Un Posto Speciale

unpostospecialeLa bambina era ferma davanti ad un mercatino rionale.
Avrà avuto circa 9 anni.
Era alta, snella, e con i capelli neri, lisci, tagliati corti sulle spalle.
Indossava un abito viola, con dei sandali aperti ai piedi.
I capelli erano tenuti legati da un elastico che formava una piccola coda.
Per mano teneva un bimbo più piccolo, con gli occhi azzurri.
Erano fermi, in mezzo alla strada, libera da automobili, tra il via vai delle persone che curiosavano tra le bancarelle.
La bambina si chiamava Elena.
Il bimbo che teneva per mano era suo cugino, Andrea.
Lui era tranquillo, la guardò da sotto in su e disse: – Andiamo a casa? –
Lei si guardò intorno, rimanendo immobile. Non vedeva sua madre, né i genitori di Andrea, i suoi zii.
Strano. Sua mamma era sempre con lei, e anche i genitori del bimbo.
Guardò in mezzo alla gente che affollava le bancarelle, ma non li vide.
Continuò a rimanere ferma.

Andrea si agitava un po’ sulle gambette, forse doveva andare al bagno, ma rimase calmo.
Infine decise di attraversare il piccolo mercato, in fondo erano solo 50 metri. Lo percorse sempre tenendo il bimbo per mano, girò intorno alle bancarelle, da una parte e dall’altra, senza vedere nessuno.
– Andiamo a casa? – ripeté suo cugino.
Lei lo guardò, ma non gli disse niente.
Era perplessa, e non sapeva cosa fare. Non era spaventata, perché quello era il suo quartiere, la strada davanti casa, era tutto familiare, ma l’assenza degli adulti la metteva a disagio.
Salì su un muretto, aiutando il bimbo ad issarsi, per avere una visuale più ampia, ma questo non le servì a molto.
Dall’altra parte della strada vide il palazzo dove viveva con sua madre. Decise di attraversare e andare verso casa, avrebbe aspettato i genitori al portone.
Di solito non attraversava la strada da sola: le due corsie, tutte dritte, incitavano gli automobilisti ad andare un po’ più veloci di quanto sarebbe stato ragionevole fare, e sua madre insisteva a tenerla ancora per mano, anche se lei avrebbe voluto fare da sola.
Ora era costretta.
Strinse forte la mano ad Andrea, guardò accuratamente nella direzione da cui provenivano le macchine, poi corse con il cuginetto verso lo spartitraffico.
Calcolò male i tempi e una macchina le passò pericolosamente vicino, suonando il clacson e sterzando bruscamente.
Lei si spaventò un po’, ma non più di tanto. Ci fosse stato suo papà, l’avrebbe sgridata di sicuro.
Dall’altra parte non passava nessuno e attraversarono tranquillamente anche l’altra corsia.
Aprirono il cancello che portava all’ingresso.
Avrebbe provato a citofonare, magari sua madre era salita un attimo a casa.
Sempre tenendo il cuginetto per la mano, guardò la bottoniera, e allungò il dito verso il pulsante. Si fermò un attimo prima di premere: vicino al pulsante c’era un altro nome, non quello della sua famiglia.
Guardò attentamente, e, anche se non arrivava con gli occhi all’altezza delle targhette, ci vedeva bene.
Il nome era diverso, e guardò per sicurezza tutte le targhette.
Niente, il suo nome non c’era.
Non capiva, la sua mente di bambina non riusciva a ricomporre la situazione in una logica che avesse un senso.
Il portone di vetro era comunque aperto, segno che la portiera era di turno. Avrebbe chiesto a lei.
Entrò nell’androne del suo palazzo, e si diresse verso la guardiola.
Seduto c’era un signore, sui 60 anni.
La guardò, e le chiese: – Ciao piccoli, vi posso aiutare? Cercate qualcuno? –
Lei rispose: – Cercavo Giada, la portiera –
L’uomo la guardò in maniera interrogativa.
– Veramente, non conosco nessuna Giada. I portiere sono io. Forse hai sbagliato palazzo? – poi aggiunse evidentemente preoccupato – ma i tuoi genitori dove sono? –
Lei rimase un attimo in silenzio.
– Ah, sì, forse ho sbagliato palazzo. I miei genitori sono fuori – mentì.
– Arrivederci! – salutò prima che potesse replicare.
– Ciao!!! – disse il cuginetto saltellando.
Il portiere sembrava perplesso, ma poi riprese le sue attività, dimenticandosi della bambina.
Mentre riattraversava il piccolo cortile che la separava dal cancello, il cuore le batteva forte nel petto.
Non sapeva perché avesse risposto in quel modo, le era venuto istintivo, ma non voleva fermarsi nel portone di casa sua, insieme ad un portiere che non aveva mai visto nei cinque anni precedenti, da quando con i genitori si era trasferita in un nuovo appartamento, più grande e luminoso.
E poi, aveva intenzione di andare in gelateria. Non che avesse voglia di un gelato, ma la ragazza che serviva al bancone la trattava sempre bene, le metteva sempre un po’ più di gelato, e la chiamava per nome.
Sarebbe stata con lei finché non fossero tornati gli adulti.
Uscì dal cancello, e girò subito a destra.
Fece pochi passi, prima di rimanere sbigottita di fronte alla sorpresa: al posto della gelateria, c’era una pasticceria, e nessuna delle persone che ci lavoravano le era famigliare.
Rimase immobile, con il cuginetto vicino, per un minuto.
Che cosa poteva fare?
Cercò di pensare, pensare, ma era difficile, le veniva da piangere, voleva la sua mamma, ma non poteva perdersi d’animo, aveva anche la responsabilità del bimbo che le saltellava vicino.
– Andiamo a casa, ora, Ele? – disse il piccolo. Non sembrava spaventato.
– Tra un pochino – rispose lei distrattamente. Voleva fare un altro tentativo.
Nella strada dietro il suo palazzo, all’angolo, c’era un bar dove andava molto spesso con i suoi genitori, Andrea e gli zii a fare colazione, soprattutto di domenica. Ultimamente non ci andavano più così spesso, ma era un altro posto che le venne in mente dove trovare qualcuno che la conoscesse e che la potesse aiutare.
Tirò il cuginetto strattonandolo un po’, e senza parlare si diresse verso l’angolo della strada, dove svoltò di nuovo a destra.
Giù in fondo, quasi sulla piazzetta, c’erano le insegne del bar.
C’era!!
Affrettò il passo, e Andrea fu costretto quasi a correre per starle dietro.
Il battito le accelerò, mentre arrivava verso l’ingresso.
La sua delusione fu grande, quando vide il bar chiuso, sulle serrande un cartello: “CHIUSO”, che risaliva apparentemente a molto tempo fa.
Si guardò intorno, le piante erano tutte appassite, le sedie distrutte, gli ombrelloni strappati; sembrava che nessuno avesse aperto quel bar negli ultimi 10 anni.
Eppure lei c’era stata solo pochi giorni prima, le piante erano vive, le sedie a posto, e il bar aperto, l’odore dei cornetti inebriante.
Ora non sapeva che fare, e come in trance, tornò sui suoi passi.
Il sole era più basso, ora, non avrebbe saputo dire che ora fosse.
Mentre tornava verso la strada di casa, vide che il parco giochi era aperto.
Davanti casa sua, c’era un parco divertimenti con scivoli, giochi elettronici e altre amenità, che frequentava quando era più piccola. Ormai erano anni che non ci andava più, ma era aperto, e l’insegna luminosa “Parco Magnolia” era accesa.
I neon brillavano, stagliandosi verso il cielo che si stava facendo blu scuro.
Notò che stavano andando verso il tramonto, non se ne era resa conto, ma evidentemente il suo girovagare aveva preso più tempo di quanto pensasse.
Facendo attenzione, riattraversò la strada e si fermò davanti al parco giochi.
Dal marciapiedi si potevano vedere luci brillanti, caroselli splendenti, macchine lucide e una musica assordante.
Piante tropicali e giochi d’acqua, completavano lo scenario.
Elena non ricordava che il parco fosse così, ma d’altronde non ci entrava da diverso tempo, forse lo avevano ammodernato, pensò.
Andrea tirò la mano della cugina.
– Andiamo al parco giochi? – chiese entusiasta.
La bimba esitò.
Non aveva soldi, e comunque non era dello spirito giusto per giocare.
In quel momento, un uomo apparve davanti ai loro occhi. Era comparso quasi all’improvviso, così rapido, che non lo avevano visto arrivare.
Si spaventarono un po’, poi si tranquillizzarono quando lo videro sorridere.
– Buongiorno ragazzi! – disse in tono cordiale – avete visto il nostro nuovo parco giochi? Lo inauguriamo proprio oggi! Volete venire a dare un’occhiata? –
– Grazie – rispose la bimba – ma non abbiamo soldi –
– Ma questo non è un problema! – Rispose allegro l’uomo – oggi inauguriamo il parco, e tutti i giochi sono gratis! Venite dentro e non preoccupatevi dei soldi! –
Il piccolo Andrea cominciò a tirare la mano della cuginetta: – Sì sì sì, dai andiamo!!! – gridò tutto contento.
Lei continuava ad esitare, ma aveva bisogno di un po’ di normalità, per cui stava per accettare, quando una voce la sorprese:
– Lasciala stare! – ordinò perentoria la voce.
Sullo stesso marciapiede del parco giochi, c’era un cassonetto per l’immondizia.
Un uomo di colore alto, robusto, probabilmente sui sessant’anni, stava frugando nel cassonetto, e senza alzare la testa aveva parlato all’uomo del parco giochi.
Questi si rivolse all’uomo del cassonetto puntandogli il dito contro.
– Tu! Non ti immischiare! Lo sai che dobbiamo… –
– Sì, sì lo so – interruppe l’uomo. Alzò un attimo la testa: in bocca aveva un sigaro spento, stretto tra i denti, bianchissimi, che contrastavano con l’aspetto dimesso e l’attività dell’uomo.
– Lo so – continuò – ma tu lasciala stare lo stesso. –
L’uomo del parco giochi serrò la mascella, lo guardò con occhi di fuoco, poi, senza dire una parola, girò sui tacchi e scomparve rapido come era arrivato.
Improvvisamente, anche le luci del parco persero di intensità, e poi si spensero; la musica si affievolì, e le piante sembrarono appassire sotto i suoi occhi. In pochi secondi, il parco giochi sembrò abbandonato.
I due bambini rimasero a bocca aperta, poi Elena prese il cugino per mano e si rivolse all’uomo del cassonetto.
– Signore, noi stiamo cercando i nostri genitori, lei ci può aiutare? –
Non sapeva perché glie lo avesse chiesto, non lo conosceva, e stava frugando un cassonetto, e suo padre era sempre stato molto chiaro sul fatto che non doveva dare confidenza agli sconosciuti.
E poi, che ne poteva sapere un barbone dei loro genitori?
Eppure, istintivamente, le ispirava fiducia.
L’uomo non si alzò dal cassonetto, ma smise di frugare, per non fare rumore. Abbassò la voce e disse:
– Non ti posso aiutare, tesoro, ho già fatto troppo, e penso che ne pagherò le conseguenze. Però tu ti ricordi di quando tuo padre ti ha portato a vedere i girini, vero? –
Mentre diceva queste parole si alzò di scatto, e corse via. La bimba rimase disorientata, poi vide delle persone che in lontananza arrivavano di corsa, e quando il barbone attraversò la strada, deviarono dal percorso per corrergli dietro.
In tutto questo, si era fatto buio.
La bimba rimase stupefatta quando questa informazione penetrò nella sua coscienza. Ora era sicura: la giornata era passata TROPPO rapidamente!
Non sapeva che fare, ma fu il piccolo che decise per lei.
– Sono stanco – si lamentò – voglio andare a casa! voglio la mia mamma! –  e cominciò a piangere sommessamente.
Proprio davanti a loro, nello spazio antistante la stradina dove la mattina (ma a lei sembrava poco tempo prima) avevano visto il mercatino, c’era un piccolo giardino, con delle panchine.
– Andiamo a sederci lì – propose la piccola al cuginetto – ci riposiamo qualche minuto e poi cerchiamo la strada per andare a casa.
Probabilmente riuscì a sembrare convincente, perché il bimbetto si fece portare verso una panchina senza opporre resistenza.
Lei non sapeva se sarebbe stata in grado di trovare la casa degli zii; aveva una vaga idea della direzione, ma pensava di poterci arrivare. Era un altro tentativo che avrebbe fatto, ma ora aveva anche lei bisogno di fermarsi.
Si sedette sulla panchina, e quasi immediatamente il cuginetto si stese, appoggiando la testa sulle gambe di lei.
Trenta secondi dopo dormiva, stremato dagli avvenimenti.
Elena gli passò distrattamente la mano tra i capelli. Avrebbe voluto pensare, ragionare sull’accaduto, cercare una soluzione, ma il suo cervello di bambina si rifiutava di affrontare il problema.
Era troppo per lei, e non passò molto tempo che si addormentò seduta, con il mento sul petto.
Si risvegliò quando il sole cominciò a fare capolino dietro una collinetta.
Anche se la nottata era stata calda, si sentiva intirizzita per l’umidità del prato.
Il cugino dormiva ancora, ma si stava agitando un po’, segno che il risveglio era vicino.
Si stiracchiò pigramente, e per un momento dimenticò gli avvenimenti del giorno prima, poi improvvisamente tutte le informazioni confluirono insieme, e lei spalancò gli occhi: ora ricordava tutto, ma soprattutto, aveva capito dove doveva andare!
Chiamò il cugino: – Andrea, svegliati! svegliati! andiamo! –
Il piccolo si tirò su. Aveva l’aria confusa.
– Dove andiamo? – si limitò a chiedere?
– Andiamo a casa! – disse Elena.
Si era improvvisamente ricordata del posto dei girini: la sera prima, distratta dall’accaduto, non aveva riflettuto a quello che le aveva detto l’uomo del cassonetto, ma ora, appena sveglia, aveva avuto un’intuizione: lui voleva che andasse là.
Pensò per un momento, ma solo per un momento, di rinunciare, e di andare a cercare la casa degli zii, ma subito scartò l’idea: l’istinto le diceva che avrebbe avuto un’altra delusione, e non poteva pensare di passare un’altra di quelle strane, corte giornate, in giro per il quartiere, senza mangiare, senza lavarsi, e con un bambino di cinque anni per mano.
Si era ricordata che qualche mese prima, all’inizio della primavera, erano andata con il padre in un parco cittadino, non troppo lontano da casa sua.
Questo parco aveva uno stagno, e in quello stagno, in un angolo vicino a delle rocce, c’erano migliaia, forse milioni di piccoli animaletti neri che nuotavano impazziti. Avevano preso in un barattolo di vetro diversi girini, e erano rimasti a ad osservarli per ore, finché non si era fatto buio.
Poi li avevano rigettati nello stagno, e erano tornati a casa.
– I girini nascono con la coda, poi ad un certo punto la coda sparisce, smettono di essere dei pesci e si trasformano in rane – le aveva detto suo padre – anche noi da piccoli siamo come dei girini, ci agitiamo continuamente, poi arriva un momento in cui dobbiamo cambiare, e trasformarci in qualcosa di diverso, di migliore –
Era stata l’ultima giornata insieme: la mattina dopo era morto in un incidente d’auto, e lei era rimasta sola con sua mamma.
Non capiva come avesse potuto dimenticare quella giornata con suo padre, però ora se la ricordava benissimo, e sapeva dove doveva andare: al Posto dei Girini.
Trascinò letteralmente il povero Andrea, verso un viale molto trafficato; sapeva che in fondo a quella lunghissima strada, c’era il parco. Forse poteva arrivarci a piedi, ma non sapeva quanto ci avrebbe messo, e con il cugino per mano sarebbe stata una passeggiata troppo lunga.
Decise quindi di prendere un autobus: non sapeva quale numero, ma sapeva come si chiamava il parco. Guardò la fermata, e i percorsi degli autobus. Ce n’erano tantissimi, ma tutti passavano per il parco!
Salirono sul primo autobus. Non aveva soldi, né biglietto, ovviamente, ma non si pose il problema.
L’autobus non era pieno, ma c’era comunque un discreto numero di persone.
Quando i due bambini salirono, sembrò che le persone sull’autobus li ignorassero. Qualunque cosa stessero facendo, la facevano in silenzio, nessuno parlava, né li guardava.
L’autobus ripartì, e lei si afferrò ad una maniglia, con il cugino che si attaccava alle sue gambe.
Vide un sedile libero, e si diresse da quella parte.
Mentre stava per sedersi, una signora che era rimasta in piedi, con un movimento fulmineo si sedette di colpo. I due bambini rimasero sorpresi dalla maleducazione della signora, che li ignorò completamente.
Elena si girò, e vide un altro sedile libero più avanti.
Andarono verso il sedile, ma anche questa volta un ragazzo, si sedette prima di loro, guardandoli in maniera non proprio amichevole.
La bimba percepì che qualcosa non andava, e prendendo per mano il cuginetto, si diresse verso uno spazio riservato ai portatori di handicap, da cui si poteva vedere fuori attraverso una larga finestra.
Guardò fuori, e vide che avevano percorso già un bel po’ di strada.
Si girò poi perché aveva una strana sensazione; si guardò intorno, e vide che diversi passeggeri li fissavano con severità.
Anche Andrea si accorse degli sguardi, e si attaccò più stretto alle gambe della cugina.
Elena tornò a guardare fuori, un po’ per evitare gli sguardi dei passeggeri, un po’ per vedere se riconosceva il percorso.
Mentre guardava i negozi, scrutava i passanti sul marciapiedi, per vedere se riconosceva qualcuno, e faceva la stessa cosa con le macchine che affiancavano l’autobus.
Improvvisamente si rese conto che non aveva visto altri bambini!
Guardò meglio, e non vide bambini, né sui marciapiedi, né nelle auto. Si girò, e si accorse che non c’erano bambini neanche sull’autobus! E neanche al parco giochi, aveva visto bambini.
Apparentemente, loro due erano gli unici bambini in giro.
Ebbe paura.
Sull’autobus, poi, sempre più persone si erano girate a fissarli.
Alcuni digrignavano i denti con rabbia altri li fissavano con odio.
– Tornate indietro! – disse infine una signora.
– Sì, tornate indietro, dove volete andare!!! – gridò un’altra.
– Andatevene!  – urlò un ragazzo.
– Tornate indietro – insistette un’altra signora.
Ora tutti parlavano, gridavano, si rivolgevano a loro con odio e cattiveria.
I due bambini erano confusi da quelle grida, si stringevano l’un l’altro sperando che smettessero. Ma quelli non smettevano, anzi, alzavano la voce sempre di più, finché una signora si alzò e si diresse minacciosa verso di loro.
Elena guardò disperatamente fuori, vide che non erano lontani dal parco, riconosceva il cavalcavia che stavano attraversando.
L’autobus svoltò a destra, mentre altre persone si alzavano.
Erano sempre più cattivi nelle loro grida e con gli sguardi sempre meno razionali, sembravano tutti impazziti.
In quel momento l’autobus si arrestò ad una fermata, le porte si aprirono, ed Elena con un balzo riuscì a farsi strada tra gli altri passeggeri, trascinando il cugino per mano.
Saltò letteralmente giù dall’autobus, inciampando nel marciapiedi, ma riuscì a non cadere. Le porte si richiusero su una selva di mani protese per afferrarli, e l’autobus ripartì.
I due bambini si ritrovarono sul marciapiedi, a poche centinaia di metri dall’ingresso del parco dove Elena si ricordava del Posto dei Girini.
In giro apparentemente non c’era nessun altro. Poche macchine percorrevano il vialone in salita, come se volessero evitare quella zona.
I bambini si incamminarono velocemente; anche Andrea: si era spaventato così tanto, che non profferì parola, e seguì diligentemente la cuginetta più grande.
Ogni tanto passava un autobus pieno di gente, che li guardava con odio.
Ma nessun bambino. Non c’erano bambini, in quell’universo. Tranne loro.
Finalmente varcarono il cancello che segnava l’ingresso del parco. Il sole si stava abbassando all’orizzonte, e presto sarebbe tramontato. Dovevano arrivare al più presto al Posto dei Girini; Elena non voleva passare un’altra notte all’aperto, non in quella parte della città, che sembrava fare un brutto effetto ai suoi abitanti.
Percorsero il sentiero di ghiaia che portava alla strada principale del parco, anch’essa di ghiaia, e si diressero verso lo stagno, che distava non più di cento metri dall’ingresso.
Una ragazza che faceva jogging veniva loro incontro. Mentre si avvicinava, la bimba si accorse che li fissava intensamente, poi, mentre passava, cambiò improvvisamente direzione e con una spallata la mandò ruzzoloni a terra.
La bimba rimase un attimo immobile, stupita, poi si girò per vedere la ragazza andare via nella direzione opposta, senza rinunciare prima a riservare loro uno sguardo di odio.
Si rimise in piedi, ma durò poco: un altro ragazzo la colpì, stavolta molto più forte, mandandola di nuovo a terra. Si guardò il ginocchio che si era sbucciato e perdeva sangue.
Anche questo ragazzo li fissò con odio mentre andava via.
Guardò davanti a sé e vide che arrivavano parecchie persone che stavano apparentemente facendo jogging. Capì che non sarebbe mai arrivata allo stagno, in questo modo.
Prese il cugino per mano e andarono a nascondersi in mezzo alla folta vegetazione.
– Sshhh – le fece segno lei con il dito sulle labbra.
Lui ripetè il gesto sorridendo, ma per fortuna rimase in silenzio.
Guardò attraverso le piante, e vide che le persone che arrivavano correndo rallentavano sensibilmente guardandosi intorno. Stavano cercando proprio loro!
Poi riacceleravano e andavano via, ma ne arrivavano in continuazione.
Elena era stata tante volte in quel parco, sapeva che era possibile girarlo completamente evitando la strada principale, e, sempre facendo segno al cuginetto di non parlare, cominciò a muoversi tra le folte piante, in direzione dello stagno.
Il percorso fu lungo e disagevole. Dovevano farsi largo tra la fitta vegetazione che li nascondeva alla vista degli adulti, ma che non gli permetteva di correre.
Ogni tanto la bimba gettava uno sguardo sulla strada di ghiaia, e ogni volta le persone che li cercavano con lo sguardo sembravano aumentare!
Quando i due bimbi arrivarono all’altezza dello stagno, c’era una folla che correva in tondo.
Il Posto dei Girini era lì, a pochi metri, ma per arrivarci dovevano attraversare la strada di ghiaia piena di sconosciuti che li cercavano disperatamente.
Poi, la bambina la vide: c’era una luce, vicino allo stagno, proprio accanto al Posto dei Girini. Era una luce bianchissima, che sembrava originare dalla riva.
Stava aumentando di intensità, sembrava, e questo rendeva le persone davanti a loro nervose; si agitavano, roteavano le mani, aggrottavano le sopracciglia, erano un esercito disorientato, che non riusciva a vedere il nemico, ma Elena era sicura che non avessero buone intenzioni nei loro confronti.
Si chinò sul cuginetto e gli disse sottovoce parlandogli in un orecchio:
– Ora stammi vicino, dobbiamo fare una corsa. Tu dammi la mano, non guardare nessuno, e corri velocissimo, va bene? –
Il bimbo era impaurito, ma fece di sì con la testa, guardandola con i suoi occhioni azzurri.
Elena prese coraggio, strinse la mano al cuginetto, aspettò di vedere un varco tra la folla, e poi si lanciò velocissima, tirandosi dietro Andrea, verso la luce che sorgeva dal Posto dei Girini.
Le persone che li stavano cercando reagirono con un attimo di ritardo, si lanciarono su di loro, ma non riuscirono a fermarli, e i due bambini si tuffarono verso la luce.

Elena si ritrovò a terra.
Si protesse istintivamente il viso con le braccia, ma dopo qualche secondo si rese conto che nessuno le stava saltando addosso.
Si alzò in piedi, e si guardò intorno.
Era sulla riva dello stagno, vicino al Posto dei Girini. Guardò istintivamente giù, ma i girini non c’erano.
Il sole era alto nel cielo. Non capiva cosa stesse succedendo, qualche momento prima era quasi il tramonto, e ora sembrava mezzogiorno.
– Elena! Elena! dove ti sei cacciata! –
Era la voce di sua madre!
Corse verso la direzione della voce, e girato l’angolo di una siepe, la vide.
– Mamma! Sono qui! Sono qui! – corse verso la madre e l’abbracciò fortissimo.
– Ma dove eri finita! – la sgridò la madre – è un’ora che ti cerco! Dobbiamo andare a pranzo dagli zii, e siamo in ritardo. Dai andiamo, su –
La madre fece per muoversi, ma la bambina la trattenne per la mano.
– Aspetta! – si ricordò all’improvviso  – Andrea! Dov’è Andrea! dobbiamo andarlo a cercare.-
La madre la guardò senza capire.
– Andrea, tuo cugino? – chiese perplessa.
– Sì Andrea! Era qui con me un minuto fa! Oddio mamma, l’hanno preso! Ti prego andiamolo a cercare! –
La madre era sconcertata, mentre la bimba la trascinava verso lo stagno.
– Un momento, Elena, ma di cosa stai parlando? – la madre si bloccò, tirando leggermente la piccola a sé.
– Andrea è a casa sua, e ti aspetta, lo sai. –
Elena la guardò, ma non si convinse.
– Non è vero! – urlò – Andrea era con me, noi siamo arrivati qua da soli, e ora lui è rimasto là! –
La madre cominciò a preoccuparsi, perché le parole della bimba non avevano alcun senso.
Si piegò sui talloni per essere alla sua altezza e la abbracciò.
– Tesoro – disse con una voce più gentile – ti assicuro che tuo cugino è a casa sua. Vuoi che lo chiamiamo per essere sicura? –
La bimba fece di sì con la testa.
La donna prese il cellulare, compose un numero e aspettò che squillasse. Poi disse al telefono:
– Ciao, sono io. Stiamo arrivando, siamo in leggero ritardo. C’è Elena qui che vuole salutare Andrea, glie lo puoi passare? –
Porse il cellulare alla bambina, che lo prese esitante.
Lo avvicinò lentamente all’orecchio, poi disse:
– Andrea? –
Dall’altra parte la voce di suo cugino squillò allegra.
– Ele! dove sei? quando vieni? –
Lei fece un sorriso e rispose:
– Sto arrivando, aspettami! – e chiuse la conversazione ridando il cellulare alla madre.
Si presero per mano, e senza dire una parola si avviarono per la stradina di ghiaia verso l’uscita.
La piccola si guardò intorno: era una giornata di sole, e nel parco c’erano tanti bambini che correvano, andavano in bicicletta, litigavano, si rincorrevano.
Si girò giusto un attimo per dare un’occhiata al Posto dei Girini.
Non capiva bene cosa fosse successo, ma era sicura che suo padre le avesse mandato un messaggio.
Sarebbe tornata, magari il prossimo fine settimana, per vedere se ce ne sarebbero stati altri.
Per il momento era felice così, mano nella mano con sua madre, in una giornata di sole.
Prima di attraversare il cancello, notò a destra un uomo.
Era di colore, alto, robusto, con una ramazza metallica con la quale raccoglieva foglie e altri rifiuti.
Teneva in bocca un sigaro spento, stretto tra due file di denti bianchissimi.
Non avrebbe potuto giurarci, ma le era sembrato, anzi, era quasi sicura che le avesse fatto l’occhiolino.

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