La Storia di un Eroe

Oggi voglio raccontare una storia.
E’ la storia di un’impresa, certo, di un’impresa sportiva, forse la più importante che io mi ricordi.
Ma è anche la storia di un uomo, e di come sia arrivato a compiere quell’impresa, di come quello che poteva rimanere solo un atleta, sia diventato un simbolo per il suo sport, per il suo Paese, e per tutti noi.
Questa storia ha come protagonista un uomo che si chiamava, e grazie a Dio si chiama ancora, Muhammad Ali.

Quando salì sul ring, quella notte a Kinshasa, Muhammad Ali, nato Cassius Marcellus Clay, non aveva paura.
Non perché il suo avversario non incutesse timore, tutt’altro; me lui non aveva mai avuto paura in vita sua, e se mai aveva provato qualcosa che somigliasse vagamente a quella sensazione se l’era sempre scrollata di dosso con un’alzata di spalle, oppure l’aveva affrontata a viso aperto.
La paura non faceva parte del suo bagaglio di uomo o di atleta.
La rabbia, quella sì. La rabbia era parte di lui quel giorno, negli ultimi 5 anni, e negli anni precedenti.
La rabbia di essere un uomo di colore in un paese e in un mondo ancora fondamentalmente razzisti; la rabbia di essere cresciuto se non in povertà, certamente non nell’agiatezza; la rabbia di aver dovuto subire un furto, anzi, più di uno.
Perché la definizione di quest’uomo straordinario è stata segnata dai furti che il destino gli ha riservato: prima, da bambino, fu il furto di una bicicletta che lo spinse a scegliere la boxe per sfogare la sua rabbia; poi il furto del titolo mondiale, che lo trasformò in un leader; e infine il furto dei suoi movimenti, della sua parola, da parte di una brutta malattia, che lo costrinse a diventare un simbolo della sopravvivenza.
Quest’uomo rabbioso salì sul ring per riprendersi quello che era suo, e per farlo, doveva scalare una montagna: un uomo più alto, più grosso, più forte, più giovane, più cattivo. Un uomo che stringeva in mano quello che era suo, la cintura di campione del mondo dei pesi massimi, e che non aveva nessuna intenzione di riconsegnarla a colui che Dio aveva scelto come suo rappresentante nel mondo della boxe.
Ma Mohammed Alì non aveva paura. Era lui il predestinato, il più grande. Era lui The Champ, era lui che avrebbe vinto e ripreso la cintura. E soprattutto, era lui che aveva un piano in mente.
Che non avrebbe funzionato. Ma lui ancora non lo sapeva. Per questo non aveva paura.

Se fosse stato un laureato sarebbe diventato un manager di successo; se fosse stato una persona veramente e profondamente religiosa sarebbe potuto diventare un predicatore; se fosse stato un politico sarebbe diventato il primo Presidente di colore degli Stati Uniti; se fosse stato più colto, sarebbe diventato un premio Nobel.
Ma il destino, Dio, o chi per lui avevano in serbo per quest’uomo altri obiettivi: farlo diventare il più grande atleta di tutti i tempi, fargli compiere l’impresa del secolo, e nella strada per arrivarci, trasformarlo in un leader carismatico, un esempio da imitare, non solo per il suo ambiente, ma per il mondo intero.
Muhammad Ali era tutto questo e anche altro.
Come boxeur, non ha mai semplicemente vinto un incontro: ha distrutto l’ego dei suoi avversari. Li ha costretti a confrontarsi con qualcuno che non li temeva, che era consapevole della sua forza, e che aveva una personalità che costringeva ad abbassare gli occhi a uomini che avrebbero abbattuto un albero.
Lui li vinceva prima ancora di toccarli; li obbligava a misurarsi con il paradigma di una superiorità mentale, fisica, di volontà.
Obbligava i suoi avversari a guardarsi dentro e scoprire le debolezze che negavano anche a sé stessi.
Quando Sonny Liston andò al tappeto per un gancio al mento così micidialmente veloce che solo speciali cineprese furono in grado di vederlo, aveva in realtà già perso da prima del match, e si offrì al sacrificio.
Perché aveva dovuto confrontarsi con la rabbia di un uomo che voleva essere libero, mentre lui, Sonny, era rimasto uno schiavo dell’uomo bianco; meglio pagato, certo, ma sempre schiavo.
E non aveva retto a quel ragazzino di poco più di vent’anni che lo chiamava “negro”, “schiavo”, “Zio Tom”, lo insultava, per fargli capire che lui poteva andare a testa alta e vantarsi del colore della sua pelle, mentre quelli come Sonny Liston avevano venduto la loro indipendenza per una maggiore agiatezza.
Anche quando perse contro Joe Frazier, in un incontro che segnò forse l’inizio dei suoi problemi di salute, in realtà vinse.
“Smokin'” Joe dovette ricorrere a tutta la sua rabbia, la sua incoscienza, la sua forza, per battere sul ring l’uomo che gli diceva la verità: che era brutto, sgraziato, ignorante, mentre lui era bello, alto, un leader, e inoltre era anche il vero Campione del Mondo, mentre lui, Joe, l’usurpatore del trono.
Ed era proprio così. Se Muhammad Ali non vinse quell’incontro, fu solo per colpa dei quasi 3 anni di inattività forzata comminatagli dal suo Paese per essersi rifiutato di combattere in Vietnam. A quasi 30 anni, con già molte battaglie sulle spalle, e senza un vero confronto in 3 anni, Joe Frazier era un avversario troppo difficile.
Anche Joe non sapeva cosa fossero la paura, il dolore, la stanchezza. Continuava ad avanzare a testa bassa, a sparare le sue bordate ai fianchi, incurante della quantità di pugni che Ali mandava a bersaglio.
E Alì, come faceva spesso, gli parlava, chiedendogli “perché non la smetti?”.
Joe non lo ascoltava: era arrabbiato, più arrabbiato di lui. Era come Sonny Liston, ma consapevole del suo status di schiavo moderno, e voleva chiudere la bocca per sempre all’unico che gli diceva la verità.
Ma anche se riuscì nell’impresa di essere il primo a battere Ali sul ring, non riuscì comunque a cancellare la verità: quell’uomo era il vero Campione; era un leader; ed era un simbolo, e lui non lo sarebbe mai stato.

Forse, se dovessimo fotografare il momento che trasformò Muhammad Ali, pugile e uomo di spettacolo, in Muhammad Ali, leader carismatico, fu quando gli chiesero perché non voleva andare a combattere in Vietnam.
Rispose che nessun vietcong gli aveva mai detto “sporco negro”, o gli aveva impedito di sedersi sull’autobus, e che quindi lui non aveva niente contro i vietcong e non sarebbe andato ad ucciderli.
Non ci è dato di sapere quanto quella frase fosse spontanea; io credo di sì, perché racchiude tutto l’uomo nella sua ingenuità e forza.
Ma riuscì benissimo, lui, in teoria un povero pugile ignorante, a definire con esattezza quale fosse l’insensatezza della guerra, non solo di quella guerra, e a mettere a disposizione di tutti il suo carisma e la sua notorietà, per consentire anche ad altri di fare lo stesso.
Ovviamente il suo governo, come tutti i governi, reagì ottusamente, e la privazione del titolo, della licenza per combattere, e la minaccia di andare in prigione, furono proprio quello che serviva per trasformare Muhammad Ali da leader in martire.
Cominciò a girare per le Università per parlare ai giovani, e man mano che parlava diventava sempre più consapevole della sua forza interiore, ora che quella fisica non poteva esprimersi.
Fu così che sconfisse il suo governo, i media, i razzisti, i benpensanti, e dopo 3 anni fu libero di tornare a combattere.

Ecco, se dovessi esprimere un dubbio su quest’uomo, mi chiederei perché ha trovato necessario continuare a essere un boxeur, quando avrebbe potuto ottenere qualsiasi soddisfazione continuando a esprimere il suo pensiero, e forse oggi non sarebbe ridotto dal Parkinson ad un manichino vivente.
L’unica risposta soddisfacente che mi viene in mente, è che ha seguito il suo destino.
Il suo destino era di essere il Più Grande, e se lo avesse tradito, non sarebbe stato veramente lui.

E così, quella notte calda e umida, di fronte alla montagna da scalare di nome George Foreman, il Più Grande non aveva paura.
Aveva già vinto, così pensava.
Aveva vinto perché era arrivato a questa chance – forse l’ultima a 32 anni – dopo aver combattuto e vinto di nuovo con Smokin Joe; aveva vinto perché nessuno voleva farlo combattere per il titolo; aveva vinto perché in Africa aveva raccolto intorno a sé l’affetto e l’amore di una popolazione che vedeva di nuovo in lui il liberatore e in Foreman lo schiavo che non si era neanche voluto liberare del cognome che gli avevano imposto i suoi padroni bianchi.
Foreman che vestiva alla moda e girava con dei cani al guinzaglio.
Foreman che si allenava distruggendo gli sparring partner, sollevando quantità impressionanti di pesi, senza ridere mai.
Mentre lui, Ali, stava sempre in mezzo alla gente, ai bambini, rideva e scherzava e in cambio riceveva la forza che gli sarebbe servita per abbattere la montagna.
Perché lui era più furbo, più svelto, più intelligente, e aveva un piano.

Il piano di Ali aveva un solo difetto: doveva funzionare in poco tempo, o sarebbe miseramente fallito. Il tempo nell’esecuzione del piano di Ali era fondamentale. Il tempo e la sorpresa.
Il suo piano era così segreto, che nessuno, neanche i suoi lo conosceva, solo lui.
Ali aveva preparato meticolosamente l’incontro insieme ai suoi, e a dispetto dei suoi 32 anni, che per le sue battaglie erano come 50, avevano deciso di giocarsi tutto sulla sua velocità di gambe.
“Vola come una farfalla e punge come un ape” era il motto di Ali.
Ed era vero. Come nessun altro pugile nella storia, soprattutto di oltre 100 chili, riusciva a danzare sulle punte dei piedi, girando intorno all’avversario, piantandosi poi solidamente all’improvviso, e scaricare tutta la potenza delle sue braccia, con velocità impressionanti.
Questo era quello che sapeva fare meglio, e questo avrebbe portato alla vittoria.
Foreman era un colosso che sparava mazzate devastanti, ma era statico, poco mobile sulle gambe; Ali e i suoi avevano deciso di distruggerlo girandogli intorno e colpendolo in velocità, per poi ritrarsi.
Se a 32 anni il suo viso era ancora intatto, lo doveva proprio a questa capacità.
Non aveva preso tutti i pugni che gli altri pugili erano costretti ad incassare, e avrebbe continuato così.
Questo pensavano i suoi secondi: Angelo Dundee, l’italiano che era il suo mentore, e gli altri.
Ma lui, lui sapeva che non lo avrebbe fatto.
Sapeva che non aveva più la possibilità di reggere 15 riprese danzando di fronte ad una macchina da guerra.
Sapeva che gli incontri con Frazier e Ken Norton avevano lasciato il segno.
Sapeva che la tattica che aveva funzionato così bene per tutta la sua carriera, non lo avrebbe portato alla vittoria.
E sapeva anche che Foreman e il suo team se lo sarebbero aspettato, e avrebbero preparato l’incontro con il solo obiettivo di fermare la sua danza. Prima o poi i pugni di Foreman l’avrebbero raggiunto, e lui avrebbe perso.
Muhammad Ali non ebbe paura, quando capì che la sua strategia non poteva funzionare; non disse nulla, semplicemente la cambiò prima dell’incontro.

Quando suonò il gong del primo round tutti, i suoi secondi, quelli di Foreman, il pubblico in sala, gli spettatori, tutti, erano sicuri che avrebbe danzato.
Invece no.
Muhammad Ali si lanciò all’assalto di George Foreman, e lo colpì.
Ripetutamente.
Lo prese di sorpresa e gli assestò una serie infinita di diretti.
Di più: lo colpì ripetutamente con il diretto destro.
Lo colpì con il diretto senza preparare il colpo con il sinistro, senza protezione del viso, senza rete.
L’offesa più grande per un pugile professionista.
Foreman schiumava di rabbia, e Ali lo colpì ancora e ancora e ancora.
La sua strategia, tra lo sgomento di Angelo Dundee e di tutti, stava funzionando. Foreman era confuso, disorientato, e non riusciva a capire cosa stava succedendo.
Ma non andò giù.
Foreman era troppo giovane, troppo grosso e troppo forte.
Anche se i pugni di Muhammad Ali avrebbero potuto uccidere un toro, non fecero cadere Foreman, e quando verso la fine del primo round il suo avversario si rese conto che il combattimento si stava mettendo sul piano a lui preferito – quello del brutale scontro fisico – cominciò a controbattere.
Non solo Foreman non andò giù, ma cominciò a colpire Muhammad Ali con le sue terrificanti mazzate.
Il piano era fallito.
Quando finalmente il gong suonò e i due pugili si recarono all’angolo, Foreman era carico di rabbia e aspettava solo il secondo round per sfogarsi contro l’uomo che lo aveva insultato per mesi e mesi davanti alle telecamere, e ora anche sul ring, trattandolo non come un professionista, ma come un qualsiasi attaccabrighe di strada.
Ali, da parte sua, aveva accantonato la sua strategia classica per un’avventura senza ritorno, e aveva fallito.
Non poteva ora danzare, non aveva più le energie sufficienti, e Foreman era troppo arrabbiato.
Non poteva accettare lo scontro fisico, era troppo impari, e non poteva e non voleva scappare.
Era senza vie d’uscita.
Per la prima volta in vita sua Muhammad Ali ebbe paura.
Non la paura di perdere un incontro; quello gli era già successo, e gli sarebbe successo ancora. E neanche di andare al tappeto, o di subire una dura punizione; ci aveva già pensato Joe Frazier, a fagli capire che anche i pugni degli altri possono fare male, e Ken Norton, rompendogli una mascella, gli aveva dimostrato che non era invulnerabile.
No, Muhammad Ali aveva paura di sé stesso.
Di non trovare dentro di sé la risposta.
Di non riuscire a superare gli ostacoli con la forza del suo carisma.
Di uscire sconfitto nel suo animo e nel suo ego.
Muhammad Ali ebbe paura di non riuscire ad essere il Più Grande, mai più.
E quella che a tutti era sembrata un’impresa ardua, rivincere il titolo mondiale dei pesi massimi dopo 10 anni, contro un avversario ritenuto imbattibile, ora era semplicemente impossibile.
Muhammad Ali stava per andare al massacro, fisico e morale.
Dundee lo sapeva. Foreman lo sapeva. Il pubblico, i commentatori, tutti lo sapevano.
Anche Ali lo sapeva, e per la prima volta in vita sua ebbe paura.

Se si guardano le immagini televisive, si vede che gli occhi di Ali sono vitrei, come se un velo glie li avesse appannati.
Non poteva scendere dal ring, ma sapeva che stava andando incontro al massacro, e penso che nessuno di noi possa veramente capire cosa possa significare per un uomo del genere, la certezza di una sconfitta così atroce.
Solo allo scoccare del gong del secondo round gli occhi di Ali ripresero vita.
Una scarica elettrica passò attraverso il suo cervello, fino ai suoi muscoli, ai suoi sensi.
Nell’istante cruciale che separa gli uomini dagli eroi, Muhammad Ali fece la sua scelta, e decise di essere un eroe.
I suoi piani, quelli preparati con cura, dai suoi uomini o da lui stesso, erano andati in fumo.
E allora Muhammad Ali improvvisò.
Quando Foreman si avventò contro di lui Ali non scappò, né accettò la sfida.
Si limitò a proteggere il più possibile il corpo e il viso con le braccia, e quando Foreman cominciò a percuoterlo con violenza, non fece resistenza, e si lasciò sbattere contro le corde.
Ora, vedete: nessun pugile professionista, nessun campione, nessuno che abbia anche solo guardato un incontro di boxe in tv, si farebbe mai sbattere alle corde e colpire con violenza da un colosso come George Foreman.
Vuol dire suicidarsi, ma in maniera estremamente lenta e dolorosa.
Ali sì, lui lo fece.
Decise che avrebbe preso quello che veniva, che avrebbe dimostrato a Foreman e al mondo intero che nessuno poteva distruggerlo, e che i pugni non potevano niente contro la sua volontà.
Fece di più: nel corso dei round, mentre Foreman continuava a colpirlo in continuazione con inusitata violenza, lui invece di placare la sua rabbia la esaltò. Gli parlava all’orecchio, gli diceva: “Andiamo George! è tutto qui quello che sai fare? su George, fammi vedere. Sai George, picchi come una femminuccia”. Cose così.
Foreman impazzì, letteralmente.
Si scagliò contro Ali e lo tempestò di pugni per una, due, tre, quattro riprese, e poi ancora.
Angelo Dundee e i suoi si sgolarono nel vano tentativo di convincere Ali ad abbandonare quella tattica suicida, ma invano.
Il pubblico era sconcertato, e non poteva credere che stesse assistendo alla sistematica distruzione di un idolo.
I commentatori attendevano solo che Foreman assestasse il colpo definitivo.
Ma questo colpo, per sfortuna di Foreman, e per fortuna della nostra storia, non arrivò mai.
Forse Ali era troppo vecchio per danzare, ma era ancora un giovane uomo di 32 anni, con un fisico temprato da innumerevoli battaglie.
Era un uomo di oltre un metro e novanta di altezza e di cento chili di peso, e aveva una volontà di ferro.
In più nella sua pazza strategia riuscì a rimanere perfettamente lucido, e a proteggere il suo corpo dalla maggior parte dei colpi che Foreman gli scagliava, e che finivano sulle braccia o in punti non vitali.
E con il passare delle riprese, questi colpi perdevano di potenza: per quanto alto, forte e giovane fosse, anche Foreman non poteva continuare in eterno con quel ritmo forsennato.
La percezione ingannevole di essere invece quasi giunto al traguardo lo fece tuttavia continuare a scagliare colpi su colpi, che si affievolivano sempre più.
Quando Ali si rese conto che Foreman non aveva più nelle braccia il colpo del KO, decise che era giunto il momento di agire.
Uscì dalle corde con un movimento rapido e assestò a Foreman una scarica di colpi, che andarono tutti a segno, perché il campione in carica aveva le braccia stanche e non era in grado di tenerle alzate.
E mentre Foreman, sfinito, sbigottito e intontito mulinava invano le braccia per cercare di difendersi, fu Mohammed Ali che lo colpì un’ultima volta, e lo mandò al tappeto, KO.
Era di nuovo lui, l’unico, il vero, il solo Campione.

Muhammad Ali pagò a caro prezzo – con una malattia debilitante – il suo coraggio, e la fortuna di aver avuto avversari così temibili.
Fortuna, perché la grandezza degli avversari stabilisce il metro di paragone con cui un campione deve misurarsi, e Mohammed Ali è stato ed è il più grande anche perché i suoi avversari furono i più grandi che potesse trovarsi di fronte.
E non parlo solo di pugili: i bianchi, l’establishment, i media, il governo.
Tutti avversari apparentemente impossibili da combattere, e tutti sconfitti da quest’uomo: che si chiamava e ancora grazie a Dio si chiama, Muhammad Ali.

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