Il Segreto del Mago

Il camerino era poco più di uno stanzino maleodorante di pochi metri quadrati, ricavato in una vecchia baracca.

L’uomo allo specchio era vecchio, le rughe profonde, e l’espressione rassegnata.
Stava passandosi meccanicamente un po’ di colore per ravvivare il pallore delle gote, e del trucco per far risaltare gli occhi sotto le luci, quando la porta di cartapesta dello stanzino si aprì con violenza.
L’impresario occupava quasi tutta la stanza con la mole del suo corpo, di cui la pancia ricca di serate a base di birra e nient’altro costituiva la parte principale. L’uomo allo specchio non smise di fare quello che stava facendo. Non era un uomo che avesse più la capacità di incuriosirsi, o spaventarsi, e provare – sembrava – qualsiasi tipo di emozione.
Il cane invece scese da una poltroncina, e andò verso l’impresario scodinzolando.
Questi non lo degnò di uno sguardo: la sua espressione era seria.
– E’ l’ultima possibilità che ti dò, Bill. Mi hai capito? – disse senza preamboli.
– Lo so  – rispose stancamente l’uomo
– L’altro giorno hai rischiato di farti linciare, di questo passo nessuno vorrà più averti nei suoi teatri, non importa quanto sia spettacolare il tuo numero. D’altronde, se fossi uno che sa stare al mondo, qualche dollaro l’avresti fatto, con questo trucchetto –
– Lo so – ripetè Bill, come se avesse sentito questi discorsi milioni di volte, e in effetti era proprio così.
– Fai il tuo spettacolo, stasera, fallo bene, anche se in questo posto sembrano esserci solo ubriaconi, e puttane, e anche qualche puttana ubriaca, e io ti inserisco nel circuito della East Cost. Vuol dire teatri più grandi, insieme a professionisti di rango, magari anche qualche passaggio televisivo. Non mi deludere, Bill –
E andò via senza aspettare risposta.
Bill finì di truccarsi. La ramanzina dell’impresario non lo aveva toccato più di tanto. Bill aveva vissuto diverse vite, e si trascinava anche quelle dei suoi avi, e i suoi occhi avevano perso la capacità di stupirsi.
Suo bisnonno aveva combattuto durante la guerra civile, suo nonno era generale nella prima guerra mondiale, e suo padre nella seconda.
Lui era stato in Vietnam, ma non era diventato generale, era morto dentro.
Ricordava vagamente di aver avuto una moglie, forse due, forse dei figli.
Ma oggi, e da molto tempo, la sua vita era uno spettacolo ogni sera, lui e il cane, e qualche soldo per andare avanti.
Non chiedeva di più e forse non meritava di più.
Dietro le quinte aspettava tranquillo il suo turno; prima di lui c’erano un paio di spogliarelli, un tizio che raccontava vecchie barzellette, un prestigiatore che fece ridere una battona facendole trovare un asso di cuori nelle mutande.
In qualche modo però era lui l’attrazione della serata, anche se era un confronto fin troppo facile, con quel branco di disperati messi insieme dall’impresario.
Sentì il presentatore che lo annunciava:
– Signore e signori, reduce dai successi nei migliori teatri del paese, ecco a voi per la prima volta a Judas Hills il famoso Bill e il suo cane parlante! –
Entrò in scena, applausi pochi, qualche fischio, molti che ridacchiavano di fronte al suo aspetto.
Bill era vestito con un vecchio abito di scena con i lustrini, un cappello a cilindro, e delle scarpe che una volta dovevano essere lucide.
Il cane fece un salto e si sistemò seduto sulle zampe posteriori, su uno sgabello alto che lo faceva essere quasi all’altezza delle mani di Bill. Era anche lui vecchio, anche se per un cane è difficile stabilire l’età, una specie di terrier, che forse aveva nei suoi geni la testimonianza di un incontro con un cocker. Teneva la bocca aperta con la lingua penzolante – faceva caldo sul palco illuminato dalle luci – e aspettava evidentemente che Bill partisse.
Bill aveva un atteggiamento un po’ rigido, quasi indifferente. Non era certo un affabulatore, e non era bravo a coinvolgere il pubblico, ma il numero era fatto bene, e questo – secondo lui – bastava.
Esordì in maniera un po’ banale.
– Come ti senti oggi, Will? – evidentemente Will era il nome del cane. Bill&Will. Bella coppia.
– Benissimo grazie! – risposte il cane con una voce squillante. Le labbra di Bill si muovevano impercettibilmente, quando il cane parlava.
– Hai sentito che canicola oggi? – disse Bill
– Come no!? – rispose Will – me la sarei voluta fare! –
Nessuno rise.
– Ho letto che il cane è il miglior amico dell’uomo –
– Pensavo fosse tua moglie – rispose Will, ammiccando con un occhio.
L’effetto era spettacolare, e più che la battuta, fu il dialogo in sé che stava coinvolgendo il pubblico, che cominciò a ridacchiare.
Lo spettacolo andò avanti, e per un po’ ci fu un crescendo di entusiasmo tra le poche decine di spettatori.
Il disastro arrivò quando le cose sembravano mettersi bene per Bill e il suo cane parlante.
Bill stava lanciando una battuta al suo partner:
– Una volta ho conosciuto una donna così grassa che quando usciva di casa, la pancia doveva muoversi la sera prima –
Disse Bill.
Una vecchia baldracca in prima fila, anch’essa notevolmente sovrappeso e decisamente ubriaca, che si accompagnava ad una specie di vaccaro, urlò:
– Se vieni qua ti faccio vedere io che gli può fare una donna bella in carne a uno scrocchiazzeppi come te!
Il pubblico rise e urlò di approvazione, ma la voce del cane rispose a bruciapelo:
– Se anche decidessi di scoparmi un cesso come te, dovrei passare due giorni a trovarti la fica –
Il pubblico si ammutolì di colpo, il vaccaro si alzò senza una parola, e tirò fuori un coltello, dirigendosi verso il palco.
L’impresario uscì da dietro le quinte cercando di fermarlo e si beccò una coltellata di striscio ad un braccio, il resto del pubblico aveva iniziato a fare un rumore di inferno, cominciarono a volare, senza alcun motivo apparente, i primi cazzotti, e in pochi secondi il locale fu completamente messo a soqquadro da un tornado fatto di bottiglie, sedie, uomini avvinghiati, donne che urlavano e anche un paio di colpi di revolver in aria.
Bill approfittò della confusione, fischiò al cane, e corse nel camerino per raccogliere le sue cose e scappare.
L’impresario lo trovò che stava uscendo dal retro del teatro e gli urlò, tenendosi il braccio sanguinante:
– Non ti far più vedere da queste parti, hai capito? Sei finito, non lavorerai mai più, e se ti rivedo ti ammazzo con le mie mani!!!!! –
La fermata del bus che andava verso ovest si trovava su una strada statale, una lunga striscia di asfalto che apparentemente sembrava venire dal nulla e andare verso il nulla. Per raggiungerla avevano fatto l’autostop, stando attenti ad evitare di farsi riconoscere da qualche avventore della disgraziata serata.
Bill era in piedi, con la stessa espressione di sempre, e il cane seduto, anche lui come sempre.
Il bus annunciò il suo arrivo con un tremolio di luci, nella nottata calda.
Solo quando il bus fu visibile, Bill chiese:
– Era proprio necessario? –
Il cane lo guardò da sotto in su, e rispose.
– Era necessario. Non otterrai mai il rispetto dei tuoi simili se continui a farti umiliare in questo modo –
Bill ci pensò un attimo, poi disse:
– E se per me non fosse così importante? –
– Ma lo è per me. Sono o non sono il tuo migliore amico? –
A Bill sembrò di percepire tracce di ironia, ma parlante o no era sempre un cane, e non fu sicuro di questo.
– E ora basta – disse perentorio il cane  – sta per arrivare il bus.
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