I Racconti della Piscina – 6

Oggi sono arrivato in piscina un po’ in ritardo, ma non ero in affanno.
Avevo un programma ben definito, aggressivo, e non mi serviva poi molto tempo: fare le mie 20 vasche mattutine, consecutive, e poi andarmene in ufficio.
Ormai ho superato la fase critica, in cui ad ogni vasca sembrava mancarmi l’aria, e in cui ad ogni bracciata mi sembrava di cercare di sollevare il martello di Thor.
Mi sono avviato con decisione verso la vasca.
Prima di entrare in acqua ho fatto due o tre rotazioni con le braccia, per risvegliare i muscoli, come mi ricordavo di aver visto fare a Mark Spitz alle Olimpiadi del ’72, prima di vincere una delle sue 7 medaglie d’oro.
Entrato in acqua ho iniziato il mio programma senza esitazione, la bracciata fluida, riuscivo a rallentare ed accelerare a piacimento, e fendevo l’acqua, sicuro, deciso, implacabile.
Le prime 12 vasche sono andate via senza problemi.
Alla tredicesima, la crisi: improvvisamente mi sono trovato a respirare ogni due bracciate, e alla sedicesima ho pregato che venisse in mio soccorso il medico di Lance Armstrong, ma ero solo in quell’oceano di acqua dolce.
Ho stretto i denti, e le ultime quattro vasche sono state un tripudio di energia: ho deciso di dare tutto, e anche se ormai respiravo ogni mezza bracciata, ho cominciato a spingere con le gambe, a sbuffare senza ritegno, e anche a rana spingevo i piedi come un ossesso.
Toccato il bordo dopo la ventesima vasca, senza esitazione mi sono issato sul bordo, con un gesto di trionfo ho tolto la cuffietta e l’ho strizzata, e mi sono fermato a godere della mia impresa.
L’adrenalina mi scorreva nel sangue come immagino accadesse a Mark Spitz dopo le sue imprese; i muscoli mi facevano male come a Mark Spitz dopo il record del mondo; ad un certo punto mi sono anche toccato il labbro superiore, per vedere se mi fossero spuntati anche i baffi, di Mark Spitz.
Questo delirio di onnipotenza si è interrotto bruscamente quando una voce gentile mi ha chiesto:
– Vai già via? –
Mi giro, e vedo l’istruttrice che controlla la piscina durante il nuoto libero, con uno sguardo stupito.
Poverina.
Lei evidentemente non sa del programma che mi sono dato, forse era distratta, e non ha seguito l’impresa.
Lei ha solo visto che sono entrato e uscito dall’acqua in dieci minuti, ma non ha capito la portata dell’evento.
Sicuramente, pensavo, ora vedrà la tensione che pervade tutto il mio essere, e capirà.
Ma la gentile signora, in un impeto di generosità, rincara la dose:
– Magari la prossima volta dimmelo, e ti faccio pagare di meno –
A questo punto barcollo, e farfuglio in sequenza una serie di scuse, perché l’ufficio, la mattina sono più stanco, ho quasi 50 anni, e tutto sommato sono contento di quello che sono riuscito a fare, che prima dopo 10 vasche mi veniva l’infarto, che poi sono 15 anni che non faccio nuoto, certo la domenica potrei venire con più calma, ma la mattina è più comodo.
Cerco nel suo sguardo un briciolo di ammirazione, ma deve averla nascosta con cura.
Invece noto che un sopracciglio si è inarcato fin quasi toccare l’attaccatura dei capelli.
Non ci vuole il Tim Roth di Lie to me per dedurre dalla sua espressione una vasta gamma di sentimenti, che vanno dalla pietà, allo scetticismo, al “l’ho-già-visto”, al “se-se-se”.
Saluto mestamente, e mi allontano a testa bassa.
Neanche le discussioni sindacali tra il Professore e il Meccanico riusciranno a sollevare il mio spirito, oggi.
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