I Racconti della Piscina – 7

Siamo ormai in campagna elettorale, e il clima si fa caldo, anche qua nello spogliatoio della piscina comunale.
A dire il vero siamo alle prime schermaglie, ma se il buongiorno si vede dal mattino, la politica occuperà gran parte delle conversazioni mattutine.
Sono uscito dall’acqua un po’ più tardi del solito, e mi sono perso l’inizio della conversazione, ma la cosa importante era che il Professore era tornato, e stava arringando la folla.
Non si era più visto dopo la storiaccia sul principio di Archimede, e sospetto abbia frequentato la piscina in orari che gli permettevano di stare alla larga dai suoi adepti.
Ma stamattina eccolo qua, di nuovo a pontificare, tra gli altri con il Bello e l’Impiegato – un sindacalista di altri tempi – ad ascoltarlo rapiti.
Improvvisamente, si sono zittiti.
Alle prime ho creduto che la causa fosse la mia presenza; forse – ho pensato – si sono accorti che li sto ad ascoltare e si sono straniti, o addirittura qualcuno ha letto il blog e si è riconosciuto, e ora mi legnano.
Invece quando arrivo nella zona dello spogliatoio dove erano le mie cose mi accorgo che il motivo dell’improvviso silenzio è costituito dalla mise natatoria del Meccanico.
Per motivi imperscrutabili si era venuto a spogliare dalla mia parte, e ora ne emergeva, pronto per entrare in acqua.
Solo allora mi sono reso conto che il Meccanico deve essere un uomo solo; non ha una donna, una moglie, una compagna, una fidanzata, insomma un qualsiasi essere umano di sesso femminile che gli stia vicino e lo consigli.
Perché nessuna donna gli avrebbe mai permesso di indossare quegli orrendi, microscopici slippini giallo ocra chiaro, e un accappatoio celeste slavato.
Solo la solitudine, incrociata con un’evidente avanzato stadio di daltonismo, può aver provocato l’aberrazione cromatica di quella mattina.
In più, bisogna dire che il Meccanico, in quando appunto meccanico, è un uomo che fa una vita dura: fatica dalla mattina alla sera, si alza presto, ha le mani sempre rovinate, ha a che fare con bulloni, carrozzerie, pistoni.
Insomma, la sera, se non hai qualcuno che ti cucina, un paio di birre – forse anche tre và – e un paio di hamburger ci stanno sempre bene.
E così sopra lo slippino si appoggia una pancia di dimensioni colossali, perfettamente liscia e tesa.
Se avesse avuto i capelli e le tette, l’avrei dato tra il sesto e il settimo mese di gravidanza.
Ok, un po’ di tette il Meccanico ce l’ha, ma ci siamo capiti.
Passato il momento di sgomento, il Professore ha ricominciato con la sua arringa.
Memore delle figuracce passate, ha ritenuto opportuno tenersi più aderente al terreno che conosce meglio, e quindi stava raccontando, in forma aulica, la storia del delitto Moro.
– …e quindi fu proprio con l’omicidio della scorta – stava concludendo – e il rapimento dell’Onorevole Moro, la lunga prigionia in un luogo segretissimo, e la beffa della consegna del corpo in Via delle Botteghe Oscure, che si evidenziò la geometrica potenza delle Brigate Rosse e la debolezza dello Stato democratico, che pure aveva profuso nella battaglia contro il terrorismo sforzi immani e messo in campo le risorse più qualificate –
– A Professo’, ma checcazzo stai a dì! –
La voce del Meccanico è risuonata con violenza nello spogliatoio, mentre la mano destra, con le dita chiuse a punta e rivolte verso la pancia, oscillava avanti e indietro in un gesto ormai universale che da Roma ha conquistato il mondo, e che significa…appunto: checcazzostaiaddì.
Bisogna dire che questo Meccanico non è per niente stupido, e a quanto pare si informa e legge.
E il Professore non ha capito che la credibilità non è una merce che viene via a buon mercato, e una volta persa l’aura di infallibilità, è difficile ricostruirla; e che pure le iene, se vedono il leone in difficoltà, ci godono ad attaccarlo.
Poi, questa mattina al Meccanico gli girava male. E gli sguardi di ribrezzo ricevuti, non avevano contribuito alla sua serenità.
Il viso del Professore si stava deformando in una maschera, un’occhio quasi completamente chiuso, l’altro che schizzava fuori dall’orbita, i denti stretti in un ghigno.
– Scusa caro? – ha detto per prendere tempo, mentre sentiva che la situazione gli sfuggiva di mano.
– Ma quale geometrica potenza! ma quale luogo segretissimo! ma lo sai, te, che i Carabinieri sò annati a perquisì er palazzo ndo’ stava er covo dei brigatisti, e l’unica porta ndove non hanno sonato era proprio quella delle Bierre? che hanno farsificato er verbale per nun fà vedè che nun c’erano annati? ma ce lo sai che er capo, come cazzo se chiamava, Moretti, pijava ordini dalla CIA? ma te lo sai ‘sti grandi pistoleri ndo’ se annaveno aaallenà? AAAA PINETA DE OSTIAAAA! –
Quest’ultima frase, pronunciata a volume altissimo, e con la mano destra appoggiata sulla guancia per aumentarne l’efficacia visiva, ha accompagnato il Meccanico verso l’ingresso della piscina, incazzato ma dignitoso, nel suo accappatoio celeste.
Anche gli altri si sono avviati lentamente, il Professore che sembrava stordito, e con l’Impiegato, che diceva al Bello a bassa voce, ma non abbastanza piano perché gli altri non potessero sentire:
– Ahò, pure io aa sapevo come dice er Meccanico, però me sembrava brutto dillo…-
Mentre mi finivo di preparare, ho preso nota mentalmente di andarmi a rileggere “La tela del ragno” di Sergio Flamigni, non vorrei che una di queste mattine il Meccanico mi interrogasse.

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