Marciando controvento

Alex Schwazer è stato condannato a otto anni di squalifica, quindi carriera finita, perché recidivo al doping.
Nel 2012 era stato condannato a quattro anni di squalifica, è rientrato ad aprile del 2016 e ha subito vinto una 50km qualificandosi per le Olimpiadi di Rio.
A seguito di un controllo effettuato il 1 gennaio 2016, è stato prima sospeso e poi condannato di nuovo.
In termini di regolamento la condanna è giusta: un atleta di livello internazionale (oro a Pechino nel 2008) recidivo viene di fatto radiato.
La domanda però che in questo specifico caso bisogna porsi è la seguente: Schwazer è VERAMENTE colpevole? Ha di nuovo barato?
E’ molto difficile dare un giudizio su una sentenza, di qualsiasi tipo essa sia, ma è legittimo avere un’opinione, perché le sentenze si rispettano, ma si possono anche valutare e magari opporsi con gli strumenti legittimi.
Personalmente ho molti dubbi sulla colpevolezza di Schwazer, e molte certezze sul fatto che almeno dal punto di vista procedurale la condanna non sia lecita.
Cercherò di elencare i punti principali che secondo me rendono la condanna severa e ingiusta.

1. Schwazer ha ammesso di essersi dopato la prima volta, sebbene tutti i suoi risultati lungo la carriera dimostrano che non sarebbe stato necessario. Tuttavia ha confessato e pagato duramente, è stato licenziato dai Carabinieri, ha perso gli sponsor principali, la fidanzata Carolina Kostner che era stata coinvolta e condannata anche lei per dichiarazioni false, insomma ha attraversato il deserto, e non sembrava proprio che avesse intenzione di ripetere l’errore. Questa è una mia valutazione personale, vale quello che vale, ma è stata la molla che mi ha spinto ad approfondire i fatti.

2. All’epoca del doping Schwazer frequentava un ambiente opaco (eufemismo). Si allenava con quelli che poi sono diventati i suoi “nemici” tecnici (i Damilano), andava dal controverso (altro eufemismo) medico Ferrari, era il cocco della Federazione, insomma era pienamente inserito in quell’establishment che fa la lotta al doping, sì, ma poi sa cose e non parla: l’esempio più lampante è il medico della federazione Giuseppe Fischetto, primario di pronto soccorso (e NON di ematologia) che è contemporaneamente controllore e controllato in quanto consulente IAAF per il doping e rappresentante della Federazione Italiana di Atletica. In pratica questo Fischetto decide lui chi controllare e chi no, e cosa considerare “buono” o meno, e alla fine quando gli sequestrano il computer a seguito delle denunce di Schwazer (che finalmente percepisce di essere stato incastrato) si scopre che sapeva benissimo (come da lui ammesso in un’intercettazione telefonica) che il doping russo era di stato, e anzi, teneva un database con lo stato degli atleti che neanche la IAAF ce l’aveva, e quindi poteva ben decidere chi castigare e chi no, almeno finché la IAAF non ha deciso di fare altri tipi di controlli. Insomma: tutti si dopavano, e Schwazer ha pagato. Però si dopava anche lui e quindi ben gli sta.

3. Scontata la pena Schwazer si è affidato come allenatore al solo Sandro Donati. Donati è da sempre il più grande e agguerrito nemico del doping. Un tecnico preparatissimo, e un grandissimo moralista e rompicoglioni. Non avrebbe MAI accettato di allenare Schwazer se non fosse stato convinto della sua voglia di correre pulito, e non lo avrebbe difeso con tanta veemenza. Anche questa è un’opinione, ma Donati porta anche fatti, che vederemo dopo.

4. In tutti i controlli, settimanali e anche più frequenti, che Schwazer ha fatto nell’ultimo anno non è stato MAI riscontrato nulla di anomalo, TRANNE nel controllo del 1 Gennaio, con una sostanza (tracce di testosterone esogeno) pressoché inutile e comunque in quantità risibili. Certo, potrebbe essere la “pistola fumante”, ma come ha dimostrato Donati anche davanti al CIO è IMPOSSIBILE che un atleta possa doparsi ed essere positivo solo ad un controllo di quel tipo e a nessun controllo prima e dopo.
Quindi i casi sono due: o Schwazer si è dopato con un’abilità mefistofelica, aiutato magari dallo stesso Donati che vive con lui giorno e notte e che ha messo tutta la sua carriera sul piatto della bilancia, oppure il controllo è un falso positivo. Tertium non datur. Io, e moltissimi opinionisti, propendo per la seconda ipotesi.

5. Il controllo del 1 gennaio è stato ripetuto due volte. La prima volta ha dato esito negativo, solo la seconda dopo molti giorni è risultato positivo. Già questo fatto dovrebbe suscitare molti dubbi. Inoltre NON c’è stata (come prescrive il protocollo) una tracciatura del percorso e del possesso della provetta. In sintesi: non si sa chi l’ha gestita, per quali mani è passata, e chi l’ha portata al laboratorio, e già questo sarebbe (o sarebbe dovuto essere…) sufficiente per invalidare le analisi, ma c’è di più. Come è evidente le analisi debbono essere fatte in forma anonima perché facciamo l’ipotesi per assurdo che io sia un medico russo, e mi capita la provetta di un atleta americano più forte, potrei essere tentato di far risultare una positività che non esiste solo per toglierlo di mezzo. Visti gli interessi in ballo – che anche la vicenda Schwazer dimostrano – non è un’ipotesi così peregrina. Eppure quando la provetta finalmente arriva al laboratorio, sulla busta c’è scritta la PROVENIENZA, ossia il paesino di poche anime dove vive Schwazer. Certo, non c’è scritto il suo nome, ma vi invitiamo a verificare quanti atleti di livello internazionale risiedono in quel borgo a parte Alex Schwazer…è chiaro che chiunque si fosse trovato davanti a quella provetta avrebbe saputo senza ombra di dubbio che si trattava dei campioni di Alex. Anche questo fatto sarebbe dovuto essere sufficiente per invalidare l’analisi.

6. Cosa pensa la IAAF della lotta al doping, al di là dei proclami, è abbastanza chiaro. Atleti russi che per anni si sono dopati mentre un medico della federazione italiana e della IAAF teneva un database con i valori ematici, procedure non rispettate e nonostante questo condanne confermate, medici e allenatori sospetti (eufemismo) ai quali si consente di continuare ad allenare e non solo: al già più volte citato Fischetto si consente di fare da medico responsabile del controllo antidoping ai mondiali di marcia di Roma, vinti da Schwazer, proprio colui che lo ha tirato in ballo (e con ragioni solidissime) quando fu pescato la prima volta.

Cerchiamo di tirare le conclusioni, perché ci sarebbe molto altro da scrivere.
La mia idea è che il business sportivo sia diventato così grande e ricco che cercare di contrastare il doping è diventato quasi impossibile e antieconomico, e soprattutto non conviene ad un sacco di gente.
Quindi ogni tanto si pesca dal mazzo qualche sprovveduto, o qualche rompicoglioni, magari un nome eclatante, e nel frattempo si consente per esempio a delle strutture statali come quelle russe di fare doping di stato, come quando le nuotatrici della Germania Est vincevano tutte le gare ma avevano delle spalle che neanche Schwarzenegger.
Alex ha fatto un errore: dopo essere stato beccato, invece di starsene zitto e scontare la condanna, ha parlato. Ha raccontato chi erano i medici truffaldini, chi gli passava il doping, cosa girava nell’ambiente, e questo ha scatenato ire e desideri di vendetta.
Il fatto che la IAAF permetta di supervisionare l’antidoping a personaggi che hanno nascosto il doping per anni la dice lunga. Il fatto che si consenta ad una provetta di arrivare ad un laboratorio con il marchio di Alex stampigliato praticamente sopra è un altro chiaro indizio.
Il fatto che non si sia consentito ad Alex di difendersi nei tempi ma lo si sia costretto ad andare a Rio alla vigilia della gara, in un’atmosfera terribile, per poi essere condannato lo stesso, è la vera pistola fumante.
Non ho prove, ma se dovessi scommettere punterei su Alex, sul fatto che ha cercato di ripulirsi il corpo e la coscienza, ma da solo, anche con l’aiuto di Donati, non ce la poteva fare, gli interessi sono troppo grandi e in fondo lui voleva solo vincere le Olimpiadi.
A chi cazzo frega delle Olimpiadi quando si possono fare un sacco di soldi?

schwazer

Non un binario unico, ma un unico binario

Nel leggere e pensare alla strage ferroviaria di Corato, ad ogni parola detta, letta o anche solo immaginata è necessario, inderogabile, pensare alle vittime, alle loro famiglie, alla popolazione.
Non c’è niente da fare, certe morti ti toccano di più.
Perché in qualche modo, da qualche parte della nostra coscienza sporca c’è l’idea che la guerra, la fame, la povertà, la religione, siano fattori di sofferenza e morte che convivono con noi dall’alba dei tempi, e quindi quasi normali, se non addirittura accettabili.
Riusciamo quindi ad andare avanti nella nostra esistenza anche sapendo che centinaia di milioni di persone vivono in stato di indigenza, che milioni di bambini lavorano per il nostro benessere, che ci sono guerre combattute aspramente anche vicino casa.
Siamo riusciti a fottercene anche quando i balcani bruciavano e i cecchini serbi facevano il tiro al bersaglio a Sarajevo.
E anche qua, a casa nostra, prendiamo i 7/8.000 morti l’anno che lasciamo sulle strade come una fatalità in qualche modo inevitabile.
Poi si scontrano due treni, e improvvisamente scopriamo di avere una coscienza.
Non è una cosa negativa, sapete, avere una coscienza, anzi.
Ma quando avremo sfrondato le nostre reazioni di tutta l’emotività possibile, quando avremo smesso di esercitare una competenza rotabile che non abbiamo, quando avremo finito gli insulti verso il “governo ladro”, o addirittura le becere esultanze di qualche coglione pseudo leghista, sarà bene cominciare a ragionare.
E a dirci che nella vita di una persona, di una famiglia, di uno Stato esistono delle priorità.
La strage di Corato ci colpisce perché quelli siamo NOI.
Non erano dei coglioni che andavano a duecento in autostrada, o dei soldati che cercavano di conquistare un pezzo di territorio, o dei poveri disgraziati così sfortunati da nascere in una favela o in un tugurio in periferia di Nairobi.
No.
Quella era gente come me e come voi, studenti, mamme, nonne, bambini, poliziotti, agricoltori.
Gente che amava, odiava, correva, lavorava, sperava esattamente come me e come voi.
Gente magari neanche tanto abbiente, altrimenti non si sarebbero messi su un treno locale per fare diciassette chilometri, ma avrebbero sfoderato una bella macchina o una moto potente.
Nonne coi nipoti, madri morte abbracciati ai figli.
Lo strazio della NOSTRA famiglia.
Proprio per loro e per tutti noi è necessario capire, e cercare di cambiare.
E non venitemi a parlare di binario unico, di sistemi di segnalazione antiquati, o stronzate del genere: in Italia sono circa 15.000 i chilometri a binario unico.
La sola RFI ne conta 9.000, il quindici per cento del totale.
L’errore umano?
Ma di cosa stiamo parlando?
Vogliamo dire la verità? In una tratta – solo una delle centinaia di tratte simili – in cui i treni vanno a cento all’ora e non si scontrano solo perché due cristiani si mandano un segnale di fumo da una parte all’altra del binario, il fatto che un disastro del genere non succeda tutti i giorni è un inno all’efficienza e alla professionalità di queste persone.
La verità per me è un’altra.
La verità è che si è ritenuto di poter gestire i soldi pubblici in maniera SOLO clientelare, senza pensare ANCHE al benessere collettivo.
Quando si parlava di ponte sullo Stretto, non abbiamo fatto la rivoluzione con i forconi, come sarebbe stato giusto.
Anzi, abbiamo permesso ad un governo di malandrini di buttare duecento milioni per una gara, senza considerare stipendi e anche penali.
Quando si è costruita la Roma-L’Aquila abbiamo permesso che si facessero DUE autostrade inutili, invece di una, perché erano due i signorotti democristiani da accontentare.
O quando si costruisce a Roma la nuvola di Fuksas, monumento all’inutilità e allo spreco.
O quando si fa la terza corsia del raccordo anulare, che andava completata per i mondiali del 1990 ma ci ha messo una ventina di anni in più.
O quando si fa un air terminal che non viene usato, o aeroporti nel nulla.
O quando si mette in mano a camorra e ndrangheta ogni singolo chilometro della Salerno-Reggio Calabria.
E potrei andare avanti per ore e ore e ore.
I soldi non si mettono mai per migliorare la vita delle persone, mai, ma solo per il vantaggio di pochi.
Quindi lo volete sapere di chi è la colpa?
E’ vostra.
Sì.
Vostra, e mia, e tua e di tutti quanti noi, che non abbiamo controllato abbastanza, denunciato abbastanza, votato abbastanza.
E che oggi magari in un improvviso rigetto per la politica “politicante” andiamo a votare per dei peracottari che neanche hanno iniziato e già fanno a botte per mettere la moglie o la fidanzata in posizioni lucrose, e chissà cosa succederà dopo.
Quando guardiamo le scene della strage di Corato, cari amici, stiamo bene attenti a quello che diciamo, perché la colpa, alla fine, è solo nostra.

Strage Corato

Analisi di una squadra

Se (sono volentieri accettate tutte le forme di scaramanzia più diffuse) l’Italia dovesse vincere il campionato europeo si scatenerebbero gli esegeti e ci verrebbe propinata l’apologetica più raffinata per spiegarci per filo e per segno perché siamo stati forti.
Scoprirete che sarà citato inevitabilmente il “gruppo”, il “condottiero”, il “soli contro tutto e tutti” per finire nell’apoteosi del “non eravamo delle pippe, visto?!”
Banalità. Solo banalità ricorrenti.
La vera analisi è questa qua, e la faccio PRIMA. Così, se vinciamo potrò vantarmi di averlo detto molto prima, e se perdiamo posso sempre dare la colpa a qualche supercazzola, tipo l’arbitro Moreno, o la lotteria dei rigori.

Gli elementi vincenti della Nazionale Italiana agli Europei di Francia 2016:

1) Allenatore rompicoglioni. Si è visto che fine hanno fatto i bravi papà come Vicini, Donadoni, Prandelli. Tutta gente amata, amatissima, dal pubblico, dai presidenti, dai giocatori. Testimonial del fair play, buoni dentro e fuori. Peccato che questi sono una banda di ragazzotti viziati e ricchi, e se vuoi farli marciare li devi prendere a calci nel culo, dalla mattina alla sera. Quindi servono allenatori con i coglioni di ferro, e pronti a sminuzzare quelli degli altri, tipo Bearzot, Lippi, Capello e appunto Conte. Con un allenatore Mastro Geppetto si finisce sempre nel Paese dei Balocchi.

2) Difensori spaccagambe. Hai voglia a citare l’eleganza di Facchetti e Scirea, o la sontuosità di Beckembauer. I tornei si vincono con i Burgnich, i Gentile, gli Schnellinger, i Bergomi, i Gattuso e appunto Chiellini e Bonucci. A Morata glie l’hanno detto: sticazzi che hai giocato con noi fino a ieri, se passi da queste parti ti rompiamo le tibie (per non dire altro). Morata ha girato saggiamente al largo. Pirlo sì, era etereo ed efficace, ma siccome non ce l’abbiamo più, abbiamo rispolverato il randellatore De Rossi, centrale di lotta e di governo. Gli attaccanti avversari devono sapere che se avanzano oltre il centrocampo rischiano. Di brutto.

3) Portiere saracinesca. Zoff che salva col Brasile sulla linea all’ultimo minuto, Toldo che para tutti i rigori, Buffon che finisce i mondiali prendendo un solo goal, quello del suo compagno Barzagli, oltre ad un rigoretto in finale. Insomma, quando tutto è perduto ci vuole uno che la palla in porta non ce la vuole far entrare, a costo di spaccarsi la schiena per saltare come un pirla sulla traversa. E noi ce l’abbiamo.

4) Portatori d’acqua. Rosato, Furino, Oriali, De Napoli, abbiamo una tradizione di gente che produce quantità più che qualità, permettendo ai vari Rivera, Baggio, Totti di fare i beati cazzi loro senza faticare. Oggi non abbiamo grandi campioni, ma grandissimi portatori d’acqua come Parolo, Florenzi, De Sciglio e lo stesso Giaccherini. Gente che corre da sola in una partita quanto Domenghini ha corso per tutti i mondiali del Messico. Le altre squadre finora li hanno guardati senza sapere come arginarli.

5) Le ali. Oltre al già citato Domingo, al mitico Bruno Conti, Franco Causio fino allo stesso Del Piero per necessità, l’Italia ha vinto quando invece di schiantarsi sui muraglioni avversari – di solito sono tutti mediamente più alti e giovani di noi – ha allargato il gioco sulle fasce. E’ il carattere italico della squadra “femmina”, come diceva Gianni Brera, ossia te la faccio annusare ma poi te lo metto in quel posto spuntandoti da dietro quando meno te l’aspetti. Candreva e Florenzi o Darmian sono la perfetta sintesi di questa filosofia.

6) Qualcuno che la butta dentro. Insomma alla fine se hai distrutto il gioco avversario e hai costruito abbastanza, poi ci vuole uno che la schiaffi in porta. Non fa niente se di testa, di stinco, di culo o in rovesciata alla Clark Gable in favore di telecamera come fa Pellè, basta che la buttate dentro. In Germania hanno segnato tutti, in Spagna quasi solo Paolo Rossi. Non fa niente, la palla va buttata dentro e noi, stavolta, lo stiamo facendo.

7) E dulcis in fundo: la stampa. Commentatori improvvisati, vecchie glorie del mezzobusto, ex giocatori con occhialino alla moda, attori e presentatori riciclati. Fin dai tempi della Parietti e della Marini a fare il balletto, o della Ventura alla Domenica Sportiva, fin dal gossip sulla relazione amorosa tra due giocatori ai mondiali di Spagna, per finire alle critiche di pippaggine di questa nazionale, la stampa (principalmente televisiva e radiofonica) dà sempre, rigorosamente, il peggio di sé. Sempre. Ma per fortuna, siccome gli italiani sono incazzosi, permalosi, scontrosi e talvolta anche vaffanculosi, tutta questa valanga di mondezza che la stampa regolarmente rovescia sulle grandi competizioni calcistiche una rabbia che volge in positivo. Quindi grazie anche ai commentatori sportivi, che anche stavolta hanno fatto il loro dovere: non capirci un cazzo.

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Un’estate a Roma: “Non ti sento”

Racconto inserito nell’antologia “Un’estate a Roma” – Giulio Perrone Editore

Non sento niente, la musica assordante proveniente dagli stand, il traffico che attraversa il ponte, le persone che chiacchierano ad alta voce.
Non sento le grida per smistare le ordinazioni delle grattachecche né il rumore del metallo che trita il ghiaccio, né il fluire dell’amarena che si insinua nel ghiaccio e lo arrossa come sangue.
Alla Lungaretta non sento la fisarmonica dello zingaro che suona davanti ad un locale, il bicchiere che si infrange sul selciato sfuggendo di mano ad un cameriere, il fricchettone con la chitarra che canta.
A Santa Maria in Trastevere ci sono centinaia di persone ma non sento le loro voci, il rumore dei motorini che sgommano nella zona pedonale, le conversazioni sottovoce nei dei ristoranti di lusso.
Ignoro il sudore che cola copioso sul collo, ho camminato veloce, voglio lasciarmi tutta questa bellezza alle spalle al più presto.
A Sant’Egidio non sento il comizio che un politico sta tenendo davanti a un portone con una decina di persone a osservarlo, con la sua giacca troppo stretta e un fazzoletto per asciugare il sudore ogni due parole. Parole che non sento.
Svelto arrivo a Piazza Trilussa senza sentire niente, né il vociare nei vicoli, né le risate delle donne, né l’acqua che precipita incessante.
Attraverso la strada e quasi mi investe una macchina che passa: avrà suonato, penso, ma non l’ho sentita.
Corro su Ponte Sisto, e ripasso sopra il Tevere ingrossato, l’acqua deve fare un rumore d’inferno ma non lo sento, corro come un folle, sempre più forte, non sento il rumore delle scarpe, il respiro affannoso, la borsa che mi sbatte contro l’anca.
Non sento niente.
La maglietta è zuppa di sudore, rallento, do un’occhiata alla finestra di Albertone a Via delle Zoccolette e finalmente entro.
Il bar è pieno, dovrei sentire il vociare, i bicchieri che sbattono sui tavoli, i cucchiaini che fanno tintinnare le tazze, ma non lo sento.
Non sento le persone che protestano perché le spingo, la mia borsa che cade per terra, le mie mani che sbattono sul marmo facendo girare tutti.
Vedo solo i suoi occhi dietro il bancone, stupiti.
Mi fissa, non devo dire niente.
Sa quello che le sto chiedendo.
“Dimmelo ora, se hai coraggio, dimmelo di nuovo, non lo affidare solo ad un messaggio, ho corso come un pazzo per venire a sentirlo da te. Proprio adesso, e allora dimmelo.”
Mi guarda, un leggero sorriso le illumina il viso, gli occhi si riempiono di un’umidità che non conosco.
– Ti amo – mi dice.
L’ho sentito. Lo sentirò ancora. Vado via, ora.

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Il giorno in cui ci vergognammo di Alì

Ora che The Greatest non c’è più, tutti sono diventati esperti di boxe, tutti ricordano Rumble in the Jungle, o Thrilla in Manilla.
Il pugno dato ai Beatles, oppure il rifiuto di partire per il Vietnam.
E’ naturale.
Mohammed Alì è un’icona, ed un eroe, e tutti noi vogliamo far parte di un’epopea, anche se solo da spettatori.
Ma Mohammed Alì non era un dio, era un uomo come tutti noi, e qualche errore lo ha commesso, nella strada verso la gloria.
E anche se sul ring molte delle sue battaglie divennero epiche, ci fu una notte in cui tutti si vergognarono di lui, e ancora ce ne vergognamo noi che lo adoriamo.
Fu la notte in cui combattè contro Ernie Terrell.

Ernie Terrell non era un gran pugile, diciamolo subito, e probabilmente non meritava di fregiarsi del titolo di “campione del mondo dei pesi massimi”, ma quando lui ed Alì incrociarono i guantoni entrambi erano campioni.
Alì aveva perso il titolo della WBA, una delle due federazioni mondiali di allora, perché invece di affrontare uno sfidante ufficiale aveva concesso subito la rivincita a Sonny Liston.
Allora la WBA fece qualche incontro al termine dei quali emerse Terrell come campione.
Non che i titoli contassero gran che: tutti sapevano, e lo avrebbero saputo per molto tempo ancora, che Alì era The Champ, ma alla fine l’incontro per “riunificare le corone” si fece.
Ora, questo Terrell era uno spilungone, alto più di Alì che pure non era un nano, con due braccia lunghissime.
Non aveva un record immacolato, ma comunque non perdeva da anni.
Non aveva neanche un cazzotto degno di un peso massimo, ma era un buon incassatore e aveva un sinistro fastidioso, che sommato a due braccia lunghe gli aveva permesso una carriera onorevole.
Era anche un buon cantante, aveva una band che si chiamava “Ernie Terrell and the Heavyweigths” e la sorella divenne la cantante solista delle Supremes dopo l’uscita di Diana Ross.
Insomma, un bonaccione questo Terrell.
E poi era amico di Alì.
O comunque si conoscevano da tempo, da quando dilettanti si allenavano insieme a Miami, si dividevano la stanza perché non avevano un dollaro, facevano viaggi insieme per andare a trovare le famiglie, insomma forse non era l’amico del cuore di Alì ma certo non uno sconosciuto.
Però Terrell aveva conosciuto Alì quando era ancora un negro inserito in un contesto di schiavitù e razzismo, e si presentava con il suo nome da schiavo: Cassius Marcellus Clay.
L’uomo che aveva davanti ora non era lo stesso uomo.
Era un uomo arrabbiato, arrabbiatissimo con l’establishment, aveva deciso di cambiare religione, nome, di aderire ad una dottrina che voleva l’indipendenza dei neri americani, insomma un tipetto per niente malleabile, con un carattere supportato da quasi cento chili di muscoli e un’intelligenza pugilistica ineguagliata.
Forse Terrell non era particolarmente intelligente, o forse decise di confrontarsi con Alì anche sul piano dialettico, e non potendo rispondere alle sue poesie sarcastiche in rima, dichiarò che Shakespeare si stava rivoltando nella tomba (cosa probabilmente vera) e cominciò a chiamarlo con il suo nome da schiavo, Cassius Clay.
La reazione di Alì fu troppo immediata per essere stata costruita: andò su tutte le furie durante la conferenza stampa, i due vennero quasi alle mani e Alì promise che l’avrebbe fatta pagare a Terrell.
Chi non conosce Alì, o la boxe, può pensare che “fartela pagare” significa distruggere l’avversario in due round.
Ma Alì, la notte in cui ci vergognammo di lui, era molto più arrabbiato, molto più intelligente, molto più abile e determinato di come si possa immaginare.
Fece esattamente il contrario.
Pur avendo ripetutamente l’opportunità di mandare KO un avversario chiaramente inferiore, lo picchiò con regolarità chirurgica per 15 riprese, stando bene attento a farlo soffrire ma a non farlo andare al tappeto.
La punizione che subì Terrell quella sera fu terribile: un pugile professionista alto e grosso non è un uomo che va al tappeto facilmente, ci vuole un avversario altrettanto forte e determinato.
Ma Terrell, purtroppo per lui, era in grado di sopportare 45 minuti di cazzotti in faccia di Alì senza morire, e così fece, perché Alì quella sera decise che la punizione di Terrell sarebbe stata una lunga agonia, e diverse settimane in ospedale.
Non bastasse, Alì insultò in continuazione Terrell, chiamandolo “zio tom”, oppure “sporco negro”, e chiedendogli urlando “qual è il mio nome ora, eh!? qual è il mio nome?”.
Terrell non rispose, neanche quando Alì gli sputò in faccia; si limitò a contare le migliaia di secondi che lo separavano dalla fine di quella tortura, per poi farsi finalmente ricoverare in ospedale.
Alì vinse, anzi stravinse aggiudicandosi praticamente tutte le riprese.
Era il più grande, ma quella notte avrebbe dovuto e potuto dimostrarlo in altro modo.


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Italia – Haiti tre a uno

Un racconto malinconico costruito su ricordi felici

Il caldo di quella sera di giugno non me lo dimenticherò mai.
A dire il vero, sono molte le cose che non posso dimenticare a distanza di quarant’anni, e ogni volta che i primi caldi arrivano impietosi a rendere le giornate interminabili e le notti insopportabili precipito a quel quindici giugno di tanti anni fa, e mi sembra di rivedere tutto come in un film.
Ricordo ogni dettaglio di quella sera, il pergolato di una pizzeria di quartiere, le tovaglie di carta e le posate di metallo, con i bicchieri di vetro da acqua e le prime coca-cola che ci riempivano lo stomaco.
Il tavolo con qualche genitore, distante, per non disturbare, e venticinque ragazzini che correvano e urlavano senza sosta.
Venticinque undicenni che smettono di essere bambini e diventano qualcosa di diverso, dei ragazzini senza forma, non-bambini e non-adulti, l’inizio di un limbo senza fine che ancora oggi non smette di perseguitarmi, in un’adolescenza eterna che si confonde con la vecchiaia incipiente.
Ma il 1974 era anche l’anno dei mondiali, ed era pressoché impossibile tenere noi maschi seduti, mentre gli Azzurri – gli imbattibili Azzurri – iniziavano il loro presunto cammino trionfale verso la gloria.
E allora gruppetti di maschi scalmanati a turno scendevano i gradini per entrare nel locale dove un vecchio televisore, vecchio anche per l’epoca, trasmetteva in pochi pollici una partita in bianco e nero, e tornavano con le ultime notizie: “per poco non segna Mazzola”, “quelli sanno solo stare in difesa”, “siamo più forti”.
Urla di entusiasmo di anime entusiaste, e solo uno rimaneva seduto.
Un solo ragazzino non si mischiava con il sudore degli altri, e mangiava tranquillo la sua pizza, bevendo coca-cola e sorridendo alle chiacchiere delle compagne di classe.
Ero io, chiaro, quel ragazzino, perché in quella estate così calda il calcio non era più la mia unica preoccupazione.
Avevo scoperto che non erano solo le corse all’impazzata, le partitelle senza fine sullo sterrato, la bicicletta in salita, che facevano accelerare i battiti del cuore.
Avevo scoperto che ad un certo punto della vita incontri persone che desideri non si allontanino mai più da te, e le vorresti tenere vicino con qualsiasi scusa.
Avevo scoperto l’amore.
L’amore dei ragazzini certo, l’amore che non può essere dichiarato, perché non si sa come fare, che non può essere consumato, perché non si ha consapevolezza del proprio corpo, che non può neanche essere vissuto.
E’ un amore che può essere solo sofferto, e io lo soffrivo per bene, quell’amore per la sorella di un mio compagno di classe.
Aveva un anno di più, ma io ero alto – pensavo che questo bastasse per essere notato – e quando la incontravo sembravamo della stessa età. Andavamo nella stessa scuola, e ci incrociavamo quasi tutti i giorni.
Lei parlava con me, ma ovviamente io non parlavo con lei, non sapevo che dire, non avevo parole, e quindi evitavo di rispondere, magari le sorridevo, ma niente di più.
E stasera, proprio stasera mentre Zoff e i suoi compagni si battevano per noi su un prato tedesco, e tutti gridavano convinti del trionfo che ci attendeva, io ero triste.
Perché lei non c’era, non aveva accompagnato il fratello, e non l’avrei vista per un bel po’.
Era l’ultima volta che noi compagni di classe ci vedevamo prima delle vacanze, e per tre mesi ognuno di noi avrebbe fatto i conti con l’infanzia che se ne andava, per ripresentarci a settembre diversi, più grandi, qualcuna già donna, e qualcuno già con la barba fatta.
E io avrei passato l’estate sdraiato a letto, o al mare, a pensare a quella ragazzina più grande di me, con quei capelli neri lunghi e gli occhi scuri, cercando di trovare le parole che avrei potuto usare la prossima volta.
Sapendo che non lo avrei fatto.
Arrivò l’intervallo della partita, Italia e Haiti inchiodate sullo zero a zero, la pizza ormai finita, la coca cola che ribolliva negli stomaci, e quasi ora di andare via.
Ad un certo punto mi vennero a chiamare.
– Dai ricomincia, vieni a vedere anche tu! –
Scesi i gradini con tutti i maschi, erano sudati all’inverosimile per il caldo, il forno vicino e l’eccitazione, e solo io non riuscivo ad entusiasmarmi.
All’improvviso, il disastro.
Un tizio mingherlino scappò al controllo dei nostri difensori e segnò.
Haiti uno, Italia zero.
I miei compagni rimasero allibiti, le bocche spalancate, senza sapere cosa dire.
Fossero stati un po’ più grandi avrebbero riempito la sala di parolacce, come fecero gli adulti seduti più lontano dal televisore.
Allora decisero che la passione per il calcio non era sufficiente a reggere l’onta, e tornarono nel giardino per prepararsi ad andare via, delusi.
Io rimasi lì, a guardare, tanto non mi interessava se l’Italia perdeva o vinceva, non pensavo molto ai mondiali, per cui potevo anche restare a fare finta, almeno non ero costretto a fare conversazione.
Poi, senza preavviso, mi accorsi di non essere più solo, e quando mi girai c’era quella ragazzina.
Mi sorrideva. Era venuta con i genitori a prendere il fratello, mi aveva visto e si era fermata.
– Che fai? non sei con gli altri? –
– No, stavo guardando la partita. Stiamo perdendo. – dissi, come se quella fosse una spiegazione.
Lei alzò un sopracciglio.
– Pensavo che a te il calcio non interessasse. Così almeno mi dice mio fratello. –
– Ti parla di me? – chiesi stupito.
Lei sorrise.
– Non tanto, e non volentieri. Sono io che ogni tanto gli chiedo qualcosa. –
E mi guardò.
E quello sguardo fu il primo di molti sguardi che ebbi la fortuna di vedere nella mia vita, lo sguardo di una donna che ti dice con gli occhi le cose che non vuole dirti con le parole, lo sguardo che ti fa capire che tu per lei sei diverso, che forse c’è qualcosa dentro di te che a lei piace, e che forse, forse è possibile che quello che tu hai creduto possa diventare vero.
Ma quello era lo sguardo di una ragazzina, e tutto questo sarebbe diventato possibile solo più tardi.
Quel giorno, mentre l’Italia segnava, pareggiava e poi vinceva, era solo lo sguardo della donna che poteva essere e che io vidi per primo.
E forse anche per ultimo.
Si avvicinò, mi diede un bacio sulla guancia, e poi raggiunse gli altri.
Rimasi lì qualche minuto, gli occhi alla televisione, la testa e il cuore in un luogo lontano, prima di tornare in giardino e scoprire che era già andata via.
E rimasi così anche nei giorni successivi, in cui quel leggero contatto di due labbra sulla guancia riaffiorava in continuazione e mi bruciava senza sosta.
Poi la telefonata, gli occhi spalancati, il pianto irrefrenabile, le carezze di mia madre.
E il funerale, gli abbracci con gli amici, il fratello che singhiozzava senza sosta, il caldo micidiale di Roma, e l’Italia che usciva dai mondiali.
Uscii dalla chiesa da solo, non presi per mano gli altri compagni e mi allontanai da mia madre e mio padre, che mi guardavano preoccupati.
Alzai gli occhi al cielo e mi chiesi cosa avessi fatto di tanto cattivo per soffrire così.
Non ebbi risposta ovviamente, e non ce l’ho tutt’ora, se dopo quaranta anni quel bacio mi fa ancora male, e quella domanda ancora la faccio al cielo, in queste notti di giugno in cui Italia ed Haiti ancora combattono per un pallone, e io per diventare grande.

italia haiti

La fantasia al potere (e speriamo di no)

La campagna elettorale per l’elezione a Sindaco di Roma è ormai in pieno turbinio.
I candidati sparano le loro cartucce migliori, e noi osservatori semi-imparziali non possiamo che trarne gioia e letizia.
Per il momento in testa è la candidata del M5S Virginia Raggi, con il suo slogan a metà tra il social e la Settimana Enigmistica:

#coRAGGIo
E’ ora di cambiare Roma

Carino, simpatico, umoristico e serio allo stesso tempo.
Ma dato che noi abbiamo spie in ogni dove, siamo riusciti a mettere le mani nella lista degli slogan che la futura non-sindaca di Roma farà esplodere sui mass media da qui al 5 Giugno.
Ed è con non poca soddisfazione che andiamo a spoilerarli tutti senza pietà.

#ammaRAGGIo
Dal fiume sacro conquisteremo il Tirreno

#irRAGGIamoci
Il sole bacia i belli

#atterRAGGIo
Riannettiamoci Fiumicino!

#viRAGGIo
Per una città color seppia

#foRAGGIo
Magnatene e bevetene tutti

#metRAGGIo
Per un GRA più snello e scorrevole

#stiRAGGIo
Dopo il premier-operaio una sindaca-colf

#oltRAGGIo
A stronzi! Ma che, nun me votate?

#scoRAGGIo
Compro una “E” e ve faccio fori a tutti

#miRAGGIo
C’avevate creduto eh!?

Attendiamo nuove e mirabolanti invenzioni del marketing politico, che non ci delude mai.

raggi

Il falco e il falcone

Oggi è l’anniversario della morte di Falcone, sua moglie e la scorta.
Una strage terribile, compiuta ai danni di un vero Servitore dello Stato, una strage che ha cambiato tutto nella percezione della mafia presso le persone, le autorità, la politica.
Non ci dimentichiamo che fino all’arrivo di Falcone la mafia semplicemente non esisteva.
Prima del 41 bis non si poteva essere condannati per essere mafiosi. Certo, se sparavi, taglieggiavi, rubavi, sì.
Ma la connivenza, l’appartenenza, gli ordini, le organizzazioni, sfuggivano alla giustizia solo perché non esisteva una legge apposita.
A distanza di tanti anni, dopo tante celebrazioni, fatte nei luoghi più importanti e “alti”, come è possibile ricordare Falcone e la sua eredità?
Io un’idea ce l’ho, ma purtroppo è negativa.
Penso che uno come Falcone – o come Borsellino e pochi altri – l’Italia non lo genera spesso e non se lo merita neanche.
Penso che la mafia truculenta, quella che ammazza per il gusto di far valere la propria forza, magari non gira più, ma le mafie che inquinano la vita economica, e politica del Paese sono ancora lì.
Penso che Falcone abbia lottato e sia morto invano.
Penso che il degrado del Paese sia così evidente, da farci dire che almeno quando il nemico era Totò Riina, o le BR, era facile sapere da che parte stare.
Oggi non lo sappiamo più.
A Napoli gli aficionados del PD potranno votare per il figlio/nipote di boss pregiudicati, portati in lista da Verdini. Garantisce lui.
Per dire.
Ma ci sono altri segnali, più profondi, che Falcone ha fallito.
Perché il suo ideale di giustizia, da come me lo ricordo e da tutto quello che ho letto in questi anni, non si limitava ad una guerra “buoni contro cattivi”.
Non era Tex Willer contro gli indiani, o Garibaldi contro gli Austriaci.
Io credo che Falcone avesse un’idea della Giustizia più alta, che permeava tutta la società.
Non è un caso se ancora oggi nelle scuole viene raccontato chi era Falcone, non solo perché faceva lo sceriffo, ma perché aveva un’idea complessiva della Giustizia che è quella che dovremmo insegnare ai nostri figli.
E mentre noi ci affanniamo a raccontare di Falcone alle generazioni successive, mentre lo Stato si riempie la bocca del suo nome, ecco che un manager dello Stato, pagato da noi dunque, racconta la SUA idea di giustizia, con la g minuscola.
L’idea che chi governa un’azienda, un’azienda dello Stato per di più, debba comandare con il terrore, mettendo i suoi podestà a ringhiare contro i dipendenti, spezzando la volontà di chi resiste con umiliazioni plateali, finché la paura e la sofferenza piegano la resistenza dei dipendenti.
E’ facile, dice Starace, Amministratore Delegato dell’ENEL.
Ma che differenza c’è, chiederei a Falcone se fosse vivo oggi, tra i metodi che usa la mafia per assicurarsi il rispetto dei suoi galoppini, e quelli che usa questa azienda di stato per garantirsi la fedeltà cieca dei suoi dipendenti?
Che differenza c’è tra umiliare un mafioso prendendo a schiaffi la moglie in pubblico, o umiliare un dipendente insultandolo davanti ai suoi colleghi?
Perché l’Italia, questo cazzo di Paese dove non si riesce mai a cambiare le cose in meglio, deve pagare profumatamente un manager per distruggere la vita ai nostri amici, parenti, colleghi?
Perché la mafia non è un corpo estraneo, mi risponderebbe probabilmente Falcone.
La mafia è dentro di noi, siamo noi, la nostra cultura, le nostre radici, le nostre abitudini.
Siamo un popolo di mafiosi, e solo due cose ci salveranno: la Giustizia e la Cultura.
Se sapremo lottare per più Giustizia e più Cultura, Falcone non sarà morto invano.

Capaci

Estate a Roma

Avevo scritto questo racconto breve per un concorso, poi avrei dovuto limarlo per partecipare e invece mi piaceva così.
Ne scriverò un altro.

Avevo giurato che non ci sarei più tornato, e invece eccomi qua.
Guardo la fontana, con gli scalini pieni di ragazzi accaldati dall’afa di una bella giornata di fine giugno e dalla birra, e mi stupisco di dove mi hanno portato le mie gambe.
Ho una busta in una mano e la borsa nell’altra, e ruoto su me stesso aprendo le braccia come una ballerina per guardare questo universo che avevo quasi dimenticato.
Sbircio il Tevere oltre il parapetto, poi mi giro di nuovo e abbasso gli occhi per guardare il selciato e i miei piedi, come per rendermi conto di essere di nuovo qui, davvero.
Chiudo gli occhi, sperando che il buio cancelli l’immagine che si sta formando nella mia mente, ma è inutile, è tutto inutile.
Lei è ancora lì, che ride nel suo vestito verde, seduta sugli scalini di Piazza Trilussa, e io vicino che abbasso la testa e tengo le braccia appoggiate sul marmo, per paura di toccarla, ma sento il suo calore e il suo respiro, e le braccia si irrigidiscono per il desiderio di tenerla stretta, eppure resisto e continuo a parlare, e sono divertente, perché lei ride, mi prende in giro, è contenta di essere qui con me.
Poi le do’ un foglio.
Lei si fa seria, lo apre e comincia a leggere.
Riapro gli occhi, non voglio vedere: anche se questa scena è solo nella mia mente, non voglio vederla. Giro sui tacchi e attraverso la strada di corsa e vado sul ponte.
Mi affaccio e guardo giù.
Quante volte ci ho pensato, quante volte.
Ma sono troppo vigliacco, ho preferito scappare.
Londra, poi Bangkok, poi addirittura l’Australia.
Lontano, il più lontano possibile da Roma, da questa città che amo e che mi ha fatto così male, da questo caldo opprimente e lo smog che mi fa tossire.
Lontano dal dolore lancinante che mi provoca il ricordo, un ricordo che sulle onde dell’oceano è più delicato, una malinconia di sottofondo, mitigato dai corpi di donne alte e muscolose, con capelli biondi e occhi azzurri impossibili.
E così ho resistito per dieci anni e sono riuscito a vivere.
Oggi però no, oggi non vivo, perché sono di nuovo qua, e il dolore è di nuovo una spada arroventata infilata nel costato, e una mano impietosa che la gira in continuazione, non è possibile sopportarlo.
E allora guardo di nuovo giù: ora che anche i miei non ci sono più lasciarsi cadere è un dolce desiderio.
Ma prima voglio vederla di nuovo.
Rialzo la testa, guardo in direzione di Piazza Trilussa e attraverso di nuovo, e come in un film, un brutto film di fantasmi, lei è lì, con il mio foglio in mano, gli occhi che si allargano mentre procede nella lettura, io che abbraccio le mie gambe e metto la testa tra le ginocchia come un adolescente, lei che finalmente finisce e mi guarda stupita, con la bocca aperta, non dice una parola.
Poi con lenta consapevolezza si alza, mi toglie gentilmente le mani dalle ginocchia, chiude la bocca e addolcisce lo sguardo, si siede sulle mie gambe e mi abbraccia senza dire una parola.
E’ la prima volta che la tocco, e non avevo idea. Nessuna idea che quel contatto avrebbe cambiato la mia vita.
Resto fermo così, con le mia mani sulla sua schiena, sento il suo cuore, il suo seno, il suo respiro, e non ho coraggio di dire nulla.
Devo riaprire gli occhi ora, lo devo fare. So che se li terrò chiusi scenderanno delle lacrime e io non voglio piangere.
Ma non riesco, non riesco proprio a riaprirli.
Sento la busta di plastica nella mia mano, e ne percepisco la leggerezza.
Ma so che anche se non pesa nulla mi farà male.
Apro gli occhi e guardo questa busta, e mi odio per questo, mi odio per averle comprato dei fiori.
Lei non amava i fiori e non li voleva, e l’unica cosa che ho saputo fare per lei è comprare dei fiori e venire qua a piangere.
Mi avvio verso il parapetto, guardo in lontananza il Cupolone, e Castel Sant’Angelo.
Penso che è stato bello nascere qua.
Mi hai fatto male, Roma. Ma non te ne voglio, mi hai dato lei, e ti ringrazio per questo, anche se poi me l’hai tolta.
Getto i fiori sul marmo che c’è sotto.
Arrivo, penso, il tempo del dolore finisce qui.

Roma Acqua Alta 2

Photo by rodocarda

I fotografi

I fotografi che amano il ritratto – parlo di quelli seri, appassionati, che investono molto tempo e danaro nella loro attività, non di quelli che si comprano una macchina fotografica da 300 euro per fotografare la fidanzata nuda – possono avere molti stili diversi, e molti modi di vedere le persone.
Basta vedere cosa succede agli eventi in cui una modella viene fotografata da più fotografi: non ci sono due foto uguali, ognuno ha il suo modo di trasformare la realtà in immagine, che dipende dalla sua capacità tecnica, dalla sensibilità, da molti fattori.
Tuttavia i fotografi di ritratto – indipendentemente dal loro stile e dalle loro capacità – possono essere divisi in due categorie, solo in due, che li racchiudono tutti, con i loro modi di fare, le loro idee, le loro capacità.

Nella prima categoria ci sono quelli che “hanno uno stile”.
Sono fotografi che hanno trovato il loro binario, sanno sempre esattamente da dove partire e cosa fare per arrivare a destinazione.
“Piegano” le persone che ritraggono alla loro volontà e alle loro idee, in modo che la foto, e il fotografo, siano sempre riconoscibili, e le persone siano solo lo strumento per ottenere il risultato.
Ad ogni set hanno già chiaro come vestiranno la loro modella, come la truccheranno, come vogliono che posi, e sono in grado di creare uno storyboard come una sceneggiatura cinematografica.
Se guardate in successione le foto di questi fotografi, scoprirete dopo un po’ che fanno sempre la stessa foto. O le stesse quattro o cinque foto.
Cambiano le persone, le modelle, il contesto (neanche troppo: molti si innamorano del loro studio, o di casa loro, o di una location particolare), talvolta il trucco, ma la foto no: è la LORO foto, la LORO fotografia.
La loro “cifra stilistica” e le loro cinque pose standard.
Questi fotografi sono per lo più seri, sicuri di sé, presi dal loro lavoro, e poco inclini alla discussione.
Raramente li vedrete esporsi e comunicare il loro sentire; le loro foto parlano da sole, e parlano di loro.
Spesso, o quasi sempre, sono dei leader, e amano esserlo.
Come gli Jedi hanno i loro Padawan così i fotografi con uno stile fanno bottega leonardesca e trasferiscono di buon grado il loro sapere agli eletti.
Gli altri invece sono spesso il “nemico”, con cui confrontarsi e se possibile da battere.
Il fotografo con uno stile adora la mai tanto vituperata gara “a chi ce l’ha più lungo” e dedica una buona parte della propria attività a dimostrare ad altri fotografi la propria superiorità, spesso attraverso l’uso delle stesse modelle che diventano così oggetto di uno scontro che sa tanto di duello medioevale.
I fotografi con uno stile di solito hanno successo, quasi sempre. E sono di moda, qualsiasi sia la moda.
Magari un successo locale, limitato, ma molto spesso ampio e talvolta arrivano alla fama, quella vera.
Tutti i fotografi che iniziano guardano ai fotografi con stile come l’obiettivo da raggiungere, e spesso molti fotografi mediocri scimmiottano stili più o meno in voga, con risultati mediocri come loro.

La seconda categoria è formata da quelli che io chiamo i “cercatori d’oro”.
Sono persone destrutturate, spesso senza idee predefinite, che tremano come foglie alla domanda “che idea hai per il nostro set?”.
Hanno studiato i colori complementari e la composizione, sanno usare la fotocamera e le luci e poi basta.
Non sanno nulla di vestiti, di pose, di trucco, di mood.
Non sanno nulla di nulla.
I cercatori d’oro sanno solo che lì, proprio lì, dentro quella persona, c’è qualcosa che vale la pena guardare, e fermare.
Mentre lavorano scrutano la persona che hanno davanti con quello che io chiamo lo “sguardo dell’entomologo”, cercano di vederne anche i piccoli movimenti, i tic, gli atteggiamenti.
Sono lì con il loro setaccio speciale, a forma di macchina fotografica, sperando che emerga il filone d’oro che hanno intravisto, o anche solo immaginato.
Non si intendono di vestiti, o di altro, e non sono neanche molto interessati. Si accontentano di quello che trovano, di un posto qualsiasi; se sono in studio di una luce semplice.
Quando hanno una persona davanti ne guardano sempre gli occhi, perché sanno che se il kohinoor c’è, uscirà da lì.
I cercatori d’oro si presentano con il torace spalancato e il cuore aperto, perché la loro unica speranza è di convincere la persona che hanno di fronte a fidarsi di loro, a mettere in gioco sentimenti ed emozioni che normalmente rimarrebbero nascosti dietro la pelle.
Le loro foto sono tutte diverse, perché diverse sono le emozioni, diverse sono le persone, diversi sono i luoghi, i momenti e le passioni.
Non sono leader né follower, non si uniscono a branchi, ne possono fare parte per un pezzo del loro cammino, ma restano sempre ai margini e dopo un po’ si allontanano silenziosamente. Hanno la loro storia da cercare e da raccontare, ed è solo loro, e non la condividono perché semplicemente non è possibile.
Ma sanno riconoscere la qualità e gioirne: il cercatore d’oro sta male se non trova la sua pepita, ma non soffre per i successi altrui.
Nessuno vuole essere un cercatore d’oro quando inizia ma è un’inclinazione, che qualcuno asseconda e qualcuno invece ci si trova invischiato nell’inutile ricerca di uno stile.

Io faccio parte di questa seconda categoria.
Noi cercatori d’oro viviamo di grandi delusioni e di altrettanto grandi soddisfazioni, la nostra passione fotografica è fatta di alti e bassi che qualche volta ti distruggono, di invidie (per lo più altrui) e di affetti (per lo più nostri); tutto amplificato, perché nella nostra ricerca non possiamo essere cinici, non possiamo trattare le persone come manichini, non sapremmo come gestirle.
Le nostre foto possono essere molto belle o molto brutte, spesso la seconda più della prima, ma quasi sempre abbiamo la soddisfazione di rappresentare le persone come sentono di essere, come vorrebbero essere, come vogliono sembrare in quel momento e non solo come NOI cerchiamo di farle apparire. Perché ce lo hanno detto loro, attraverso i loro sguardi.

Un cercatore d’oro difficilmente diventerà un fotografo di fama, perché avrà perso molte delle sue energie alla ricerca di quello che gli altri sanno già dove trovare.
Ma in compenso avrà conosciuto davvero molte persone meravigliose.
E questo vale molto di più di una bella foto.

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Foto di rodocarda

Le Grandi Recensioni di Rolandfan

Le confessioni – di Roberto Andò, con Toni Servillo e Pierfrancesco Favino

Trama del film
Ecco, sono un po’ in difficoltà su questo punto.
A essere sincero quando siamo entrati non riuscivo a capire quella grande folla di gente che fermava le persone all’ingresso del cinema e cercava di parlarci, ma siccome sono forastico e misantropo ho accelerato il passo e mi sono diretto prontamente al mio posto, in attesa che iniziasse il capolavoro.
Solo alla fine del film, quando sono uscito, ho capito che cosa volessero tutte quelle persone.
La stessa cosa che volevo io: capire come andava a finire.
Perché dopo una ventina di minuti all’interno della sala dormivano tutti.
Qualcuno con la testa reclinata, qualcuno appoggiato al braccio della moglie, i pochi bambini in braccio ai genitori, e pochi fortunati che avevano qualche posto libero vicino si sono sdraiati come fanno in aereo quelli in economica sulle lunghe tratte.
Ho aperto gli occhi un paio di volte, solo per rendermi conto che il sonoro del film era coperto dai rantoli del pubblico addormentato.
Che poi, sonoro: in quello spezzone che sono riuscito a vedere prima di crollare, avranno detto sì e no due parole, tutte altisonanti, e sinceramente non c’era gran che da ascoltare.
E così, terminato il film, e ristorato da un sonnellino pomeridiano, anche io mi sono messo davanti al cinema a fermare quelli che entravano: “Ma voi l’avete già visto ‘Le Confessioni’? Che mi sapete dire cosa succede tra i titoli di testa e i titoli di coda? Avete dormito pure voi?”
Ecco, se c’è qualcuno che l’ha visto e vuole farmi sapere cosa succede, mi scriva pure, glie ne sarò grato.

Giudizio della critica
Finalmente insieme i due Raoul Bova del cinema d’autore italiano: Toni Servillo e Pierfrancesco Favino.
Non può esserci film con qualche pretesa che non abbia uno dei due come protagonista.
In questo film Andò non solo li mette insieme, ma riesce anche a far recitare loro le loro maschere preferite: Servillo fa Jep Gambardella, e Favino il politico laido, vigliacco e menzognero.
Non saremo mai abbastanza grati a Sorrentino per averci regalato questa sequenza di cloni, da Suburra a Le Confessioni, in cui tutti sorrentineggiano come se fosse facile.
Film impeccabile: movimenti della macchina perfetti, regola dei terzi rispettata al millimetro, luci sapientemente dosate, nessuna linea che non sia perfettamente parallela, attori bravissimi e credibili.
Insomma, du’ palle.

Le-confessioni

Millennium Bridge

Le cose che amo: Londra, la malinconia, la buona letteratura.
Come spesso succede, un racconto ispirato da un viaggio recente.

Mentre mi siedo al tavolino della pizzeria, un tavolino d’angolo davanti ad un finestrone, mi dico che era un bel po’ che non venivo a Londra.
Poi ci penso un attimo, e dico: no, non è un bel po’. Sono esattamente 2.347 giorni.
Forse se guardassi l’orologio potrei anche dire quante ore, ma lascio perdere.
E’ un po’, sì, e non l’avrei fatto se Sandro non avesse insistito affinché venissi su per la comunione del figlio maggiore.
Lui che nasce ateo in una famiglia di atei si è ritrovato un figlio che vuole fare la comunione, e tutto solo perché la scuola cattolica era l’unica dove insegnavano letteratura italiana fin dalle elementari.
– Ti prego non mi lasciare solo nel momento del bisogno. – mi ha detto ridendo al telefono.
Io ho sorriso, e stavo per dire di no, ma poi ho pensato “che cazzo, il mio miglior amico mi invita ad un evento così importante e io non ci vado?”. E allora ho detto sì.
Sono arrivato ieri sera tardi e sono andato subito in albergo, poi stamattina sono andato a salutare Sandro e Laura e i bambini, abbiamo fatto colazione insieme, poi loro avevano delle cose da fare per domani e mi hanno lasciato libero.
Senza una meta precisa mi sono fatto trascinare dai ricordi, e ho preso la metro fino a Liverpool Street.
Ho riconosciuto subito gli odori, l’abbigliamento dei manager della City – tutti uguali nel loro completo scuro, camicia bianca e borsa da postino a tracollo – le frasi spezzettate degli altoparlanti, le urla dei venditori.
Appena fuori dalla metro ho chiuso gli occhi e ho respirato.
Amavo Londra, forse la amo ancora, anche se mi ha tradito.
Qui ho passato i momenti più belli della mia vita e quelli più brutti.
Non ci voglio pensare ora, non proprio ora.
Riapro gli occhi e mi incammino, ho deciso di arrivare fino a Covent Garden passando per Cannon Street e Fleet Street.
Non dovrei andarci, a Covent Garden, ho troppi ricordi di pomeriggi passati seduti ad un tavolino tra tè e risate, a spulciare le bancarelle ogni domenica, a girovagare per l’Apple Store per ore e ore.
Ma non ci sono molti posti in questa città scevri da ricordi. Ci ho passato due anni, due anni con lei, e in due anni abbiamo toccato ogni angolo, ogni pub, ogni museo, ogni singolo London brick.
Abbiamo vissuto questa città come una cosa nostra, e quando una città è tua lo è per sempre.
Mentre mi incammino per Cannon Street non posso fare a meno di ripensare a nove anni fa. A Sandro, sempre lui, che conosce e sposa una ragazza inglese, e mi invita al matrimonio.
Io che ho appena vinto il concorso da ricercatore, lettere antiche per di più, e che mi presento con una vecchia giacca di tweed e una barba incolta che mi fa sembrare più uno studente inglese che un professore italiano.
E poi il matrimonio, la festa, e poi lei.
La migliore amica di Laura, la compagna del college, la scozzese dai capelli rossi e dagli occhi azzurri impossibili, la studentessa di letteratura italiana.
Ricordo il suo italiano incerto di quel giorno, con un accento terribile, un italiano che sarebbe migliorato moltissimo grazie alle passeggiate, le chiacchierate e le notti su un letto di Ikea malridotto, in cui le parole si sovrapponevano si fondevano e se ne creavano di nuove, e alla fine lei parlava un italiano corretto, bello, aggraziato. Come lei.
Non mi accorgo che sono arrivato a Russel Street, e il vecchio mercato di Covent Garden si apre improvvisamente davanti a me.
Mentre mi avvicino la voce di una soprano comincia a coprire i rumori dei passanti, e quando mi affaccio alla balaustra è lì in un angolo che canta arie di opere, canzonette più o meno note, cose così.
Scendo le scale e le lascio mezza sterlina, lei ringrazia con un cenno del capo e resto a guardarla per qualche minuto, poi risalgo e mi dirigo verso lo Strand e da lì arrivo al Southbank.
Prendo fiato, perché il Tamigi mi afferra alla gola, ai polmoni e anche al cuore.
Se penso a tutte le volte che abbiamo fatto questa camminata potrei riconoscere ogni panchina, ogni pesce decorato sui lampioni, ogni anatra che galleggia sull’acqua lurida.
Arrivo al vecchio incrociatore che staziona sul fiume da decenni e una scena mi colpisce: un vecchio, probabilmente un marinaio reduce di qualche guerra, cerca di salire pochi gradini con due bastoni, aiutato da un inserviente.
E’ un lavoro ardimentoso e difficile, che richiedete tempo e pazienza, e io lo guardo senza ironia, incito quel vecchio con il pensiero, e penso che ce la può fare.
Arrivato in cima alle scale improvvisamente si gira e mi guarda: non dice nulla, ma chissà perché sento che mi sta inviando un messaggio.
Abbasso gli occhi, non riesco a reggere quello sguardo fiero, e mi avvio.
Lentamente, perché so cosa mi aspetta.
Il Millennium Bridge.
Quando ci sono ormai sotto e devo solo decidere se salire o meno, le pulsazioni mi salgono a ritmi insostenibili.
Alzo gli occhi al cielo, ed è lo stesso cielo.
Lo stesso di quel giorno: lo stesso vento, le stesse nuvole veloci che rendono impossibile sapere se pioverà o meno tra dieci minuti.
Salgo le scale di marmo, dò un’occhiata distratta a St. Paul, poi imbocco il ponte e quando la Tate Modern si staglia davanti a me il cuore non batte più velocemente come prima.
Semplicemente non batte più.
Chiudo gli occhi sul ponte, e il ricordo di pochi minuti fa me li fa chiudere anche al ristorante, e dagli occhi chiusi di adesso e di prima riappare lei, quel giorno, al matrimonio, con quell’assurdo vestito a fiori che solo le donne britanniche possono indossare, e una coroncina di fiori a tenere fermi i capelli rossi.
Le sue lentiggini che camminano e ruotano sul viso seguendo i suoi sorrisi, le risate, le mosse rapide, l’aggrottare della fronte.
Improvvisamente è lei che voglio. Non ho dubbi. Ci sono venuto fin qui per trovarla e ora non la voglio lasciare.
E così farò, attraverso i primi contatti, le prime uscite avventurose, io che mi invento una scusa per venire a Londra, lei che parte da Edimburgo, e poi la scelta finale.
“Vieni a vivere con me”, le dico. Neanche glie lo chiedo, e lei dice sì, con la testa, in maniera esagerata, facendo ondeggiare i suoi capelli rossi davanti a quegli impossibili occhi azzurri, facendo ballonzolare il seno davanti ai miei occhi perché glie l’ho chiesto mentre era nuda, in bagno, l’ho vista passando e ho detto “Non mi basta più”.
Riapro gli occhi e sono sempre seduto al ristorante, una terribile pizzeria italiana, ad un tavolo d’angolo da cui si vede il Globe Theatre e il Millennium Bridge e tutta la Southbank fino a Canary Wharf.
Il nostro tavolo, quello dove ci sedevamo sempre: o quello o niente diceva lei.
La pizza fa schifo ma la vista è impagabile, aggiungeva, e io mi sono venuto a mettere proprio qui.
Mentre ordino distrattamente penso a tutto quello che ho fatto per lasciare l’Italia, la mia posizione all’Università, la mia famiglia, tutto, per venire qui e stare con lei.
Due anni.
Abbiamo vissuto due anni insieme, due anni che non dimenticherò mai, due anni senza una lira, con contratti a termine, affitti a termine, una vita a termine, e anche l’amore a termine, ora lo so.
Due anni passati a camminare per questa immensa città, io e lei, lei e io, due anni finiti 2.347 giorni fa, proprio lì, sul Millennium Bridge.
Rivedo la scena come fosse ora.
Se sforzo un po’ la fantasia riesco a vedere quei due ragazzi sul ponte.
Lui alto, magro, stempiato, gli occhialini alla John Lennon, un cappotto grigio liso e consunto.
Lei con un vestito a fiori, nonostante il freddo primaverile di Londra, i capelli al vento, ribelli, senza freni.
Non pensavo. Non sapevo. Non immaginavo.
Come al solito dopo aver fatto le scale ho buttato un’occhiata distratta a St. Paul, sì anche quel giorno l’ho fatto, e mi sono incamminato sul ponte.
Solo quando ormai la Tate Modern occupava gran parte del mio spazio visivo, mi sono accorto che lei non c’era.
Mi sono girato, ed era rimasta ferma, a metà del ponte, e mi guardava.
I capelli quasi tutti da una parte le coprivano il viso, il vento freddo che tirava dal Tower Bridge li sferzava senza sosta, ma lei non faceva nulla per sistemarli.
Gli occhi azzurri erano diventati due lame, e me li aveva piantati nei miei.
Lentamente, per paura di scoprire quello che avrei dovuto sentire già, mi sono avvicinato.
L’ho guardata con attenzione, le ho scostato leggermente i capelli dal viso, lei non ha reagito, ha continuato a guardarmi.
– Cosa c’è? – la domanda più stupida dell’universo.
– Promettimi una cosa. – chiede lei senza distogliere lo sguardo.
Sorrido. Un sorriso inutile, perché il cuore già sa che sta per farmi male, ma la testa pensa “Le farò qualsiasi promessa mi chieda, purché resti con me.”
– Certo, qualunque cosa. – dò seguito all’inutile sorriso con parole altrettanto inutili.
– Promettimi che non mi dimenticherai. Che ti ricorderai che io sono esistita. –
Resto a bocca spalancata per un attimo, poi rispondo:
– Murakami. Lo so che l’hai letto. –
Lei distoglie lo sguardo, lo fa vagare verso la nostra pizzeria, dietro le mie spalle.
– Non è colpa mia se lui ha scritto quello che penso. –
Poi, improvvisa, gira di nuovo lo sguardo su di me, stringe le labbra, sembra arrabbiata perché deve farmi male, ma non può evitarlo.
– C’è un’altra persona. – dice.
Un’altra persona, ripeto nella mia mente.
Sapete, ci sono concetti che il nostro cervello fatica ad elaborare.
Non è mancanza di intelligenza, o di razionalità, ci mancherebbe.
E’ una corazza. Per difendersi.
Ci sono momenti in cui il nostro cervello si rifiuta di capire.
Quando muore una persona cara, quando ti licenziano dal posto di lavoro, e quando la tua donna ti dice che ama un altro uomo, che non sei più tu l’idea di futuro che si è costruita, che da questo momento siete due cose diverse.
“Siamo una cosa sola” gridava fino a ieri mentre facevamo l’amore, e ora no, ora c’è un’altra persona.
C’era anche ieri, sicuro, e l’altro ieri, e una settimana fa, e chissà da quanto tempo.
Ma ora, in questo momento, sospesi a decine di metri dal Tamigi, c’è solo lui, e io non ci sono più.
La guardo incredulo, mentre gli occhi le si addolciscono, mentre tenta finalmente di combattere il vento che le scompiglia i capelli e il tornado che le travolge l’anima, e poi smette di combattere, si gira e se ne va.
Apro di nuovo gli occhi e sono seduto in questo ristorante italiano, con una pizza fredda davanti, e penso che non l’ho più vista, non l’ho più sentita, non ho più vissuto.
Da 2.347 giorni, da quel pomeriggio ventoso sul Millennium Bridge.
Decido che mi sono fatto abbastanza male, sono riuscito a resistere per tanto tempo, tanto, tantissimo tempo senza stare male per lei, ma ora che sono qui ho pensato che fosse meglio affrontare l’ordalia, che scappare ancora sarebbe stato inutile, e impossibile, che forse dopo starò meglio.
Non riesco neanche a tagliare un pezzo di quella orribile pizza, perché improvvisa come una folata di vento una macchia rossa compare nel mio campo visivo, e non faccio in tempo ad alzare la testa che i suoi occhi sono lì, di nuovo piantati nei miei.
Qualche ruga, inevitabile, il rosso un po’ scolorito sull’attaccatura dei capelli, le efelidi ingrossate in alcuni punti, le conosco a memoria, ma è sempre lei.
Gli occhi non sono duri come quella volta, come l’ultima volta.
Sono occhi curiosi, e teneri.
– Sandro? – chiedo.
Lei annuisce, divertita pare.
– Sapevo che non mi dovevo fidare di lui. – dico scherzando, e mi stupisco con quale naturalezza io riesca a scherzare con lei.
– Mi ha detto solo che saresti venuto per la comunione, sapevo dove ti avrei trovato. –
Ora è il mio turno annuire, mentre il mio cervello scandaglia frettolosamente ogni singola cellula per controllare se ce ne sia qualcuna che non fa male.
Non ce n’è, è il responso finale. 2.347 giorni e mi fa ancora male tutto davanti a questi occhi.
Lei si fa seria.
– Non voglio sapere della tua vita, e non ti dirò della mia. –
Siamo d’accordo, dico con lo sguardo.
– Sei stato male, e anche io. E forse sarebbe stato meglio non vederci, oggi, qui, ma c’era una cosa che volevo sapere. Che è importante per me, come lo sei stato tu. –
Sei stato. Ha imparato troppo bene l’italiano, questa scozzese dai capelli rossi.
Tanto lo so cosa vuole sapere, e non glie lo negherò.
– Non ti ho dimenticato. Mai. Neanche un momento. Neanche quando altre donne occupavano il mio letto o il mio cuore, neanche quando ho sofferto per persone che se ne andavano per sempre, tu eri sempre lì. Esistevi allora, quando ti tenevo tra le braccia, esisti ora che ti vedo davanti a me, ed esisterai finché avrò la forza di pensare. –
Non mi sono tenuto niente, forse neanche se lo aspettava.
Forse credeva che non le avrei dato quello che voleva, e invece ho rovesciato tutto.
Che senso aveva mentire?
E dire “sono felice”, “non ho più pensato a te”, “davvero sono passati più di sette anni?”.
2.347 giorni. Li ho contati tutti.
Si alza, prende la borsa, va via, non mi sfiora neanche.
La vedo incamminarsi sul Millennium Bridge, la chiusura perfetta di un cerchio imperfetto.
Murakami, sì, ancora una volta.
Neanche tu mi hai mai amato, Sara.

Two lovers

Photo by rodocarda

Mantova – un racconto

Quando vado in una città che mi piace, penso sempre che sia stata teatro di innumerevoli storie.
E provo a immaginarne una da raccontare anche io.
Questa è una storia d’amore per Mantova.

La donna che attraversa veloce la Piazza lasciandosi alle spalle il Palazzo Ducale da dove i Gonzaga regnavano sul loro feudo, non ha in realtà fretta.
E’ il suo modo di camminare, stretta nel suo cappotto, indispensabile in questa fredda sera di fine marzo: sono passi piccoli e veloci, incuranti dei ciottoli che lastricano la pavimentazione, scivolosi per la pioggia abbondante del primo pomeriggio.
Sta attenda a non incastrare i tacchi ma non ha paura di cadere.
Non ha un ombrello, e anche se la pioggia è cessata qualche goccia ancora si deposita sui capelli crespi e forma delle goccioline che brillano alla luce del tramonto e delle lampade intense che illuminano la piazza.
La attraversa in diagonale, da Piazza Castello e poi si infila nella stretta via con i portici, ma non passa sotto, rimane in mezzo alla strada, non devia, non le importa dell’umidità.
Da’ solo un’occhiata alla piccola piazza Broletto, dove un fast food stride con la sfarzosa antichità dei palazzi circostanti, ma è solo un’occhiata; non rallenta e dopo qualche metro improvvisamente entra in un bar.
Si ferma solo un attimo sulla soglia, come per controllare bene di non sbagliare.
Il Bar Pierrot a quest’ora di pomeriggio è pieno di ragazzi con in mano un aperitivo.
Lei chiede un cappuccino e si siede vicino alla parete, su una sedia alta, appoggiando la tazza ad un piccolo tavolo.
Il barista che la serve sembra non averla riconosciuta, oppure è bravo a fare finta, ma lei per sicurezza non lo guarda negli occhi.
Abbassa lo sguardo sulla tazza, poi lo rialza per guardarsi intorno.
Chissà, forse spera di vederlo comparire vicino a lei.
Come quella volta.
Lo stesso bar, la stessa ora, la stessa folla di giovani con in mano uno spritz e lei, lo stesso cappuccino sulla stessa sedia.
E una voce con il suo stesso accento, straniera tra queste cadenze lombarde con influenze emiliane.
– Lo sa che a Mantova bere il cappuccino a quest’ora è considerato reato? –
Alzò gli occhi, quel giorno, per trovarsi davanti un uomo sorridente, con un accento romano marcato e uno spritz mezzo bevuto.
Lei lo guardò freddamente anche se le faceva piacere sentire la sua parlata, forte ma non greve.
– Vorrà dire che mi cercherò un buon avvocato. – rispose cortesemente ma in modo da troncare il discorso.
– E’ qui per lavoro o in vacanza? – chiese l’uomo insistente.
Il barista – Luigi, come avrebbe imparato bene, lo stesso di stasera – si schiarì rumorosamente la voce e i due si girarono solo per vederlo appoggiare le mani al bancone e inarcare un sopracciglio.
L’uomo con l’accento romano annuì enfaticamente: sembrava un teatrino studiato appositamente per lei.
– Dici che sono stato banale? Bruciato subito tutte le cartucce? – chiese l’uomo con una falsa aria contrita sul volto.
Il barista fece un gesto con la testa, poi disse:
– Embè – un po’ alla romana.
L’uomo si girò verso di lei, che lo guardava sempre con distacco ma ora aveva alzato un sopracciglio e aspettava di vedere come sarebbe andato avanti il teatrino. Era sicura che i sue commedianti lo avessero già provato più volte.
Lui la guardò fissa ma senza traccia di impertinenza, era uno sguardo aperto e intelligente, poi parlò a voce un po’ più alta:
– Luigi – disse al barista continuando a guardare lei – come ne esco? Mi guarda male, e secondo me sta pensando ad una parola che inizia per “v” e finisce per “ulo”. –
Lei si morse le labbra per non ridere; erano due cretini, ma simpatici.
Improvvisamente Luigi si materializzò con uno spritz in mano.
Poi fece finta di parlare all’orecchio dell’uomo, ma ovviamente in modo che lei sentisse.
– E’ il cappuccino. Nessuna donna può essere simpatica se beve un cappuccino alle sei di pomeriggio. Prova con lo spritz. Se continua a ignorarti allora vuol dire che sei tu. –
L’uomo si girò verso il barista, lo guardò indeciso, poi prese lo spritz e disse:
– Rischio? –
Il barista annuì.
– Certo. Tutt’al più verrai a sapere cosa ci sta tra “v” e “ulo” di così importante. –
Lei sorrise e prese lo spritz che l’uomo le porgeva, mentre il barista si dileguava.
La spalla ha finito il suo compito, pensò lei.
– Guido, piacere. – le disse lui porgendo la mano.
Lei esitò un attimo poi gli strinse la mano, enorme rispetto alla sua.
– Sara. Sono qui per un congresso di odontoiatria. –
– Ahi, una dentista. Non ti devo far arrabbiare quindi. Conoscerai un milione di modi per fare male. – sorrise – Io invece lavoro per una multinazionale qua in zona, mi sono trasferito da un po’. In realtà la sede della mia azienda è a una mezz’ora di macchina, ma a me piaceva vivere qui, a Mantova; mi piace questa città, è della misura giusta per me, non caotica come Roma ma neanche un paesotto. Abito proprio qua sopra. –
Non finì la frase che vide lo sguardo di lei indurirsi, allora diventò rosso e cominciò a borbottare.
– No scusa, volevo dire..abito qui…insomma il motivo per cui mi conoscono in questo bar anche se sono di Roma, vengo tutte le mattine per colazione…scusa non volevo intendere… –
Lei sbottò a ridere e la risata piena che fece uscì dal bar, corse per tutta Via Broletto, entrò a Sant’Andrea, risalì il campanile, poi riscese, arrivò fino al Mincio, piegò le canne sulla riva del fiume, increspò le onde, poi corse di nuovo indietro, sollevò la gonna alle ragazze e fece ondeggiare i loro capelli, rientrò nel bar e colpì Guido alla schiena, facendolo sussultare.
Da quel momento lui non fu più lo stesso.
E desiderò di farla ridere per sempre.
– Fino a quando ti fermi? – chiese quasi sottovoce.
Lei fece un gesto vago con la mano.
– Domani è l’ultimo giorno del convegno. Speravo di avere tempo di vedere un po’ Mantova ma sono rimasta segregata in albergo tutto il giorno ieri e oggi. Stasera sono scappata per fare un giro, ma sono stanca, per questo mi sono fermata a prendere un cappuccino. Poi me ne andrò a fare una passeggiata senza meta, tanto per vedere qualcosa. –
Lui annuì, stava pensando a cosa dire, mentre Sara prese un sorso di spritz guardandolo con gli occhi ironici da sotto in su.
– Io sono qui da un po’ di tempo e ho girato la città in lungo e in largo. Se vuoi sarò contento di fare da cicerone ad una concittadina sperduta nella nebbia padana. – aggiunse un sorriso, ma si capiva che era ansioso.
Lei esitò; stava prendendo una decisione, e lui trattenne il respiro.
Dopo qualche secondo disse:
– Non faremo tardi però? Domattina il convegno inizia alle nove, e prima devo comunque fare il check out e prepararmi. –
Lui allargò le braccia.
– Ovvio; e poi guarda, con tutto il rispetto Mantova non è Roma, sarà una bella passeggiata, ma se vuoi a mezzanotte ti riporto a casa come cenerentola. –
Lei inarcò un sopracciglio.
– Facciamo per le dieci, caro principe. –
Lui alzò gli occhi al cielo, fingendo di essere infastidito, e lei rise di nuovo.
Ancora quella risata.
Uscirono mentre fuori pioveva una pioggia sottile e delicata.

Quando la riaccompagnò al bar erano le due di notte.
La breve passeggiata turistica si era trasformata in una notte di parole e sorrisi.
Erano andati a Piazza Castello, e urlato nel silenzio del Palazzo Ducale per poi correre via sul selciato, avevano fatto i buffoni davanti al buffone Rigoletto, poi erano andati a passeggiare sul fiume, e quando il freddo era diventato intollerabile si erano chiusi in un ristorante a chiacchierare e a mangiare.
Poi avevano deciso di camminare un po’ all’aria aperta per snebbiare la mente dal vino e dal cibo e invece si erano ritrovati in un locale in mezzo a centinaia di giovani con un bicchiere in mano, a raccontarsi cose e a ridere senza sosta.
Ancora quella risata.
Alle due, ancora ridendo e parlando ad alta voce in una Mantova ormai deserta, si erano fermati davanti all’insegna spenta del Bar Pierrot.
Improvvisamente calò il silenzio.
Il silenzio pieno di domande e di desiderio che spesso si depone sulle parole delle persone che provano attrazione e che non sanno come dare corpo ai loro pensieri più nascosti.
Fu lei a romperlo, questo silenzio che stava per diventare una coperta troppo spessa e difficile da rimuovere.
– Quando hai detto che abitavi qua sopra, intendevi qua sopra sopra?. –
Lui annuì, senza coraggio di dire troppo.
– Sì. Il portone è questo, al terzo piano. Senza ascensore. –
Non sapeva perché lo aveva detto, ma ormai lo aveva detto.
– Non sono così ubriaca, ce la posso fare. – rispose lei sorridendo.
Lui non disse niente, si limitò ad aprire il portoncino con le chiavi e a farle strada.

La mattina dopo la sveglia suonò alle sette; Sara saltò su dal letto e cominciò a vestirsi in fretta.
Guido alzò la testa ancora insonnolito, la vide, nuda, mentre cominciava a infilarsi i pantaloni e poi gli stivali.
La chiamò.
Lei si girò, sorridente, e lui non poté evitare di guardare il suo seno, prima degli occhi.
Lei lo rimproverò con lo sguardo, poi disse:
– Devo scappare, ci sentiamo dopo? –
Guido saltò improvvisamente in piedi, la abbrancò e quando la ebbe ad un centimetro dalle labbra le disse:
– Non andare. Rimani qui. –
Lei sgranò gli occhi ma non sciolse la presa.
– Ma che dici? Come faccio? Devo andare al convegno e poi tornare a Roma, ho il treno oggi pomeriggio, lo studio… –
– Fottitene del convegno. E lo studio non chiuderà se non scendi oggi. Rimani qui. Con me. Per favore. –
Lei soppesò le sue parole. Batté gli occhi un paio di volte. Poi si allontanò lentamente dal suo abbraccio.
Senza smettere di guardarlo prese il cellulare e attese che dall’altra parte rispondessero.
– Silvia? Sì ciao, sono io, buongiorno. Senti Silvia, volevo dirti che ho avuto un contrattempo, oggi non torno, mi puoi spostare gli appuntamenti di domani per favore? No, non lo so quando torno. – disse queste parole guardando Guido che tremava – Però questa settimana non avevo preso molti impegni. Chiedi per favore al Dott. De Santis se può occuparsene lui, poi lo chiamo e glie lo spiego. No, per favore non mi prendere altri impegni per il momento, ti richiamo dopo e ci mettiamo d’accordo. Sì sì, tutto bene, grazie, solo un piccolo contrattempo che spero di risolvere a breve. Ci sentiamo dopo, va bene? Grazie a te. –
Chiuse la telefonata, mentre il suo “piccolo contrattempo” si era abbandonato sul letto e guardava fuori dalla finestra con un leggero sorriso.
Si può morire di felicità? Pensava Guido in quel momento.
Lei si tolse gli stivali e i pantaloni e si infilò di nuovo sotto le coperte.
Rimasero così a lungo, senza parlare. Non ce n’era bisogno.

Trascorse un mese in cui Sara non tornò a Roma.
Guido andava in ufficio la mattina, lei girava per Mantova oppure prendeva la macchina e andava a vedere le cittadine nei dintorni, ma per lo più faceva lunghe passeggiate sul Mincio.
Aveva comprato un blocco e dei colori e disegnava.
Le era sempre piaciuto, ma non aveva mai avuto tempo, e ora quasi tutti i giorni tornava con dei disegni del fiume, dei palazzi, delle persone.
Guido tutti i giorni li prendeva e li appendeva, e dopo qualche giorno la casa era già una pinacoteca delle opere di Sara.
Roma era lontana, e Mantova una bolla di felicità che nessuno dei due voleva rompere.
Non parlarono molto della loro vita romana, dei loro parenti, amici, si concentrarono sul momento, sulla loro storia.
Guido quando passeggiavano stretti come due ragazzi pensava di non aver mai conosciuto una donna così appassionata.
Lei non rispondeva quando lui le chiedeva “sei felice?” ma si stringeva più forte.
Un pomeriggio, quando le giornate si erano già allungate e il sole tingeva di rosso il Palazzo Ducale, Guido la prese per le spalle, la fissò negli occhi e le disse:
– Sposiamoci. Rimani qui, a vivere con me. Lo studio lo puoi chiudere, o lasciare al tuo collega e aprirne un altro qua. Oppure anche non lavorare e fare tanti figli – scherzò sorridendo – Fai quello che vuoi ma resta qui per sempre. –
Lei non rispose ma disse di sì con la testa e pianse addosso a lui mentre lui la teneva stretta.
Quando la mattina dopo si svegliò, Guido sentì il rumore di Sara in cucina e sorrise: stava preparando la colazione.
Pensò al giorno prima e il sorriso si allargò.
Poi si girò e la vide.
Era vestita di tutto punto e aveva appoggiato le valigie vicino alla porta.
Il cuore di lui cominciò a battere velocemente, poi a fermarsi e poi a battere di nuovo, in un’alternanza che lo faceva ansimare.
Non capiva cosa stesse succedendo, o meglio, capiva cosa, ma non capiva perché.
Si alzò dal letto, mentre lei abbassava lo sguardo a terra e poi lo rialzava.
Nello sguardo di lei Guido vide la fine.
Lei aveva alzato un muro, messo un fossato con i coccodrilli, steso il filo spinato, eretto una torre altissima e là dentro c’era il suo cuore, ormai al riparo.
Solo le donne sanno amare e smettere di amare così repentinamente.
Solo una donna può scegliere e decidere volontariamente e senza esitazioni di andare via.
Guido lo sapeva e lo vide nei suoi occhi, vide i muri che aveva alzato, e vide che non aveva speranze.
Ma lo chiese lo stesso, perché era disperato, e quando un uomo è disperato chiede le cose più inutili.
Perché farsi male è l’unico modo per capire veramente.
– Perché Sara? Ieri ti ho chiesto di sposarmi e hai detto sì. Perché te ne vai oggi? Perché non resti e proviamo a parlarne? Ti fa paura il matrimonio? Non vuoi chiudere lo studio? Vuoi che mi licenzi io e trovi un lavoro a Roma? Chiedimi qualsiasi cosa, Sara, ma non te ne andare. –
Sara ricorda bene lo sguardo disperato di Guido, non lo ha dimenticato.
E ricorda cosa gli ha dovuto rispondere. Perché non poteva non rispondere.
– Io vorrei sposarti, Guido. Vorrei rimanere qui e vivere la mia vita con te. Ma lo sono già, sposata. Il mio collega di studio è anche mio marito. E lui…lui non mi ha fatto niente, non mi ha tradito, non mi ha chiesto nulla. Sta soffrendo in silenzio; ogni tanto ci sentiamo, ha capito tutto, sta male senza dire nulla. Ieri, quando mi hai chiesto di sposarti, mi sono ricordata di quando me lo ha chiesto lui, e di quanto fossi felice. E lui mi ha dato tutto. Io amo te, ma lui merita un’altra possibilità. La merita e io voglio dargliela. Mantova rimarrà una parentesi di felicità assoluta, purissima, che non dimenticherò mai. Ma ora vado via. E non tornerò, Guido, non me lo chiedere per favore, non me lo chiedere. –
Lui non glie lo aveva chiesto, e lei non era più tornata.
Fino ad oggi, fino al momento in cui ha chiesto di nuovo un cappuccino al Bar Pierrot.
Una lacrima scende lenta sulla sua guancia destra, non la ferma, non le da’ fastidio. Niente può darle fastidio.
Improvvisamente sente la presenza vicino e si gira.
Luigi si è seduto vicino a lei, abbandonando per un momento gli avventori a se stessi.
– E’ domani vero? – chiede sapendo già la risposta.
Lei annuisce.
– Ti avevo riconosciuto, non solo perché sei venuta qua tutte le mattine per un mese, ma perché lui ha parlato di te tutti i giorni, per cinque anni. –
– Tu lo sapevi? – gli chiede.
L’uomo ci pensa, poi risponde.
– Lo avevo capito. Qualche mese fa lo avevo visto dimagrito e lo avevo preso in giro. Poi dopo qualche settimana era…emaciato. Stanco. Non c’era bisogno di spiegazioni. Gli ho chiesto: “Vuoi che chiami Sara?”. Lui mi ha detto: “No. Non voglio che la chiami, non per vedermi stare male. Se non è venuta finora vuol dire che la sua vita va bene così com’è. Verrà quando sarà il momento.” Ed eccoti qua. –
Tenta un sorriso, Luigi il barista, che non ha nessun effetto, perché è un sorriso pieno di dolore e perché lei piange a dirotto.
Sara finalmente si asciuga le lacrime, quando ritiene di averle finite tutte, poi chiede:
– Come sarà il tempo domani? –
Luigi alza le spalle.
– Come vuoi che sia? Siamo a marzo, a Mantova. Farà freddo, forse pioverà. Però davanti al Palazzo ci sarà un mercatino. Starà lì tutto il giorno, e come tutte le domeniche lanceranno dei palloncini colorati. Per spezzare il grigiore. A lui piacevano. –
E va via senza aggiungere altro, non vuole piangere davanti a lei e ha dei clienti da servire.
Lei annuisce da sola.
Lo sa benissimo, lo sa che gli piacevano quei palloncini davanti ai merli del palazzo. Lo sa bene.
Si alza, esce senza salutare, tanto si vedranno domani.

Mantova Palloncini

Photo by rodocarda

Quando muore un vecchio

Quando muore un vecchio, spesso l’unica cosa che si ricorda di lui sono gli ultimi atti della sua esistenza.
Ci viene in mente la sua camminata incerta, magari storta, la testa incassata nelle spalle curve e il braccio appoggiato ad un giovane straniero.
Le ore passate su una panchina, a prendere un po’ di sole per scaldare un corpo che sente già freddo, oppure su una poltrona davanti ad una televisione che non gli piace più.
Ricordiamo la geografia delle rughe, gli occhi acquosi che tentano di sorridere invano, la pelle ingiallita dal tempo e dalle intemperie.
L’immagine che ci è rimasta impressa sulla retina è quella di una bocca sempre aperta nel disperato tentativo di tirare su anche l’ultimo refolo di ossigeno, per alimentare i polmoni stanchi di alzarsi e abbassarsi senza sosta.
Non riusciamo a dimenticare lo sguardo imbarazzato della prima volta in cui si è bagnato i pantaloni, come quando era un bambino: uno sguardo terribile, quello di un uomo che non ha più il controllo del suo corpo, e lo odia perché non segue più i suoi desideri.
Ci fanno tenerezza le parole senza senso dette nei momenti più sbagliati, la memoria che svanisce poco a poco fino a diventare una cassaforte inespugnabile, le stesse frasi ripetute ogni volta, e molte volte, e sempre uguali, come una radio rotta.
Quando muore un vecchio, l’ultima volta che lo vediamo è spesso un povero corpo dentro un contenitore di legno, un vago simulacro di quella persona che è stata per molto tempo.
Un vecchio lascia ricordi da vecchio, immagini da vecchio, sentimenti da vecchio.

Quando muore un vecchio, qualche volta è una liberazione.
Per non vedere più quei tubi martoriare il corpo e l’anima di una persona amata.
Per non sentire i lamenti quando il dolore si fa più forte e nessuna medicina può calmarlo.
Per non doverlo guardare mentre dorme, il respiro pesante, e le lacrime scendono senza interruzione mentre gli teniamo la mano.
Qualche volta, anche se non si dovrebbe, la morte di un vecchio libera la vita degli altri, anche di quelli che lo amano.
Per questo i vecchi si lasciano andare. Per amore, per non essere più un peso, per lasciare un ricordo di sé che non sia solo ospedali, ambulanze, pianti e dispiacere.
Qualche volta, quando muore un vecchio, è l’inizio di una nuova vita per qualcun altro, l’ultimo regalo che si può fare a chi magari ci è stato vicino per tanti anni.

Ma quando muore un vecchio quasi nessuno pensa mai che insieme a quel vecchio sono morte tante persone, moltissime.
E’ morto l’uomo che ha sofferto per un amore perduto o l’uomo appassionato che ha inventato parole per la donna che amava, e pianto e riso insieme a lei.
L’uomo che ha rubato un ramo di mimosa ogni anno allo stesso albero per quaranta anni, e che ha ricordato ogni anniversario, anche il più banale.
E’ morto il ragazzino che è tornato a casa piangendo con un ginocchio sanguinante, e con un occhio nero per il pugno di un compagno.
E’ morto un adolescente che ha aspettato invano ore per incontrare una ragazzina, per poi vederla arrivare insieme ad un altro.
Colui che è partito militare ragazzo ed è tornato uomo.
E’ morto lo studente che passava le notti sui libri con una tazza enorme di caffè, con la madre che ogni tanto veniva ad accarezzargli la testa, e che lo copriva per non fargli prendere freddo quando lo trovava addormentato sul tavolo.
E’ morto il sorriso sbiadito di una fotografia, scattata in paese lontano, con i capelli ancora lunghi al vento e tanti anni ancora davanti per viaggiare, ridere e piangere.
Quando muore un vecchio se ne va l’uomo che ha lottato tutta la vita per assicurare alla propria famiglia una vita dignitosa, bruciando le ore e gli anni migliori della sua vita magari a fare cose che non gli piacevano, solo per uno stipendio e per vedere la felicità negli occhi dei suoi figli per un regalo inaspettato.
E non penserete mai che questo vecchio, che ha regalato l’ultimo sorriso tanto tempo fa, abbia potuto scrivere poesie, dedicare canzoni, vedere paesi lontani, conoscere e amare mille persone, soffrire e gioire, vedere nascere e morire, partire e tornare.
Che ha attraversato questa esistenza di carne e sangue con gli occhi aperti e il cuore in mano, con i nervi tesi e i muscoli pronti, con le mani grandi e le lacrime calde.
Che molto ha dato e forse, forse, molto ha ricevuto.

Se essere felice

L’uomo che entra nella stanza d’albergo è stanco.
Lo si vede dal passo trascinato, dal leggero strato di sudore che gli permea il viso, dalle occhiaie nascoste appena dagli occhiali e dalle spalle curve che portano le borse.
Ha un trolley in una mano, uno zaino sulle spalle, una borsa con il computer e appoggia tutto a terra appena entrato.
Senza neanche togliersi il cappotto si avvia lentamente verso la finestra.
Ha sulle spalle oltre diciotto ore di viaggio, uno scalo tecnico ad Atlanta, il ritardo di un aeromobile, la fila per l’immigrazione, la fila per l’auto a nolo, quasi un’ora di macchina per raggiungere l’albergo e nove ore di fuso orario.
Almeno, pensa guardando fuori dalla finestra, il panorama dal trentesimo piano di questo albergo immenso è interessante.
Anche se la skyline di Los Angeles non è certo quella di Manhattan è sempre impressionante ammirare queste città americane dall’alto.
Rimane un minuto a osservare fuori, poi si volta e i suoi occhi guardano con cupidigia l’enorme letto king-size.
Vorrebbe tuffarsi sulle coperte così come sta, senza neanche spogliarsi, e dormire per due giorni.
Invece lentamente si spoglia e si avvia verso il bagno.
Apre l’acqua della doccia e appena sente che la temperatura è giusta si infila sotto, e poi non si muove più.
Rimane così, immobile, per minuti interi, aspettando chissà cosa, evitando di pensare, lasciando che l’acqua bollente gli martelli la schiena mentre le braccia sono avvolte intorno al corpo.
Finalmente decide di averne abbastanza, o forse teme di addormentarsi nella doccia, in ogni caso chiude l’acqua ed esce, asciugandosi con un grande telo che poi mette intorno alla vita.
Mentre esce dal bagno prende un asciugamano più piccolo e se lo mette sulla testa, e così, come protetto da un’armatura di spugna, si appoggia sul bordo del letto.
Fuori dalla finestra il sole sta tramontando e il riflesso su un grattacielo lo illumina perfettamente dalla testa ai piedi, mentre il resto della stanza comincia a diventare buio.
Chiude gli occhi per godersi la luce, poi abbassa di nuovo la testa, che è nascosta dal telo.
Prende il cellulare e compone un numero.
Dopo qualche secondo dall’altra parte si sente uno squillo e poi una voce risponde.
E’ la voce di un uomo.
– Pronto? –
– Papà…ciao…- dice l’uomo seduto sul letto.
– Ehi tesoro, ciao. Come stai? E’ andato tutto bene il viaggio? – la voce è di un uomo anziano, forse vecchio, ma vitale e pronta.
– Sì…sì…il viaggio è andato bene. Sono in albergo ora. –
La voce è esitante.
Prima che il padre possa rispondere, l’uomo sul letto dice:
– Sto male papà. –
Silenzio. L’uomo dall’altra parte del mondo sta riflettendo.
– I ragazzi stanno bene vero? Il lavoro? –
– Certo, sì, i ragazzi stanno bene, ci ho parlato durante lo stopover, li chiamo tra un po’ prima che vadano a scuola. – fa una piccola pausa poi aggiunge – Il lavoro va bene, non mi lamento dai. –
Attende.
Il padre respira piano, si capisce che sta decidendo cosa dire e come dirlo.
– Non è per Sandra vero? –
L’uomo sul letto si mette una mano dietro la nuca. Non sa perché gli ha detto questa cosa, e ora non può più fare finta di niente.
– No. Non è per Sandra. –
E’ tutto chiaro. Sono due uomini che si conoscono, legati dal sangue e dalla vita, non c’è bisogno di tante parole.
Immagina il padre a casa, seduto sul divano, che annuisce. Ed è proprio così.
Poi l’uomo dall’altra parte dell’oceano continua, senza preavviso, e non sono domande inutili ma dati di fatto.
– Lei è andata via. Per un momento hai pensato che rimanesse nella tua vita. Ora invece sai che non succederà. Pensi che avresti potuto fare qualcosa, che hai sbagliato a dire delle parole, a fare o non fare delle cose, ti stai colpevolizzando, stai male per un sacco di motivi e non riesci a trovare una ragione. –
Le lacrime bollenti che rigano le guance dell’uomo seduto sul letto sono il segno più evidente che suo padre ha capito tutto.
Non potrà aiutarlo, forse, ma almeno ha capito.
– Sì… – sussurra piano. Che altro c’è da dire?
L’uomo dall’altro capo del telefono si schiarisce la voce.
– Ti ho mai raccontato di Lisa? –
– No. Chi è Lisa. – chiede il figlio, domandandosi cosa c’entri con quello di cui stanno parlando.
– Beh, Lisa è…o meglio era la tua…come si chiama? –
– Anna. Si chiama Anna. –
– Era la tua Anna. Quando l’ho conosciuta tu avrai avuto forse dieci anni e tuo fratello otto. Era bellissima. Rossa naturale, occhi verdi brillanti, una ragazza che affrontava la vita con un sorriso meraviglioso. In un attimo non ho capito più niente. Sono stati mesi di passione, di difficoltà, di gioie e di dolori. Poi improvvisamente è andata via. E io sono stato male, malissimo. Come te ora. –
Si mette le mani sugli occhi per pulire le lacrime.
Mal comune mezzo gaudio. E’ questo che stai cercando di dirmi papà?
Però non lo interrompe, capisce che suo padre ha altro da dire.
– L’altro giorno sono andato da Castroni a Via Cola di Rienzo, per comprare delle liquirizie. –
– Ma se a te la liquirizia non piace! – lo interrompe l’uomo nella stanza d’albergo.
– A tua madre sì. – dice il padre sorridendo – A lei piacevano molto e ogni tanto vado a comprarle, ne mangio una per lei e le altre le butto. Ci metto una settimana a riprendermi dal sapore della liquirizia, ma mi sembra di aver fatto una bella cosa. –
Lui sorride al pensiero del padre che compra le liquirizie per sua madre che non c’è più. Però non stanno parlando di liquirizia, ora.
– Che cosa c’entra questo papà? Non capisco. –
Ancora una volta l’uomo anziano al telefono sorride. Sente l’impazienza e la sofferenza del figlio e lo vuole aiutare, se può.
– Mentre ero lì – continua – vedo una donna di spalle con un bimbetto per la mano di due o tre anni. Anche da dietro, anche dopo quaranta anni, non potevo non riconoscerla. Capisci? Era Lisa. Non la vedevo da quasi quaranta anni. L’ho chiamata: “Lisa..”. Lei si è girata. I capelli rossi, anche se non più il suo rosso naturale, gli occhi verdi brillanti come allora. Le rughe? meravigliose. Mi ha fatto un sorriso, e io in un attimo mi sono ricordato tutto, di come era bella, appassionata, di come fosse morbida la sua pelle, e calde le sue lacrime. Di come abbiamo riso, e pianto e ci siamo abbracciati. Di come ad un certo punto la sua assenza mi è sembrata insopportabile. Forse anche lei ha pensato lo stesso. Mi si è avvicinata. “Ciao…” mi ha detto “Come stai…quanto tempo…ti trovo bene…” Le ho sorriso. “E’ tuo nipote?” Le ho chiesto. Il suo sorriso si è allargato. “Sì. Figlio di mia figlia. Per il momento è l’unico, ma ho buone speranze. “ Ho annuito mentre la guardavo. Quella che vedevo era una donna anziana, ma bellissima. E’ più giovane di me, sai. Molto più giovane. Ma se io sono vecchio ormai anche lei è anziana. E’ una nonna. Ma una nonna bellissima. “Io ho tre nipoti.” le ho risposto, “Ho due figli maschi e tre nipoti maschi. Le femmine non ci vengono.” ho detto scherzando “Però i miei sono già grandicelli, vanno tutti e tre alle medie”. Poi abbiamo finito i convenevoli. Ci siamo guardati. Il rimpianto, il ricordo, il tempo, l’amore perduto, le scelte fatte, gli anni vissuti, gli altri amori, tutto ci è venuto addosso. Ci siamo guardati per un minuto, poi lei ha detto solo: “Devo andare”. Io allora le ho detto: “Aspetta.” Lei si è fermata e mi ha guardato incuriosita. Ho aperto il portafoglio, e ho preso un foglietto, che tengo da sempre in tasca. L’ho protetto con della plastica trasparente per non farlo sgualcire, per questo è durato così a lungo. L’ho tolto dalla plastica. “Questo è tuo. Vorrei che lo riprendessi.” Lei lo ha preso, lo ha rigirato tra le mani senza leggerlo. Sapeva benissimo cosa c’era scritto: “Devo andare avanti. Non posso fermarmi qua. Ti auguro ogni bene. Lisa.” Si è portata la mano alla bocca per non piangere, mentre io le dicevo “Il tuo augurio ha funzionato. Ho avuto alla fine una bella vita. E anche tu, vedo.“ Lei ha annuito, ha messo il foglietto nella borsa ed è andata via senza dire altro, senza girarsi. E’ fatta così, Lisa. Così come Anna, immagino. Donne importanti, forti, che prendono decisioni per se stesse e per gli altri. Donne da ammirare. –
L’uomo che siede sul bordo di un letto, in un albergo di Los Angeles, piange a dirotto. Singhiozza senza ritegno, come se non fosse un uomo di quasi cinquanta anni, ma un ragazzino di dieci che ha perso la mamma.
Piange mentre la lama di luce che si assottiglia sempre di più fa brillare le sue lacrime contro la parete buia.
Piange e non si dà pace.
– Mi stai spezzando il cuore papà, perché mi hai raccontato tutto questo? Pensi che la tua sofferenza e il tuo rimpianto possano mitigare il mio? Sapere che hai vissuto una vita senza la donna che pensavi di amare non mi fa stare meglio, mi distrugge. –
Il padre sorride, sospira, poi chiede:
– Ti piacciono ancora i Beatles? –
Lui annuisce, tra i singhiozzi, come se il padre potesse vederlo, poi dice:
– Sì, li sento ancora tutti i giorni. –
– E allora ricorderai l’ultima cosa che ci hanno lasciato: “In the end, the love you take is equal to the love you make”. Non ti devi disperare. L’amore che hai dato tornerà. A te, a lei, ai tuoi figli. A qualcuno. Non è sprecato. Se hai molto amato, qualcuno sarà amato altrettanto. Forse sarai tu stesso, ma non è importante. Anna avrà una vita meravigliosa, come l’ha avuta Lisa, e come l’ho avuta io. E se la incontrerai tra qualche anno, magari tra molti anni, lo capirai. Hai un suo biglietto vero? –
E’ stupito, l’uomo seduto sul letto con un asciugamano a coprire le lacrime. Sta già cominciando a capire. Questo legame che scopre ora con suo padre forse è già l’amore che ritorna.
– Sì…una lettera… –
– Non la buttare mai. Tienila con te. Qualsiasi cosa ci sia scritta. Glie la darai quando sarà pronta. Lei non lo sa, ma il tuo amore la accompagnerà per sempre. Anche quando non penserai più tutto il giorno a lei, anche quando magari ci sarà un’altra donna, oppure nessuna. Quello che hai dato e quello che hai ricevuto è l’unica cosa che conta. E adesso vai a dormire. Chiamami. Quando vuoi, va bene? –
– Certo papà. Ti chiamo domani. E…grazie. –
Attacca il telefono, si alza, va verso la finestra.
Le luci della metropoli hanno rimpiazzato il sole cocente della California.
Pensa ad Anna, a Lisa, a suo padre, a sua madre, a Sandra.
Pensa all’amore che è passato in mezzo a tutti questi cuori, e finalmente sorride.
GRattacielo New York

Photo by rodocarda

Passaggio

Un racconto.

Il bianco sembra essere il colore dominante di questo luogo.
Bianche le pareti, bianco il soffitto, bianche le luci.
Dalle finestre una luce soffusa, la stessa che ci si potrebbe aspettare da una mattinata nebbiosa in qualche valle del nord.
Il pavimento è chiarissimo, a quadrati di grandi dimensioni come quello di un ospedale.
Se non fosse per la mancanza di porte ai lati del corridoio potrebbe effettivamente essere un ospedale.
Ma non ci sono porte.
Solo finestre.
E due divani. Bianchi.
Li vede in lontananza e si avvicina, curiosa.
Si gira per vedere da dove è venuta, solo per rendersi conto che è a metà di questo strano luogo, un corridoio bianco.
Un corridoio e due divani bianchi, contrapposti. Ognuno appoggiato ad una delle due pareti.
Seduto su uno di questi, a spezzare la monotonia cromatica, c’è un uomo.
A dire il vero è vestito anch’egli di bianco, pantaloni e camicia.
Ma i capelli sono scuri, e la pelle è olivastra, l’unica traccia di un colore diverso dal bianco.
Non indossa scarpe, né calzini, ed è seduto comodamente, una gamba di traverso sull’altra ad angolo retto, un gomito appoggiato sullo schienale e il viso sul pugno chiuso.
Anna si ferma un attimo.
E’ incuriosita ma non capisce, è cauta.
Si porta istintivamente una mano al viso per lisciarsi i capelli, e vede un polsino bianco.
Si guarda, anche lei è a piedi nudi, nella stessa mise bianca.
Non capisce; ma sente che rimanere ferma, in piedi, mentre quell’uomo la guarda da lontano non la aiuterà ad avere risposte.
Si avvia di nuovo e man mano che si avvicina il volto di quella persona si fa famigliare, i lineamenti si definiscono, lo sguardo, la pelle, il sorriso…
Mio dio, pensa Anna.
Si guardano, lui sorride, lei è sconvolta e si siede sull’altro divano.
Lui abbassa la gamba, si stacca dallo schienale e si siede in punta.
Aspetta.
Sa che deve aspettare.
Lei lo guarda. Vorrebbe piangere ma le lacrime non escono. Strano. Ha pianto con lui molte volte, e anche per lui.
– Giulio… – sussurra
Lui non dice nulla.
Sorride.
Un mezzo sorriso.
Lei sta arrivando, la sente.
– Giulio…sei tu…ma…sei così giovane… –
Lui finalmente annuisce.
– Anche tu. – risponde.
Lei si guarda le mani.
Se le rigira davanti agli occhi.
Non ci sono più macchie, non ci sono vene in superficie a disegnare la cartina geografica delle mani di una vecchia, la pelle è liscia, morbida, elastica.
Si passa una mano sul viso, non sente le rughe, i nei, la pelle ruvida.
Prende una ciocca di capelli e la porta davanti agli occhi. Sono morbidi, castani, il suo colore. Quello di una volta.
Lo guarda di nuovo. Avrà vent’anni. Ha un sacco di capelli, la pelle è fresca, anche le sue mani sono forti e morbide.
Ha paura, ma sente una calma interiore che non riesce a spiegarsi.
Sta sognando, forse.
– Non stai sognando. – le dice lui, senza smettere di sorriderle.
Lui la sente. Sente i suoi pensieri, come lei sentiva i suoi, tanto tempo fa.
Eppure se non è un sogno, si sta chiedendo, cosa succede?
Lui sa che ora farà la domanda. La fanno tutti. L’ha fatta anche lui.
– Dove siamo? – chiede Anna.
Giulio allarga le braccia, lunghissime, quelle braccia che potevano abbracciarla completamente se avessero voluto.
– “Dove” non è un concetto che qui viene usato. Né “quando”. Sono cose che ormai fanno parte di un’altra vita. Questo…luogo…se vogliamo chiamarlo così, è un passaggio. Serve solo a rendere più facile la transizione. Non ha nessun altro scopo. Esiste e basta. –
Anna stava arrivando, la sente. Sempre di più.
– Sono morta? Questo è…l’al di là? – si sente stupida a chiedere questa cosa, ma non può farne a meno.
Giulio la guarda con una dolcezza che la fa sciogliere dentro.
– Vita e morte…anche questi sono concetti che qui non usiamo. E’ un passaggio. Lo facciamo tutti. Ed è importante che tu lo faccia con consapevolezza e serenità. Dopo non sarà più come prima. Ora sei ancora legata a…prima…ma tra un po’ ti aiuterò a non pensare più in questi termini. –
Lei si aggiusta istintivamente la camicia: sente il suo corpo, può toccare la sua pelle e i suoi capelli, quindi esiste.
Ma in qualche modo sente di no.
– Tu…perché sei qui? E perché sei così giovane, e anche io? E poi…tu… –
– Sono morto? E’ questo che vuoi dire? –
Lei annuisce, non ha il coraggio di dirlo.
– Io ho già fatto il passaggio, non ragiono più in termini di vita o di morte. Non ha più senso per me. Ma lo ha per te. Ancora per poco, ma lo ha. E io…noi vogliamo che tu attraversi questo corridoio accompagnata da qualcuno che ti ha voluto bene, senza riserve. Qualcuno che può tenerti la mano senza paura. A cui ti puoi affidare totalmente. –
Anna non ha forza per replicare, aspetta il resto.
Giulio finalmente si alza.
Si è dimenticata quanto fosse alto, e così giovane lo sembra ancora di più.
– Anche gioventù e vecchiaia hanno perso di significato qua dentro – dice Giulio mentre la guarda dall’alto in basso – Mi vedi come vuoi vedermi. E ne sono contento. Il vecchio che sei andata a trovare in ospedale non era quello che avrei voluto mostrarti. –
Lei cerca di interromperlo.
– Io…mi dispiace tanto…quando ti ho visto…non ce l’ho fatta…e… –
– Shhhhh – la zittisce lui – Non ti scusare. Non ce n’è più bisogno. Niente è più così importante. –
Le prende una mano e la fa alzare.
Poi le prende tutte e due e le dà un bacio leggero sulle labbra.
Chiude gli occhi, Giulio.
– Strano. Pensavo non avrebbe fatto più effetto. –
Li riapre e sorride.
– Sei pronta? – le chiede.
Lei guarda il corridoio davanti ed è confusa, per un breve momento.
Poi si gira verso di lui e sorride anche lei.
Si lascia prendere la mano, come una volta.
Guarda a lungo le loro mani intrecciate, Anna.
Poi alza lo sguardo su di lui, che sta aspettando.
– Sono pronta. – dice.
Si incamminano. Piano.



corridoio-bianco-606x404

La stazione

Un racconto

L’uomo che è seduto sul bordo del marciapiede è tranquillo.
Apparentemente tranquillo.
Guarda avanti, incurante di quello che lo circonda, le gambe che dondolano ritmicamente nel vuoto, come un bambino su un’altalena; ma non è più un bambino, da molto tempo. E questa non è un’altalena.
Le mani appoggiate sul marmo consunto, il corpo in avanti e la testa alta, siede lì da un po’.
Davanti a lui il binario più importante di quella stazione di periferia attraversa la stazione appoggiato solidamente sul suo letto di sassi e cemento, e i treni, lenti, che passano davanti a lui sono pieni di facce che si schiacciano contro i finestrini per guardarlo.
Le stesse facce, anonime, inutili, che lo guardano da dietro la rete di protezione, dalla costruzione alle sue spalle, dal marciapiede di fronte.
Li ignora, come li ha ignorati da quando è seduto qui, come ha ignorato le urla della polizia, i richiami di un capostazione, le parole suadenti di un medico.
Ha un sorriso appena accennato, e guarda davanti a sé, inclinando ogni tanto la testa.
Sotto di lui gli scavi aperti per la metro sprofondano in un baratro di almeno trenta metri, sufficienti per terminare i suoi pensieri, se dovesse scivolare giù.
O farsi scivolare.
Non dovrebbe essere qui. Non può essere qui, nessuno può.
Neanche lui lo voleva.
Era qui stamattina, con la sua borsa e il suo giaccone blu, per prendere uno di quei treni lenti che vede passare da ore.
Sembrava normale, è bravo a sembrare normale, nessuno direbbe che non sia normale.
Poi ha visto gli scavi, la rete, il marciapiedi.
Era presto, c’erano solo un paio di persone, lontane da lui.
E’ bastato un attimo, ha gettato la borsa per terra, poi il cappotto, ha preso un tubo di ferro appoggiato alla rete, ha fatto leva, l’ha sollevata e si è infilato, e prima che qualcuno potesse anche dire solo una parola era seduto lì, dove si trova ora, sul bordo del niente.
E sorride.
Invece la donna che arriva correndo, seguita a qualche metro da un uomo che rallenta fino a fermarsi, è sconvolta.
Corre sui tacchi, con il cappotto che la ingombra, i capelli raccolti che ondeggiano instabili finché non decide che ne ha abbastanza e getta via l’elastico con un gesto della mano lasciandoli liberi.
Corre fendendo la folla, la polizia, gli infermieri, la varia umanità che si raccoglie sempre in questi casi, e tutti si allargano come onde investite dal vento, la guardano correre verso la rete e verso di lui e nessuno la ferma, nessuno le chiede perché corre.
E’ così chiaro.
Lui sente lo scalpiccio, riconosce il ritmo dei piedi e non si gira: inclina semplicemente la testa per farla entrare nel suo campo visivo, da sopra la spalla.
La sua corsa scomposta e disperata gli ricorda quella di Anna Magnani in Roma Città Aperta.
Anna. Un’altra Anna.
Questo nome che ricorre e lo insegue, che non riesce a dimenticare e a non vedere.
Si guardano, ma è uno sguardo di disperazione e rimprovero, dolore e smarrimento.
Lei arriva alla rete, si aggrappa, ansima, piange.
– Che fai? Che stai facendo, Giulio? Sei impazzito, che cosa fai? –
Non urla, non come quell’Anna lì.
Questa Anna sussurra, la disperazione sussurrata è più intensa, più forte, più drammatica.
Lui non risponde, dapprima, poi chiede:
– Perché è venuto anche lui? –
Lei si gira a fissare la figura lontana che si è fermata cento metri fa, poi si volta di nuovo.
– Non è “venuto”. Mi ha accompagnato. Quando mi hanno chiamato ero sconvolta, non ero in grado di guidare. Lui mi ha solo dato un passaggio. –
L’uomo sul bordo del niente annuisce. Inutilmente, perché non ha capito e non gli interessa capire.
Una persona si avvicina ad Anna, le dice qualcosa, forse le suggerisce delle parole, ma lei lo scaccia, infastidita.
Non è qua per convincerlo, è qua per spiegare e per capire.
Non è il momento giusto, forse, ma potrebbe essere l’ultimo momento che hanno a disposizione.
– Lo fai per me? – chiede, pensando di conoscere la risposta.
Lui fa un gesto strano, la bocca si contrae, un sopracciglio si alza e la testa ha un piccolo scatto mentre torna a guardare davanti a sé, alle decine di persone dall’altra parte del niente, che non vede neanche.
– No. Lo faccio per me. Come potrei farlo per te? Come potrei cambiare le cose in questo modo? Lo faccio perché il dolore è diventato insopportabile, perché fare finta di essere normale non è più possibile, perché tutto questo – e fa un ampio gesto con un braccio – non ha più senso. –
– Però è colpa mia. – insiste lei.
La voce di Anna è tranquilla. Lo conosce, sa che non servirebbe a niente ora pregarlo, raccontare bugie, dirgli quello che lui vorrebbe sentirsi dire, o quello che non vorrebbe sentirsi dire.
Lei vuole capire, ora. Vuole capire come è possibile che si ritrovino qui, dopo tutto questo tempo, separati da una rete e da un baratro, da una vita e da una morte.
Vuole capire, e le interessa quasi quanto salvarlo.
Anzi, pensa che se capirà forse riuscirà a salvarlo.
Se capirà lui, e se capirà anche se stessa.
Si gira di nuovo a guardare l’uomo fermo in mezzo alla banchina, cento metri prima, poi torna a guardare l’uomo sul bordo del niente.
Giulio ci pensa. Ci pensa un po’ troppo, per essere uno che ha avuto un sacco di tempo per pensare.
Ma ancora una volta la risposta è la stessa.
– No. Non è colpa tua se sono qua. E non sarà colpa tua se le mani mi lasceranno scivolare. –
Le sorride, e lei rabbrividisce.
– Mi senti? – gli chiede lui, improvvisamente.
Lei dice di sì, con la testa, una lacrima scende inesorabile.
Lo sente, e si vergogna, di non averlo voluto sentire finora.
E come fa a far scivolare un uomo così.
Come fa a rimanere ferma e vederlo morire senza fare niente.
Si toglie le scarpe, il cappotto, bracciali, tutto quello che la ingombra e va verso la rete, verso lo squarcio che ha aperto lui.
Una mano le serra un braccio, si gira furiosa, è un poliziotto che cerca di impedirle di andare, lei lo allontana con una spinta violenta, con una forza che non credeva di avere.
Poi guarda le persone intorno a lei con occhi pieni di rabbia, e nessuno si avvicina più.
Si china, si infila sotto lo squarcio, e in un secondo è lì, vicino a lui.
Si siede nello stesso modo, con le gambe a penzoloni, e guarda anche lei le persone che urlano e si mettono le mani sulla bocca.
Lui sorride, senza guardarla.
– Ciao. – le dice.
– Ciao. – risponde lei.
– Li vedi? – chiede lui indicando con il naso le persone.
– Sì, li vedo. – risponde lei.
– Scemi vero? – dice lui con un sorriso.
Anche lei sorride. Due pazzi sul bordo del niente, e gli scemi sono gli altri.
Poi smette di sorridere, e si gira verso di lui.
– Perché mi hai tradito? –
Neanche lui sorride più.
– Ti avrò chiesto scusa un milione di volte. – risponde.
– Non è quello che ti ho chiesto. – ribatte lei.
Lui sembra pensarci.
Non sa perché, in realtà.
Non sa perché ha tradito la donna più incredibile che abbia mai incontrato, la donna che lo ha amato così violentemente, teneramente, disperatamente.
Non sa perché l’ha ferita così in profondità.
Non ha una risposta, o meglio, non ce l’aveva fino ad adesso.
– Perché avevo paura. – dice – Avevo paura di essere felice. Avevo paura di non essere adeguato. Perché non credevo che stesse succedendo proprio a me. Perché nell’animo degli uomini c’è sempre un angolo buio, che cerca di uscire allo scoperto e rovinare tutto. Perché ho vissuto senza sapere, e la conoscenza mi ha sopraffatto. Perché volevo mettermi alla prova, ed essere sicuro che non sarei stato schiavo della mia passione. Perché sono stupido. E non merito di vivere. –
Anna lo ascolta guardandolo negli occhi, senza dire nulla, senza un gesto, senza un battito di ciglia.
Glie lo ha chiesto per sentirglielo dire, ma mentre lo chiedeva si rendeva conto di saperlo già, non ha bisogno delle sue spiegazioni. Ora vuole solo che lo sappia anche lui.
– E tu perché ti sei messa con lui dopo così poco tempo? –
Lei non può trattenere un sorriso, amaro e tenero allo stesso tempo.
Non ce l’ha fatta a non dirlo. Non ce l’ha fatta.
Con tutta la sua intelligenza, e maturità, non ce l’ha fatta.
Un adolescente ferito, ecco cosa è quest’uomo accanto a lei, che vuole togliersi la vita per un amore perduto.
Il sorriso cancella l’amarezza mentre lei gli prende una mano.
– Non c’è nessuno. Nessun “lui”. Non c’è niente. Non ancora. –
Lui non la guarda. Ora ha paura sul serio.
– Lo dici solo per farmi andare via da questo posto. Diresti qualsiasi cosa ora. –
Lei scatta e gli si abbraccia addosso, le mani intrecciate alle sue, le gambe sulle sue, il naso appoggiato ai suoi capelli, le labbra su un orecchio, mentre intorno a loro si alzano grida e singhiozzi.
– Allora fallo. – gli sussurra mentre lui spalanca gli occhi dallo stupore – Fallo, lasciati andare e portami giù con te. Se non mi senti più, se non sei più in grado di capire le mie parole, fallo. Ammazzati, e ammazza anche me. Se pensi che io ti stia mentendo per tirarti fuori di qui, andiamo giù insieme. Non ho paura. –
Si ferma un attimo, lo guarda. Lui sta ansimando. Aspetta.
Lei stacca una mano e gli fa una carezza sul viso.
– Ma se non mi tradirai più, e non mi lascerai più, e non mi farai stare più sul bordo del niente, ti prometto che non soffrirai più. –
La testa dell’uomo si abbatte sul petto, stanca, per la prima volta da ore.
Le mani sulla testa, si rannicchia, mentre lei lo stringe più forte.
Quanto sarebbe facile andare giù.
E’ la cosa più facile. Lasciare che il rancore, la paura, il sospetto, la diffidenza, prendano il sopravvento e spengano tutto.
Lei lo stringe ancora di più, ancora di più, poi punta i piedi.
Basterebbe così poco.
E poi, senza preavviso, l’uomo seduto sul bordo del niente si sdraia sul marciapiede, le braccia in alto come un cristo sofferente, mentre lei gli si butta addosso e lo tiene così, e decine di persone arrivano per portarlo via.
Li separano, li strattonano, li allontanano, lo ammanettano.
Ma lui non fa resistenza.
Mi troverai qua, sembra dire lei, e lui sa che è vero.
Stavolta è vero.

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