Sezione Variabile

Nella stanza buia la luce si insinua incerta attraverso i buchi di una vecchia serranda di legno; nessun rumore, tranne i respiri, lenti, e una radio in lontananza che trasmette vecchi successi degli anni ’60.
Lui è sdraiato sul grande letto, la testa girata da un lato, opposto a quello di lei, la schiena perfettamente liscia che mostra appena i segni di una muscolatura nervosa ma non massiccia.
Lei come già tante volte appoggia il mento sulla sua spalla, per dargli ogni tanto dei piccoli baci nell’incavo che il deltoide forma con la gola.
I capelli lisci, di un castano quasi rosso, gli solleticano i sensi ancora acuiti dopo aver fatto l’amore, e la sua mano ripassando in continuazione lungo la spina dorsale gli provoca leggeri brividi e strappa piccoli mugolii di piacere.
In quel momento di sospensione, lontano da ogni tempo e pensiero, lei gli sussurra qualcosa all’orecchio.
Lui, senza interrompere il piacere che gli dà l’essersi abbandonato alle mani di lei, emette un mugolio differente, che può essere interpretato come una richiesta di risentire le sue parole.
Lei si avvicina di più e dice di nuovo: -…sezione variabile –
Per un istante, un solo brevissimo istante, lui pensa di girare la testa dalla parte di lei, di guardarla negli occhi, e di chiederle che cosa intendesse.
Poi l’istante passa, e lui si concentra ancora di più sulle unghie levigate che incidono solchi immaginari lungo la sua schiena.

La ragazza percorreva velocemente la strada del centro storico, i ciottoli irregolari che non impedivano ai suoi piedi di avanzare su tacchi importanti.
Era vestita in modo semplice, dei jeans attillati, un maglioncino leggero, una borsa scamosciata a tracolla, pochi accessori.
Era bella, e non aveva bisogno di molto altro se non della sua bellezza, per attrarre gli sguardi della gente.
Passò in un vicolo buio, dove un gruppo di quattro o cinque ragazzi stava discutendo animatamente. Si fermarono vedendola passare, e uno di loro le fece un apprezzamento volgare.
Senza rallentare, si girò di scatto, i capelli castano-quasi-rossi volarono di lato come sospinti dal vento, e gli occhi verdi si piantarono negli occhi del ragazzo. Fu lui ad abbassare lo sguardo. La rabbia che le bruciava dentro era troppo forte per essere contenuta.
Svoltò improvvisamente a destra e cominciò a scendere la strada di grandi lastre di marmo grigio chiaro, rese scivolose dalla pioggia della sera prima.
Si aggiustò la borsa per riequilibrarsi e si spostò sul marciapiedi più scuro, fatto di piccole mattonelle di ardesia nera.
Erano quasi le sette, e il sole stava per tramontare, la temperatura si era leggermente abbassata e un leggero brivido di freddo le fece drizzare la schiena, nuda sotto la sottile copertura del maglioncino.
Strinse i denti, era quasi arrivata.
In fondo alla discesa una piazza, con una enorme fontana di marmo.
I turisti continuavano ad aggirarsi scattandosi fotografie e lanciando monetine in acqua, ma lei non era in animo di apprezzare le loro piccole soddisfazioni.
Finalmente svoltò ancora una volta, e quasi subito, nella strada che gli si apriva davanti, entrò in un negozio.
Era un negozio di oggetti di arredamento, fintamente sofisticati, in realtà abbastanza pacchiani, fatti per attirare un pubblico di turisti e di pochi clienti abituali.
Lui la vide entrare, e il sorriso che stava dispensando ad una cliente, si interruppe, così come le sue parole.
Lei avanzò a grandi passi verso il bancone in fondo al locale affollato, incurante delle proteste delle persone contro le quali nella foga si scontrava.
Quando gli fu davanti, lui la guardava ancora, con un misto di rabbia e paura, a cui si univa un’aria dubbiosa, perché non riusciva a spiegarsi la sua presenza lì, dopo che proprio quella mattina aveva messo in chiaro le cose.
Pensava lei avrebbe capito, e invece, eccola qua.
Cosa si doveva aspettare? Una scenata? Una supplica?
Lei lo guardò negli occhi per pochi secondi, e come anche quei ragazzi nel vicolo, anche lui non riuscì a tener testa all’intensità di quello sguardo.
Ma lei non era lì per una gara di orgoglio.
Distolse lo sguardo, mise una mano dentro la borsa, ne cavò una busta di plastica.
Nella busta, che aprì senza tanti riguardi, c’era un fagotto, costituito da carta di giornale.
Con gesti rapidi aprì la carta e ne sbatté il contenuto sul bancone davanti a lui.
Un cuore.
Un cuore sanguinante, con le sue vene e arterie, il grasso e la muscolatura.
L’odore nauseante delle interiora di chissà quale animale.
Forse una vacca, o un maiale, ma non sembrava in quel momento importante, e infatti non lo era.
Alcuni avventori si misero una mano sulla bocca e spalancarono gli occhi, molti andarono via rapidamente, ma qualcuno rimase per godersi la scena.
Lui non disse nulla.
Guardò il muscolo appoggiato sul suo bancone e poi la donna davanti a lui, che aveva appoggiato le mani sul bordo, e si teneva ancorata al mobile, come se su quelle due mani facesse perno in quel momento tutta la sua esistenza, e forse era proprio così.
– Sezione variabile. Il tuo cuore è proprio così. A sezione variabile. Può essere stretto, poi allargarsi quando ti serve, e poi di nuovo restringersi, se vuoi essere freddo. Si gonfia quando necessita dell’ossigeno dell’amore di un’altra persona, ma si sgonfia quando di quell’amore non sa più che farsene, e lo butta via spingendolo nelle vene. Tu sei così, e io no. Il mio cuore non cambia, quando ama; se ama. Puoi tenerti il tuo cuore, e anche questo, non mi interessano più –
Uscì rapidamente dal negozio, la borsa alleggerita dal fardello, e la mente decisamente più libera.
Si sbrigò ad allontanarsi, che non le si vedesse la lacrima che le stava scappando via dalle ciglia umide.
Strinse le braccia intorno al corpo per riscaldarsi.

Una folata di vento freddo la fece rabbrividire, ma allo stesso tempo alzò gli occhi e vide, attraverso i capelli che le danzavano davanti al viso, che le nuvole si stavano aprendo, e nel cielo blu scuro del tramonto della sua città, si accendevano poche ma promettenti stelle.
 

Abbassò gli occhi a terra, fece un sorriso, e andò via.

letto sfatto

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