Il Bambino

Un racconto lungo, scritto qualche tempo fa.
Il protagonista mi è poi piaciuto, e gli ho dedicato altri racconti di genere.

Come tutte le mattine, la sveglia è per le sei.
Mi piace alzarmi presto, mettermi tuta e scarpe da ginnastica, e farmi una mezz’oretta di corsa, nel piccolo parco che costeggia Via Nomentana, in mezzo ai cani e alle biciclette, con altri mattinieri come me.
Tornando a casa, faccio colazione in un bar, sempre lo stesso, poi mi faccio la doccia e alle 8 sono già in caserma, per l’inizio di una giornata che non dura mai meno di 12 ore.

Quel giorno fu diverso. Il telefono mi svegliò poco dopo le 5, quando ancora il mio corpo non era pronto per venire a patti con la mia vita quotidiana.
– Maresciallo? Siete sveglio? – è Di Capua, l’appuntato, il mio vice.
– Dimmi, Di Capua, facciamo finta di sì –
– E’ successo un fattaccio, un omicidio, l’aspettano subito in Via dei Glicini, 7 –
Mi tirai su di scatto, mi girò un po’ la testa, poi mi ripresi.
– C’è già qualcuno lì? –
– Penso di sì, Marescià, abbiamo avvertito una pattuglia, e credo che il magistrato si sia già mosso, però mi hanno detto che vista la cosa seria, ci deve andare anche lei –
E già, quando si tratta di puttane, truffatori, spacciatori, sono tutti sempre disponibili. Per le rogne, gli omicidi, le rapine a mano armata, i rapimenti, mi devo sempre muovere io.

– Vabbè, Di Capua, avverti che sto andando, non faccio in tempo a venire a prendere l’auto di servizio, per cui se vi servo mi trovate sul cellulare –
Mi vestii rapidamente, senza farmi la barba, presi lo scooter e dieci minuti dopo ero sul luogo del fattaccio.
Vedo una gazzella, un’altra auto con il lampeggiante – l’auto del magistrato – e un’ambulanza.
Due dei miei stavano attenti che nessuno si avvicinasse; nonostante l’ora, un gruppetto di curiosi si stava radunando fuori dal palazzo.
Li salutai poi entrai.
“Primo piano” mi urla uno dei due.
Andai su a piedi, e sul pianerottolo trovai un altro carabiniere: mi saluta, la porta è aperta, dentro ci sono già i colleghi della scientifica al lavoro.
Il magistrato di turno era Coletti – il Dottor Coletti, dovrei dire – detto anche “il principe del foro”, ma con chiara allusione alla sua stronzaggine.
Mi si avvicinò e mi diede la mano.
– Maresciallo Graziosi, sono felice che sia arrivato. Questi sono i delitti che la società civile non può tollerare. La prego vivamente, da magistrato e da uomo, di fare il possibile e l’impossibile per assicurare il colpevole alla giustizia –
Bella frase.
– Stia tranquillo, Dottore, sono venuto di persona proprio per assicurarmi che le indagini siano accurate e veloci – ma che faccia di culo che ho, certe volte.
– Bravo, Graziosi – mi rispose – e ora la lascio, vado in procura per aprire l’inchiesta. Mi tenga aggiornato –
Se ne andò senza ulteriori convenevoli.
Io entrai nel piccolo appartamento.
Mi colpì il disordine, pile di piatti accumulati sul lavello, e un odore che non riconobbi immediatamente; poi quando vidi una siringa capii. Era la casa di un tossico.
Pensai ad un delitto legato allo spaccio, ma mi sbagliavo.
Molto, mi sbagliavo.
Quando varcai la soglia della camera da letto – l’unica di quel misero appartamento – la scena che si presentò mi fermò il cuore per un secondo. Forse un po’ di più di un secondo, forse fu un’ora, non saprei dirlo.
Un bambino dall’età apparente di 5 o 6 anni giaceva supino su un letto matrimoniale sfatto, la testa fracassata, sangue e materia cerebrale dappertutto.
Il medico legale, Desiati, e i colleghi della scientifica, stavano facendo gli esami sul posto, i più urgenti, quelli fondamentali per determinare rapidamente l’accaduto.
Fuori dalla stanza, vicino ad un piantone, una donna di un’età indecifrabile (poteva avere dai 50 ai 60 anni), sovrappeso e vestita in maniera sciatta, piangeva sommessamente.
Mi avvicinai e chiesi al carabiniere:
– Chi è la signora? –
– La portiera, ha trovato lei il bambino – rispose.
– L’avete già interrogata? – sussurrai per non farmi sentire
– No, Maresciallo, è lei che ci ha chiamato, e l’abbiamo trovata che ci aspettava fuori dal palazzo –
– Quindi ha chiamato noi, e non la Polizia? –
Il carabiniere fece una smorfia. Infatti, non c’era niente da dire. Una bella rogna, un bambino morto, e il Commissario di zona che dormiva tranquillo a casa sua. Vaffanculo.
Mi avvicinai alla portiera, e la presi delicatamente per una mano, per portarla via dall’appartamento.
Scesi con lei le scale, e mi sedetti nella guardiola.
– Signora, lo so che le sarà difficile, ma mi deve raccontare tutto quello che ha visto e sentito. Come mai si trovava nell’appartamento, quando ci ha chiamato? –
La portiera, continuando a piangere, raccontò che abitava proprio sotto all’appartamento dove si trovava il bambino morto. Il bimbo viveva solo con la madre, una tossica che si prostituiva saltuariamente.
Il padre, un tossico alcolizzato, non si faceva vedere quasi mai, ma quando veniva, erano sempre dolori.
Urla, botte, piatti lanciati, porte sbattute.
Poi, per un po’, l’appartamento era stato quieto, quando improvvisamente, poche ore prima, ci erano ricascati. Lei non era riuscita a capire bene, perché era ancora mezza addormentata quando le urla erano cominciate.
Durarono pochi minuti, poi sentì anche il bambino urlare, ma un urlo terrificante, che non aveva mai sentito prima, e poi la porta di casa che sbatteva.
Aveva atteso qualche minuto, ma nessun rumore proveniva dall’appartamento di sopra. Allora si era vestita, era salita di sopra e a aveva suonato. Nessuno aveva risposto. Aveva suonato di nuovo, e poi, in preda ad un presentimento, era andata nella guardiola, aveva preso delle chiavi di riserva che teneva per conto di quasi tutti gli affittuari, ed era entrata.
Quando si era trovata di fronte alla scena, aveva chiamato subito i carabinieri.
– Una curiosità, signora, perché ha chiamato noi e non la Polizia? – chiese il Maresciallo con calma.
La portiera sembrò sorpresa della domanda.
– Un mio cugino è carabiniere di stanza a Treviso – rispose – e ho pensato che mi fido più di voi che della Polizia. –
La prossima volta però fatti i cazzi tuoi, cugino, disse tra sé il Maresciallo.
La prossima volta. Ma che pensiero abominevole.
– Va bene, signora, per il momento può tornare a casa. Si renda reperibile in qualsiasi momento, probabilmente la chiameremo in giornata per una deposizione più dettagliata. – congedai la portiera e tornai su, in tempo per vedere il medico legale uscire dall’appartamento.
– Che mi dice? – chiesi bloccandolo sul pianerottolo.
– Brutta storia. Il bambino è stato ucciso da due, forse tre colpi, calati con forza, usando un arma contundente tipo chiave inglese. Probabilmente il delitto è avvenuto non più di due ore fa. Non posso dirti nient’altro senza l’autopsia, che conto di fare oggi stesso –
Spalancai gli occhi. Era praticamente impossibile convincere l’istituto di medicina legale a fare le autopsie prima di una settimana. Avevano poco personale, molto lavoro arretrato, etc etc la solita cantilena.
– Lo so quello che sta pensando – mi precedette Desiati – ma si dà il caso che ha appena chiamato il capo di gabinetto del Ministro dell’Interno che si è già sentito con il Guardasigilli. Il caso ha priorità uno, perché va a rompere la tregua della mala delle ultime settimane, e con le elezioni alle porte, nessuno vuole un bambino morto senza colpevole. Per cui facciamo gli straordinari –
Sotto sotto, non ero dispiaciuto. Quante volte mi avevano fatto penare, quegli stronzi di medicina legale, e ora dovevano scattare sull’attenti come un carabiniere!
Lo salutai dandogli appuntamento più tardi, ed entrai di nuovo nell’appartamento. Di Capua era già lì da qualche minuto, e aveva raccolto le informazioni essenziali sulla scena del delitto.
– La scientifica sta lavorando – mi disse appena lo salutai – ma non sembrano ottimisti. L’appartamento è un casino, ci sono tonnellate di dati, e sarà un problema trovare qualcosa di usabile. Dice che ci sono più impronte digitali di quelle che si possono trovare al cesso della stazione Termini –
Fece un mezzo sorriso.
– Andiamo allora a sentire i vicini – gli proposi.
Sul pianerottolo si affacciavano due altre porte.
Suonammo alla prima, e non rispose nessuno. Suonammo di nuovo. Niente. Apparentemente l’appartamento era disabitato.
Suonammo alla seconda. Anche qui niente. Il solito culo. Stavamo per andare al piano di sopra, quando Di Capua mi fermò, e mi fece cenno di stare in silenzio.
Accostò l’orecchio alla porta e mi invitò a fare altrettanto. Sentivo qualcosa, un fruscìo. C’era qualcuno dietro la porta!
Suonammo di nuovo, poi urlai:
– Aprite! Carabinieri! e tra 2 minuti ordinerò di buttare giù la porta! –
Dovemmo aspettare solo qualche secondo, poi la porta si aprì piano, e quando la spalancammo ci si presentò una scena consueta, in quella zona della città.
Tre ragazze, di fattezze sudamericane – forse peruviane o colombiane – tutte dedite alla prostituzione, e probabilmente senza un permesso di soggiorno valido.
Avevano paura, e per questo si erano barricate in casa.
Le interrogammo con Di Capua, e tra qualche parola di spagnolo, italiano e un po’ di inglese, non fecero altro che confermare in buona sostanza quello che ci aveva detto la portiera.
Le portammo via per l’identificazione, ed eventualmente per l’espulsione.
Proprio in quel momento, i paramedici stavano portando via su una barella, coperto da un lenzuolo, il corpo del bambino.
Non potei fare a meno di trattenere il respiro. Non importa quanti delinquenti arresti, quanti cadaveri vedi, quanta merda mandi giù.
I bambini morti sono sempre uno shock.
Pensai a quando mio figlio era un bambino di quell’età, quando io lui e la madre eravamo ancora una famiglia felice.
Mi vennero in mente delle vacanze al mare, e dei giri sulla giostra, le partite allo stadio, tutte cose che quel bambino non avrebbe più fatto, ammesso che le avesse mai fatte.
Mi venne un desiderio irrefrenabile di telefonare a mio figlio. Era un mese che non ci sentivamo, avevamo litigato, e ora sentivo il bisogno di parlargli, ma non feci in tempo, perché il cellulare di Di Capua squillò.
Lui disse qualche parola, poi chiuse.
– Hanno trovato la madre – disse
– Dove sta? – chiesi, anche se temevo di sapere già la risposta.
– All’Isola Tiberina. Morta. Si è buttata giù dal ponte. –
Mentre percorrevamo il Lungotevere, pensavo a quanta disperazione pervade la vita quotidiana degli esseri umani. Un bambino ammazzato, una madre disperata che si suicida, delle povere ragazze che si prostituiscono in monolocale.
E noi le vediamo tutte, non ce ne viene risparmiata nessuna.
Per questo è difficile per noi tenere in piedi una famiglia, perché non riesci più a distinguere le bassezze del genere umano dalle sue genialità. Tutto si confonde, la rabbia ti guida, e ad un certo punto, anche quelli che ti vogliono bene si allontanano da te. O tu li allontani. Fa lo stesso.
Arrivammo sotto l’Isola Tiberina, mentre il corpo della poveraccia veniva caricato sull’ambulanza. Stavolta non era neanche necessaria la presenza del medico legale. C’erano decine di testimoni che avevano visto la disgraziata arrampicarsi sul parapetto e buttarsi giù, e uno aveva anche filmato la scena con una telecamera. Non avevamo bisogno della scienza, per sapere cose era successo.
Chiamai lo stesso Desiati, e mi disse che lo avevano avvisato, e che avrebbe fatto l’autopsia di entrambi, madre e figlio, e che non gli serviva certo una giornata come questa.
Attaccai, e insieme a Di Capua ce ne andammo in caserma.
Erano solo le 9, e la giornata mi sembrava iniziata da dodici ore.
Cercammo di riordinare le idee. Il padre non si era ancora trovato.
Allo stato attuale era l’indiziato numero uno.
Decidemmo di andare a riposare un paio d’ore, e di trovarci in caserma di nuovo alle 11. L’autopsia sarebbe stata completata non prima delle 13, era inutile rimanere lì a rimuginare senza ulteriori elementi.
Andai a casa, e provai a dormire.
Ovviamente non ci riuscii. Ripensavo a quel bambino, e a mio figlio.
Aveva 18 anni, e un carattere talmente simile al mio, ogni scambio di opinioni erano scintille.
Viveva ancora con la madre, che non perdeva occasione per ricordarmi quanto fosse colpa mia se lui era così.
Così come? Avevo chiesto stupidamente una volta.
Così testardo, così pieno di sé, così egoista, così privo di rispetto per le donne. Così me.
Disse proprio così. Anzi disse: “Così te”.
E ora avevamo litigato. Mi aveva chiesto di comprargli la macchina e gli avevo detto di no. Lui aveva insistito, e io avevo detto ancora di no.
Non che non avessi i miei motivi. Aveva solo 18 anni, e spendere 20.000 euro per un ragazzo così giovane, significa non fargli percepire il valore del denaro, e del lavoro dei suoi genitori.
La mia ex moglie era d’accordo con me, ma ovviamente chi aveva dovuto tenere duro ero stato io.
I toni si erano accesi, e io gli avevo dato uno schiaffo.
Lui lo aveva incassato, ma da quel momento non mi aveva più parlato. Non rispondeva al cellulare, e mi faceva dire dalla madre – oh! se sentivo un sottile piacere nella sua voce! – che non voleva rivolgermi la parola.
Avrei dovuto chiedergli scusa, ma ero come lui: ostinato, permaloso, rigido. Insomma, io ero me, e anche lui, un po’ era me.
Mentre cercavo ancora una volta di decidere se chiamarlo o no, squillò il cellulare.
Avevano trovato il padre, era a casa di un amico, compagno di scorribande, completamente fatto, e lo avevano portato in caserma.
Mi precipitai, dopo aver dato ordini che nessuno gli parlasse prima che io arrivassi.
Lo trovai in una stanzetta che usavamo per gli interrogatori. Con lui c’era già Di Capua, ma non gli parlava.
Era chiaramente reduce da una nottata tremenda, fatta di alcool e di molte altre cose, ma gli avevano messo la testa sotto l’acqua, e stava fumando una sigaretta, mentre beveva un caffè.
Sembrava quanto meno in grado di capire quello che gli dicevo.
– Che volete? –
La prima domanda la fece lui.
– Buongiorno – gli dissi senza rispondere – Ci piacerebbe sapere i suoi spostamenti nelle ultime…diciamo 24 ore –
– Perchè? – mi chiese socchiudendo gli occhi sotto il fumo della sigaretta.
Capii che non era la prima volta che sedeva davanti alle forze di polizia, e non sarebbe servito a niente fare i duri.
Mi avvicinai, e con voce ferma ma cortese gli dissi.
– C’è un problema con sua moglie e suo figlio, e abbiamo bisogno del suo aiuto –
Volevo vedere la reazione, e non fui deluso. Spalancò gli occhi, improvvisamente sveglio, e la sigaretta gli cadde dalla bocca.
– Quella puttana non è mia moglie, in che casini si è cacciata? –
– Glielo racconto dopo, prima risponda alla mia domanda –
L’uomo rifletté un attimo, e la cosa apparentemente gli fece esplodere la testa dal dolore, poi scosse il capo in senso di diniego e disse:
– Mi ricordo solo che ieri sera ero in un locale a Sabaudia, con degli amici, poi più niente, e so solo che mi avete svegliato voi stamattina buttando giù la porta –
Guardai Di Capua, e lanciammo la bomba.
– Signor Bellini – lo chiamai per nome – mi dispiace informarla che sua moglie, voglio dire la madre di suo figlio, si è suicidata stamattina, e che stanotte suo figlio è stato trovato morto, ucciso probabilmente con dei colpi alla testa –
La reazione ci colse impreparati.
Cominciò ad urlare frasi sconnesse, a dare delle gran botte con la testa al muro, a lanciarsi verso di noi. Lo immobilizzammo, poi chiamammo un medico, che lo sedò con una iniezione.
Lasciammo il “Signor” Bellini in cella, e tornammo un po’ scossi verso gli uffici.
– Che ne pensi? – mi chiese Di Capua
Avevo la mia idea, ma non volevo condizionare anche gli altri.
– Non penso niente – mentii – fate subito le verifiche con i colleghi di Sabaudia, e poi vediamo. –
Neanche un’ora dopo, entrò il magistrato, Coletti.
Restammo di stucco, non mi ricordavo di averlo mai visto in caserma, al massimo lo incontravamo sui luoghi del crimine, altrimenti eravamo sempre noi a dover andare a Canossa.
– Maresciallo Graziosi, le devo fare i miei complimenti! – disse a voce alta, in modo che tutti potessero sentire – poche ore e il caso è risolto! Sono venuto di persona a congratularmi con lei e a dirle che la proporrò per una menzione di merito –
– Tra dieci minuti ho una conferenza stampa – continuò – e mi farebbe piacere se lei e i suoi uomini poteste parteciparvi. –
Era un invito, che nascondeva un ordine.
– Dottore – dissi lentamente – di quale caso stiamo parlando? –
– Ma del bambino di stamattina, no!? Ho saputo che avete arrestato il padre, che non ha un alibi, che ha una storia di violenze sulla famiglia, un alcolizzato, tossico, con debiti di gioco, insomma, ha perso la testa, e ha ammazzato il bambino – concluse trionfante.
– Non è stato lui – dissi
Coletti si fermò, il suo sorriso si tramutò una smorfia, mentre nessuno osava fiatare.
– Vuole ripetere? – disse minaccioso.
– Ha sentito benissimo, Dottore – mi ero rotto le palle dei suoi modi – Non è stato il padre. –
– E come fate a dirlo? Gli indizi puntano tutti su di lui! –
Era testardo, e ambizioso. Voleva un colpevole in tempo record, e non si rassegnava.
– E’ vero Dottore – concessi – gli indizi sono contro di lui. Ma non ci sono prove. Diversi testimoni hanno confermato che era a Sabaudia almeno fino alle 2 di notte. Sappiamo che ha bevuto una quantità di alcool che avrebbe steso un toro. Aveva la macchina, ma se quello che lei dice è vero, avrebbe dovuto guidare in quelle condizioni per 100 chilometri, senza mai farsi notare, poi andare sotto casa della moglie, ammazzare il figlio, e tornarsene a casa di un amico, dove noi lo abbiamo trovato, con un tasso alcolemico nel sangue ancora diverse volte superiore a quello da ubriachezza. E poi ha avuto una reazione alla notizia della morte del figlio troppo reale per essere inventata. Insomma Dottore, mi permetto di dire che anche un avvocato d’ufficio riuscirebbe a non farlo condannare –
Il magistrato schiumava di rabbia.
– E allora trovatele voi, le prove, o trovate un altro colpevole. Il vero colpevole. Trovatelo rapidamente, perché non possiamo permettere che un pazzo omicida giri indisturbato per la città. Se disgraziatamente ci dovesse essere un altro omicidio, magari un altro bambino, la riterrò personalmente responsabile, mi creda –
Detto questo, se ne andò impettito, ad annullare la sua conferenza stampa.
Di Capua si avvicinò.
– Lo hai fatto proprio incazzare, eh!? –
– Mi sa di sì – dissi pensieroso – ma non mi è mai piaciuto mandare in galera un innocente. –
– E allora da dove iniziamo? – chiese Di Capua.
Io rimasi un attimo in silenzio, e poi esposi la mia teoria:
– Io credo che la madre si sia suicidata per il senso di colpa. Credo che la tossicodipendenza l’avesse provata, che il bambino fosse un impegno troppo grande per lei, che non riuscisse più a gestirlo, e che in un impeto di rabbia, l’abbia ucciso. Poi sia scappata via, e si sia suicidata per il dolore. Scommetto che troveranno nel suo sangue tracce di droga e magari anche psicofarmaci –
– Insomma per te è stata la madre? – disse Di Capua.
– Purtroppo credo di sì – risposi.

Dovetti attendere un paio d’ore, per scoprire che mi ero sbagliato.

Fu illuminante la telefonata con il medico legale.
Mi chiamò lui.
– Ciao Graziosi – mi dava del tu, ma chi l’aveva autorizzato?
– Ho appena finito le autopsie, mancano alcuni dati tossicologici che richiedono più tempo, ma ti posso dare le informazioni sostanziali – continuò
– Dimmi tutto, caro Desiati – ero anche io capace di essere mellifluo
– Non ci sono grosse sorprese. La madre è morta sul colpo, si è gettata da 30 metri sul marmo. Era strafatta, ma non è certo questa la causa della morte. – fece una pausa.
– Il bambino è una situazione diversa – esitò – aveva il corpo coperto da escoriazioni e lividi, chiaramente era un bambino maltrattato. I colpi che lo hanno ucciso sono stati almeno due, forse tre, sferrati con violenza. Credo, spero di poter dire che è morto sul colpo anche lui –
– Segni di violenza? – chiesi cercando di mantenere calmo il tono della voce
– Intendi dire sessuale? No, nessuno. Però aveva l’ulna del braccio destro fratturata –
– Forse ha cercato di difendersi – proposi
– No, non credo – rispose il Dottore – la frattura è molto recente, forse un paio di giorni, ma aveva già cominciato a formarsi il callo osseo, quindi non può essere contestuale all’omicidio –
– Quindi può darsi che la madre abbia avuto un escalation di violenza, che qualche giorno prima gli abbia rotto il braccio, poi stanotte non sia riuscita a frenarsi, lo abbia ucciso e poi sia andata a suicidarsi per il senso di colpa. – il ragionamento filava.
– No, escludo che sia stata la madre – disse deciso il Dottore
– Come? – chiesi stupito
– Prima di tutto era al limite dell’anoressia. Non che non sarebbe stata in grado di ucciderlo, ma la forza dei colpi non è compatibile con il suo stato fisico. Poi – proseguì – i colpi sono stati sferrati da un destro, e lei era mancina – concluse
– Come fai a dirlo con sicurezza? – chiesi mentre anche questa teoria si stava sfaldando sotto i miei occhi
– Facile: è piena di buchi di siringa, ma la maggior parte sono sul lato destro del corpo. Avambraccio, ascelle, ginocchia, piedi. Indice del fatto che usava meglio la sinistra della destra. Credo che sia un particolare che puoi verificare facilmente –
Aveva ragione, sarebbe stato facile verificarlo, ma a quel punto ero già convinto. C’era anche un altro particolare, che non tornava: se fosse stata la madre, presa da un raptus, non avrebbe nascosto o gettato l’arma del delitto, l’avremmo probabilmente trovata nell’appartamento.

Salutai il medico legale e tornai in ufficio.
Non avevamo niente in mano, e la procura ci stava col fiato sul collo. Già tutti i telegiornali delle ore di pranzo avevano riportato il fatto, e la pressione era enorme.

Riunii i miei intorno ad un tavolo.
– Allora, ragazzi, finora siamo andati avanti puntando al bersaglio più facile. Ora dobbiamo ricominciare da zero. Cerchiamo di radunare le informazioni che abbiamo. Di Capua, sei riuscito a trovare l’inquilino accanto? –
– Sì, Maresciallo, ma non c’è stato di grande aiuto. Vive in Germania, torna una volta al mese, ha sentito un paio di litigi, ma niente di grave. Non ha saputo dirci altro –
– I movimenti della madre, li abbiamo circoscritti? –
– Abbiamo saputo che si prostituiva in fondo a Via Colombo. Per fortuna si era messa vicino ad un pub che è aperto quasi tutta la notte, quindi possiamo situarla in quel posto almeno da mezzanotte alle 3/3 e mezza –
Mentre altri dati – pochi in verità – venivano condivisi, non potei evitare di ripensare a mio figlio. E al bambino.
Forse questo poteva essere un segnale anche per me.
Forse era un messaggio che dovevo cambiare atteggiamento, che la vita dei figli è preziosa, e tutte le cose possono finire in un momento. Forse la storia disperata e tragica di quel povero bimbo, mi doveva far riflettere di quanto fossi stato fortunato, ad avere un figlio sano, intelligente, e che non dovevo rovinare tutto per uno stupido litigio e per il mio orgoglio di padre.
Lo avrei chiamato oggi, non appena quella storia mi avesse dato un po’ di respiro.
Appoggiai la schiena alla sedia, e non so per quale associazione di idee la mente riandò ad una primavera caldissima di molti anni prima. Mio figlio era malato, forse aveva la varicella, forse l’influenza. Però ricordavo benissimo due o tre notti insonni passate con mia moglie nel vano tentativo di farlo riposare, di calmare il pianto, quasi ininterrotto.
Furono delle notti terribili, e il pensiero di quel bambino che invece piangeva da solo, mi faceva stare male.
– Marescià, ci siete? – era Di Capua che mi toccava un braccio.
– Sì Di Capua, scusa, stavo sovrappensiero –
– Come vogliamo procedere? – mi chiese
– Andiamo a trovare la portiera – risposi – io e te –

Tornammo al palazzetto che erano ormai le quattro. Una pattuglia era fissa davanti all’ingresso, per evitare che curiosi e stampa si intrufolassero.
Lasciammo l’auto di servizio davanti al portone ed entrammo. Suonai il campanello della portiera, che aprì quasi subito, sempre vestita in maniera sciatta. Nel piccolo salone su cui si apriva la porta di casa, c’era un divano con una persona anziana, seduta a guardare la televisione. Non sembrava essersi accorto della nostra presenza. Alzheimer, pensai subito.
La portiera si accorse del mio sguardo, e sembrò imbarazzata.
– Vogliamo andare in guardiola? – propose
– No, preferirei che rimanessimo qui, ci sono troppe persone che girano nell’androne –
Ci fece accomodare in cucina, e ci preparò un caffè. Quando i convenevoli furono terminati, iniziai.
– Come le avevo anticipato, abbiamo bisogno di qualche dettaglio. Abbiamo alcuni riscontri e vorremmo rivedere la sua dichiarazione per cercare di trovare qualche altro particolare che ci possa aiutare –
Rimase immobile senza dire una parola.
– Lei ci ha detto… – feci una pausa consultando i miei appunti – che ha sentito un trambusto e poi le urla del bambino, giusto? –
– Esatto – rispose lei
– Ma questo trambusto, era rumore di mobili, o voci? –
– Erano voci, concitate, poi certo c’è stato come al solito anche rumore di mobili, sedie, e così via –
– Capisco, e lei prima ha cercato di farli smettere? – così dicendo, guardai il soffitto della cucina, dove erano chiari i segni della scopa che la portiera batteva per mostrare il suo disappunto ai suoi vicini.
Arrossì leggermente, poi rispose:
– Di solito cerco di farli smettere battendo con la scopa. Qualche volta ci riesco, qualche volta no –
– E questa volta? – chiesi
– Sinceramente non ho provato. L’ultima volta lui mi aveva minacciato, per cui ho evitato stavolta di battere. –
– Quindi che ha fatto? –
– Niente, quando ho sentito che il bambino gridava e che la porta sbatteva, sono andata su a vedere, poi dato che nessuno rispondeva, ho temuto che fosse successo qualcosa, e sono entrata, e poi vi ho chiamato –
Riflettei un attimo.
– Senta signora, lei mi deve aiutare a capire, perché ci sono dei punti che non tornano. Noi sappiamo che né il padre, né la madre, con tutta probabilità, potevano essere nell’appartamento al momento del delitto. –
– Certo – continuai – teoricamente uno dei due, o anche tutti e due, potevano trovarsi qui e litigare verso le 4.30 circa, ma le assicuro che abbiamo fatto gli accertamenti del caso, ed è praticamente impossibile –
Di Capua intervenne.
– C’è anche la possibilità che la madre abbia portato qui un uomo, che poi abbia litigato con lei e ucciso il bambino, ma riteniamo di poter scartare anche questa ipotesi; non lo ha mai fatto, questo ci è stato confermato dai vicini, e anche da lei. –
Ripresi io.
– C’è un’ulteriore ipotesi, per quanto remota: qualcuno che sia entrato quando i genitori non c’erano. Non è molto coerente con il litigio che ha sentito lei, ma in linea di principio è una possibilità che non possiamo escludere. Tuttavia, non ci sono segni di effrazione, né nel portone, né sulla porta di casa. Quindi dovrebbe aver avuto le chiavi. Ma per fare cosa, poi? Non c’erano certo oggetti di valore da rubare, né soldi. Dobbiamo anche scartare motivazioni sessuali. Perché una persona dovrebbe essere entrata a casa di questi disgraziati, e ammazzargli il figlio? Come vede, niente di tutto questo ha senso –
La portiera rimase un po’ pensierosa, poi azzardò:
– Magari lei nascondeva della droga, e qualcuno è venuto a recuperarla –
Riflettei un momento.
– Sì, non posso escluderlo – dissi – ma non mi sembra probabile. Questi erano tossici, non spacciatori. E non penso che chiunque fosse il proprietario di una partita di droga avrebbe messo in atto queste precauzioni. Sarebbero arrivati con le pistole spianate, avrebbero fatto fuori tutti, e recuperata la partita. –
– No – proseguii – io ho un’altra storia in mente, e ora glie la racconto, vediamo se convince lei come ha convinto anche me –
Mi guardò con fare interrogativo.
– E’ la storia di un bambino sfortunato. Che ha due genitori disgraziati, ma che a modo loro gli vogliono bene. Gli vogliono bene anche se quando sono fuori di testa lo picchiano, si picchiano tra di loro, lo fanno vivere in un ambiente malsano, in cui gira fumo, droga, alcool, prostituzione. L’ambiente peggiore per un bambino innocente. Ma la madre lo ama, sa di non essere all’altezza, ma cerca di racimolare dei soldi per lui. In quel tugurio dove abitavano gli unici oggetti decenti – giocattoli, vestiti, libri – erano per lui. Lei per sé non spendeva niente.
Poi, qualche giorno fa, in un accesso di ira uno dei due gli rompe un braccino. Non se ne accorgono nemmeno, perché la frattura è composta, ma il bimbo sì che se ne accorge, eccome! Si lamenta, sta male, piange. Ieri sera forse piangeva più del solito, ma la madre non può restare con lui, deve andare a lavorare. Un mestiere antico, ma l’unico che sa fare. Lo mette a letto, lo addormenta, forse gli dà anche una pasticca per farlo stare più calmo, mentre lei è via.
Anche se la sua vita è dissoluta, protegge il suo bambino, e no, non credo che avrebbe mai portato qualcuno qui a casa, né che avrebbe mai messo a rischio suo figlio in qualche modo. E pensiamo che le urla furiose tra i due genitori fossero il suo tentativo di proteggerlo da un padre alcolizzato e manesco.
Lei lascia il bambino che dorme, dicevamo, e va verso la Colombo. Però il braccio rotto fa male, il bambino si sveglia e non trova la madre. E’ spaventato, ha la febbre probabilmente, il braccio fa un male terribile.
Comincia a piangere, urla, magari butta qualcosa per terra, sa com’è, i bambini figli di genitori difficili, sono anche loro difficili.
Le vicine di casa, le tre prostitute sudamericane, non sentono niente. Hanno “lavorato” fino alle 3, e poi sono anche loro fatte. Il loro sonno è profondo come la morte. L’altro vicino è in Germania.
Lei, signora, invece ha il sonno leggero, immagino. L’età, il tipo di lavoro, l’abitudine a svegliarsi se suo marito ha bisogno di lei.
Magari ha dormito poco, magari è stanca. Si arrabbia, non sopporta più quei vicini e le loro liti, e quel bambino piagnucoloso. Sa che il padre non c’è, perché lo avrebbe sentito, e allora sale su. Forse batte con la mano sulla porta, e dice di smetterla. Nessuna risposta. Il bambino piange sempre più forte.
Allora usa le chiavi ed entra. Che schifo quella casa, abitata da delinquenti, vero!?
Il bambino è solo. E’ nella camera della madre, e quando la vede entrare probabilmente si spaventa, piange ancora più forte. A lei fa male la testa, gli urla di smetterla.
Poi, che fa? Quello che farebbero tutti?
No, signora, lei non prende il bambino tra le braccia, lo porta giù, cerca di consolarlo, chiama i servizi sociali.
Lei scende le scale, va a casa, prende una chiave inglese, o un oggetto simile, torna su e lo ammazza senza pietà.
Ecco, ha risolto i suoi problemi.
Chiude la porta e torna giù. Quando la madre rientra, poco dopo, trova il bambino morto, e scappa via per poi suicidarsi. Lei sente la porta che sbatte – ovviamente è rimasta vigile per capire cosa sarebbe successo – e coglie l’occasione al balzo. Torna su, fa finta di trovare il bambino morto, e ci telefona.
Che ne dice di questa storia? – conclusi
Mentre parlavo, lei aveva cominciato a piangere. E ora non riusciva a smettere.
– Io…non so cosa mi sia preso…stavo male, sto male…mio marito è diventato una tortura, e quel bambino non smetteva di piangere non voleva saperne, le ho provate tutte… – singhiozzava mentre parlava e si mise le mani sul viso.
Lasciai a Di Capua l’incombenza di ammanettarla. Avremmo perquisito il suo appartamento e trovato l’arma del delitto, e anche le sue tracce nell’appartamento di sopra. Avevamo risolto il caso, ma non ero felice, anzi.
Dissi a Di Capua che sarei tornato a piedi in caserma, e mi misi a camminare senza aspettare la sua risposta, avevo bisogno di aria.
Pensai al bambino. Era stato sfortunato, aveva due genitori sbandati, e viveva in un contesto degradato.
Eppure aveva avuto una possibilità, e solo la pazzia di una vecchia stizzosa aveva messo fine alla sua esistenza.
E io? Io avevo dato a mio figlio molte più possibilità, ma non avevo ancora fatto niente. Dovevo farlo diventare un uomo, e permettergli di fidarsi di me.
Ora sapevo quello che dovevo fare, presi il cellulare e composi il numero.
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