che più ama al mondo.
– Io sono sicuro che è solo un momento. Abbiamo dovuto lasciare la casa perché non ce la facevamo più a mantenerla, ma il mio libro andrà in stampa in primavera e sono sicuro che venderà bene, e nel frattempo le traduzioni e le ripetizioni ci permettono di vivere decentemente. –
– No, che non viviamo decentemente, non è vero! – urla la moglie facendo sobbalzare il bambino che si è addormentato, sfinito dalle lacrime e dai singhiozzi – Perché se non ci possiamo comprare delle scarpe, non possiamo andare a cena fuori, non possiamo comprare regali a nostro figlio, non è una vita decente. Io non ce la faccio più. Mi dispiace tanto, ma non ce la faccio più. Ieri… –
Lui la guarda, sorpreso, e impaurito.
– Ieri? – chiede timoroso.
Lei abbassa lo sguardo.
– Ieri ho parlato con i miei. Mi hanno detto di tornare a casa. Cosi noi due non saremmo un peso per te, e potresti concentrarti sul tuo libro. E quando le cose dovessero sistemarsi potremmo tornare di nuovo insieme. –
Lui si alza di scatto.
– No! ti prego, no. Aspetta ancora un po’, ce la possiamo fare, è solo questione di tempo, te lo giuro! –
– Ha ragione lui. – dice improvvisamente una voce profonda e roboante.
I due si girano e vedono quest’uomo imponente, vestito con giacca e pantaloni rossi, con un cappello rosso a punta e un sacco sulle spalle.
Il marito si frappone tra l’uomo e la moglie, e prende il cellulare, pronto a chiamare la Polizia.
– Lei chi è? come è entrato a casa nostra? e che ci fa vestito da Babbo Natale? –
– Oh oh oh oh oh! – esplode con una risata l’uomo in rosso.
– Sono vestito da Babbo Natale, perché io SONO Babbo Natale – afferma sorridente. E poi prosegue: – E per quanto riguarda il come sono entrato…beh, dato che non avete il camino permettetemi di mantenere un piccolo segreto professionale. Ma non facciamo rimanere in piedi un vecchio, che ne dite? –
Si siede su una poltrona con un certo fragore, appoggiando il sacco alla sua destra, godendosi le facce stupite dei due adulti, mentre il bimbo dorme in braccio alla mamma.
– Se sono i soldi che vuole, ha scelto la famiglia sbagliata. Non abbiamo una lira. Però prenda quello che vuole, purché non tocchi nostro figlio e se ne vada; non la denunceremo neanche, tanto non troverà nulla da rubare. –
– Oh oh oh oh! – ancora quella risata.
– Ma io non sono venuto a rubare. – dice asciugandosi una lacrima dal troppo ridere – Ma a scusarmi. –
I due si guardano, non capiscono ed è comprensibile.
Hanno passato un periodo di grande stress, i problemi economici, la casa da lasciare all’improvviso, questo lavoro che non arriva, non hanno spazio per la follia.
Il padre si fa coraggio, sta per dire qualcosa, ma proprio in quel momento la voce squillante del bimbo risuona nel piccolo salotto:
– Babbo Natale! –
Il bimbo si è svegliato, vede l’uomo dalla barba bianca vestito di rosso e fa per corrergli incontro, quando il padre lo ferma attirandolo a sé.
– Fermo, non ti avvicinare, questo… –
Non riesce a finire perché il bambino si divincola e corre ad abbracciare l’omone sorridente, che lo stringe forte e completa la frase:
-…è Babbo Natale. Sono proprio io. E sono venuto a scusarmi per non averti lasciato i regali sotto l’albero. Ma avevamo perso l’indirizzo. Sai, anche Babbo Natale sbaglia qualche volta, ma l’importante è non perdere la fiducia e cercare di riparare ai propri errori. –
Prende il grosso sacco appoggiato a terra e comincia ad estrarne dei pacchi colorati chiusi da enormi fiocchi dorati.
– Ecco. – dice mentre gli occhi del bambino si illuminano di felicità e quelli dei genitori di stupore – Questo è il regalo da parte di mamma, questo da parte di papà, poi ne abbiamo uno da parte di tua zia che vive lontano ma ti pensa sempre, uno da parte dei nonni, poi eccone uno dalla tua maestra dell’asilo…e infine…ecco qua! –
Prende dal sacco un pacco enorme, immenso, così grande che non è possibile che fosse dentro il sacco, o almeno questo è quello che si dice il padre, ma evita di commentare.
– Questo è il mio regalo personale per te. Sono le mie scuse per essermi perso l’indirizzo. Ma ora me lo sono segnato bene e non me lo dimenticherò più, te lo prometto. –
Dà un abbraccio forte al piccolo, che si stringe a lui per un momento, poi aiutato dalla madre va a mettere i regali sotto l’albero e comincia a scartarli urlando di gioia.
Babbo Natale si rimette in piedi, si sporge dalla finestra per vedere che tempo che fa poi si volta ancora un attimo e si trova il padre del bimbo di fronte che lo guarda incuriosito, le mani in tasca.
– Io non so come sia uscita fuori questa cosa…né chi l’abbia organizzata, ma comunque grazie. Grazie davvero. –
E’ imbarazzato, ma anche felice per suo figlio.
Babbo Natale lo guarda sorridendo per un attimo, poi mette una mano in tasca e ne prende una busta.
– Non mi deve ringraziare – dice mentre porge la busta – Ho fatto solo il mio dovere, con un po’ di ritardo. Per scusarmi, mi sono permesso di dare un’occhiatina in giro e quello è un ritaglio di giornale di ottobre che parla di lei. –
L’uomo apre la busta, e il ritaglio dice: “Superate le centomila copie per il più grande successo editoriale dell’anno!”.
Alza la testa e dice:
– Ma io non ho pubblicato nessun libro, e a ottobre nessun giornale ha parlato di me! –
Babbo Natale ride di gusto, ora.
– Infatti – dice con uno sguardo ironico – il ritaglio è di ottobre prossimo. Come vede le cose si aggiusteranno. –
L’uomo è esterrefatto, riguarda il ritaglio ed è vero, è proprio dell’anno dopo.
– Io…non so che dire.. come posso ringraziarla di tutto questo? – l’uomo ha la bocca spalancata dallo stupore.
Babbo Natale alza una spalla mentre scavalca il davanzale.
– Non c’è bisogno di ringraziarmi.  Solo – dice mentre sta già sparendo dalla vista dell’uomo – la prossima volta…traslocate per tempo. –
Affacciato alla finestra, un ritaglio di giornale che non esiste in mano, il rumore dei regali che non c’erano, l’uomo pensa che, sì: forse andrà bene davvero.

Le Grandi Recensioni di Rolandfan

A star is born di e con Bradley Cooper, con Lady Gaga

Trama del film
Una giovane fanciulla, amata dal padre ma con una vita funestata dalla morte della madre, vive in povertà tra piatti da lavare, cucine da pulire, e polvere da aspirare.
Ad un certo punto un principe azzurro…no, aspe’ quella è un’altra, come se chiamava…Cenerentola.
Vabbè tanto la storia più o meno è la stessa, con la differenza che il principe è un cantante stagionato ma figo, e lei una cozza. Che forse io un’occhiatina alle sorelle glie l’avrei data, hai visto mai…

Giudizio della critica
Remake di un remake di un remake, addormenta fin dalle prime battute.
Pellicola per amatori, anzi per amatrici, vista la salivazione continuativa delle signore in sala alla vista degli occhi di Bradley Cooper, dei pettorali di Bradley Cooper, degli addominali di Bradley Cooper e di tutto quello che si è potuto vedere di Bradley Cooper.
La trama prevedeva una cantante cozza ma brava, ma purtroppo vista l’indisponibilità di Barbra Streisand, impegnata in un torneo di burraco nella casa di riposo di Beverly Hills, ne hanno trovato solo una cozza. Ma molto, molto, cozza.



Ciao

Dopo tanto tempo, un racconto.

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– Ciao –
Le vibrazioni dell’aria impiegano qualche millisecondo a raggiungere il timpano, e a propagarsi lungo in nervo uditivo, ma quando arrivano al cervello sotto forma di parola, suono, timbro, l’archivio della memoria è scoperchiato in un attimo.
Non so quanto sia breve questo attimo, ma è di certo tra un respiro e l’altro, tra un ventricolo che si contrae e un altro che si rilascia, tra un ciglio che batte e la luce che si spegne e poi si riaccende quando si alza di nuovo.
E in quell’attimo tu sei di nuovo qui, sotto di me.
Sdraiata sull’erba con quel tuo vestito a fiori, leggero, una margherita tra i denti, un braccio sopra la testa, capelli che volano tenuti fermi da una mano.
E un sorriso assurdo.
L’erba di un verde accecante, un verde che non ho mai più visto in vita mia, e gli occhi enormi, asciutti, tranquilli.
E quel sorriso. Leggero, intenso, assurdo.
Mi guardi e io sopra di te, le mani appoggiate a terra, che ti guardo, e penso se baciarti, se baciare quelle labbra morbide o soffrire guardandole con desiderio.
Gli occhi vorrebbero rincorrere i tuoi ma tu li tieni fermi su di me, e sorridi, con quel leggero sorriso assurdo.
Poi:
– Sono incinta. –
Io mi fermo, la mandibola appesa senza vita, le braccia improvvisamente intorpidite.
Vedo il tuo sorriso e capisco, credo di capire.
Ecco perché, ora capisco. Credo di capire.
Ma il tuo sorriso oggi, qui, è assurdo.
Il tuo sorriso che si nutre di una margherita e del mio cuore, che mi fa vivere e morire in un momento.
– Non è tuo. –
Dici, e quel sorriso ora è davvero assurdo, fuori luogo.
Il sorriso di un assassino, di un pazzo omicida che gode a vedere le viscere della sua vittima rotolare lentamente a terra, sentire il cuore che batte furiosamente e poi si ferma.
Il sorriso di una gioconda malvagia.
Il sorriso di una donna che improvvisamente non è più tua.
Come non è tuo quel figlio.
Riapro gli occhi.
Mi volto.
E’ lei, non mi ero sbagliato.
E anche oggi, dopo tutti questi anni, quel sorriso assurdo, quelle labbra che mi hanno incatenato per sempre e poi ucciso.
I capelli leggermente imbiancati, le rughe intorno alla bocca nette, qualche macchia, ma sei tu.
– Ciao. – mi sforzo di dire, come se non fossero passati venti anni, come se non fossi ancora uno squarcio nell’intestino – come mai sei qui anche tu? –
Faccio un gesto per indicare la biblioteca dove mi trovo, con quelle persone che aspettano di parlare con me.
– Ti cercavo. Cercavo te. –
Annuisco. Come se capissi. Anche stavolta credo di capire, ma temo che anche stavolta sarò deluso.
Non dico niente.
– Ti ho visto ieri. Alla fine lo hai scritto il libro. –
Annuisco di nuovo.
– Sì, l’ho scritto. – un dato di fatto.
Lei sorride di più, mi mostra i denti, bianchi, che conosco bene, uno per uno, li ho toccati tutti ad occhi chiusi un pomeriggio piovoso.
– Perché mi tocchi i denti ora? – mi chiede divertita la lei di allora.
– Voglio sentire se sei buona, come i cavalli. Non voglio mica prendere una fregatura. –
La donna che eri tu mi morde all’improvviso, forte, mi fa uscire il sangue da un dito.
– Mi prenderai con o senza i denti buoni, perché io voglio così. – mi dice guardandomi negli occhi.
E non scherza, non scherza mai, neanche su quel prato verde.
Ma la donna di oggi sorride. Mostra i denti in segno di pace. Non morderà.
– Te l’avevo detto. Il mondo ha bisogno del tuo libro. –
– Me l’avevi detto, ma avevo bisogno di sentirlo io. –
– E ci hai messo venti anni? –
– Ci ho messo il tempo che ci voleva. E’ una storia complicata. –
– Lo so. Lo so bene. E’ la mia storia. –
La guardo. Non dovrei dirlo, ma lei è venuta qua, e non ha senso nascondersi. E forse non la vedrò più perciò glie lo dico.
– No. E’ la nostra storia. Noi come paradigma dell’umanità. L’amore come forza e come disperazione. La passione e l’abbandono. Io e te. Il resto sono parole di contorno. –
Rimane colpita, non se lo aspettava forse. Pensava chissà, il rancore, il rimpianto, la gelosia.
Non si aspetta che dopo tutto questo tempo io sia ancora innamorato di lei.
– Tuo figlio? – le chiedo. Non posso trattenermi.
Fa un gesto con la mano imprecisato.
– Volato via dopo pochi mesi. Non era destino. Ho due figlie però. Sono serena. –
Capisco. Ma ho un vuoto nello stomaco. Se fossi rimasto. Se avessi capito. Se avessi perdonato. Se.
– Anche io, due figli. Un maschio e una femmina. La femmina si chiama come te. –
Vacilla. Questo non se lo aspettava. Il suo sorriso assurdo non c’è più, ci sono i suoi denti bianchi che si afferrano ad un labbro come per sostenerla, e le mani che si stringono come per tenersi in equilibrio.
Si avvicina.
Sussurra.
– Sei stato così. Davvero così. Tutto quel tempo. –
– Sì. – che altro devo aggiungere.
Si avvicina ancora. E’ qui. Come quel giorno su quel prato, come quella margherita tra le labbra, come quei capelli al vento e quelle mani a tenerli fermi. Come quel sorriso assurdo che vorrei tanto rivedere.
– Sei andato via, sei scappato, non ti ho trovato più. Il tuo orgoglio di maschio ferito. Non mi hai dato una seconda possibilità. Non era il figlio di un amore segreto, era il regalo di una serata senza senso, di una bottiglia di vino di troppo che non avremmo dovuto aprire, di uno sconosciuto amico di un amico di non so chi che mi ha sbattuta su un divano e io ridevo e non capivo niente. Di un uomo imbarazzato che dopo due minuti si è rialzato ed è scomparso dalla mia esistenza, dopo averla rovinata. Ma io ci credo al destino, lo sai. Lo sai che leggo i segnali dal fato. E’ stato giusto così. Sei scomparso, hai trovato un’altra donna, hai due figli, hai scritto un libro. Sei in pace col mondo. E anche io. –
La guardo.
Provo rabbia ora. Perché mi dice tutto questo, perché vuole farmi odiare me stesso e anche lei. Perché.
– Che cosa vuoi? Perché sei venuta qui oggi? –
Mi mette una mano sul viso e per un momento penso mi voglia strangolare, invece mi vuole sentire.
– Sono venuta perché la storia che hai scritto non finisce lì. Perché ho pianto tutte le notti per anni, perché ho maledetto la mia vita e la tua intransigenza, perché ho desiderato incontrarti per caso ogni giorno, perché ho girato tutte le strade del tuo quartiere per poterti rivedere, perché ho creduto di sentire la tua voce continuamente, e mi sono girata cercandoti con gli occhi, e mentre amavo un altro uomo, crescevo dei figli, vivevo una vita normale, sapevo che era niente in confronto a quello che avrei dato a te. E che tu non hai voluto. –
Respira con affanno, mi respira addosso, mi tortura con gli occhi, non posso scappare.
E allora li chiudo.
Li chiudo sperando che capisca, che vada via.
Che legga i segni anche stavolta e che sappia che gli anni non passano invano sulla pelle delle persone, che niente sarà mai uguale a un secondo prima, o un secondo dopo, figuriamoci dopo venti anni.
Tengo gli occhi chiusi perché ho paura di afferrarla e tenerla stretta e non lasciarla più, perché è quello che vorrei, che voglio fare da sempre.
Li riapro, ma ho chiesto troppo. Non mi merito che scivoli via senza fare male.
Ha aspettato, è ancora lì.
Con quel sorriso assurdo.
Poi si gira e se ne va.


Elaborazione del lutto pentastelluto

Un notissimo “teorema” della Psichiatria, elaborato ormai 50 anni fa dalla svizzera Elisabeth Kubler-Ross, traccia il percorso di elaborazione del lutto che deve necessariamente fare chiunque perda una persona cara.
Capire questo percorso e cercare di gestirne le varie fasi, aiuta a superare il momento di sconforto.
Che poi né più né meno è quello che sta avvenendo agli elettori pentastelluti, che improvvisamente devono elaborare la perdita dell’illusione che veramente il M5S avrebbe lavorato per il popolo e avrebbe cambiato le cose.
E’ facile riconoscere le similitudini tra questi eventi, ma se non mi credete, seguite il mio ragionamento e anzi: se avete un amico pentastelluto, stategli vicino e aiutatelo a uscirne fuori.
Ma vediamo cosa succede ad un pentastelluto quando comincia ad accorgersi di aver perso la verginità politica.

Fase 1 – Negazione/Rifiuto
“I trasporti a Roma funzionano benissimo! Ho fatto un giro in macchina e non ho visto buche. Finalmente c’è qualcuno che si occupa di legalità. Daremo il reddito di cittadinanza!”
Ora, capite bene che vi parla così è una persona che non vive nel mondo reale. O quanto meno non a Roma. E’ uno che crede nelle favole. Sta rifiutando di accettare la verità. Che tutti i posti in cui i pentastelluti hanno preso il potere stanno andando peggio. Che a Roma tra arresti e indagini ha fatto più razzia la magistratura in due anni di Raggi che in dieci anni precedenti. Che non funziona niente. Che il reddito di cittadinanza non ha le coperture economiche, e così via. Questo è il passaggio più delicato, per il pentastelluto.
Avvedersi delle cose come stanno. Aiutatelo portandolo per esempio su Via Salaria facendogli percorrere avanti e indietro il manto stradale con la sua BMW GS1200 finché non avrà spaccato i copertoni, oppure fategli prendere la Metro C senza aria condizionata (“è rotta signo'”), o ancora un giretto a Villa Ada sommersa dalle sterpaglie e dalla mondezza. Ma fatelo delicatamente, il risveglio può essere brusco per i pazienti in coma.

Fase 2 – Rabbia
Impossibilitati a negare più l’evidenza, i pentastelluti cominceranno a prenderla con chiunque. L’allorismo imperante tenterà di ripristinare ai loro occhi un’impossibile supremazia.
“E allora il PIDDI’??” urleranno impavidi.
“Perché non ve li prendete a casa vostra i migranti?” tenteranno di giustificare così l’adesione alle politiche xenofobe della lega.
La fase della rabbia è la più pericolosa, per chi frequenta i pentastelluti.
Le bacheche facebook si riempiranno di truppe cammellate pronte a insultare chiunque tenti di applicare un minimo di razionalità, le pagine facebook delle star del movimento saranno piene di fantastici inviti tipo “Daje Virgi, continua così”, oppure “Non vi curate di chi parla contro di voi” e puttanate del genere.
Se avete un parente stretto che vi gira per casa nella Fase 2 cercate di non contraddirlo e aspettate che si svuoti di energie perché sta per entrare finalmente nella:

Fase 3 – Negoziazione
Il pentastelluto in Fase 3 sta cominciando ad elaborare il lutto, ma tenta ancora di resistere.
Vi dirà per esempio “D’altronde, come si faceva asistemare tutto in due anni dopo dieci di malaffare?”, dimenticando che qualcuno aveva promesso Roma pulita in due mesi.
Oppure “Ma Torino non è Roma” cercando di giustificare con una lapalissiana banalità il fatto che le Olimpiadi a Roma sono state osteggiate in ogni modo mentre a Torino sticazzi.
Ci sarà sempre il tentativo di dare la colpa a qualcun altro, anche nella Fase 3, del tipo “ma con 13 miliardi di debiti che abbiamo ereditato, come si possono finanziare le opere pubbliche?”, ma piano piano si sta realizzando che beh, sì, forse sarà colpa di qualcun altro, ma alla fine non abbiamo combinato un cazzo, anzi.
Consiglio ai famigliari dei pentastelluti di far durare la Fase 3 più a lungo possibile, con dei lunghi giri della città, visione dei telegiornali, e abbonamento a “Porta a Porta”, perché la Fase 4 sarà dura. Durissima.

Fase 4 – Depressione
Non c’è niente di peggio di un esaltato che entri in depressione.
Tutta l’energia, l’entusiasmo, i festeggiamenti, gli sberleffi, si trasformeranno in altrettanti picchi di passione ma negativa.
Il pentastelluto in Fase 4 capisce la cazzata che ha fatto, e sa che che è anche colpa sua se una banda di incapaci e demagoghi è al governo della sua città e del suo paese.
Il senso di colpa lo divora, e le notti diventano infinite maratone di pianto, abbracciati alla moglie o ad altri militanti possibilmente con le tette (perché depresso va bene, ma insomma senza esagerare) a chiedersi “ma come ho fatto?”, “ma perché proprio a me?”, “io non volevo”, e cazzate del genere.
Ma non vi preoccupate, la Fase 4 è tosta ma breve.

Fase 5 – Accettazione
Il pentastelluto in Fase 5 ormai è quasi uscito dal tunnel.
Avrà ancora delle incertezze, qualche indecisione legata al passato recente, qualche invito ad un meet-up a cui è tentato di partecipare, un sondaggio online da rimuovere subito dopo se i risultati non sono quelli che i capi si aspettavano.
Insomma si accetta l’accaduto, ma staccarsi è difficile.
E così come chi ha perso un parente per i primi tempi porterà tutti i giorni i fiori sulla lapide, così il pentastelluto in fase 5 non potrà evitare di dare una sbirciata ogni tanto al blog delle stelle.
Guarderà le foto del pregiudicato sorridente dire che i vaccini fanno male e penserà “però, dai è stato bello finché è durata, abbiamo passato un bel po’ di tempo insieme, vero Beppe?!”

E così, alla fine di questo lungo ma necessario percorso, il pentastelluto che ha perso l’honestà sarà finalmente libero.
Libero, alle prossime elezioni, di dare il voto a gente di altro livello.
Che so, Fratelli d’Italia, LEU, o magari al Partito dei Pensionati.
In fondo, mica vorranno morire pure loro, ‘sti cazzo de pensionati, no!?

16 Marzo 1978

Il 16 marzo del 1978 non avevo ancora 15 anni, andavo in prima liceo e mi svegliai alle 7 di mattina per essere accompagnato a scuola da mia madre, su una vecchia 500 grigia.
Qualche volta avevo cominciato ad andare da solo, in autobus, ma per lo più ancora mi accompagnava mia madre: era un percorso difficile, il mio liceo era lontano, e per arrivare dovevo prendere tre autobus, ed ero ancora più o meno convalescente a causa di un brutto incidente accaduto pochi mesi prima.
Avevo rischiato seriamente di rimanerci secco, in quel preciso momento avevo i legamenti del ginocchio che non funzionavano gran che bene e una sbarra di acciaio infilata dentro il midollo del femore sinistro; a settembre mi aspettava un’altra operazione, e insomma non ero proprio in forma.
L’incidente che aveva messo a rischio la mia esistenza era accaduto a Terracina, un paesino di mare non lontano da Roma, dove eravamo soliti andare in vacanza.
Negli anni passati a Terracina ricordo che spesso dopo il mare si facevano delle passeggiate verso il corso, a prendere un gelato al Lido, all’epoca lo stabilimento di punta, e sul grande marciapiede non era inusuale incontrare un uomo sulla sessantina che però sembrava già vecchio: era alto, silenzioso, e con una frezza bianca in mezzo ai capelli.
Era sempre solo, se c’era qualcuno a proteggerlo non me ne accorgevo.
Se lo salutavi, e mio padre lo salutava spesso quando era con noi, rispondeva con un sorriso, le braccia dietro la schiena; era vestito sempre elegantemente, non sembrava certo un turista.
Non saprei dire quante volte lo abbiamo incontrato, ma me lo ricordo benissimo perché una volta mio padre cercò di presentarlo a mia sorella, che era piccolina, forse tre o quattro anni.
Si chinò e le disse: “Sai chi questo signore? è l’Onorevole Aldo Moro”
Lei però non ne rimase impressa, e forse neanche io.
Ma quel 16 Marzo del 1978 mi sarei ricordato di quegli incontri, eccome.
Mentre io ero a lezione, l’uomo con la frezza bianca si mosse da casa insieme a 5 uomini della sua scorta.
Erano in tutto sei persone perbene: questo punto è importante.
In un paese normale sei persone perbene non dovrebbero temere per la loro vita, ma l’Italia degli anni settanta non era un paese normale, con oltre 200 sigle terroristiche attive e migliaia tra attentati, omicidi, rapine, e altri atti di rivolta ogni anno.
La scorta di Aldo Moro era composta per lo più da persone di fiducia, che lo accompagnavano da anni, e che forse, abituati alla mitezza dell’uomo, non avevano così chiaro che in questo universo esistono le pecore ma anche i lupi.
E così andavano in giro con due macchine non blindate, con le pistole d’ordinanza dentro il vano portaoggetti, e i mitra, che non oliavano quasi mai, nel bagagliaio, non proprio pronti all’uso.
Non c’era nella loro azione la frenesia che si vede in tanti film americani, erano persone di casa, quando lo andavano a prendere la moglie offriva loro il caffè, quando andava in chiesa magari lo accompagnavano dentro oppure stavano fuori a fumare, insomma erano una famiglia più che una scorta militare.
Sei persone perbene che alle 9 di mattina di quel 16 marzo imboccarono con le due macchine di servizio Via Mario Fani, una strada in discesa che da Via Trionfale porta verso Via Stresa: una bella zona residenziale, dove vivono professionisti, alta borghesia, insomma non i Parioli ma quasi.
Quel giorno però Via Fani divenne il crocevia della storia.
In quel crocevia doveva trovarsi anche un fioraio, tale Spiriticchio, ma quando si svegliò nell’abitazione dove risiedeva al centro di Roma scoprì che tutte le gomme del suo furgone erano state squarciate: la storia, per mano delle BR, scelse di avere una strada sgombra piuttosto che un fioraio in mezzo all’incrocio.
Per un fioraio che non era lì quando sarebbe dovuto esserci, all’incrocio tra Via Fani e Via Stresa quella mattina c’era invece una persona che non doveva trovarsi lì: un ufficiale dei servizi segreti, che per imperscrutabili motivi camminava in quell’incrocio poco prima della sparatoria. Identificato e interrogato sostenne che stava recandosi a pranzo da un amico. Il 16 Marzo 1978, un giovedì, c’era qualcuno che andava a pranzo da amici, ma forse era un po’ in anticipo. Uno dei tanti misteri di questo tragico avvenimento.
Se qualcuno avesse poi guardato con attenzione, avrebbe potuto vedere un’altra persona che non doveva essere lì quel giorno: in cima a Via Fani una donna, ritta in piedi, con un mazzo di fiori in mano. Ma il fioraio quel giorno non c’era.
E poi altri ancora: una macchina all’incrocio, un’altra macchina dall’altra parte, quattro persone con una divisa dell’Alitalia sedute a chiacchierare fuori da un bar chiuso.
Una scena surreale, a Via Fani, quel 16 Marzo 1978.
Ed eccole, le due macchine che lentamente imboccano la strada in discesa.
Stanno accompagnando il loro passeggero in chiesa: come ogni mattina vuole pregare, per poi recarsi in Parlamento a votare a favore del suo capolavoro politico.
Il compromesso storico, la prima volta che in Italia il Partito Comunista appoggerà un governo democristiano nel tentativo di creare una democrazia compiuta, per preparare un’alternanza al potere che allarghi la partecipazione del popolo.
Questo è il sogno di Aldo Moro, questo è quello per cui quest’uomo invecchiato precocemente ha lottato per tutta la sua vita politica, e questo è ciò che lo ha condannato a morte.
Non ci illudiamo che siano vere le frasi dei pentiti: l’attacco al cuore dello stato, il Presidente della DC simbolo del potere, l’uomo più importante.
Non è vero niente. Il vero potere, in quei giorni, è in mano ad altri esponenti DC, Andreotti in primis, e il potere segreto e ancora più reale lo tengono ben stretto Gladio e la P2, al soldo della CIA.
Aldo Moro è invece un folle, un sognatore, un idealista, uno che crede in dio e negli uomini, non necessariamente in quest’ordine.
Uno che ha convinto il vecchio comunista Berlinguer a dargli fiducia, ad accettare di votare ministri quanto meno chiacchierati.
Uno che ha lavorato, cucito e ricucito per mettere in piedi questo governo, senza sapere che lo avrebbero usato, anche i suoi compagni di partito, per continuare a gestire il potere nello stesso identico modo.
Un uomo di grandissima intelligenza e moralità, ma probabilmente una delle persone più ingenue che abbiano rivestito ruoli di Stato nel nostro Paese: un’ingenuità che perse infine solo durante i 55 giorni di prigionia, quando si rese conto che tutte le persone su cui aveva fatto affidamento, dai suoi amici Andreotti e Zaccagnini, al vecchio comunista, fino al Papa, lo avrebbero lasciato solo.
Uno statista che aveva così fiducia nella sua missione da andarla a raccontare al Segretario di Stato americano Kissinger, per avere un avallo di quella operazione così importante e delicata, ottenendone invece un’esplicita minaccia di morte che lo prostrò al punto di dover passare una settimana in ospedale.
Quest’uomo non era affatto il più potente, né il più scaltro, né colui che deteneva un vero potere di interdizione.
Era solo il più ingenuo, il più perbene, il più facile da colpire e quello che voleva davvero cambiare le cose, anticipando l’inevitabile cambiamento che era nell’aria per permettere al suo Paese di guardare al futuro.
Un delicato rivoluzionario.
Quando finalmente arrivò in Via Fani, quella mattina del 16 Marzo 1978, la donna con il mazzo di fiori senza fioraio lo alzò bene in vista e lo sventolò.
L’uomo con la macchina all’incrocio rallentò, si immise davanti alla scorta, e si fermò.
Gli avieri al bar aprirono le borse e ne trassero pistole e mitra.
Un’altra macchina si mise dietro alle due della scorta per bloccarne la manovra.
L’agguato era cominciato, e finì in pochi minuti.
Cinque uomini morti sul terreno, 91 colpi, di cui 50 a segno.
Una strage.
Il resto è importante, ma forse meno: i depistaggi, il comitato di emergenza in mano a Cossiga e alla P2, la banda della Magliana incaricata dai Servizi Segreti di scrivere il de profundis per Moro, le ricerche capillari ma indirizzate verso il nulla, le trattative nascoste, il Papa ormai malato che disattende le indicazioni della famiglia e condanna definitivamente il suo amico al massacro, la Renault rossa, Via Caetani, la fine.
Il 16 Marzo 1978 avevo quasi 15 anni ed era quasi Pasqua.
Avrei passato 55 giorni stupito, impressionato dai mitra spianati, dai controlli continui, dai Carabinieri in assetto di guerra.
Non sapevo che stavo assistendo alla storia, ma se l’avessi saputo non avrei voluto vederla.



Le dieci cose di lei che vi entusiasmano quando siete fidanzati…

…ma dopo venti anni di matrimonio cominciate a considerarle motivo di divorzio, o ancora meglio di uxoricidio.
Non ci prendiamo in giro: in preda all’ormone e ad un irrefrenabile desiderio di riproduzione – o quanto meno di fare un buon allenamento – il maschio è succube di qualsiasi meccanismo che il suo obiettivo copulatorio mette in atto per schiavizzarlo.
E via di lettere amorose che esaltano la beltà della fanciulla, mani che non vengono lavate per settimane per risentire il suo profumo, e per i più ardimentosi composizioni musicali, romanzi e qualsiasi cosa porti all’obiettivo finale. Diciamocelo, una sana scopata.
Poi succede che in alcuni casi, i più sfortunati, si parte dalla copula e si finisce all’altare, ci si riproduce sul serio e dopo venti anni si è ancora insieme. Amorosamente, felicemente, mannaggiaquellaporcazzosamente insieme.
E mentre a voi il desiderio della copula viene soddisfatto da incursioni notturne su youporn, la vostra compagna continua imperterrita con i suoi atteggiamenti vezzosi.
Che una volta, tanto tempo fa, vi facevano sognare, invece oggi vi spingono ad andare in armeria per comprare quelle pallottole su cui rimuginate da tempo.
Noi, dall’alto della nostra ventennale esperienza, siamo in grado di stilare una lista, per carità non esaustiva, ma che permetterà a coloro in preda all’estasi da rotazione dei lombi di fare attenzione: potreste pentirvene.

1. Figurati se mi metto i jeans
Prima

Ah che donna raffinata! Lei non mette i jeans, mica è come Laila, che stava tutto il giorno infagottata dentro un paio di jeans lisi, scarabocchiati con la biro, e un maglione di lanaccia peruviana comprato a Ollantaitambo quindici anni prima.
La mia donna non esce se non è elegante, se non è la più bella, la più desiderabile, che orgoglio!

Dopo
Ma porca eva! ma dobbiamo andare da Giovanni in campagna, siamo già in ritardo di due ore, stai da stamattina a fa’ le prove davanti allo specchio, ma che cazzo lo sai che là ci sta la fanga, ma mettiti un paio di jeans e usciamo no!? Non ce l’hai? Mo’ non c’hai un paio de jeans? E quindi a Vetralla che famo, c’annamo in abito da sera? Aspetta che mo’ pe’ anna’ a raccoje le nocchie affitto lo smoking.
Tra cinque minuti esco, basta chi c’è c’è.

2. A me il campeggio non piace
Prima

Ma amore, era per dire, quando dico “campeggio” mica penso alla canadese, e alla carta igienica per andare al bagno davanti a tutti! Ma comunque concordo con te, il campeggio è da buzzurri, infatti sapendo che non ti piace ti ho voluto fare una sorpresa, e ho prenotato quell’alberghetto romantico a Porto Santo Stefano, quello con la vista sul mare. Ho preso una matrimoniale con il letto da una piazza e mezzo, tanto staremo tutta la notte vicini vicini…

Dopo
Forse non ti è chiara la situazione: tuo figlio va negli scout, e ci va perché TU hai voluto che ci andasse, perché ci andava anche il figlio di Margherita la tua collega, che uno sticazzi più grosso non avrei saputo dirlo. E gli scout vanno in campeggio, non lo sapevi? E dato che la tua amica Margherita oltre ad essere un cesso a pedali è anche deficiente, ci ha organizzato un week end con i ragazzi. Quindi vediamo: tutti vanno in tenda, compreso tuo figlio, e noi due invece? Un albergo a quattro stelle sull’Aurelia.
Eccerto, che ti credi, che davanti ai campeggi ci fanno un centro direzionale? L’unico albergo è sull’Aurelia. Ed è “solo” un quattro stelle. E ha solo una camera con due letti separati.
Ma figurati se ti tocco, mi sono portato il tablet.

3. No, non lo famo strano.
Prima

Scusa scusa scusa, nononon, non volevo dire…ma no amore non mi permetterei mai, non volevo offenderti, non pensavo…ma no non dire così amore, non ti tratto come una poco di buono, ma che dici, è la passione che ha preso il sopravvento, lo sai quanto ti amo, fare l’amore con te è meraviglioso, non ti sto assolutamente accusando di nulla, sei la donna che ho sempre sognato. Bacino, prometto non te lo chiederò più.

Dopo
Piuttosto de ‘n’antra missionaria me lo taglio.

4. Non ho ancora deciso cosa ordinare
Prima

Amore, fai con calma, non ci corre dietro nessuno. Ho chiesto e la cucina chiude alle undici, hai ancora un paio d’ore per decidere. Intanto io mi sono permesso di ordinare un prosecco con due patati…ah dimenticavo, il prosecco ti fa acidità. Va bene lo bevo io, non ti preoccupare.
Tu intanto leggi il menu, che cosa ti piacerebbe mangiare? Pizza? Carne? Una pasta?
Aspetta chiedo al cameriere. Scusi, cosa c’è nel cus cus agrigentino? Ci sono le cipolle? Il peperoncino? il sedano? lattosio? Ci pensiamo e le facciamo sapere.
Tesoro che dici di una bistecca alla brace? Oddio hai ragione! Povere mucche, vengono torturate, mi pare giusto, lasciamo stare questi poveri animali!
Insalata di polpo? Ma amore, anche il polpo è un animale…beh sì, anche i polpi sono animali. Hai ragione, il polpo è stupido, se lo merita!
Scusi, nell’insalata di polpo c’è l’aceto? Ah. E…non si potrebbe avere solo con un filo d’olio? Va bene guardi meglio di no.
Ma se prendessimo una napoli? Le acciughe sì, tecnicamente sono pesci. Beh ma se non mangi il pesce, perché volevi l’insalata di pol…hai ragione tesoro, non è un pesce, scusami sono io che sono un ignorante.
Allora ci porta un’insalata verde scondita, e per me una fiorentina ben pepata.
Oddio! Scusa amore, non ci pensavo, avevo dimenticato le mucche.
Come non detto, ci porti due insalate verdi scondite.
E il conto, grazie.

Dopo
Ho fatto partire il cronometro. Io prendo una bistecca di cinghiale. Hai cinque minuti, poi ordino.
Non me ne frega niente. Il menù è in italiano, leggi e comunica al cameriere quello che vuoi.
Sì, hanno tutto, tranne la pazienza. E pure io. Mancano due minuti, sbrigati se non vuoi cenare con il cestino del pane.

5. Sto male
Prima

Stai male? Che hai? La febbre? Fammi sentire la fronte, aspetta, ci appoggio le labbra…un po’ sì, forse, la misuriamo? Vuoi mettere una tachipirina, una suppostina per…scusa scusa, come non detto, forse ho un’aspirina, intanto ti preparo un te caldo, e magari vado a vedere se ho una copertina in più va bene?
Tu chiudi gli occhi amore mio, non ti preoccupare di niente, penso a tutto io.
Ma no amore! Ma cosa dici! Sentirti in colpa perché ci perdiamo il concerto dei Queen? Ma dai! Chissà quante volte torneranno in Italia, Freddie Mercury è ancora un ragazzino, ci andiamo la prossima volta!

Dopo
Ci ho rimesso l’orologio.
Ogni volta che dobbiamo fare qualcosa che piace a ME, TU stai male. Che poi non si sa mai che cazzo di malattia c’hai.
Ma quale febbre! La febbre! Sempre co’ sta febbre, e i dolori articolari, e la supercazzola.
L’unica donna che una volta al mese sviene per le mestruazioni, e dai!
Senti, fai come ti pare, adesso ti metto la borsetta dei medicinali vicino, l’acqua, e prendi quello che ti pare. Io vado, Bruce Springsteen non aspetta me, non so se te ricordi che fine ha fatto Freddie Mercury.
Se, vabbè, ciao!
– Ahò, Giulia…shhhh, so’ io. Sei pronta? Quella tanto è in catalessi, che t’avevo detto? Almeno stavolta a fa’ la rompicojoni c’avemo guadagnato. Me raccomando, niente profumo eh!? che nun me va de famme la doccia quando torno. –

6. Domenica siamo a pranzo dai miei
Prima

Non osavo chiedertelo, tesoro. Non so, sarà che quando mi hai presentato mi hanno trattato così bene, io avevo paura che mi giudicassero perché vengo da un quartiere popolare, e invece tua madre carinissima, ha preparato le lasagne, le fettine panate, i carciofi, le zeppole, il tiramisu, gli amaretti e anche la grappa distillata da zio Pasqualino.
Ma no, non ho mangiato troppo, al massimo farò una corsetta dopo pranzo, se fa il pranzo dell’altra volta vale la pena fare un piccolo sacrificio dopo.
Che dici, a tua madre piacciono le gerbere? No perché mi sembrava che le rose…ah è allergica!? O povera. allora dai, prendo delle paste, così nessuno sta male.
Anche tuo padre, caruccio, per non farmi sentire a disagio mi ha detto che lui ama la periferia, soprattutto perché sono tutti della Roma come lui. Vabbè, dai, ma ti pare che gli vado a dire che sono della Lazio, è stato così carino, abbiamo visto la partita insieme, per fortuna che faccio il fantacalcio e qualche giocatore della Roma lo conosco. Purtroppo l’inno non l’ho cantato, mi guardava strano, ma per fortuna l’apparato digerente ha richiesto la mia attenzione e così ho evitato di metterlo a disagio.
Ahaha nooo, ma figurati se tuo nipote mi ha disturbato mentre facevo la cacca! Un ragazzino così simpatico e sveglio, poi tua sorella lo ha sgridato, eh!?
Dai, non vedo l’ora che sia domenica di nuovo!
A proposito, ma sai se la Roma gioca di nuovo alle ore di pranzo? Magari potremmo andare a cena…

Dopo
Domenica gioca la Lazio, ho già preso i biglietti.
No guarda, se me nomini di nuovo il tiramisù vomito, basta co’ sto tiramisu, che ho dovuto fa’ na cura per colesterolo solo pe’ colpa de tu madre.
Senti, ce vai te, je dici che purtroppo infatti ho avuto un impegno de lavoro e basta.
A Sa’, ma so’ vent’anni che me porti a pranzo da tu’ madre tutte le domeniche, me sarei pure rotto li cojoni, che dici?
Ah sì? tu’ nipote non riesce a passa’ l’esame de Analisi e vuole che lo aiuto?
Sai che c’è? Poteva strilla’ Forza Lazio quando je l’ho chiesto, invece de risponne “a zì, mavvaffanculo va”.
Lazio 1 – Analisi 0

7. Questo vestito mi ingrassa
Prima

Ma amore! ma che dici? ma assolutamente no!? a parte che sei un giunco, bellissima, sottile, flessuosa, e niente potrà mai farti sembrare grassa, ma questo vestito in particolare ti sta da dio. Guardati, guardati allo specchio, dai mettiti di profilo, vedi? Perfettamente liscio, il seno appena accennato, niente pancia. Girati adesso, guarda, da dietro è perfetto, ti fa un gran bel c…scusa scusa, non volevo essere volgare, ma insomma sei meravigliosa e io ti adoro.

Dopo
Vero.

8. Com’è venuta la carbonara?
Prima

Mmm. zz..cs..ft…ah scusa, avevo la bocca piena. Incredibile, eccezionale, guarda di carbonare ne ho mangiate eh!? ma questa…senti dammene un altro po’, lo so che sono a dieta ma non posso resistere.
Questa tua versione apocrifa è da stella Michelin. No! Aspetta! Non mi dire cosa ci hai messo! Voglio indovinare. La pancetta l’hai sostituita con la salsiccia, e questo è chiaro, tra l’altro è un’idea fantastica. Poi credo di sentire spezie orientali…tipo cumino…curry dolce…ci ho azzeccato? Accidenti! Ce l’avevo sulla punta della lingua! L’anice. Ecco il tocco di classe, l’anice. Meravigliosa la tua carbonara amore!

Dopo
Du’ gocce de Plasil e è perfetta.

9. Lo sai che sono allergica alle rose
Prima

Oh amore, quanto mi dispiace! Avevo preso 24 rose rosse a gambo lungo per festeggiare il nostro primo mesiversario, ma non sapevo di questa tu allergia, scusami tanto.
Vorrà dire che domani quando vado a trovare mamma a Prima Porta…nononono non ci pensavo neanche! Figurati se metto a mamma le tue rose, non mi verrebbe mai in mente.
Volevo solo dire che quando vado a trovare mamma, per lei prendo dei crisantemi, che le piacevano tanto anche da viva, e a te un fascio di gerbere multicolore, che ne dici?
Anche le gerbere.
Capito. Compro un pandoro?

Dopo
Non sono per te.

10. Domenica sono in ritiro spirituale con Don Silvio
Prima

Ti spiace se vengo anche io? Lo so, non sono neanche battezzato, ma questo tuo entusiasmo per la fede mi ha fatto pensare, voglio provare a capire meglio, e poi lo sai, io desidero che il nostro rapporto non sia solo fisico ma anche spirituale. Certo, amore, so bene che il lato fisico del nostro rapporto si inizierà dopo il matrimonio, è per questo che ora non posso non esserti vicino mentre purifichi la tua anima.
Verrò con te, se tu lo vorrai, e ti starò vicino tutto il tempo.
Ma certo, io dormirò in un’altra stanza, ci mancherebbe.

Dopo
– Giulia? Ciao. Via libera, il week end lo passa in ritiro. Ho preso la frusta e le manette, ma non ti dimenticare il guinzaglio stavolta, eh!? –

Il campione e il bambino

A Natale mi piace di solito scrivere delle storie.
Quest’anno ne racconto una vera. Parla di un grande uomo, e di un piccolo bambino malato.

Nel 1972 Muhammad Ali fece costruire a Deer Lake in Pennsylvania un training camp costituito da decine di edifici di legno, all’interno del quale si allenava, invitava gli amici, portava i genitori a cucinare, era insomma il luogo dove poteva avere una vita normale o quasi, e dove continuare ad allenarsi insieme a tutta la sua famiglia.
Dopo un po’ tutti sapevano che the Champ si allenava lì, fu anche messo un biglietto da un dollaro per seguire i suoi esercizi, cosicché a bordo del ring dove faticava e dove spesso girava interviste c’erano sempre decine di persone.
Anche le celebrità andavano a trovarlo: fu famosa una foto di Tom Jones che lo mette KO, ovviamente costruita, che però per qualche tempo fu data per vera e preoccupò non poco i fan di Ali.
Nel 1974 Ali si stava preparando per il match con Foreman. Era maggio, faceva caldissimo, e il campione sudava.
Ad un certo punto il suo manager, Gene Kilroy, gli dice che c’è un bambino con il padre che vorrebbe salutarlo.
Se c’è una cosa che ha reso grande Muhammad Ali era la sua amabilità verso chiunque: amava veramente le persone, e non si tirava mai indietro.
Scese dal ring e andò a salutare questo ragazzino. Quando lo vide, emaciato, magrissimo, con un bastone e un cappello di lana gli chiese:
– Perché porti un cappello, con questo caldo? –
Jimmy – il ragazzino – rispose:
– Perché ho la leucemia, sto facendo la chemio e ho perso tutti i capelli. –
Ali fece una foto con il ragazzino, poi glie la diede autografata e lo abbracciò, e gli sussurrò all’orecchio:
– Io batterò George Foreman e tu batterai il cancro, te lo prometto. –
Il ragazzino andò via felice.
Dopo due settimane il padre di Jimmy telefonò a Kilroy, gli disse che il ragazzino era in ospedale e che le cose non andavano bene.
Kilroy, che era solito correre con Ali la mattina, lo disse al campione prima dell’allenamento.
Ali si fermò e disse:
– Corriamo un po’ poi ci facciamo la doccia e andiamo a trovarlo. –
Dopo il breve allenamento salirono in macchina e dopo due ore arrivarono all’ospedale.
Jimmy stava veramente male, Ali lo abbracciò di nuovo e quasi lo rimproverò:
– Che ti avevo detto? Io sconfiggerò George Foreman e tu sconfiggerai il cancro. –
Il ragazzino era felice di vederlo.
Diede un pugno ad Ali, come fosse un pugile e gli rispose:
– No. Io andrò da Dio e gli dirò che Muhammad Ali è mio amico. –
Durante il viaggio di ritorno verso Deer Lake Ali non disse una parola, cosa per lui quasi impossibile.
Una settimana dopo Jimmy morì.
Ali non se la sentì di andare al funerale, ci andò il suo manager e vide che accanto al bambino, nella bara, c’era la foto che gli aveva autografato Ali.
Il 30 ottobre del 1974 Ali schiantò George Foreman e tenne fede alla promessa che aveva fatto a Jimmy.
Non sappiamo se Jimmy tenne fede alla sua, e abbia detto o no a Dio che Muhammad Ali era suo amico, ma a me piace pensare di sì.

Una lettera per mamma

Lo so, lo so, e so che lo sai anche tu: non mi sono ricordato l’anniversario della tua morte.
E’ il primo anno che non lo ricordo, e questa non è una giustificazione, ma sto diventando vecchio anche io, tra non molto avrò la stessa età di quando te ne sei andata; non possiamo farci niente, sai; la vecchiaia è una coperta ogni giorno più corta, e passiamo la nostra giornata a tirarla da una parte e dall’altra, cercando di non sentire troppo freddo.
Sono passati diciotto anni, ci pensi? I bambini nati quel giorno ora sono degli adulti, hanno festeggiato la maggiore età e passeranno il primo Capodanno da grandi. I nostri ragazzi del ’99, un altro ’99 ma per me molto più importante.
Se ti può consolare non ricordo niente di quei giorni, non ricordo dove fossi io QUEL Capodanno, non ricordo cosa ho fatto quei giorni, con chi sono stato; con la mia famiglia, certo, ma nessun dettaglio.
E’ come se quell’evento abbia spento la mia testa per un po’.
Ricordo solo un altro episodio analogo nella mia vita, quando mi spezzai una gamba in un incidente stradale: il mio cervello conserva perfettamente tutti i ricordi fino ad un istante prima dell’impatto, poi più niente.
Già, un meraviglioso meccanismo di salvaguardia, per evitare che un dolore così forte ci uccida o ci faccia impazzire.
Però, sai, ricordo tutto il resto.
Ricordo le carezze, un po’ ruvide perché non eri tipo da smancerie, e anche gli schiaffi, quanti ne ho presi e quanti me ne sono meritati.
Ricordo le vacanze al mare, che passavi immobile sotto il sole per riposarti dopo i mesi in cui ti alzavi alle 4 per lavorare ore e ore.
Ricordo di quando sei stata male, un sacco di volte, e ogni volta ti rialzavi come se niente fosse.
Ricordo infiniti viaggi in macchina e che da quando presi la patente non volli più venire con te perché mi faceva paura come guidavi.
Ricordo lo sguardo di tenerezza e comprensione quando urlai che non volevo far sopprimere il nostro cane che era gravemente malato.
Ricordo quelle poche cose che sapevi cucinare, che però non ho più mangiato, mai più, così.
Ricordo l’ultimo abbraccio e l’ultima telefonata.
Ricordo le tue spoglie mortali e i tuoi capelli.
E dopo di te non mi ricordo più.



Piazzale Douhet

L’uomo che cammina lentamente sul vasto marciapiedi di cemento chiaro è giovane.
Un giovane adulto di quaranta anni o giù di lì che cammina così lentamente da sembrare quasi fermo; e ad un certo punto si ferma davvero, lo sguardo basso e le chiavi della macchina che saltano nervosamente da una mano all’altra.
Si sente stupido, è sicuro che venire qui è stata una pazzia, solo un romantico omaggio ai bei tempi andati, e che non valeva la pena di litigare con sua moglie per questo. Non proprio oggi.
Sente un rumore, alza lo sguardo: sono i camion della nettezza urbana che continuano a raccogliere i resti della nottata, pulendo le strade con le spazzole rotanti, mentre addetti in tenuta arancione spostano la spazzatura caduta in strada verso l’aspiratore.
Sono le 17.00 del 1 Gennaio 2000, e Roma sta dando il benvenuto al nuovo millennio con un bel sole tiepido che scende rapido dietro i palazzi, e una quantità inimmaginabile di immondizia per le strade.
L’emozione di varcare una soglia storica ha moltiplicato le vendite di fuochi d’artificio, coriandoli, birre, panettoni, regali inutili, e tutti i resti sono finiti per strada.
Questo giovane uomo non vive a Roma, anche se ci è nato e cresciuto: da molti anni ormai la sua vita è in Francia, lavora per una grande azienda e ha sposato una donna francese. Anche i suoi figli sono francesi, parlano male l’italiano e quando sono dai nonni romani è sempre una fatica farli dialogare, anche se l’affetto è tanto e sono sempre contenti di questa loro seconda patria lontana.
Per questa occasione speciale, il Capodanno del nuovo millennio, ha insistito lui per venire in Italia: nella battaglia silenziosa tra Roma e Parigi ha vinto la passione italica, quella voglia di stare insieme almeno una volta l’anno a cui non sappiamo rinunciare, questa consuetudine da tribù di paese che abbiamo nel sangue, e alla fine non è stato difficile vincere le ultime resistenze della moglie.
Hanno passato il Natale a Parigi, poi sono scesi a Roma; sono stati giorni intensi, belli, pieni di cose da fare per stare tutti insieme.
Fino a stamattina, quando ha comunicato a sua moglie che aveva un appuntamento e che ci sarebbe andato da solo.
Guarda distrattamente il cellulare mentre ripensa alla discussione, alla moglie che non capiva e a lui che non sapeva cosa dire.
In fondo, cosa avrebbe potuto raccontarle?
Che aveva un appuntamento con un po’ di gente, ma che non sapeva se qualcuno si sarebbe presentato?
Che era un appuntamento preso venti anni prima?
Che c’era solo una persona che sperava di incontrare?
Una pazzia, si ripete. Una vera pazzia.
E poi per l’ennesima volta torna a quei giorni.

Il Duemila.
Per un ragazzo di vent’anni il Duemila era lontano anni luce, un’epoca in cui – immaginava – sarebbe stato vecchio, un vecchio quarantenne.
Avrebbe valicato la soglia del millennio reggendosi sulle stampelle, chissà, o da anziano pensionato; così si vedeva in futuro, e sebbene fosse consapevole che i quarantenni erano giovani come lui, solo un po’ più riflessivi, chissà perché lui vedeva se stesso vent’anni dopo sull’orlo della vecchiaia.
Forse perché l’Università, l’inizio della sua vita adulta, era in qualche modo l’apoteosi della giovinezza, e tutto ciò che c’era oltre era chiaramente marchiato con “hic sunt leones” nella mappa della sua vita: la laurea era un traguardo finale, la chiusura della sua adolescenza; dopo ci sarebbe stato il lavoro, magari un matrimonio, dei figli, le responsabilità, e tutto ciò sarebbe stato l’inizio di un inarrestabile declino.
Con questa idea in testa, e con il Duemila lontano, viveva il presente al massimo delle sue forze.
A lezione di giorno, a studiare il pomeriggio e la sera, da qualche parte la notte, poche ore di sonno per volta, poi il campeggio, una ragazza, poi un’altra, poi il pallone, e la bici, e la montagna d’inverno, la band rock con gli amici del liceo. La sua vita era un magma continuo di emozioni, il presente lo avvolgeva stretto e non gli faceva guardare il futuro con chiarezza, ma non gli importava.
Ogni tanto sbirciava a dire il vero, e cercava di guardare il sé del Duemila, ma non gli piaceva quello che immaginava di diventare, e allora tornava al centro del suo personalissimo tornado.
Tutto bello, tutto intenso, tutto con passione e bravura.
Poi all’inizio del secondo semestre arrivò lei.
Entrò in aula alla prima lezione dopo la sessione invernale e il mondo si capovolse: il pavimento sopra la sua testa, il domani improvvisamente migliore dell’oggi, lo stomaco al posto del pancreas che si spostava dove prima c’era la milza, in un ballo che i suoi organi interni fecero, irrequieti, prima che il cuore gli comunicasse che aveva intenzione di fermarsi.
Non fu l’unico, certo, a rimanere colpito da questa ragazzina smilza, con i capelli vagamente rossastri, senza trucco sugli occhi verdi e con un paio di libri tenuti stretti ad un seno inesistente.
Ma fu lui che scelse di darle tutto, subito, senza difesa.
E non le aveva ancora parlato.
Dopo un mese erano là, sui gradini bianchi dell’Università.
Non parlavano, non c’era molto da dire, guardavano qualche pesce che faceva avanti e indietro nella vasca di marmo sotto al monumento. Improvvisamente, al termine di un lungo ragionamento, lei disse solo:
– No. –
Lui annuì.
– No. – ripetè.
– No. – disse di nuovo. E poi aggiunse. – E perché? –
Se fosse stato più adulto avrebbe saputo che non c’è mai un perché, o forse ce ne sono così tanti che è inutile chiederlo, che il fatto stesso di fare quella domanda è una sconfitta per sempre, che solo nelle favole il cavaliere combatte per la sua dama e alla fine la conquista in punta di lancia.
Nella vita reale gli esseri umani si danno e si prendono subito, non dopo un secondo, una settimana, o venti anni.
– Lo sai perché. – disse lei – Ma se vuoi te lo ripeto. –
Lui non replicò, attese.
– Perché sono qui solo per un semestre, perché questa estate mi trasferisco negli Stati Uniti, sono iscritta a Stanford, mio padre lavorerà là e questo è solo un periodo che ho voluto fare qui prima di andarmene definitivamente dall’Italia e da Roma, perché dopo dieci anni passati a girare per l’Italia abbiamo la possibilità di fermarci in un posto, e perché tra due mesi non ti ricorderai più di me, e io di te, e tutto questo non avrà più senso. –
Se c’è una cosa di cui si sarebbe sempre pentito è di non aver urlato, in quel momento.
Di non aver negato, di non aver affermato la sua verità, che era un’altra verità.
Di non aver avuto la forza di promettere, di implorare, di combattere.
Forse non lo fece perché lei aveva ragione.
O lui era troppo debole, o chissà.
Invece le chiese:
– Come ti vedi nel Duemila? –
Lei si girò a guardarlo negli occhi, divertita da quella domanda improvvisa e inaspettata.
Si strinse nelle spalle delicate.
– Non lo so, magari sarò una grassona americana con cinque figli, oppure mi sarò rifatta le tette. –
Lui rise.
– Effettivamente potrebbe essere utile. – disse.
Lei lo guardò con un sorriso ironico ma di rimprovero.
– Forse ho sbagliato a fartici mettere le mani allora. –
Voleva essere una battuta, ma vide che lui si incupì.
Gli si strinse al braccio e gli diede un bacio leggero sulla guancia.
– Solo le favole finiscono a lieto fine, lo sai. – gli sussurrò, mentre lui annuiva.
Alla fine lui saltò in piedi.
– Va bene! – disse con voce squillante. – Facciamo così: ci vediamo il 1 gennaio del 2000, alle cinque del pomeriggio, a Piazzale Douhet. E’ vicino alla fermata della Metro e ci si arriva facilmente; e poi là dietro ci sono un sacco di locali, c’è una birreria che sta lì da sempre, figurati se non ci sarà ancora nel Duemila. Ci vediamo lì così potrò vedere se sei diventata una grassona o se le tue tette saranno piatte come oggi. –
Lei abbassò il viso, rideva e piangeva, poi lo rialzò per guardarlo negli occhi.
– Ci sarò. – disse.

Negli anni che seguirono, tra cartoline sempre più rare e esami sempre più difficili Piazzale Douhet era rimasta una costante.
Prese l’abitudine un po’ folle di dare appuntamento il 1 Gennaio 2000 alle cinque del pomeriggio a Roma, Piazzale Douhet.
– Se ci perdiamo di vista, ci troviamo là. – diceva ignorando qualche sguardo ironico.
In fondo in un mondo senza cellulari e senza email un appuntamento al Duemila gli sembrava la cosa più ragionevole da fare.
Poi ad un certo punto era diventato grande sul serio, era andato in Francia, si era sposato, i suoi amici francesi non conoscevano Roma e tantomeno Piazzale Douhet, e aveva smesso di dare appuntamento a tutti, e anzi se ne era praticamente dimenticato.
Fino a qualche settimana prima, quando il Duemila era ormai alle porte.
Sua moglie gli aveva chiesto:
– Come ti vedevi tu nel Duemila quando eri ragazzo? –
La guardò con la bocca spalancata.
Come mi vedevo.
Con lei.
Vent’anni fa io mi vedevo con lei.
E basta.

Ora è appoggiato alla vetrina di un supermercato, con le mani su un carrello per tenersi.
Non ha la forza di andare avanti, perché sa che è stata una grande, inutile stupidaggine.
Tutto quanto. Quegli inviti ridicoli, quella speranza, questo momento qua.
Chissà cosa credeva, in tutti questi anni, che il futuro fosse un’autostrada in cui ci si potesse dare appuntamento a qualche casello.
Non sa neanche se le persone a cui lo aveva detto fossero ancora vive, figuriamoci ricordarsi di una stupidaggine del genere.
Eppure in qualche meandro del suo cervello questo appuntamento era sempre presente: ogni tanto gli balenava l’immagine di tutti gli amici che aveva conosciuto che si incontravano quel giorno, a festeggiare una rinnovata promessa di affetto per il nuovo millennio.
Scuote la testa e diventa rosso, si vergogna da solo di quello che sta facendo, ma per fortuna non c’è nessuno che guarda questo giovane uomo imbarazzato.
Si rimette in piedi, si stringe la sciarpa e lascia la sicurezza del carrello.
Piazzale Douhet è un una slabbratura su Via Laurentina e non la si vede finché non ci si finisce dentro: i palazzi e gli alberi chiudono alla vista questo piccolo piazzale, con le fermate degli autobus, un ristorante e dei portici stile ventennio.
Gli angoli della piazza sono appoggiati a dei palazzi di marmo bianco squadrati, e lui può nascondersi fino all’ultimo secondo; poi gira, e si ferma.
Guarda il piazzale da lontano, tutto insieme.
E’ spopolato, sono pochissime le macchine che circolano; autobus nessuno, qualche mezzo della nettezza urbana, qualcuno che va a piedi chissà dove.
Guarda di nuovo: non c’è nessuno.
In fondo è sollevato, chissà se si fosse presentato qualcuno a cui aveva dato appuntamento anni prima, che imbarazzo: dei cretini che dopo dieci o venti anni si ritrovano dall’altra parte della macchina del tempo senza sapere bene cosa dirsi o perché sono venuti in questo posto sperduto.
Comincia a camminare piano lungo un lato della piazza, ha deciso che la girerà tutta e poi tornerà alla macchina e alla sua vita razionale di sempre.
In fondo al primo lato iniziano i portici, li imbocca, gira a novanta gradi per percorrere il lato lungo della piazza, e lei è là.
Magra, un cappotto nero dritto, una sciarpa rossa al collo – di sicuro un regalo di Natale – i capelli sempre vagamente rossi, gli occhi sempre di un verde scurissimo, la pelle chiara.
E’ là.
Sa già che passerà il resto della sua vita a cercare di descrivere con le parole quello che sta attraversando in quel momento, senza riuscirci.
Chiude un attimo gli occhi perché non vuole che la vista lo inganni, vuole che l’emozione marchi a fuoco il suo corpo e le sue viscere, per tirarla fuori a piacimento negli anni a venire.
Lei è là e gli sorride, i capelli ondulati di una giovane madonna, il viso inclinato e le braccia strette intorno al cappotto, per il freddo e l’emozione.
Quando riesce a mettere in moto le gambe le si avvicina e poi si ferma quando può finalmente vedere ogni millimetro del suo viso.
– Ti ho detto che sarei venuta. –
Annuisce, non può parlare.
– Non è stato facile, e forse neanche giusto. – continua lei. – Forse avevi ragione tu, se sono qui è perché avevi ragione. –
Lui annuisce, mentre piange.
– Ma ormai è fatta, non possiamo tornare indietro. Siamo andati avanti, e abbiamo fatto bene, sei sempre il ragazzo di venti anni fa, mi piaci un sacco, ma hai una fede al dito, e anche io. Però sono venuta lo stesso, per dirti che mi dispiace, avevi ragione. –
– Lo so. – riesce a farfugliare lui.
– Mi potrai perdonare mai? – gli chiede mentre gli appoggia una mano sul viso per asciugare le lacrime.
Lui la guarda.
– Perdonarti di essere qui, oggi? Di essere la donna della mia vita? Di avere dato un senso a venti anni di attesa? Sì, posso perdonarti. –
Lei gli si butta addosso, lo abbraccia, lui la tiene stretta.
Sono cinque minuti, cinque minuti di amore per venti anni di attesa, cinque minuti di passione per venti anni di pazzia, cinque minuti di tutto per venti anni di niente.
– Non te le sei rifatte le tette, lo sento. – le sussurra mentre le carezza la nuca.
Lei ride, tra le lacrime.
– Volevo vedere se te ne accorgevi. –
Allora ridono, ridono come pazzi, come quei pazzi che sono, ridono come due ragazzi al secondo semestre, come vent’anni fa.
Lei gli prende la mano.
– Devo andare. –
Lui annuisce, lo sa, anche lui deve andare.
In punta di piedi, come venti anni fa, un leggero bacio sulle labbra. Poi fa per andarsene, ma lui la blocca.
– Non aspetterò altri venti anni. –
Lei si ferma, lo guarda intensamente.
Cerca di capire cosa ci sia rimasto di quel ragazzo di venti anni fa dentro di lui, e cosa ci sarà tra venti anni.
Si avvicina di nuovo.
Gli afferra la camicia con le mani, si morde le labbra, gli tira su il colletto fino al mento, lo guarda con gli occhi in fiamme e i denti stretti.
– Non aspetterai altri venti anni. Ci ho messo venti anni a capire che avevo torto, mi servono venti anni della tua vita per farmi perdonare. –
Va via senza voltarsi, ma stavolta lui non è triste.
Quando non la vede più si gira a guardare la piazza.
Piazzale Douhet, torno presto.

8 Ottobre 1962

L’uomo che si tiene appoggiato al muro per non cadere non è debole, tutt’altro.
A sessantacinque anni è in un’età per cui suo padre sarebbe stato definito anziano, suo nonno vecchio, e suo bisnonno forse non ci sarebbe neanche arrivato vivo; ma lui no: è un bell’uomo maturo, un fisico importante solo leggermente appesantito dalla buona cucina e dal vino caloroso delle sue parti.
Ha i capelli brizzolati, ma i neri e i bianchi sono assurdamente intensi, fili che si intrecciano e raggruppano senza sosta come onde bianche e nere in un oceano senza colore.
La barba invece è tutta bianca, curatissima, e fa da cornice a due occhi celesti intensi come solo al sud si possono trovare.
Ma quest’uomo imponente oggi è debole e non riesce più a camminare.
La donna che gli è vicino, piccola, magra, una signora bella e curata, lo guarda con preoccupazione e tenerezza e gli tiene una mano sul braccio, non per dargli sostegno ma solidarietà.
Fino a qualche minuto prima erano seduti in un bar in fondo a Via Cavour, e ci sono rimasti a lungo.
Roma in ottobre è un luogo magnifico, all’aperto anche di più: il caldo non è asfissiante, la brezza rinfrescante, le nuvole corrono veloci e aiutano a sopportare i raggi del sole a mezzogiorno, per poi disperdersi la sera in un tramonto rosa pallido che ha dell’incredibile.
Sono turisti, così si definiscono, ma hanno anche una missione da compiere.
Sono rimasti in quel bar a bere e a chiacchierare per ore. Ore e ore. Ogni tanto guardano verso i Fori e intravedono lo stradone lastricato di fronte a loro.
Sono poche centinaia di metri, forse solo decine, e sanno che quando finalmente avranno la forza di alzarsi e andare in quella direzione, alla loro sinistra il Colosseo esploderà alla loro vista.
Ma non ce la fanno, non subito. Prendono un altro caffè, poi un altro, poi una bibita.
E poi infine lei lo guarda dritto negli occhi.
Lo vede, che ha paura, lo sente; ma non vuole che questa paura la contagi, lo vuole aiutare.
– Andiamo? – gli dice.
Lui annuisce, e senza una parola si alza e si avvia.
Camminano così, mano nella mano, lentamente: quest’uomo imponente, di matura bellezza, e la sua minuta moglie.
Camminano in silenzio, sempre più piano.
Quando arrivano all’angolo lui gira la testa a destra e vede in lontananza Piazza Venezia, con la colonna di Traiano, poi il Vittoriano con i suoi cavalli alati.
Rimane così per un minuto, finché lei gli tocca il braccio.
Lui si gira e non lo vede, non ha coraggio di guardarlo, ma ne intuisce la maestosità.
Il Colosseo.
E’ in quel momento che le gambe gli cedono, si appoggia al muro, chiude gli occhi e piange, mentre la moglie lo carezza e lo guarda con un amore e una tristezza inifiniti.
Chiude gli occhi, l’uomo, ma l’immagine di quel monumento ce l’ha stampata sulla retina, sempre la stessa immagine, lo stesso luogo, anni e anni e anni fa.

Era solo un bambino, avrà avuto dieci anni, forse nemmeno.
Non era mai stato a Roma, ma se è per questo non era mai stato da nessuna parte.
Aveva passato la sua infanzia in un paesino sulle Madonie, giocando sempre con gli stessi compagni, comprando il pane nello stesso negozio, andando sempre nella stessa, unica scuola.
Un giorno sarebbe diventato un ingegnere, avrebbe costruito bellissimi palazzi, ma ora era solo il figlio del sarto, e a malapena aveva visitato Palermo, accompagnando il padre quando andava a comprare le stoffe nei giorni in cui la scuola era chiusa.
Poi venne il suo compleanno, e i genitori gli mostrarono dei biglietti: erano il traghetto per Napoli e poi il treno per Roma.
Pianse, rise, urlò, fece salti e capriole, la ruota, insomma tutto il repertorio del bambino felice.
Roma! Da quando aveva studiato la storia di Roma era rimasto innamorato dei racconti sui Re e gli Imperatori, Giulio Cesare e Augusto, Caligola il pazzo, Nerone il persecutore di cristiani.
E poi il Circo Massimo, Caracalla, la Bocca della Verità.
E il Colosseo.
Più di qualsiasi altra cosa nella vita questo bambino che un giorno sarebbe diventato ingegnere voleva vedere il Colosseo.
Fu grande la delusione quando finalmente arrivarono a Roma, una mattina di ottobre, caldo e delicato come questo, e i genitori gli dissero che no, non poteva andare subito a vedere il Colosseo.
Erano stanchi, avevano passato la notte in traghetto, poi avevano preso il treno; infine erano arrivati in albergo ma era presto: la stanza non era pronta ma potevano accomodarsi sui divani, gli aveva detto il titolare dell’hotel, che in realtà era poco più di una pensione.
E così i due adulti si erano addormentati, e lui era rimasto con il viso incollato alla finestra: lo vedeva da lontano, ne vedeva un pezzetto, ma voleva vederlo tutto.
Entrare, girare nelle gabbie dove tenevano i leoni, salire i gradini dove migliaia e migliaia di spettatori urlavano alla vista del sangue.
Poi voleva vedere i tunnel da dove entravano i gladiatori, immaginare il suolo ricoperto di terra dove combattevano schiavi all’ultimo sangue, lo scranno dell’Imperatore che poteva decidere della vita e della morte degli atleti con un solo gesto della mano.
Voleva vedere tutto questo, e non poteva resistere.
Guardò i genitori: dormivano profondamente, appoggiati sul divano della hall.
Guardò la porta.
Guardò l’uomo alla reception, che era impegnato a fare dei conti.
Fu un attimo: aprì la porta e uscì.
Torno tra cinque minuti, si disse, nessuno se ne accorgerà.
Corse in direzione del Colosseo, e dopo pochi minuti si trovò su Via dei Fori Imperiali, nello stesso punto in cui cinquantacinque anni dopo si sarebbe fermato per appoggiarsi al muro e permettere alle gambe di sorreggerlo.
Ma quel bambino non aveva bisogno di riposare, era pieno di vita e di passione, e continuò a camminare verso il Colosseo, ad ogni passo più grande. Lanciò uno sguardo dall’altra parte e vide i Fori Imperiali pieni di gente, il colonnato che degradava verso il Colosseo, le mura imponenti.
Fece qualche altro passo ma fu costretto a fermarsi: una mano lo aveva afferrato per un braccio.
Era un uomo. Un uomo brutto. I suoi vestiti erano in ordine e i capelli puliti, ma gli occhi no, quelli erano sporchi.
Erano occhi che non gli piacevano; tentò di divincolarsi ma l’uomo lo strinse ancora di più.
– Dove vai ragazzi’? sei da solo? mamma dove l’hai lasciata? –
Erano domande, ma non volevano risposte.
– Vado a vedere il Colosseo… – tentò di dire flebilmente.
L’uomo rise.
Una risata che non avrebbe mai più dimenticato, la risata del demonio, se ma ce n’era stato uno in terra.
– Io penso che tu invece verrai con me oggi. – disse mentre lo trascinava verso un angolo della strada, svelto, verso un arco che dava su una stradina nascosta alla vista dei tanti turisti.
Mentre con la mano teneva il ragazzino, con l’altra si sbottonava la patta dei pantaloni.
Era rapido, l’uomo, ma il ragazzino cercò di fare resistenza, provò a tirare il braccio, poi a dargli un calcio, e infine urlò:
– Lasciami!! –
L’uomo lo guardò con odio poi gli mollò un ceffone sonoro che gli fece istantaneamente sanguinare il naso e disse ad alta voce:
– Ti faccio vedere io come devi rispondere a tuo padre! –
Nessuno, cinquantacinque anni fa, avrebbe mai contestato l’autorità paterna, e nessuno avrebbe criticato un padre che dava un ceffone al figlio.
E quindi nessuno dei turisti che passeggiavano per via dei Fori Imperiali ritenne di doversi fermare; qualcuno guardò la scena distrattamente, qualcun altro pensò forse che l’uomo stava esagerando, ma nessuno intervenne.
Il ragazzino era disperato, e piangeva adesso, mentre l’uomo gli metteva una mano sulla bocca e lo tirava verso il vicolo.
La testa del bambino si muoveva convulsamente, ma la mano che gli chiudeva la bocca era forte, più forte di lui.
Ad un certo punto lo sguardo del bambino vagò, e mentre i piedi perdevano il contatto con il suolo, gli occhi si bloccarono sullo sguardo di un uomo.
Era un uomo giovane, era vestito bene, con un completo scuro, una camicia bianca e una cravatta chiara da cerimonia.
Teneva per mano una bella ragazza con i capelli rosso scuro, vestita di bianco e con un mazzo di fiori in mano.
Sorrideva la donna, era felice.
Così come le altre persone che affiancavano i due: degli anziani, altri giovani, un bambino piccolo accovacciato davanti; tutti eleganti davanti ad una chiesa, di fronte un uomo chinato con in mano una macchina fotografica.
Tutti sorridenti, tutti felici, tutti presi dal momento.
Tranne il giovane uomo, che guardava la scena dall’altra parte della strada.
Guardava il bambino, afferrato per un braccio e con una mano sulla bocca, e poi l’uomo brutto, e poi gli occhi del bambino.
Fu un attimo.
Lasciò la mano della sposa e attraversò la strada, rapidamente, mentre tutti gli altri lo guardavano stupiti, lo chiamavano ad alta voce e la sposa si guardava intorno un po’spaesata.
Il giovane uomo ignorò i richiami e si avvicinò a quella coppia improbabile.
Fece un sorriso, ma si capiva che non era un sorriso gentile, era più un modo per poter parlare.
– Come va? – chiese guardando l’uomo negli occhi.
L’uomo brutto sorrise a sua volta, ma il suo era un sorriso con i denti serrati.
– Sto spiegando a mio figlio che non si risponde male ai genitori. –
Il giovane sposo annuì. Non era convinto, ma anche lui come gli altri non si sarebbe intromesso, normalmente.
Sarebbe andato via: in fondo lo aspettavano impazienti per finire il rito delle foto, ma vide negli occhi del bambino qualcosa che non gli permetteva di allontanarsi.
Era paura, certo, la paura di una punizione, forse, ma non solo.
Spostò lo sguardo verso l’altro uomo e poi vide: la patta dei pantaloni era aperta.
Alzò lo sguardo e gli occhi si incontrarono con quelli cattivi dell’altro, che diventò rosso, cominciò a farfugliare, e allentò leggermente la presa sul ragazzino.
Lui riuscì a togliere la bocca da sotto la mano dell’uomo e ad urlare:
– Non è mio padre!!! –
In un momento cambiò tutto.
Il giovane sposo mise una mano sul braccio dell’uomo e lo strinse forte, così forte da costringerlo a mollare la presa.
Il bambino scappò, lontano, lontano dal Colosseo, lontano da quell’uomo, lontano da Roma.
Corse finché non sbatté sul petto di un Carabiniere, che lo abbracciò mentre piangeva, gli comprò delle caramelle e poi lo aiutò a tornare dai suoi genitori.
L’uomo rimase sotto la presa dello sposo, mentre un poliziotto si avvicinava attratto dalla scena, vide quella brutta persona, la riconobbe come una vecchia e laida conoscenza e lo portò via.
Lo sposo, rimasto solo, mise le mani in tasca e alzò gli occhi verso il cielo.
Poi finalmente li abbassò verso la sposa che lo prendeva in giro dall’altra parte della strada, facendogli ciao con la mano.
Le sorrise, attraversò, e si andò a mettere vicino a lei dove sarebbe rimasto per sempre, in una foto in bianco e nero.

L’uomo con i capelli striati di bianco e di nero è ancora appoggiato al muro.
Ha passato cinquantacinque anni in attesa di avere il coraggio di tornare qui, e ora pensa di non farcela.
Pensa che tornerà indietro, che continuerà a nascondere il momento più brutto della sua vita nello scantinato della memoria, a ricacciarlo indietro ogni volta che tenterà di affiorare alla coscienza.
Ma resiste. Resiste ancora.
Pensa a quell’uomo, al giovane sposo che ha lasciato la sua sposa dai capelli rossi per salvarlo da un demonio.
Pensa che deve a lui, se non a se stesso, il coraggio di attraversare la stessa strada, di guardare la vita negli occhi, anche la parte più brutta.
Lentamente stacca la mano dal muro e abbandona il braccio lungo il corpo.
Rimette la schiena eretta, per ultimo alza la testa e apre gli occhi, quegli occhi di un celeste così intenso che anche un orco ne è stato attratto.
Guarda il Colosseo, per la seconda volta nella sua vita: è bello, è proprio come lo sognava da bambino.
Non trattiene più le lacrime e la donna lo abbraccia: gli tiene il cuore con una mano e gli mette l’altra sulla nuca, lo accarezza leggermente, come fa da quasi quaranta anni.
L’uomo si curva e usa il collo della moglie per appoggiare le labbra e depositare le lacrime.
Alla fine si tira su, la guarda negli occhi:
– Chissà…-
Lei sorride.
– Se è ancora vivo? –
Lui annuisce.
Lei si stringe nelle spalle.
– Andiamo. – gli dice – Torneremo domani, e tutti i giorni. Il Colosseo lo troveremo ancora qua, vedrai. –


All’anulare della mano sinistra porto una fede che era di mio padre e prima di lui di mio nonno e di mio bisnonno.
All’interno sono incise due date: quella del mio matrimonio, e un’altra, per me forse più importante.
Otto ottobre millenovecentosessantadue.
Questo racconto è dedicato al giovane uomo e alla giovane donna dai capelli rossi che quel giorno uscivano felici da una chiesa.
Vicino al Colosseo.


Le Grandi Recensioni di Rolandfan

La ragazza della nebbia – di Donato Carrisi, con Toni Servillo

Trama del film
In un paesino di montagna si aggira Toni Servillo nei panni di un agente di Polizia.
Toni Servillo indaga.
Toni Servillo passeggia.
Toni Servillo gira intorno ad un tavolo neanche fosse il tempietto del Bramante.
Toni Servillo ammicca.
Toni Servillo sorride.
Toni Servillo urla.
Toni Servillo servilla.

Giudizio della critica
In Italia si possono fare tre tipi di film: impegnato/drammatico, brillante, comico.
Se vuoi fare un film impegnato devi chiamare Toni Servillo, se brillante Raoul Bova, se comico Checco Zalone.
Il film impegnato lo deve girare uno che è andato a scuola da Sergio Leone, grandi spazi, primi piani stretti, lunghi silenzi, musica intrigante, basta che ci sia Toni Servillo.
Il film brillante lo deve girare uno che vorrebbe essere Monicelli, molti personaggi atipici, dialetti strani, luoghi improbabili, basta che ci sia Raul Bova.
Il film comico è indifferente, basta che ci sia Checco Zalone.
La trama del film impegnato deve essere contorta, astrusa, possibilmente inesistente, ma l’importante è che ci sia Toni Servillo.
La trama del film brillante deve prevedere un contrattempo serio, una donna apparentemente inattaccabile, un finale lieto e divertente, basta che ci sia Raul Bova.
La trama del film comico è irrilevante, basta che ci sia Checco Zalone.

In questo film c’era Toni Servillo.

I colloqui

Mia figlia è in primo liceo.
Un momento importante, per lei e per noi genitori.
Sono andato ai primi colloqui insieme a mia moglie.
Ero emozionato, mia figlia diventa grande e io la seguo in questo percorso bellissimo e accidentato che è la vita.
Il liceo è in un bel quartiere, ha una storia lunga e prestigiosa.
Mi sono vestito bene, ci tenevo ad essere un genitore di cui un figlio non deve vergognarsi.
Ed eccoci, entrambi distinti, laureati, ascoltare i professori, fare domande, raccontare di noi e di nostra figlia, creare un legame, fare il nostro dovere.
Siamo usciti soddisfatti, eravamo stati bravi, e nostra figlia anche.
Ci siamo salutati, io ho preso lo scooter per andare in ufficio e ad un certo punto mi sono dovuto fermare: le lacrime non mi permettevano di andare avanti, non vedevo più niente.
A Porta Pia ho accostato e mi sono accasciato sul manubrio.
Avevo pensato a mia madre.
A quella donna ignorante – non per scelta ma perché aveva vissuto in un periodo infame – che prendeva la sua macchinina e veniva a scuola.
Sfacciata, a parlare con professori forse più altezzosi e meno preparati di oggi, e sentire resoconti di materie di cui non conosceva neanche l’abc.
Lei e la sua quinta elementare a fare i conti con un mondo per certi aspetti alieno, ma in cui si muoveva con una sola certezza: questo è mio figlio, questi sono i miei figli, ho combattuto e sofferto per loro, e loro faranno quello che io non ho potuto fare.
Me la ricordo, controllare sui libri parole che non capiva, mentre io ripetevo quello che avevo imparato.
Eppure funzionava, questa strana coppia: io che ripetevo le astrusità del liceo, e lei che leggeva e faceva l’unica cosa che sapeva fare, controllare che le parole fossero le stesse.
Lei era il mio libro, io la sua parola.
E quando mi sono laureato, la più grande gioia era vedere la sua soddisfazione, l’orgoglio di poter dire a tutti “mio figlio è laureato”.
Ho pianto perché avrei voluto poterla chiamare, e dirle “lo sai mamma, che Elena sta andando benissimo, che è brava, che ha la stima di tutti. Lo sai che è anche merito tuo, e delle ore passate a leggere libri che non capivi”.
Chissà se la perdonerò mai di essersene andata prima di averla conosciuta.
E per quanto io adori mia figlia un amore così, totale, puro, assoluto, vitale, non potrò mai eguagliarlo.

La telefonata

La mattina usciva di casa molto presto.
Odiava il traffico romano, e anche se le automobili in giro erano solo una frazione di quelle che sarebbero state in circolazione venti anni dopo, le strade erano tuttavia molto più strette: il raccordo a due corsie poteva diventare un incubo se solo ci fossero stati dei lavori in corso, o un incidente, o le due cose insieme.
Di solito si svegliava perciò verso le 6, beveva un caffè amaro che la moglie gli preparava con una vecchia moka, poi si lavava, si vestiva e alle 6.30 era già fuori.
Dal quartiere popolare di Roma dove abitava erano buoni 25 chilometri fino alla sua destinazione, un capannone industriale in mezzo a tanti altri sulla Tiburtina.
Di solito a quell’ora faceva il centro: all’epoca chiunque poteva passare in macchina per il centro di Roma, arrivare a Piazza di Spagna, percorrere tutta Via del Corso, girare per Piazza Venezia.
Il raccordo lo odiava, e lo prendeva solo nelle giornate di pioggia intensa, quando sapeva che i sampietrini sarebbero stati un rischio per le ruote piccole e instabili della sua seicento; e anche se qualche volta ci aveva messo anche due ore, preferiva essere sicuro di arrivare.
Di solito però percorreva la Colombo fino al centro e da lì proseguiva per le strade vicino alla stazione Termini.
Non di rado lungo il percorso rallentava la già non frenetica marcia della seicento per guardare da vicino le persone che come lui popolavano la città.
Spazzini non ancora operatori ecologici con la ramazza, autisti che portavano stancamente vecchi autobus verdi con bigliettai sonnecchianti, vecchie puttane che chiudevano baracca per andare a dormire chissà dove, baristi che alzavano la serranda per cominciare la giornata.
Gli era nata poi da tempo l’abitudine di fare una sosta in un vecchio bar allo scalo San Lorenzo.
Aveva delle sedie con la plastica colorata a strisce avvolta sullo scheletro di alluminio e dei vecchi tavolini di formica che non toglieva mai dalla strada, neanche la notte: d’altronde, chi li avrebbe mai potuti rubare?
Il bar era uno schifo a essere sinceri, ma il caffé era buono, i proprietari simpatici e alla cassa c’era fin dalle prime ore del mattino una signora piacente con delle zinne enormi, sempre sorridente e gioviale.
Una volta era anche riuscito a metterci sopra le mani, su quelle zinne, ma poi non aveva dato seguito alla cosa; nonostante ciò la signora gli sorrideva sempre, ma un po’ di meno.
Uscito dal bar accendeva una sigaretta appoggiato alla macchina, una marlboro dal sapore di catrame che gli scendeva nei polmoni svegliandolo più del caffè.
La fumava in silenzio con un gomito appoggiato all’altro braccio, e con quegli occhi socchiusi da fumatore incallito che rendono gli uomini vagamente più interessanti e le donne vagamente più sensuali.
Finita la sigaretta guardava il filtro con curiosità, come se sotto la cenere potesse esserci qualche sorpresa o segreto.
Ma non c’era mai niente, e ogni volta lo lanciava via con un gesto consumato delle dita, una schicchera affinata in anni e anni di vizio che gli permetteva talvolta a lanciare il mozzicone a distanze considerevoli.
Poi risaliva in macchina e percorreva gli ultimi chilometri più sveglio e attento di quanto non fosse prima di fermarsi al bar.
Arrivato al capannone parcheggiava la macchina in uno spazio riservato.
Non che ci fosse molta altra gente durante la giornata, a dire il vero.
L’edificio era adibito quasi completamente a magazzino, e ne usciva di quando in quando un camioncino con della merce imballata: abbigliamento, cancelleria, alimenti, non poteva dirlo e non gli interessava.
In cima al capannone, arrampicato ad una scala, c’era il suo ufficio: una stanza di 30 mq con il pavimento coperto di un vecchio linoleum nero puzzolente, e una scrivania.
Sulla scrivania, un telefono.
Vicino al telefono una poltroncina.
Niente altro.
Quella mattina come tutte le mattine guardò il suo ufficio, senza piacere ma senza astio, e posò a terra la borsa.
Si sedette sulla poltroncina e guardò il telefono.
Forse avrebbe squillato, ma non poteva saperlo. Non lo sapeva mai.
Attese qualche ora, rigirando un elastico tra le dita e fumando di tanto in tanto una sigaretta, poi quando il telefono suonò facendolo sobbalzare leggermente rispose al primo squillo.
– Pronto – disse solo.
Poi ascoltò.

Prese la borsa, una 48 ore di pelle scura, e la appoggiò sulla scrivania.
Aveva un manico robusto e due zip che tagliavano in due la borsa: poteva contenere tutto il necessario per l’ufficio, ma poteva essere aperta a libretto per poter inserire il necessario per una notte in albergo, un vestito di ricambio, il pigiama, una camicia.
Mentre apriva le zip fece una smorfia.
Una puttana.
Inclinò una spalla in un gesto istintivo che voleva significare un certo fastidio, poi spense la sigaretta che penzolava dalla bocca in un vecchio posacenere divorato dalle bruciature, che originariamente doveva riportare la marca di un’acqua minerale.
Tolse dalla borsa un’agenda, un portadocumenti, un astuccio per gli occhiali, il portabiglietti da visita, dei quaderni, e liberò la zip che dava accesso al doppio fondo.
La zip correva lungo tutto il perimetro interno della borsa e una volta liberato da una copertura di stoffa leggera il fondo della borsa rivelò degli scompartimenti ben ordinati, all’interno dei quali c’erano degli oggetti scuri tenuti fermi da grossi elastici neri.
Le puttane mi stanno simpatiche, pensava.
In fondo, questa era la sua idea, assolvevano un ruolo importante per la società, e facevano un mestiere che fin dai tempi dei romani era ritenuto dignitoso e utile, anche se ai margini della società borghese,
Anch’egli ogni tanto si lasciava andare al piacere di qualche incontro con una gentile battona di Tor di Quinto, che lo trattava quasi da amico tanto che in un paio di occasioni non lo aveva fatto pagare, ma lo aveva rincoglionito con i lamentosi racconti della sua famiglia disastrata.
Ma le puttane non erano tutte brave, sicuro. E ogni tanto facevano le furbe, e serviva una lezione: qualche schiaffone, niente di serio.
Poi però c’erano quelle che esageravano: rubavano sugli incassi, si innamoravano di un cliente, o addirittura volevano mollare perché avevano trovato un “lavoro onesto”.
Sorrise a questo pensiero, mentre slegava gli elastici.
E allora in questo caso finivano a lui.
Prese il caricatore, controllò che fosse pieno, e lo inserì con un colpo secco nell’impugnatura della pistola.
Si accertò che la canna non fosse ostruita, fece muovere piano avanti e indietro il binario, poi prese dalla borsa un cilindro metallico e lo avvitò gentilmente sulla bocca della pistola, fino a stringerlo con forza.
Le puttane avevano un bruttissimo difetto, lo aveva sperimentato lui stesso: erano aggressive.
Quella che aveva strangolato sulla Salaria per farlo sembrare un incidente lo aveva preso a calci e pugni, e mentre lui le stringeva le mani sul collo fino a farla soffocare con una delle sue unghie affilate era riuscita a fargli un segno sulla guancia e per poco non gli cavava un occhio.
Alla moglie aveva dovuto raccontare di essere finito in una rissa mentre prendeva una birra con i colleghi dopo il lavoro, e si era dovuto sorbire la sua ramanzina mentre gli disinfettava la ferita e glie la cauterizzava con l’allume di rocca.
Mai più, era stato chiarissimo: puttana uguale pistola, mai più a mani nude.
Guardò il silenziatore e annuì come per chiudere il dibattito con se stesso.
Appoggiò quindi la pistola sulla scrivania e si tolse la giacca.
Prese dalla borsa una fondina di pelle leggera, con delle bretelle scure e consunte e la indossò, stringendo poi la fibbia in modo che aderisse perfettamente al corpo.
Alzò e abbassò un paio di volte le braccia, se le strinse al copro, le agitò a destra e a sinistra, e quando fu soddisfatto del risultato infilò la pistola nella fondina e rimise la giacca, allacciandola sul davanti.
Poi richiuse la borsa, dopo aver rimesso dentro tutto, la lasciò appoggiata alla scrivania, e uscì.

L’indirizzo lo aveva imparato a memoria; si aiutò con un Tuttocittà che teneva sempre in macchina, sempre l’ultimo, il più aggiornato.
In ogni caso conosceva abbastanza bene la zona, un gruppo di palazzi sull’Anagnina che spiccava in lontananza anche dall’Appia, palazzi senza storia e senza qualità, giusto un posto dove poteva vivere una puttana.
Parcheggiò la macchina a qualche centinaio di metri, e si avviò con decisione ma con calma verso il portone.
Possedeva per scelta e per natura un aspetto distinto, nessuno gli chiese cosa stesse facendo in piedi davanti ad un portone, era abile a sembrare innocuo.
Finalmente una vecchia signora uscì dal portone ed egli ne approfittò per sgattaiolare dentro; lei gli diede un’occhiata rapida poi lo ignorò. Non avrebbe saputo riconoscerlo neanche se gli fosse tornato davanti, cosa che non aveva alcuna intenzione di fare.
Guardò la cassetta delle lettere per individuare l’appartamento, poi fece le scale silenziosamente e molto piano: non voleva arrivare in cima con il fiatone e fare qualche cazzata solo perché i suoi polmoni reclamavano più ossigeno.
Giunse su un pianerottolo da dove si aprivano tre porte, quella a destra era la sua. Il suo sguardo andò a terra, un tappetino da quattro soldi recitava “Welcome”. Sorrise per l’ironia, poi si immobilizzò per qualche minuto per percepire anche il minimo rumore dalle altre due porte.
Quando fu ragionevolmente sicuro che gli appartamenti fossero vuoti suonò alla porta, ed estrasse la pistola.
Chiuse gli occhi per un attimo, prese un grande respiro e fece un passo indietro.
Sentì i passi che si avvicinavano e la porta che si apriva.
Lei si affacciò per capire chi potesse suonare all’ora di pranzo. Forse pensava ad una vicina, o al postino, chissà, fatto sta che spalancò la porta e gli comparve davanti, mentre lui puntava il silenziatore al suo petto.
Fu così che riconobbe le zinne prima del viso, zinne che sbirciava tutte le mattine presto mentre pagava il suo caffè e su cui una volta aveva avuto il piacere di mettere le mani.
Zinne che adesso sobbalzavano fragorosamente in preda al panico, sormontate da due occhi spalancati per la paura e lo stupore.
E dietro, su un piccolo triciclo, un bambinetto di pochi anni che gli sorrideva curioso.
Fu un attimo, un solo lunghissimo attimo che dipinse a tinte nere le esistenze di tutti, come se un temporale improvviso avesse oscurato la luce del sole.
Poi i suoi occhi si posarono di nuovo su quelli della donna e sparò.
Una volta al cuore, poi quando lei fu a terra un colpo secco sulla fronte per chiudere la pratica.
Rimise la pistola nella fondina e senza girarsi scese le scale, sempre con calma ma un po’ più rapidamente di quando le aveva salite.
Uscì dal portone e si diresse verso la macchina, mise in moto e si avviò verso l’ufficio, e solo quando fu a un chilometro di distanza si rese conto che non respirava da diversi minuti.
Fermò la macchina e scese.
Vomitò bile e lacrime, tossì e pianse, poi si appoggiò al cofano per qualche secondo.
Quando pensò che le gambe lo avrebbero di nuovo sorretto si tirò su, rientrò in macchina, si puli la bocca con un fazzoletto e ripartì.

La mattina dopo uscì come al solito alle sei e mezza.
Scrutò il cielo: era limpido.
Restò un secondo con gli occhi a terra a fissare le scarpe sul marciapiedi, poi decise: avrebbe comunque preso il raccordo.

Il marketing della forchetta

Una volta gli esercizi commerciali di ristoro – bar, pizzerie, ristoranti, trattorie – almeno a Roma avevano un’insegna e un nome semplice.
In fondo una pizzeria è una pizzeria, e per distinguerla dalle altre, anche in una città densamente popolata come Roma, era sufficiente il nome del proprietario: da Giggi, Sora Lella, Checchino, Meo Patacca e così via.
In alternativa al nome si trovava spesso il soprannome, o il mestiere del “trattore”: al Pompiere, al Pescatore, er Bottaro, dar Poeta, etc.
Qualche volta il mestiere, o alcune specifiche caratteristiche note ma non ufficiali superavano in fama il nome del proprietario: da Marisa aa Vinara, dallo Zozzone, dallo sciancato, i Professionisti e così via (lo Zozzone a Circonvallazione Ostiense si puliva le mani sulla parannanza e faceva il conto con una penna sulla tovaglia di carta al volo, e poi la strappava e ti consegnava l’angoletto. Ma la pizza era gran bona…).
Caso di scuola eclatante, una famosa pizzeria trasteverina il cui nome è sconosciuto a tutti perché l’hanno sempre tutti chiamata “l’obitorio”, per via degli enormi tavoli di marmo grigio su cui venivano lanciate le pizze a velocità tale che se non le intercettavi te le trovavi per terra dall’altra parte.
La più seria alternativa al nome del proprietario era la zona o l’argomento.
Tralasciamo l’evergreen “Bar Sport” perché troppo usato, per ricordare i vari ar Montarozzo, la Sedia del Diavolo (che in realtà si chiamerebbe pomposamente “Ambasciata d’Abruzzo”, ma i romani hanno controllato e l’Abruzzo non è uno stato a sé, quindi il ristorante è stato derubricato a trattoria di quartiere), la Pariolina, e così via.
In realtà, in una città come Roma il quartiere e spesso la via non sono sufficienti a indicare con esattezza l’esercizio, ed ecco una mirabile combinazione di nomi e location, che creano anche una certa armonia ritmica che talvolta piace più della pizza che propinano: Checco allo Scapicollo, Bruno ai Quattro Venti, Giggetto al Portico d’Ottavia e così via.
Infine, i più sofisticati, i veri ripuliti, mettevano solo il cognome. Una specie di garanzia tipo “parola di Amadori”, che ha reso intramontabili alcuni spacciatori di cibo come Perilli, Piperno, Frontoni, Tornatora.

Poi, ad un certo punto, qualcuno ha cominciato a pensare che forse sarebbe stato utile indicare COSA si mangiava in questi posti. Che sì, vabbé, da Giggetto si sta bene, ma alla fine che se magna?
Ecco che timidamente cominciano a nascere i primi “Pizza e Birra”, che non è proprio una sorpresa visto che già negli anni settanta a Monteverde la pizzeria Sandokan strillava “Pizza&Birra 1.500 lire!”, ma spostare il prodotto dal menù all’insegna è un bel passo avanti.
E allora via con il Pomodorino, Fiori di Zucca, la Marinara, Bufala e Pachino, Alici e Mozzarella e tutte le combinazioni possibili di due o tre cibi, fino al geniale “Bir & Fud” (scritto proprio così) che coniuga birrazza e ironia dietro Piazza Trilussa.
Poi però ad un certo punto si è degenerato.
Perché neanche mettere il menù sull’insegna ha soddisfatto i ristoratori romani, alcuni dei quali evidentemente hanno fatto viaggi in luoghi esotici da cui hanno riportato la convinzione che il cliente vada attirato con ogni mezzo, non necessariamente con la buona cucina: è il marketing al massimo livello.
Per cui negli ultimi anni a Roma è tutto un fiorire di Ristoro della Salute, Mucca Bischera, Pulcino Ballerino, Mattarello d’Oro, e chi più ne ha più ne metta, fino all’apoteosi.
Quelli che credono di essere simpatici e originali, e intitolano il loro locale “Nonsolopizza”, “Nonsolocarne”, “Nonsolopane”, “Nonsoloquellochetupensiiovendamasechiedic’hopureartro”.
Che l’istinto sarebbe di entrare, sparare un bel “malimortaccivostri”, e di fronte alle rimostranze del proprietario sorridere e dire: “Nonsolovaffanculo”.

Romanzo – incipit

Dopo quattro anni di stasi il mio romanzo si muove. La storia c’è, i personaggi pure e mi sembrano abbastanza tridimensionali.
Sono circa a metà della prima stesura, e mi pare che fili.
Chissà, magari mi prende di nuovo il blocco e rimane lì altri quattro anni, oppure riuscirò a finire la prima bozza entro quest’anno.
In ogni caso, mi fa piacere condividere l’incipit, o meglio il primo capitolo, che è quello che ha dato fuoco alle polveri.
Il titolo provvisorio del romanzo è “Anni ’70”, e speriamo di finirlo prima del 2070…:-)
Un ringraziamento a tutti coloro che vorranno dare una sbirciatina.

1. La fotografia
Mi trascinai dall’ascensore alla porta di casa come se dovessi percorrere ancora dieci chilometri a piedi dopo una maratona; quei pochi passi che mi separavano da casa mia mi sembravano interminabili.
Davanti alla porta guardai la serratura con aria di sfida; volevo vedere se per una volta, stanco, sudato, depredato da qualsiasi interesse per la mia vita, sarei riuscito a trovare subito le chiavi per entrare.
Infilai le mani nelle tasche del cappotto, poi nella saccoccia esterna dello zaino, poi lo poggiai sul davanzale di un finestrone sul pianerottolo e iniziai a frugarne l’interno, nella vana speranza che le chiavi fossero la prima cosa che avrei toccato e non fossero invece nascoste in una di quelle sacche spazio temporali che richiedevano di solito almeno due minuti prima di dissolversi e restituirmi le chiavi.
Anche stavolta, dopo aver esplorato inutilmente tutti i meandri più oscuri delle mie tasche, riuscii a resistere all’impulso di gettare tutto a terra e urlare.
Non era un buon segno, mi dissi, mi stavo spegnendo. Neanche più una sana incazzatura.
Ormai prendevo ogni evento della mia vita, piccolo o grande che fosse, con rassegnazione, e ad ogni piccola angheria che la mia esistenza mi riservava alzavo le spalle e cercavo di farmela scivolare addosso, anche se sapevo che in realtà stava incidendo un altro graffio su un animo già segnato.
Finalmente riuscii a trovare le chiavi e ad entrare in casa.
Mi chiusi la porta dietro le spalle e non guardai neanche dove lanciavo lo zaino; ne percepii vagamente il tonfo sul pavimento poi mi trascinai in camera da letto, per spogliarmi in fretta.
Il venerdì era un giorno peggiore degli altri.
Ero stanco e la mia casa – per quanto malmessa, disordinata, senza capo né coda come me – mi sembrava l’unico posto in cui potessi lasciarmi andare e dimenticare.
Dimenticare di essere solo a quaranta anni; di avere una ex-moglie che viveva a mille chilometri; che mio padre non mi riconosceva quasi più ed era da due anni in una casa di riposo che non riuscivo a pagare con regolarità; dimenticare che non ne potevo quasi più del mio lavoro, e sforzarmi invece di ricordare che mi serviva quel maledetto stipendio per tirare avanti.
Dimenticare che non riuscivo a tenere una donna vicino per più di pochi mesi perché mi stavo chiudendo sempre di più in me stesso, e cazzo, non è divertente dividere la propria vita con un depresso cronico.
Non bevevo, non mi drogavo, almeno questo.
Però fumavo e mangiavo troppo: la strada ideale per un infarto in giovane età.
Mi diressi in cucina, ma erano già le otto e non mi andava di cucinare. Non era una novità, non mi andava mai.
Per fortuna la mia piccola casa – tutto quello che mi era rimasto dopo il divorzio – aveva una grande frigorifero, e nel congelatore i piatti pronti non mancavano mai.
Come quasi tutte le sere perciò il microonde fece il suo dovere; presi infine una coca e mi buttai sul divano davanti al televisore.
In teoria avevo un invito a cena da parte di una coppia di amici che volevano presentarmi una tizia, ma avevo già visto questo film: una quarantenne, pensai, o giù di lì, sola come me, che cercava qualcuno con cui dividere il suo letto.
Non ero interessato.
Accesi il televisore mentre masticavo senza sentire il sapore di quello che stavo mangiando, ma cambiai subito canale appena mi resi conto che stavano trasmettendo un telegiornale, ormai non mi interessava più neanche la politica, e men che mai i fatti di cronaca.
Cominciai a seguire una partita di calcio senza vederla veramente, e oziosamente pensai che in fondo quel pollo precotto con le patate riscaldato non era male, considerando la mia situazione.
Presi un sorso di coca e ricominciai a cambiare canale; il calcio non mi piaceva prima e ora lo trovavo fastidioso.
Infine trovai un compromesso con me stesso e mi fermai su un canale dove trasmettevano storia ventiquattro ore al giorno; una volta ci vidi l’epopea di Giulio Cesare e mi era piaciuta. Non ricordavo se fosse stato prima o dopo il divorzio; probabilmente prima, ma comunque posai il telecomando e continuai a mangiare.
Pensai che sarei dovuto andare a dormire presto: il giorno dopo avevo intenzione di uscire all’alba e respirare un po’ di aria buona. Magari potevo andarmene al mare, anche se il tempo non prometteva per niente bene. Anzi, proprio per questo, così non avrei rischiato di incontrare nessuno che conoscevo.
Continuai ad ascoltare distrattamente lo speaker che parlava di gruppi terroristici post-68: una volta mi piaceva la politica e anche la storia d’Italia, ma ora mi sembrava un teatrino in cui si muovevano solo figuranti di poco talento.
La voce in sottofondo continuò a raccontare di come dopo le agitazioni universitarie del ’69 alcuni gruppi teorizzarono la via del terrorismo come arma di lotta politica:
“Alcuni perciò rimasero nella politica ufficiale, altri passarono alla lotta armata e alla clandestinità. In quei tumultuosi, momenti iniziali, la polizia riuscì a identificare e ad arrestare una cellula terroristica: non sapevano che stavano rovinando la loro vita e quella di molte altre persone, in quel momento si sentivano degli eroi rivoluzionari, e la gioia di immolarsi per la rivoluzione era chiara nei loro occhi di ragazzini – 20 anni o poco più, figurarsi!”
Seguii con gli occhi lo slideshow mentre mangiavo, guardavo poliziotti fieri e terroristi alteri, sembrava di essere in un film di Sergio Leone: primi piani taglienti alternati a campi lunghi, la folla in silenzio.
Improvvisamente comparve una foto: una donna giovane con una gonna a pied-de-pule, una camicia chiara e un maglioncino a “v”. Le calze chiare e le scarpe basse.
Le mani dietro la schiena chiuse dalle manette e un poliziotto che la trascinava per un braccio.
I capelli, di media lunghezza, non riuscivano a nascondere lo sguardo cattivo, quasi feroce.
Misi in pausa e mi avvicinai per guardare meglio, con la bocca spalancata: la camicia era celeste e il maglioncino viola; la gonna bianca con i disegni neri e le scarpe marrone testa di moro.
La foto che scorreva sullo schermo in realtà era in bianco e nero, ma i colori li conoscevo a memoria.
Non ebbi bisogno di controllare per sapere che il giorno del mio battesimo mia madre portava gli stessi vestiti.

Il dolce sale della sconfitta

E così le principesse non ce l’hanno fatta: il loro sogno di vincere il campionato si è infranto alle soglie della finalissima.
Non che la stagione sia stato un fallimento, tutt’altro,.
Un gruppo molto piccolo di ragazzine ha conquistato la licenza della seconda divisione, ed è arrivata lontano in tutti i tornei a cui ha partecipato, anche quelli di categoria superiore.
Però la sconfitta brucia, e la prima grande delusione le ha lasciate sconsolate e disperate.
Noi genitori, che abbiamo attraversato già un bel pezzo di vita, abbiamo sofferto con loro e per loro, soprattutto pensando a quante altre sconfitte dovranno affrontare.
Perché nello sport, come nella vita, in genere vince uno solo, c’è posto solo per un numero uno, gli altri sono tutti numeri due, tre, dieci, cento, e vincere è difficile, difficilissimo, è molto più probabile perdere, in questa corsa ad ostacoli.
Le coppe, le medaglie, le corone d’alloro, sono pochissime e succederà spesso di non riuscire a conquistarle.
Ma questa sconfitta, insieme alle altre che verranno, aiuterà le nostre principesse a conquistare il trofeo più ambito: diventare delle donne, delle persone responsabili, consapevoli della loro forza e della loro debolezza, assaggiare il sale agrodolce della sconfitta tutte le volte che verrà, così lo zucchero delle vittorie che otterranno, nello sport e nella vita, sarà immensamente più dolce.
E a mia figlia e alle sue amiche dico: non vi fermate qua.
Usate la vostra fantasia, per disegnare la vostra vita futura.
Immaginate come sarà domani, e dopodomani, e tutti i giorni di questa avventura che vi aspetta.
Immaginate che cosa potrete fare con la vostra forza, e con le vostre debolezze.
Immaginate cosa potrete costruire e cosa dovrete distruggere per fare spazio alle cose nuove.
Immaginate tutte le persone che avrete intorno e quelle che perderete per strada.
Immaginate questa corsa che avete iniziato passo dopo passo, sentiero dopo sentiero, curva dopo curva, e immaginate tutto quello che di meraviglioso vi accadrà.
Perché vi accadrà. Io lo so.
Se lo saprete immaginare, fermare, portare con voi.
Noi, questi uomini e donne appassionati, orgogliosi, innamorati di voi, ci saremo sempre: da vicino o da lontano, come voi vorrete, ma saremo sempre pronti a sostenervi, incitarvi, e vedervi volare, in campo e nella vita.
Sempre per sempre.

Sogno

– Ti ho sognato, sai? –
Sorriso ironico, il suo sorriso.
– Davvero? che facevamo? –
Ho percepito un po’ di malizia? Forse, forse no, non è il tipo, ma sì, magari un pizzico.
– Eravamo in un grande magazzino. –
– Ahaha –
La sua risata, squillante. Che meraviglia.
– Come sei demodè. L’unico uomo che mi sognerebbe in un grande magazzino, invece che su una spiaggia tropicale, o in qualche luogo romantico. –
– Non sono demodè, sono vecchio, è diverso. – mi imbroncio un po’.
– Non sei mai stato vecchio, e comunque mi piaci così. –
Mi prende in giro, ma delicatamente.
– E che facevi? –
– Niente, ero in fila alla cassa, tu ti guardavi in giro, parlavi con una persona, poi ti sei girata e mi hai visto. –
– Ti ho sorriso? – è incuriosita.
– No. Anzi, mi hai guardato con un po’ di fastidio, poi ti sei voltata di nuovo dall’altra parte. –
– Ah quindi me la sono tirata un po’. Benissimo! –
Scema, penso. Scema.
– Anche in sogno, vedi!? –
– Faccio male!? – mi guarda con il viso inclinato, segno che mi sta scrutando.
– Certo. Con me non c’è mai stato bisogno, lo sai, sono sempre stato un libro aperto per te. –
Si tira su. Socchiude gli occhi, li stringe ancora un po’, è un gatto che si rotola al sole. Mi è mancata.
– Ma non è bastato, vero? –
No. Non è bastato.
– Fa niente. E comunque era solo un sogno. – alzo le spalle.
– Ti fidi di me!? –
C’è da chiederlo?
– Certo. Come sempre. –
– Dammi la mano, ora. –
La prendo, è delicata, le dita sottilissime appoggiano appena sul mio palmo, la stringo, piano, ho paura di farle male.
– Dove andiamo!? –
Mi sorride, mi dà un bacio leggerissimo su una guancia, sento il suo profumo, il suo odore.
Chiudo gli occhi.
– Vieni. Non ti preoccupare. Sei con me ora. E’ come un altro sogno. –
Non ho paura.
Vado.

Nella stanza in penombra la luce entra a lame dalle serrande abbassate.
L’uomo chinato sul vecchio sdraiato sul letto si rialza.
Intorno qualche persona, tutti in silenzio, qualche lacrima.
L’uomo si toglie lo stetoscopio dal collo e lo rimette in una grande borsa di pelle, poi annuisce senza parlare, non c’è n’è bisogno.
Le lacrime si fanno più intense, qualche singhiozzo, qualcuno si avvicina al letto mentre il medico si allontana; ora non è più il suo regno, lascia ad altri lo spazio che chiedono.
Si avvia verso la porta, la borsa in mano, saluta tutti, dice le solite frasi di circostanza, poi una donna gli si para davanti.
Lo guarda fisso, non sta piangendo, ha il viso contratto dal dolore ma non piange, le rughe leggere intorno agli occhi a malapena mascherate dal trucco di chissà quante ore prima.
– Ha sofferto? – chiede senza preamboli.
Il medico posa la borsa, si toglie gli occhiali, estrae un fazzoletto da una tasca e comincia a pulirli.
Prende tempo.
La stessa domanda, la stessa che fanno tutti.
All’inizio, quando era un giovane medico, diceva la verità, che non sapeva, che forse sì, che la malattia era dura, difficile, poi aveva capito che non era la verità che cercavano queste persone, ma una parola per alleviare il dolore, la sconfitta, e il senso di colpa per essere ancora qui mentre l’altro, gli altri no.
E allora aveva sviluppato un modo di mentire molto professionale, credibile. Non la considerava una bugia, ma una medicina come un’altra, un leggero sedativo per calmare i nervi in un momento di difficoltà.
Ma non stavolta.
Quegli occhi piantati nei suoi non vogliono sentire bugie. vogliono sapere. Vogliono stare male, se necessario.
Si rimette gli occhiali, alza la testa, fa un respiro.
– Non lo so. La verità è che non lo so. Nessuno può saperlo, solo coloro che hanno affrontato il momento della transizione tra l’esistenza e la non-esistenza potrebbero dirlo, ma non lo possono fare. Io ho cercato di tenerlo tranquillo, in questi ultimi giorni, e di tenere il dolore sotto controllo. Ma cosa sia passato tra i suoi nervi e le sue vene in quel momento in cui il cuore ha smesso di battere, non possiamo saperlo, mi dispiace. –
La donna annuisce, poi improvvisamente il medico riprende.
– Ma una cosa la posso dire. Proprio adesso, mentre ero lì, e mi avvicinavo per cercare disperatamente di sentire il suo respiro e il suo cuore, ha avuto un ultimo gesto. Era un sorriso. Non una contrazione delle labbra, una smorfia di dolore. No. Ha sorriso. E poi non c’era più. –
Quegli occhi che lo fissano non si staccano dai suoi per molti, lunghi secondi.
Poi è solo:
– Grazie. –
Esce, il medico, sereno nella sua sconfitta, mentre la donna si volta a guardare l’involucro che fino a qualche minuto prima conteneva suo padre.
Sembra che stia sognando, pensa.

Il 29

I numeri, come le persone, non sono tutti uguali.
Prendete lo Zero, per esempio: per migliaia di anni è stato ignorato, non se ne conosceva neanche l’esistenza, poi improvvisamente ci si è accorti che è il numero più importante di tutti, e da allora gode di una fama immeritata, insieme al suo compagno di merende, infinito.
E l’Uno? Vogliamo parlare dell’Uno?
Da sempre è il capetto dei numeri interi, il primo, il riferimento, quello che stimola competizioni e infrange sogni di gloria.
E’ talmente accentratore, l’uno, che tra lui e gli altri c’è un abisso, tanto che qualcuno ha sentito dire che Due e Tre volevano suicidarsi, poi hanno soprasseduto perché qualcuno gli ha presentato Fibonacci e si sono accontentati.
Che poi, Uno nasce primo, poi non è primo, ma lui dice: se sono Uno, sarò primo, o no!?
Di Tre possiamo dire che è un grandissimo paraculo.
Zitto zitto, sfruttando una sorta di ritmo armonico della natura, è diventato uno dei numeri più importanti.
Fateci caso: tutto è basato sul Tre, almeno le cose più importanti.
Dio è uno e trino, i Re Magi erano Tre, come Fante Cavallo e Re.
Tre son le cose che piacciono a me,
E poi trentatré Trentini entrarono a Trento.
Tre minuti, solo tre minuti vorrei, per parlarti di me.
Insomma ‘sto Tre si è preso tutto lo spazio che Uno ha lasciato disponibile.
Ah beh, certo, non tutto tutto.
Pure Sette è piazzato benino. Che quando c’è da contare qualcosa, e Tre è un po’ pochino, a chi ci si rivolge? Ma a Sette naturalmente!
Sette sono i colli di Roma, che ebbe Sette Re e settantasette Imperatori.
Sette i sacramenti, i vizi capitali, i colori dell’arcobaleno.
Bu-bu settete, e salta il cuore in gola.
Sette spose per sette fratelli, e mettiamoci anche le sette segrete che non c’entrano una mazza ma fanno colore.
E tutti gli altri? Possibile che a parte Dodici e i suoi multipli, Sessanta quando hai tempo da perdere e Dieci che ci è rimasto appiccicato alle dita, non contino niente?
Per esempio Ventinove. Chi è che normalmente si cura di Ventinove?
Dico, ma avete mai visto Ventinove quanto è fico?
Intanto è un numero primo. Primo sul serio, non come quel saputello di Uno e quei paraculetti di Tre e Sette.
Poi è colpa sua se l’anno è bisestile: ogni quattro anni ti arriva la fine di febbraio e zac! ecco che spunta Ventinove. Che poi sarà simpatico eh, ma ti costringe a lavorare un giorno in più, ma per fortuna solo ogni quattro anni.
Ventinove sembra un numero strano, asimmetrico, sghembo, e invece guarda un po’, è la somma di tre quadrati: ogni volta che Due, Tre e Quattro alzano il gomito, spunta Ventinove a rimetterli in riga.
Un po’ rompipalle, direte voi, ma è uno sporco lavoro e qualcuno dovrà pur farlo.
Certo, se guardiamo Ventinove solo come artificio matematico, sembra un oggetto un po’ arido.
E invece i Finlandesi lo amano, come lo amavano i Fenici: invece delle banali Ventuno lettere – che Ventuno è solo dispari non è neanche primo, tiè – il loro alfabeto ne ha Ventinove.
E sarà forse un caso che il contenitore più importante della nostra vita, il cranio, abbia Ventinove ossa?
Ma scherziamo? Non è un caso per niente.
Vuol dire che Ventinove è importante, eccome.
E non se la tira, non come Trenta, o Quaranta, o Cinquanta.
Fanfaroni da fine serie.



We can be heroes

Ci sono storie che non vorremmo mai pensare, o leggere, o scrivere.
Questa è una di quelle

Se questo fosse un film, sarebbe di sicuro un film western.
Un terra desolata, un pugno di case, tre personaggi di dubbio gusto, di sicuro cattivi: il Giovane, il Vecchio, lo Straniero.
Se fosse un film western il Vecchio sarebbe sdentato, con le gambe storte, la pelle solcata da rughe profondissime per il sole cocente.
Lo Straniero sarebbe un messicano, piccolo, con gli occhi porcini e le labbra carnose perennemente inclinate in un sorriso furbo. Sarebbe silenzioso, attento a non irritare nessuno.
E il Giovane, il Giovane sarebbe un bulletto locale, che terrorizza i cittadini di quel povero paesino e tocca il culo alle donne senza che loro abbiano il coraggio di ribellarsi.
Se questo fosse un film ad un certo punto comparirebbe una Principessa, vestita come Claudia Cardinale in “C’era una volta il West”, e camminerebbe eretta, fiera e consapevole della sua bellezza, e il Giovane se ne invaghirebbe come un signorotto di altri tempi.
La Principessa sarebbe debole, al cospetto di tanta malvagità, ma di sicuro se questo fosse un film western ad un certo punto arriverebbe l’Eroe.
Non importa quanto sporco sia, quanto lunga sia la sua barba o sfinito il suo cavallo, l’Eroe sarebbe comunque alto e biondo, con gli occhi azzurri e la pelle abbronzata.
Nei film western l’Eroe è sempre Clint Eastwood, in un modo o nell’altro.
Ovviamente l’Eroe trionferebbe sui tre disgraziati e salverebbe la Principessa, magari poi sposandola e diventando un uomo civile, oppure voltandosi, salutandola con la mano sul cappello e proseguendo per la sua strada.
Ma questo, questo non è un film western.
E non ci sono eroi.

In questo parcheggio di periferia il turno di notte capita sempre allo Straniero.
E’ un lungagnone dell’Est europeo, non è chiaro di quale paese ma non importa, non fa alcuna differenza.
Parla un buon italiano, con un pesante accento similrusso, e non conosce gli articoli: le sue conversazioni sono fatte di nomi, verbi, complementi, ma gli articoli no, quelli non sa cosa siano. Quando parla urla, come tutti gli stranieri dell’Est; chissà perché, forse lo sforzo di trovare le parole giuste gli innalza la voce di qualche decibel.
Guadagna meno di tutti ovviamente, perché non è certo assunto regolarmente e forse non ha neanche un permesso di soggiorno, ma gli hanno fatto ricavare una stanzetta nel retro del parcheggio ed è contento così.
Si è organizzato con un cucinino da campo e non appena chiude la serranda inizia a pastrocchiare con ingredienti di dubbia provenienza che provocano una puzza mefitica, che il giorno dopo si trasferisce dritta dritta nel fiato dello Straniero.
I clienti che ritirano la mattina presto la macchina devono sopportare una sferzata di rancidume che solo a metà mattinata se ne va via del tutto.
Lo Straniero non ha una donna fissa; ogni tanto si accompagna con qualche ragazzotta delle sue parti, e quando non ha una compagna si porta anche qualche prostituta che trova a poche centinaia di metri, vicino alla tangenziale.
Avrebbe una brandina, ma ha scoperto che alle sue donne piace scopare sul sedile posteriore delle macchine di lusso, e lui ormai le considera come camere d’albergo private.
Certo, poi deve perdere tempo a ripulire tutto, ma è un piccolo prezzo da pagare per vedere l’eccitazione negli occhi di quelle troiette quando le sbatte sul sedile posteriore di una BMW o di una Cayenne.
Sta attento che nessuno si accorga di questo suo hobby, e solo una volta per errore ha lasciato un preservativo sotto ad un tappetino.
La sfortuna ha voluto che l’abbia trovato l’impellicciata moglie dell’Ingegnere proprietario della vettura, ma dato che l’Ingegnere poco prima di riconsegnare la macchina a sua volta si era avventurato in una stradina per una veloce scopatina con la sua segretaria, il suo senso di colpa colossale lo ha tradito, e lo Straniero l’ha passata liscia.
Povero Ingegnere: se sapesse che il suo costosissimo divorzio è colpa di Anita e la sua pretesa di concedersi solo su sedili di pelle.

Il Vecchio non è poi così vecchio e probabilmente non percepisce una retribuzione per stare lì.
Forse è un parente del Giovane, di certo non il padre, non sembrano avere un rapporto così stretto; forse uno zio, o semplicemente un amico di famiglia stanco di andare ad osservare gli scavi dell’ENEL.
Non fa nulla di veramente complicato: non sposta le macchine, non prende i soldi, non assegna posti.
Per lo più sta fermo con un cappello in testa, o al massimo pulisce i vetri delle macchine con un vecchio canovaccio liso da secoli.
Come tutti i vecchi il Vecchio è mattiniero, e alle sei è già al suo posto, ad aspettare che lo Straniero stacchi il turno e gli si avvicini per imbastire interminabili discussioni che si protraggono fino alla tarda mattinata.
Discutono di calcio: se sia più forte la Juventus o lo Spartak Mosca piuttosto che non so quale squadra di Bratislava.
Discutono di politica, di economia, di cronaca, tutti argomenti di cui sembrano essere più ferrati del TG, ma soprattutto discutono di donne.
Il Vecchio ne discute virtualmente, dato che è vedovo da dieci anni, e anche se non lo fosse non cambierebbe gran che.
Lo Straniero gli racconta di qualche sua avventuretta a pagamento, gli fa vedere dei siti dove trova sostegno per le lunghe notti invernali, e siccome il Vecchio a malapena sa pronunciare la parola “computer”, gli ha rimediato dei vecchi numeri di playmen degli anni ruggenti che il Vecchio ha portato a casa per sfogliarli ogni tanto sospirando rumorosamente, pieno di una nostalgia irragionevole dato che donne così lui non le ha viste neanche quando cinquant’anni prima aveva ancora i capelli.
Tant’è, in una cucina disadorna e lurida campeggia il paginone centrale di una nota attrice francese degli anni settanta, le zinne in primissimo piano e un sorriso ebete alla stessa altezza della parola “Luglio”.
Il Vecchio la chiama “la mia fidanzata” e le fa l’occhiolino tutte le mattine quando prende un caffè in mutande e cappello.

Il Giovane è l’unico sposato, con una famiglia regolare, e si dà il caso che sia anche il proprietario del parcheggio.
Glie lo ha lasciato suo padre, che comprò un piccolo appezzamento di terra quando qui come si suol dire “una volta era tutta campagna”.
Poi vennero gli anni sessanta, la speculazione edilizia, e il padre del Giovane vendette la sua terra in cambio di un paio di appartamenti e questo parcheggio, unica fonte di reddito di due famiglie.
Che poi al Giovane, senza aspirazioni, senza voglia di studiare, senza neanche la spina dorsale, ritrovarsi un’attività avviata e poco faticosa andava anche bene.
Ora che il padre non c’era più poteva permettersi di fare il piccolo boss, tanto le macchine le spostava lo Straniero e i vetri li puliva il Vecchio; lui si limitava a stare tutto il giorno con le mani in tasca e una sigaretta tra le labbra.
L’autorità che gli derivava dall’essere il proprietario delle ferriere la sfogava sui due compari, ma nella vita reale, fuori dal parcheggio, non comandava poi così tanto.
La moglie, una megera invecchiata precocemente e che aveva perso ogni stimolo sessuale dopo la nascita dei due figli, lo trattava come uno straccio. La madre, incarognita dall’età e dalla vedovanza, come un adolescente.
E le altre donne, con cui sognava mirabolanti avventure extraconiugali, come quello che era: un debosciato senza cervello a cui non l’avrebbero data neanche se fosse rimasto l’ultimo uomo sulla faccia della terra.
Solo una volta si era fatto convincere dallo Straniero – che aveva capito l’andazzo – a fare un giro con Anita sul sedile di una Mercedes, ma nonostante la buona volontà e la professionalità di Anita il Giovane non era riuscito a combinare niente.
Allora le aveva allungato altri cinquanta euro per garantirsi il suo silenzio, ma ovviamente lei e lo Straniero nelle notti che passavano insieme sui sedili di qualche fuoristrada ridevano sempre del Giovane e della sua debacle sul sedile di una Mercedes.

La Principessa ovviamente è bellissima, snella come possono essere snelle le ragazze di 16 anni o poco più, i capelli neri, gli occhi azzurri e la pelle bianca: una moderna Biancaneve.
Da pochi mesi si è trasferita insieme con i genitori nel suo nuovo castello, un appartamento di periferia ma grande e confortevole, ed ha cominciato a frequentare il liceo di zona.
Tutte le mattina percorre le poche centinaia di metri che la separano dalla fermata dell’autobus, dove incontra le sue amiche e insieme ridacchiano guardando costantemente il cellulare e ignorano le battute dei ragazzi.
E tutte le mattine, per arrivare alla fermata, passa davanti al parcheggio con la sua camminata veloce, fatta di ampie falcate che fanno risuonare i tacchi sul selciato del marciapiede e oscillare i capelli neri all’indietro, scoprendo a volte dei piccoli orecchini e un collo lunghissimo e bianco.
D’inverno per lo più ha indossato un lungo giaccone scuro, ma man mano che le giornate si sono scaldate ha cominciato a vestire un giacchino corto che le lascia libere le gambe sotto la gonna e fa vedere il rilievo del seno sotto un maglione chiaro, o viola, o nero, a secondo della giornata.
E’ bella la Principessa, ma di una bellezza delicata, sensuale ma non provocante.
Nessuno potrebbe pensare che sia in giro a cercare guai.
Nessuno sano di mente, cioè.

I tre hanno imparato che ogni mattina verso le 7 la Principessa passa davanti al loro parcheggio, e non possono perdersi lo spettacolo.
Odiano le giornate di pioggia, non perché temano di bagnarsi, ma perché un ombrello e un impermeabile impediscono di ammirare le cosce della ragazzina, e tifano per qualche bella giornata di sole, chissà che non decida di mostrare un po’ di tette, si dicono ridendo.
Il Vecchio la osserva con la stessa cupidigia fantascientifica con cui osserva le zinne dell’attrice francese appesa in cucina.
Per lui non fa nessuna differenza, sono entrambi prodotti della sua fantasia, per quel che può giudicare.
Lo Straniero guarda la Principessa con interesse ma con distacco: sa bene che anche solo uno sguardo sbagliato può metterlo nei guai, per cui si tiene lontano da certi pericoli; se dovesse avere voglia di toccare una donna gli basta allungare trenta euro ad Anita e si toglie qualsiasi soddisfazione senza correre rischi.
Ma il Giovane sogna.
Il Giovane è ancora abbastanza giovane da desiderare una donna vera e troppo stupido per capire che per una Principessa così un uomo come lui è meno che trasparente: è invisibile.
E allora sogna che prima o poi lei si accorga di lui, che veda in lui l’uomo maturo ma ancora abbastanza giovane per introdurla ai piaceri della carne.
Sogna che la fittizia autorità che può esercitare su quei due sbandati sia un vero carisma, e che lo possa usare per conquistare il cuore e le cosce della Principessa.
E si vanta di questo.
Lo dice spesso ai suoi sodali: dice che se lui volesse, che se solo facesse una mossa, che se la invitasse.
Se se se.
I due tollerano le sue buffonate, per convenienza e anche per pietà.
Ma un giorno lo Straniero è nervoso. Anita gli ha dato buca, e lui ha finito le sigarette e la birra.
Quando passa la Principessa e il Giovane dice “se”, lo Straniero non si trattiene:
– Che dici! Ragazza troppo bella e raffinata! Lei non guarda te! Tu troppo brutto! –
E ride a crepapelle, una risata cattiva e piena di disprezzo, mentre le guance del Giovane si imporporano e il Vecchio fa un sorrisetto maligno da sotto la coppola.

E così il Giovane fa un errore. Chissà, forse se non fosse stato spinto dall’orgoglio e dalla rabbia, dal desiderio e dal rancore, forse se non avesse sposato una donna frigida e più stupida di lui, e se non si fosse circondato di inetti forse il Giovane sarebbe potuto diventare una persona normale.
O almeno avrebbe potuto tenere a bada il suo istinto di maschio, un maschio che non sarebbe potuto diventare alfa neanche alla guida di un esercito di ritardati, ma che la posizione di padroncino di un parcheggio gli fa pensare di essere.
E poi ha bisogno di una scusa, di una spinta, perché vuole conoscere la Principessa da tempo ma non ne ha il coraggio, e allora eccolo il coraggio: “ve lo faccio vedere io”.
Il coraggio di un vigliacco che pensa di dimostrare a qualcuno la sua mascolinità con un atto di arroganza, quando neanche le labbra di Anita sono riuscite a compiere il miracolo.
Ma il Giovane vuole fare questo errore, lo vuole disperatamente: deve uscire dalla sua mediocrità, e vuole farlo conquistando la Principessa.
Non sa, non capisce, non si rende conto.
La mattina dopo aspetta la Principessa all’ingresso del parcheggio, sbirciando ogni tanto verso i due che lo guardano scettici, lo Straniero con un ghigno cattivo e il Vecchio con un sorrisetto tra il maligno e lo stolto.
Quando la Principessa arriva, il Giovane le si para davanti e le dice qualcosa. Lei si ferma e lo guarda con la freddezza di chi sa di essere superiore per cultura, bellezza, armonia.
E’ uno sguardo antipatico, quello della Principessa, e il Giovane avvampa mentre lei gli dice solo due o tre parole secche e scarta di lato per evitarlo.
In preda ad una rabbia incontenibile il Giovane tenta di fermarla prendendola per un braccio, ma lei gli molla un ceffone e si divincola scappando via di corsa.
Per un momento il Giovane si tiene la mano sulla guancia arroventata e guarda da sotto in su i due che ridono in fondo al parcheggio.
Poi si avvia verso di loro e quando gli arriva a portata, con una voce che sembra uscire dall’oltretomba dice solo:
– La dobbiamo far pagare a quella puttanella –

Ma pagare cosa? Cosa deve pagare la Principessa?
Di non aver voluto stringere amicizia e chissà cos’altro con uno scarto delle nostre periferie martoriate?
Di averlo guardato senza riuscire a mascherare il suo disprezzo?
Di avergli dato uno schiaffo per liberarsene?
Non lo sappiamo, ma il Giovane vuole fargliela pagare, e lo farà.
Quanto è vero Iddio.

Ma il suo Iddio sembra essere dalla parte della Principessa nei giorni successivi.
Lei evita accuratamente di passare vicino al parcheggio e i tre non godono più della vista delle sue gambe magre e del seno acerbo.
Piano piano la rabbia del Giovane sembra sbollire, e dopo i primi tentativi di presa in giro anche lo Straniero e il Vecchio sembrano dimenticarsi dell’accaduto.
Il Giovane ha anche tentato di sfogare la sua frustrazione mettendo le mani sulle zinne della moglie mentre questa lavava i piatti, solo per rimediare un altro ceffone, e la sua rabbia silenziosa monta sempre di più anche se apparentemente le giornate scorrono sempre uguali.
Poi un giorno Iddio si dimentica della Principessa, impegnato com’è a gestire tutta l’umanità, la galassia e l’universo.
E lei scende di casa per andare a prendere una birra per il padre, che sta guardando una partita e non vuole interrompersi, ma senza birra si sa, non è la stessa cosa.
Ci vado io, dice la Principessa, ci metto cinque minuti.
La rosticceria è a cento metri, forse ci vogliono anche meno di cinque minuti, ma per arrivarci la Principessa deve passare davanti al parcheggio.
E’ notte, non la vedranno di certo, e lei controllerà nessuno le si avvicini; farò in fretta, si dice.
Contrariamente alle sue abitudini però il Giovane è là fuori, appoggiato al cancello, nascosto dall’ombra di un muro.
Non è appostato, semplicemente non gli andava di tornare a casa dalla megera con cui divide la sua esistenza, ed è solo lì per accendersi una sigaretta lontano dalle macchine: da quando un cliente lo ha minacciato di fargli causa se avesse provocato un incendio alla sua meravigliosa automobile – una di quelle dove Anita amava di più scopare tra l’altro – e così il Giovane va a fumare all’ingresso.
Non ha fatto in tempo ad estrarre neanche l’accendino, quando con una sigaretta spenta penzolante dalla bocca vede passare la Principessa.
E’ un attimo, la afferra e le dà un violento ceffone, poi le chiude la mano con la bocca e la trascina verso il parcheggio.
Sta facendo una pazzia, ma la rabbia gli impedisce di ragionare: sa solo che ha avuto un’occasione e la vuole cogliere.
Quando lo Straniero lo vede arrivare con la Principessa trascinata si alza rapidamente dal computer e lo va ad aiutare.
Non è pazzo lo Straniero, tutt’altro.
Sa bene che quello che sta facendo il Giovane potrebbe farli finire in galera tutti quanti, anche il Vecchio che si avvicina toccandosi nervosamente il cappello.
E sa anche, lo Straniero, che c’è un solo modo per non andare in galera ormai.
Certo, potrebbe prendere a pugni il Giovane e liberare la Principessa consegnandola sana e salva ai suoi genitori, ma chi gli crederebbe? A lui, ad uno straniero senza permesso di soggiorno, un mezzo alcoolizzato, uno che frequenta un giro di puttane da trenta euro a botta.
E poi perderebbe quel lavoro, che gli serve, che è comodo per i suoi altri affari.
No. Lo Straniero sa bene come finirà, ma intanto adocchia le tette della Principessa, prende uno strofinaccio e rapidamente glielo stringe tra i denti così che lei non possa parlare.
Poi la butta sulla brandina e le alza le gambe.
Lei si divincola ma lui è robusto, la tiene ferma ma non riesce a fare altro; allora le molla un ceffone, e poi un altro, e poi un altro, poi un manrovescio che le apre una ferita sul viso e poi urla al Giovane:
– Tieni ferma questa puttana! –
E quello si precipita a bloccarle le braccia, mentre il Vecchio ridacchia nervoso girando su se stesso.
Lo Straniero strappa le mutandine alla Principessa, poi si abbassa i pantaloni; è eccitato, e senza aspettare oltre la penetra facendole emettere un urlo strozzato dal canovaccio, mentre il torace della Principessa si inarca quasi fino a spezzarsi, con le gambe tenute ferme dallo Straniero che spinge sempre più in fondo con il bacino, e con le braccia tenute ferme dal Giovane che suda di eccitazione e a bassa voce incita lo Straniero:
– Dai dai dai dai dai! –
Chissà, forse pensa di approfittare anche lui dell’occasione che ha creato, non solo quello Straniero a cui lui graziosamente continua a passare uno stipendio da fame.
La Principessa continua a cercare di divincolarsi, usa tutta la forza dei suoi sedici anni per liberarsi della stretta dei due, ma lo Straniero infastidito le lascia un attimo una gamba e le da’ un cazzotto violentissimo che la tramortisce.
E finalmente con la Principessa semi svenuta lo Straniero finisce il suo triste lavoro, eiaculando con un grido di soddisfazione.
Subito dopo esce, si pulisce alla bene e meglio sulle mutandine strappate della Principessa, rimette dentro il pisello sporco e si chiude i pantaloni.
Il Giovane sorride, è contento.
Finalmente si è vendicato di quella stronzetta, finalmente le abbiamo dato il fatto suo, pensa. Ora sa chi comanda, chi è il vero uomo, si dice.
Poi guarda lo Straniero, ed è dubbioso:
– E ora? – chiede.
– Ora la ammazziamo e la andiamo a buttare nella discarica. – risponde lo Straniero, senza mostrare emozione.

Il Giovane spalanca la bocca dalla sorpresa mentre il Vecchio improvvisamente ha paura.
Solo lo Straniero sembra sicuro di sé.
E il Giovane capisce solo ora in che guaio si sono cacciati.
Non possono certo lasciare andare la Principessa con tante scuse. Né servirebbe minacciarla, le hanno lasciato dei segni evidenti.
Il Giovane capisce che appena la Principessa uscirà di lì per loro è finita.
Guarda la ragazza che singhiozza sulla brandina mentre lui le tiene ancora le braccia e lo Straniero che va sul retro a prendere qualcosa: e immagina di cosa si possa trattare.
Gli viene da piangere, perché non vorrebbe trovarsi in quella situazione, ma è stato lui a creare il casino e ora deve solo ringraziare lo Straniero, quest’uomo alto e allampanato, che sta per risolverlo.
A modo suo, ovviamente, probabilmente utilizzando il coltello che ha nella mano destra quando torna dal retro.

E l’Eroe?
Dov’è l’Eroe?
Perché se c’è un momento in una storia in cui c’è bisogno di un Eroe è questo.
Mentre la Principessa è prigioniera dei cattivi che l’hanno violentata e la vogliono uccidere, è ora il momento per l’Eroe di entrare in scena.
Ma l’abbiamo detto all’inizio: non ci sono eroi in questa storia.
Non esiste un Principe Azzurro, un Cavaliere Bianco che vengano a salvare la Principessa.
In questa brutta storia di periferia l’Eroe, semplicemente, non esiste.

Però c’è un Tossico.
Come Eroe non è gran che e se lo vedeste capireste perché.
Un ragazzetto di una ventina d’anni, alto e secco come un pioppo, con addosso almeno venti chili meno del necessario.
Si è iniettato eroina da quando ha quattordici anni, poi ha smesso, poi ha ripreso, ora è in cura al SERT, gli danno il metadone, cerca di starne fuori e forse stavolta ci riesce.
Ma non può resistere al richiamo della droga, e per non farsi di eroina ogni tanto compra del fumo.
Lo compra dallo Straniero, che ne tiene un tocco in un cassettino: glie lo dà un altro dell’est che ha un giro grosso.
Lo Straniero non vuole farsi coinvolgere nello spaccio ma arrotonda vendendo un po’ di fumo a qualche ragazzo del quartiere.
Il Tossico va ogni tanto, la sera tardi quando il Giovane di solito è a casa, perché lo Straniero gli ha detto che il suo capo non sa di questo piccolo business.
E allora un paio di volte a settimana, come oggi, il Tossico si avvia verso il parcheggio con una sigaretta tra le labbra per comprare un po’ di fumo e cercare di resistere alla tentazione di qualcosa di più forte.
Intanto nelle sue preghiere la Principessa invoca dio, papà, la Polizia, i Carabinieri, chiunque, ma quando vede spuntare la figura del Tossico dal cancello le sue speranze si consumano come la cenere della sigaretta del ragazzo.
Tutti si girano a guardare l’intruso.
Lo Straniero gli grida:
– Vattene via! – con una voce cattiva e con il coltello che non promette niente di buono.
Il Tossico guarda gli occhi pesti della ragazza, le mutande strappate e sporche, il Giovane che la tiene per le braccia, il Vecchio che sposta il peso da un piede all’altro guardando in basso e toccandosi il cappello, e lo Straniero con gli occhi iniettati di sangue ed un coltello in mano.
Se fosse più intelligente, o semplicemente più lucido, forse il Tossico girerebbe sui tacchi per andare dalla Polizia se volesse aiutare la Principessa, o da un altro piccolo spacciatore se volesse fottersene.
Invece fa un passo avanti e dice:
– Ma che cazzo state facendo qua? –
Lo fa perché è stupido e non capisce? Perché è curioso? Perché qualcosa nel suo DNA gli dice che una ragazzina sdraiata di fronte ad un uomo con un coltello non è una cosa normale?
Forse.
Ma non è importante, il perché.
Fa un altro passo e guarda in faccia lo Straniero.
Cerca di capire qualcosa mentre il Giovane è in preda al terrore, le cose precipitano, e lo sguardo dello Straniero non promette niente di buono.
Il Giovane vuole prendere la situazione in mano, alza un braccio per gesticolare e per dire qualcosa, ed è in quel momento che la Principessa scatta in piedi verso il cancello del parcheggio.
Per un breve momento il tempo si ferma, e l’istantanea che potremmo guardare e riguardare è sempre la stessa: la Principessa che fa leva sui suoi sedici anni per divincolarsi e sfuggire, il Vecchio che continua a guardare in basso, il Giovane che rimane stupito, e lo Straniero che si getta verso la ragazza.
Lei è giovane, ha i muscoli scattanti della sua età, è allenata, è forte.
Ma ha preso un sacco di botte, ha subito una violenza, e lo Straniero è più alto, più forte, più determinato.
Si getta verso di lei e in due passi ha già ripreso quasi tutto il distacco, ancora due passi e riuscirà ad acchiapparla molto prima che lei arrivi all’uscita.

Ma il Tossico gli si para davanti e lo ferma per un braccio.
– Che cazzo vuoi fa… – chiede allo Straniero, ma non riesce a finire la frase perché lo Straniero gli conficca il coltello nell’addome e il Tossico si piega in due e cade inginocchiato mentre il sangue gli sgorga improvviso e violento dallo stomaco e dalla bocca.
Lo Straniero gli gira intorno rabbiosamente con il coltello insanguinato in mano, ma la Principessa non c’è più.
Quei pochi secondi le sono bastati per scappare via e correre verso casa.
Lo Straniero esce dal cancello ma non si vede più nulla.
Non sanno dove abita, e comunque a questo punto non è più importante.
Si gira e torna indietro, ignorando il Tossico morente sull’asfalto.

Se questo fosse un film no, non sarebbe un film western.
Sarebbe la storia che abbiamo raccontato.
La storia di una Principessa violata, che passerà molti anni della sua vita a cercare di ricostruire un motivo per alzarsi la mattina e andare a scuola.
La storia di uno Straniero, scomparso subito dopo con il suo coltello e con le sue misere cose, pronto a ricominciare in un’altra città, o magari anche un altro stato.
La storia di un Vecchio, che non finisce neanche in galera, non ha fatto niente e poi è incapace di intendere e di volere, dicono.
La storia di un Giovane, che passerà i prossimi mesi a fare da fidanzata in galera ad un energumeno, straniero anche lui, fino al giorno in cui lo trovano impiccato ad una doccia.
La storia di un Tossico, e non di un Eroe, che senza volerlo o forse sì, ha sacrificato la sua vita per salvare una Principessa.

Una brutta storia di periferia, un film che non vorremmo mai vedere.