A Christmas Carol – La vera storia di Babbo Natale

Un racconto lungo scritto per un concorso. Una favola per bambini

Per essere un bambino di nove anni, Nico aveva delle caratteristiche decisamente infantili.
Eh sì, intelligente, bravo a scuola, atletico. Ma per un paio di cose era decisamente indietro rispetto alla sua età.
La prima era che credeva ancora a Babbo Natale. Ma non a un Babbo Natale qualsiasi: proprio quello dei racconti, grasso, con la barba e i capelli bianchi, il vestito e il cappello rosso, e la slitta trainata da sei renne. Una delle quali, di nome Rodolfo, aveva il naso rosso. Chissà, forse beveva troppo vino nelle fredde serate Lapponi.
E poi Nico amava i chupa chups. Se ne era invaghito a 3 anni, vedendo un vecchio telefilm americano in cui un signore pelato, che doveva essere un poliziotto o una cosa del genere, passava tutto il suo tempo a catturare criminali, indossando uno strano cappello e mangiando un chupa chups dopo l’altro.
Ma Nico era consapevole di queste sue debolezze, e le teneva nascoste ai suoi compagni di classe. In quarta elementare, nessuno più credeva a Babbo Natale. E le chupa chups sono per le femminucce, dicevano i suoi amichetti.
E così Nico aspettava di arrivare sotto casa con sua madre, e poi quasi di nascosto ne comprava una nel bar all’angolo, e dopo averla scartata con voluttà, rientrava a casa con questo bastoncino bianco che spuntava dalla bocca.
Quel giorno aveva scelto il gusto “agrumi”. Era quasi Natale, e gli sembrava appropriato.
Mentre la madre lo precedeva portando lo zaino, chiacchierando con la sorella, che era andata a trovarli all’uscita di scuola, lui camminava chiedendosi oziosamente cosa gli avrebbe portato Babbo Natale quell’anno.
Aveva fatto la sua brava lista, scritta in bella copia, e infilata in una busta bianca indirizzata a “Babbo Natale, Rovaniemi, Lapponia, Circolo Polare Artico”.
Dell’indirizzo era sicuro, d’altronde tutti gli anni i regali che aveva chiesto – magari non proprio tutti – arrivavano regolarmente a destinazione.
Quell’anno aveva fatto una lista un po’ inusuale. Aveva messo la bici nuova.
Poi due giochi per la wii (a quanto pare Babbo Natale non amava la wii, anche lo scorso anno ne aveva inseriti tre, ma ne era arrivato solo uno. Stavolta pensava che forse chiedendone solo due sarebbe stato più magnanimo).
La bussola e il coltellino svizzero per gli scout (qualcosa gli faceva pensare che il coltellino non sarebbe arrivato).
E poi, come tutti gli anni, aveva chiesto un animale.
Su questo punto Babbo Natale era sempre stato di una coerenza imbattibile.
Non glie ne aveva MAI portato uno che fosse uno.
Aveva iniziato col chiedere un cane. Poi un gatto. Una tartaruga. Un criceto.
Niente. Gli anni passavano, e di animali nemmeno l’ombra. In effetti aveva orecchiato una conversazione dei genitori.
“Sei matto? Un topo?” diceva sua madre
“Non è un topo, si chiama criceto, è un animale differente, altrimenti non credi si sarebbe chiamato ‘topo’ anche lui? e poi sta in gabbia, non gira per casa” rispondeva sua madre
“Per me è un topo. E io non voglio un topo dentro casa” fine del discorso.
E così, Nico aveva capito: anche Babbo Natale sapeva che sua mamma non amava gli animali, e per questo motivo non arrivavano mai.
Ma quest’anno pensava di avere una chance.
Sua madre lo aveva ricoperto di complimenti, perché aveva preso tutti 10 in scienze. Diceva che era felice che lui si interessasse alla natura.
Sua madre era laureata in fisica, e non faceva che rimarcarlo a suo padre, che non era laureato in niente, ma a cui piacevano molto gli animali.
Avevano studiato gli oceani, e gli animali del mare, e pensava che se avesse scelto un animale compreso nel programma di scuola, sua madre avrebbe visto un qualche vantaggio ad avere un animale dentro casa. E forse Babbo Natale si sarebbe convinto.
Per questo aveva scritto “oloturia”, in fondo alla lista, sottolineandolo tre volte.
Mentre camminava pensieroso, chiedendosi quale tipo di oloturia avrebbe ricevuto, non poteva sapere che sua madre, dopo aver letto la lista, era andata su google, insieme a suo padre, e aveva visto che l’oloturia altro non era che uno schifoso, viscido animale detto “cetriolo di mare”.
“Non voglio un verme dentro casa mia!” aveva sibilato stavolta
Anche suo padre, che di solito provava un sottile piacere a contraddire sua moglie, stavolta dovette concordare che un oloturia era fuori discussione.
Provò a dire: “E allora un gattino?” ma lo sguardo di sua moglie lo fece desistere.
Ignaro di quanto avveniva alle sue spalle, Nico stava per entrare nel portone, quando il suo sguardo fu catturato da una targa in ottone, lucida, nuovissima.
“Prof. Dott. Attilio Scaccabarozzi. Specialista in cure dentali”
La targa non c’era di sicuro quella mattina.
Nico la osservò affascinato.
Scaccabarozzi.
Chissà perché questo nome strano gli metteva simpatia.
Provò ad attirare l’attenzione della madre, mentre salivano in ascensore, ma era troppo impegnata in un dialogo fitto con sua zia, e non se lo filò.
Nico si rassegnò a mangiare la sua chupa chups in silenzio, mentre cercava di immaginarsi il Prof. Dott. Scaccabarozzi.
Magari c’era anche una Signora Scaccabarozzi. E forse anche dei piccoli Scaccabarozzini.
Ridacchiò tra sé e sé mentre l’ascensore arrivava al piano, e i tre scesero.
Mentre richiudeva l’ascensore, vide che sulla porta opposta alla loro, sul lungo pianerottolo, era comparsa una targa analoga, più piccola, ma sempre di ottone lucidissimo, con la stessa scritta “Prof. Dott. Attilio Scaccabarozzi. Specialista in cure dentali.”
Nico rimase a bocca aperta, con il bastoncino che pendeva pericolosamente. E così il Prof. Dott. Scacabarozzi aveva aperto lo studio proprio sul suo pianerottolo.
Si accorse che la madre lo chiamava solo quando cominciò ad urlare.
“Nicoooooo! Vuoi entrare dentro casa? Alloraaaaa!”
Le urla di sua madre erano sempre convincenti.
Chiuse la porta di casa, entrò e si diresse verso la sua stanza.
Ricontrollò i compiti, mentre si toglieva la giacca della tuta.
Prese a calci un pallone, lanciò un paio di volte una pallina da tennis sul muro, anzi, un po’ più di un paio di volte, perché la madre sbraitò: “Nicoooooooo! La piantiiiiiiiii!”
Smise con la pallina da tennis, e aprì il libro di scienze.
Proprio nelle prime pagine, così grande da occupare mezza pagina, c’era la foto di un’oloturia.
Era azzurra, con striature colorate e aculei velenosi.
Quella.
Lui voleva proprio quella.
Forse avrebbe dovuto specificarlo?
Ma no, si disse tranquillizzato, Babbo Natale sa esattamente i desideri dei bambini, non avrà problemi a trovare un animale…
Si immobilizzò.
Oh capperini in salmì, pensò.
Mi sa che ho capito.
Ecco perché non li ho ricevuti mai.
Un animale NON è un gioco. E Babbo Natale porta solo giocattoli.
Eppure mi sembra di ricordare che mia cugina abbia ricevuto un cagnolino.
O forse era per il compleanno?
“Mammaaaa posso chiamare Silvia, le devo chiedere una cosa?”
“Va beneeeee, basta che ti sbrighi, devo telefonare anche io!”
Prese il telefono portatile e compose il numero della cuginetta; aveva 3 anni più di lui ed era il suo idolo.
“Pronto Silvia, sono Nico!” disse entusiasta
“Ehi bello come stai?” sua cugina lo trattava come un bambino. Vabbè, in fin dei conti ERA un bambino.
“Senti, volevo chiederti una cosa. Il tuo cagnolino Gimmi lo hai ricevuto per natale? Voglio dire, te lo ha portato Babbo Natale?”
Silvia ridacchiò. Sapeva della fissa di Nico e siccome gli voleva bene, non gli voleva dare un dispiacere.
“Certo, Nico. Fu Babbo Natale in persona, quattro o cinque anni fa”
Visibilmente sollevato, Nico la salutò rapidamente.
Benissimo. Quindi doveva solo convincere sua madre che un animale dentro casa non era poi una tragedia. E un’oloturia, poi?
Cosa poteva fare un piccolo, innocuo cetriolo di mare?
Decise di andarne a parlare con il suo amico Emanuele. Era un bambino della sua età circa, solo un anno di meno, che abitava al piano di sotto.
Andava dalle suore, e per questo motivo non si frequentavano a scuola, ma si vedevano quasi tutti i giorni. Ormai poi Nico era considerato abbastanza grande da andare a trovare Emanuele senza essere accompagnato dai suoi.
“Mamma, scendo a vedere se c’è Emanuele!” disse
“Va bene, ma torna entro un’ora, senza che ti debba venire a cercare. E fammi chiamare dalla mamma di Emanuele quando entri, così sto tranquilla” rispose la madre interrompendo solo per un secondo la fitta discussione con la sorella.
“Occheiiiiii” rispose Nico alzando gli occhi al cielo.
Uscì di casa, chiuse la porta e andò verso le scale.
Guardò di nuovo la targa di ottone del Prof. Scaccabarozzi. Gli venne voglia di suonare alla porta. Cosa avrebbe potuto dire?
“Salve, sono il bambino che abita vicino casa vostra, posso sapere che diavolo di nome è ‘Scaccabarozzi’?” no, non era il caso
“Salve, sono Nico, il bimbo più fico” mmmm…la filastrocca inventata da Silvia non era il massimo per un primo incontro.
“Buongiorno, posso farle vedere il molare che mi sta spuntando?” e poi, se avesse chiesto i soldi, chi glie lo diceva ai suoi?
Mentre pensava ad un modo per giustificare il dito che stava per premere il campanello, una voce lo face sobbalzare.
“Io non lo farei, fossi in te”
Si girò, e vide che seduto sulle scale, un po’ in ombra, perfettamente mimetizzato con il grigio delle scale, c’era un uomo. A guardarlo bene, era poco più di un ragazzo, poteva forse avere vent’anni.
Era magro, vestito completamente di grigio e nero, con delle converse grigie a scarponcino ai piedi. E con i capelli pieni di brillantina, perfettamente stesi ai lati, e con un enorme, irragionevole, antiquato ciuffo a banana sulla fronte, che lo faceva somigliare ad una versione post-atomica di Elvis.
Nico non pensò a tutto questo, anche perché non sapeva neanche chi fosse Elvis, ma il tizio sembrava simpatico. Aveva un sorriso accattivante, e si rivolgeva a lui senza quel tono di sufficienza che avevano i grandi, soprattutto i grandi più giovani.
“Vedi” continuò il tizio alzandosi. Era magrissimo, le gambe, due stuzzicadenti inguainati nei jeans. Si guardò intorno con fare circospetto, poi si chinò su Nico. “Quel tipo, lo Scaccabarozzi, non è quello che dice di essere”
Nico aveva gli occhi spalancati. Il tizio stava per confidargli un segreto incredibile. Lui SAPEVA chi fossi veramente Scaccabarozzi. E il fatto che Nico non lo avesse neanche mai visto, era assolutamente irrilevante. Lui, Nico, stava per sapere qualcosa che neanche i suoi genitori sapevano.
Il tizio si avvicinò ulteriormente, e quando era a pochi centimetri dal suo naso gli disse:
“Scaccabarozzi…in realtà…è…Babbo Natale!”
Nico rimase di stucco.
Possibile?
Lo Scaccabarozzi? Il buon vecchio Scack (nella sua testa era già uno di famiglia). Il dentista.
Possibile che fosse Babbo Natale?
No, ovviamente no. Perché poi? Di tanti posti nel mondo…proprio sul suo pianerottolo.
Era impossibile, e Nico lo sapeva.
Ma la stessa, imponderabile, irragionevole forza che lo spingeva a nove anni a credere ancora a Babbo Natale, gli soffiò nelle orecchie che se questo mito esisteva, e poteva consegnare in una sola notte regali e giocattoli a tutti i bambini del mondo, allora poteva benissimo camuffarsi sotto le mentite spoglie del Prof. Dott. Scaccabarozzi, e vivere sul suo pianerottolo, per poter…già? A fare che?
Si voltò verso il tizio, e il dubbio che si era insinuato nella sua mente si manifestò nello sguardo scettico che presentò al ragazzotto.
Il quale se ne accorse subito, e con un balzo all’indietro si inarcò sulla schiena, aprì le mani in un segno di innocenza.
“Non mi credi, vero? E certo, chi crede oggi a Babbo Natale? neanche più i bambini delle elementari. E quindi se Babbo Natale non esiste, è chiaro che il buon Scack non può essere uno che non esiste, e quindi…”
“Babbo Natale esiste!” urlò Nico
Era molto sensibile sull’argomento, e la sua arrabbiatura non gli fece fare caso al fatto che il tizio avesse chiamato “Scack” il suo vicino, come aveva fatto lui, tranne che…non lo aveva detto…ma solo pensato.
Non fece in tempo a chiedere altro perché sua madre uscì come una furia dal loro appartamento, urlando:
“Nicoooooo” poi quando se lo vide di fronte lo prese per un braccio scuotendolo.
“Dove sei statoooo? Ho chiamato la madre di Emanuele perché non l’avevo sentita, e mi ha detto che non eri scesooooo. Che cavolo faiiii”
Poi vide il tizio e si bloccò.
La voce si abbassò di due ottave, e quasi sibilò.
“E tu chi sei? Che stai facendo con mio figlio?”
Il tizio non si spaventò, né sembrò minimamente turbato dalla madre di Nico.
“Mi chiamo Le Bond, signora. Simon Le Bond, per la precisione. E con suo figlio stavamo solo amabilmente chiacchierando di Babbo Natale. Ora devo andare però” aggiunse mentre iniziava a scendere le scale.
“Mi raccomando, Nico, le oloturie vogliono acqua molto calda” concluse strizzando l’occhio al bambino, paralizzato ancora una volta dallo stupore.
La madre non cercò di fermare lo sconosciuto, ma si limitò a trascinare Nico verso casa, urlandogli quali sarebbero state le punizioni per questa sua disobbedienza.
Il giorno dopo, vigilia di Natale, Nico non riuscì a dormire.
Era eccitato dall’idea che Babbo Natale potesse veramente essere il suo vicino di casa.
Si alzò prestissimo, lesse un po’, poi guardò la televisione, mangiò un biscotto, poi non resistette più e facendo attenzione a non svegliare i suoi, uscì di casa lasciando la porta accostata.
Erano solo le 7 di mattina, e tutti dormivano, non correva il rischio di incontrare nessuno.
Il pianerottolo era buio, la luce notturna era spenta, e il sole invernale non era sufficiente a illuminare il palazzo.
Nico attraversò rapidamente il pianerottolo, e quando arrivò davanti alla porta dell’appartamento di fronte, si accorse che era aperta.
Rimase per un po’ fermo, indeciso sul da farsi, poi si fece coraggio, spinse la porta e la aprì ulteriormente.
Nell’appartamento era buio, le tapparelle erano chiuse, e nessuna luce accesa.
C’era uno strano odore, che non avrebbe saputo riconoscere, come di selvatico.
Sulla destra, dove a casa sua c’era un corridoio, vide in lontananza una piccola luce, e decise di andare in quella direzione.
Anche in questo appartamento, che evidentemente era speculare al suo, un corridoio congiungeva l’ingresso con le camere da letto.
Il corridoio aveva le pareti scure, e sembrava essere più lungo del suo. Sapeva che ciò non era possibile, ma dopo qualche minuto che camminava, seppe che era così.
La luce che vedeva inizialmente in lontananza si fece più vicina, ma molto lentamente.
Infine – gli sembrò un’eternità – arrivò alla soglia di una stanza. Uno stipite senza porta lo separava da una luce fioca e tremolante, che riconobbe come quella di un camino. Strano, pensò, non ci sono camini nel nostro stabile, ma ormai la differenza tra “reale” e “irreale” gli sembrava molto labile.
Entrò nella stanza, e alla luce sbiadita del camino, sedeva su una poltrona, stanco e sfiduciato, un uomo anziano, con dei pantaloni di fustagno slabbrati, e una camicia a quadri di flanella.
Barba e capelli bianchi, e un bicchiere d’acqua posato su un piccolo tavolino.
Nico si avvicinò tremante all’uomo, che lo guardava con tristezza.
Era lui! Era lui! Lo sapeva! Ma dov’era il vestito rosso? il campanello, le renne e la slitta? dove, l’allegria e le canzoni? i regali e le leccornie?
Dov’era il VERO Babbo Natale?
“Siediti pure Nico, non fare complimenti” gli disse l’uomo.
Nico avanzò esitante, e si sedette sull’altra poltrona libera. La stanza era spoglia, e solo le due poltrone le davano una sembianza di arredamento.
Il Signor Scaccabarozzi lo guardò intensamente.
“Ti starai chiedendo perché sono qui, proprio qui” disse l’uomo che ormai – era chiaro – era Babbo Natale.
Nico fece di sì con la testa.
“Sono qui per te. Anzi, dovrei dire ero qui per te”
Lo stupore disegnò un cerchio perfetto sulla bocca del bambino.
“Vedi Nico” continuò Babbo/Scaccabarozzi ” per ascoltare e leggere tutti i desideri di tutti i bambini del mondo, e portare loro tutti i regali e le cose che desiderano, tenendo conto anche delle possibilità e delle regole dei loro genitori, è un lavoro improbo, che richiede tanta energia. Sono molti millenni che faccio questo lavoro, e ogni anno cerco di raccogliere l’energia sufficiente per portare a termine il mio compito, e finora ci sono sempre riuscito…tranne…quest’anno” Babbo chinò il capo con un singhiozzo.
“Ma…io che c’entro?” ebbe il coraggio di chiedere Nico.
“C’entri, eccome. L’energia di cui ho bisogno viene da voi bambini. Dai bambini che credono in me, nella mia magia, e che mi rinvigoriscono con le loro speranze, le loro preghiere, i loro desideri. Più bambini credono in Babbo Natale, e più forza mi scorre nelle vene per portare a termine il mio compito. Ma l’energia più grande viene dai bambini più grandi! Se cento, mille, un milione di bambini di 3 o 5 anni credono in Babbo Natale, tutto questo è appena sufficiente per un giorno di biada per le mie renne. Ma bastano pochi bambini di 8 anni, che già la fabbrica dei regali si mette in moto. E quando un bambino di 9 anni come te crede in me, allora l’energia è sufficiente per portare i regali a tutti i bambini del mondo!”
Babbo Natale bevve un sorso d’acqua, poi continuò.
“Tu Nico, in tutto il mondo, sei il bambino più grande che ancora creda in Babbo Natale. Che ci crede dal profondo del cuore. La tua energia mi serve per fare felici tutti i bambini del mondo. Per questo sono venuto fino a qui, per essere sicuro di trovarti…prima di lui…ma ho fallito!”
E ancora una volta Babbo chinò il capo e pianse.
“Lui?” chiese Nico che non capiva “intende dire il ragazzo che era qui fuori ieri? Simon…come si chiama?”
“Simon Le Bond” finì Babbo Natale “Non è il suo vero nome, ovviamente, ma non è importante. Vedi, Nico, Simon una volta era un bambino come te. E anche lui ha creduto in me fino a quasi 10 anni. Non sai quanta energia mi dava! Con la sua buffa pettinatura a banana, era il motore della mia fabbrica. Ma i suoi genitori erano molto severi, e ogni anno portare regali a Simon era sempre più difficile. Finché un anno, la madre, proprio alla vigilia di Natale, gli rivelò in maniera brusca la verità. Anzi, la sua verità. Gli disse che Babbo Natale non esisteva, che i regali li compravano lei e il marito, che quell’anno non avevano soldi e quindi non avrebbe potuto avere regali, e no, neanche un animale. Io avrei voluto portare comunque un piccolo regalo a Simon, ma l’energia calò repentinamente, e dovetti finire il giro dei regali, e quando ebbi finito…per Simon non c’era più niente. Quell’anno lui veramente non ricevette nulla. Da che era un bambino allegro e spensierato, Simon diventò astioso, sempre arrabbiato, e quando diventò grande decise che il suo scopo nella vita era di distruggere il mito di Babbo Natale. Non so come, forse perché credette in me fino a oltre 10 anni, forse perché l’energia che generava era grandissima, ma lui “sente” la mia presenza. Sente i bambini che credono, e cerca sempre di convincerli che Babbo Natale non esiste, che in realtà è papà, o il fratello maggiore, o addirittura il dentista, Prof. Scaccabarozzi. ”
Babbo Natale fece una pausa e sorrise a Nico.
“In questo caso però ci ha azzeccato! Però ha instillato in te il dubbio. Io lo vedo. E da quando lo hai incontrato, l’energia è scesa paurosamente. Non riesco neanche a trovare le forze per vestirmi. Le renne non riescono a raggiungermi. La fabbrica è ferma. Domani, nessun bambino su questa terra riceverà i suoi regali di natale”
Con questa frase Babbo Natale si accasciò definitivamente sulla sua poltrona.
Nico rimase immobile per qualche minuto, poi scattò in piedi.
“No! Non è possibile! Dobbiamo fare qualcosa! Io ti credo, io credo in te, Babbo Natale! Facciamo tornare l’energia! Facciamo ripartire la fabbrica! Richiamiamo le renne!”
Babbo Natale guardò con tenerezza il bambino.
“Purtroppo non funziona così, Nico. Tu ora credi perché mi hai visto, hai parlato con me, sai che sono reale. Ma l’energia viene sprigionata solo con la vera fede, pura, assoluta. E’ la leggenda di Babbo Natale che crea le condizioni per far girare il mondo. Tu sei un caro ragazzo, ma dopo che Simon ti ha parlato, non puoi più aiutarmi”
“Non ci credo! Come è possibile che non ci sia niente da fare!” quasi pianse di rabbia, il povero Nico addolorato.
Babbo Natale lo guardò distrattamente e quasi sovrappensiero disse:
“In realtà una cosa ci sarebbe, ma è troppo tardi ormai.”
“Cosa? Cosa?” lo incalzò Nico fremente.
“No…troppo difficile…ma…se trovassimo un altro bambino, della tua età, magari anche più grande, e riiuscissimo a convincerlo della mia esistenza, forse, dico forse, potremmo fare in tempo”
Nico pensò freneticamente: Emanuele, il suo vicino di casa. Lui però già credeva in Babbo Natale, ed era troppo piccolo. I suoi compagni di classe? No, anzi, lo deridevano in continuazione per questo. Non conosceva nessun bambino che lo sarebbe stato a sentire, tranne…Silvia! sua cugina. Silvia aveva 12 anni era grandissima! una ragazza! se riusciva a convincere lei, era fatta!
Si girò trionfante e disse:
“Ce l’ho! So io chi convincere! Quanto tempo abbiamo?”
“Fino alle 7 di stasera” rispose mesto babbo Natale “Poi sarà comunque troppo tardi. Ma non ce la puoi fare. E poi Simon Le Bond sarà in agguato, e cercherà di metterti i bastoni tra le ruote. Non ti lascerà fare questo tentativo”
Ma Nico ormai era troppo eccitato per ascoltare le raccomandazioni di Babbo Natale.
“Ce la posso fare, Babbo. Ce la posso fare. Ora vado, altrimenti mia mamma mi ammazza!”
Andò verso il vecchio, e gli stampò un bacio su una guancia. Poi scappò via senza girarsi indietro.
Ripercorse il lungo corridoio, e finalmente arrivò all’ingresso.
Uscì sul pianerottolo, e tornò a casa.
La mattina passò troppo lentamente. Nico dovette aspettare che i suoi si svegliassero e si preparassero, che lo portassero a trovare i nonni, che andassero a comprare i fiori, e altre amenità del genere.
Finalmente, quando furono quasi le ore di pranzo, Nico chiese alla madre:
“Possiamo passare da Silvia, vorrei farle gli auguri”
La mamma lo guardò perplessa, ma non fece obiezioni. E comunque anche lei voleva fare gli auguri alla famiglia di suo fratello.
Parcheggiarono sotto casa di Silvia.
La mamma gli disse:
“Nico, intanto tu vai, io devo comprare una bottiglia di vino per stasera, ti raggiungo tra 5 minuti”
“Va bene mamma” rispose Nico che era impaziente di raggiungere la cugina.
Mentre stava per suonare al citofono, una voce familiare lo prese alle spalle.
“E così il vecchio ti ha raccontato la sua panzana!”
Era Simon Le Bond che lo guardava con sarcasmo dal muretto.
“Ha rifilato anche a te la triste storia del piccolo Simon? e dell’energia che serve a fabbricare i regali? caro, vecchio stupido Babbo Natale! La verità è che non ce la fa più, e se quest’anno non riuscirà a finire il lavoro in tempo, altri prenderanno il suo posto. E’ disperato, e non sa a chi dare la colpa”
Nico si fermò. Effettivamente la storia gli era sembrata poco credibile. L’energia dai bambini. I regali. Le renne. Sono grande, si disse, posso ancora credere a queste panzane? Simon intanto lo guardava. Era un ragazzo simpatico, la sua pettinatura gli piaceva, si trovò a pensare che da grande voleva essere come lui…
Poi improvvisamente si scosse.
Guardò Simon, il quale si accorse del cambiamento di umore del bambino e mise su una faccia cattiva.
“E se fosse tutto falso come dici tu, perché sarebbe venuto fino a qui? Perché tu mi avresti seguito? Se sono tutte baggianate, perché non ti limiti a lasciarmi in pace?”
Simon si avvicinò minacciosamente al bambino.
“E bravo Nico, ti piace fare il ribelle vero? I miei motivi sono solo miei, ma ti assicuro che tu non andrai da tua cugina oggi”
Prese il bimbo per un braccio e cominciò a strattonarlo.
In quel momento la madre imbocco il vialetto. Stava dicendo: “Uff! l’enoteca era chiusa, va bene vorrà dire che lo prenderemo più tar…”
Improvvisamente vide la scena.
Nico ne approfittò per urlare:
“Mamma! Mamma! Aiuto!”
“Ehi, tu, che fai! Lascia stare mio figlio! Subito” e cominciò a correre verso di loro.
Con un ghigno cattivo Simon lasciò Nico e si dileguò.
Il bimbo si strinse alla madre ancora tremante.
Quando salirono infine a casa degli zii, Nico si era ripreso, ma la madre era ancora arrabbiata, e cominciò a parlare animatamente con il fratello e la cognata. Nico sentì distintamente le parole “Carabinieri…denuncia…” ma ne approfittò per andare con Silvia nella camera della ragazzina.
Silvia si accorse che il cugino era cambiato. Sembrava…più grande…più maturo, e aveva una frenesia negli occhi che non gli aveva mai visto.
Nico la prese per le braccia e la guardò negli occhi.
“Silvia, ti ricordi del tuo cagnolino?”
“Certo” rispose la ragazzina.
“Mi hai detto che te lo ha portato Babbo Natale”
“Lo so” rise Silvia “ma te l’ho detto per non dispiacerti! Sono certa che il cagnolino lo hanno comprato i miei. Babbo Natale non…”
“Aspetta! Non dire niente” la interruppe Nico
“Cerca di ricordare bene” continuò il bambino “i tuoi erano felici del cane? ti hanno portato a vedere un allevamento dove lo avevano comprato? sono rimasti sorpresi?”
Silvia si fece seria, e scrutò a sua volta lo sguardo del cugino.
“Ora che mi ci fai pensare, quando la mattina ho trovato il cane, mia madre ha sgranato gli occhi, e ha guardato mio padre, e lui ha alzato le spalle. Dopo siamo usciti a comprare un libro sulla cura dei cani e siamo andati da un veterinario a chiedere informazioni. Sembrava quasi che la sorpresa l’avessero ricevuta loro”
Nico sorrideva.
“Esatto! bravissima! E non ti sembra che ti sia successo anche altre volte? Altri natali?”
Silvia rimase pensierosa per qualche minuto.
Poi disse: “Effettivamente…lo scorso anno volevo iscrivermi a danza classica, e mamma era contraria. Non ci fu verso di convincerla. Poi a Natale trovai tutù e scarpine, e pensai che finalmente avesse cambiato idea. Lei sembrò stupita, ma non fece domande. Anche lì, andammo a prendere informazioni sulle scuole di danza solo dopo che il regalo era arrivato. Non ti pare strano? ” domandò al cuginetto
“No. Non è strano. E’ stato Babbo Natale. Lui esiste. Veramente. Noi non lo possiamo vedere. Diciamo quasi mai: ma lui cerca di accontentarci. Certo, deve tenere conto anche dei desideri dei nostri genitori, dei loro progetti per noi, ma talvolta, quando i nostri desideri sono particolarmente forti, e crediamo in lui fortemente, allora arrivano sorprese inaspettate”
Silvia si sedette. Le girava la testa. Non voleva dire nulla a Nico, ma…sì…aveva avuto molte volte la sensazione che a Natale succedesse qualcosa di strano, di magico.
Non ne parlava mai con nessuno. Aveva 12 anni in fin dei conti, e nessuna sua amica le avrebbe mai rivolto la parola.
La verità però è che lei…credeva! Credeva in Babbo Natale. Credeva nella magia. Credeva che dei desideri abbastanza forti possono avverarsi.
Guardò suo cugino, poi lo abbracciò, e si tennero stretti per parecchio tempo.
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La mattina dopo, Nico dormì fino a tardi.
Era stanco. Stravolto dagli avvenimenti. Aveva mangiato troppo, e suo padre gli aveva anche fatto assaggiare un po’ di vino.
Quando finalmente si svegliò, sentì i genitori che parlavano animatamente in salone.
Non aveva il coraggio di andare di là. Non voleva vedere. Non voleva sapere che Babbo Natale aveva fallito. Niente regali quest’anno. Niente giocattoli. Niente di niente.
E tutto per colpa sua, per essere stato a sentire uno stupido ragazzo rancoroso.
Si sentiva depresso, ma l’odore del caffellatte lo tirò comunque giù dal letto.
I genitori continuavano a parlottare.
Lui si infilò le ciabatte, si stropicciò gli occhi, e si diresse verso il salone.
Si fermò sulla soglia.
I genitori lo guardavano, felici. Forse un po’ imbarazzati?
Non poteva dirlo.
Ma di sicuro sotto l’albero era pieno di pacchi infiocchettati, scatole colorate, caramelle, chupa chups, e ogni ben di dio.
Il sorriso di Nico si allargò maestosamente; Babbo aveva ancora una volta fatto il suo dovere.
Doveva ricordarsi di ringraziare sua Silvia per avergli creduto, per aver creduto.
Stava per andare ad abbracciare i suoi genitori, che non si erano ancora mossi da vicino l’albero, quando un rumore attirò la sua attenzione.
Suo padre si scansò, e un piccolo cucciolo di cocker spaniel fece capolino e si gettò verso di lui.
Era piccolissimo, forse due o tre mesi, scondinzolava in continuazione, e leccò la faccia di Nico senza sosta.
La madre di schiarì la voce, poi chiese:
“Ti piace?”
Lui le sorrise, un sorriso che diceva tutto.
Il padre si avvicinò, fece una carezza al cagnolino, prese in mano la targhettina di metallo appesa al collo, la guardò con un leggero stupore, poi disse:
“A quanto pare si chiama Scack”

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