Rischio e ricompensa

Talvolta nonostante tutta la nostra forza e arroganza, siamo costretti a guardare dentro la nostra coscienza, e quello che vediamo non ci piace. Proprio quello che succede a Big Will in questa storia

William Love III, per gli amici Will, o anche Big Will per le sue dimensioni mastodontiche, avvocato di successo nello studio legale Love, Reginald & Gordon, quella mattina uscì dalla sua casa alla periferia di Tampa sbattendo la porta e facendo tintinnare tutti i ciondoli che ornavano il patio.La casa, una villetta con giardino all’interno di un condominio residenziale protetto da cancello e guardia giurata, era un immenso cubo di legno, di colore celestino chiaro, con il tetto rosso e le tendine alle finestre.
Una tipica casa da borghesi benestanti, ma Will pensava che da lì a un anno avrebbe potuto comprare una vera e propria mansion, con il portico in cotto, e le colonne di marmo.
Gli affari andavano bene, e il suo studio legale – specializzato in real estate – stava facendo soldi a palate in quel periodo di crisi.
Quella mattina però Will uscì inferocito, lasciando dietro la porta di casa, appoggiata al ripiano della cucina, la moglie in lacrime, il viso arrossato da un lato a causa del ceffone che lui le aveva assestato pochi secondi prima. E doveva considerarsi fortunata che non aveva usato la mano con l’anello.
Mentre faceva retromarcia nel vialetto Will era ancora infuriato per la discussione. Quella puttana ancora una volta gli aveva chiesto con la sua voce lamentosa dove vai, quanto tempo starai via, sei da solo, non è che ti porti quella.
Lui si era arrabbiato, una parola tira l’altra, e alla fine le aveva detto chiaro e tondo che doveva ritenersi fortunata, se non l’aveva ancora cacciata a calci in culo, e se le faceva fare una vita da signora, lei che da sola non avrebbe combinato un cazzo nella vita, e che la teneva solo perché le faceva pena, e per il figlio che era al college.
E quando lei non aveva voluto sentire ragioni, e aveva continuato a protestare, il ceffone aveva concluso la discussione.
Ora già si sentiva meglio, ma doveva decidersi a risolvere il problema.
La verità è che non la mollava perché lei aveva scoperto un paio di sue scappatelle, e temeva che un avvocato in gamba – magari un suo concorrente dio non voglia – lo avrebbe spellato vivo.
Assaporò per un momento l’idea di eliminarla fisicamente, poi la lasciò cadere; sapeva cosa succedeva in carcere e francamente non voleva correre il rischio.
Mentre guidava verso nord sulla I-75 si rilassò.
Tutte uguali, pensava, tutte così.
Anche quella stronzetta della sua segretaria, che l’avrebbe raggiunto quella sera, aveva fatto la difficile.
Ma Signor Love, non possiamo Signor Love, non è corretto Signor Love, e quante cazzo di storie aveva fatto, finché lui non le aveva dovuto ricordare chi era il titolare dello studio e chi decideva le gratifiche natalizie.
Alla fine si era ammorbidita, ma l’aveva fatto sudare.
Un sorrisetto malizioso gli spuntò sulla faccia al pensiero della sua segretaria e di un paio di punti di forza che si ritrovava. Era una stupida, ma una stupida molto sexy, e stasera l’avrebbe aspettato in stanza con addosso un regalino che lui le aveva portato da uno dei suoi viaggi.
Ma prima, aveva cose più importanti da fare.
In un’ora circa sarebbe arrivato al campo, e avrebbe fatto un giro a quello che si preannunciava un percorso molto interessante. A differenza degli altri campi da golf della Florida, era incastonato in un bosco millenario, tra colline e laghetti, quasi un percorso di montagna.
Avrebbe giocato e poi nel primo pomeriggio sarebbe andato alla riunione con i suoi clienti; i quali non avrebbero certo approvato di vedere in nota spese il green fee, ma che avrebbero pagato – senza saperlo – le ore in cui lui avrebbe giocato e che sarebbero state conteggiate come “research“.
D’altronde, chi poteva negare che lui mentre giocava pensasse anche ai suoi clienti?
E comunque, dato che quello che volevano era vincere le cause, e lui le vinceva praticamente sempre, nessuno si era mai lamentato, per cui il golf gli veniva via gratis; anzi, ci guadagnava sopra un bel po’, pensò sorridendo tra sé e sé.
Arrivò al Rolling Oaks Golf Club in perfetto orario.
Parcheggiò l’auto vicino alla clubhouse, dove un addetto gli prese la sacca, e nel farlo strisciò leggermente il parafango.
– Ehi! pezzo di cretino! – urlò Big Will – stai attento a dove metti i piedi. Questa macchina costa più di quanto tu guadagnerai nei prossimi 20 anni, quindi portale rispetto, capito? altrimenti ti faccio pentire di esserti alzato dal letto stamattina –
– Scusi signore, ha ragione signore – rispose il ragazzetto rosso in viso per l’imbarazzo.
Will entrò in clubhouse soddisfatto. Eccheccazzo, meglio mettere subito le cose in chiaro.
– Sono 120 dollari, signore – gli disse l’addetto al pro shop.
– 120 dollari per questo campo? cazzo ma non vi sembrano un po’ troppi? se avessi saputo me ne sarei stato a casa –
– Mi dispiace signore – rispose il receptionist – ma è alta stagione e il campo è pieno. Se vuole però posso cancellare la sua prenotazione senza costi aggiuntivi – disse conciliante.
– Nonono va bene. Ladri – disse Will consegnando la sua Centurion. Chissenefrega, pensò, vorrà dire che aumenterò ai clienti il conteggio delle ore lavorate.
Pagato il green fee, si diresse verso il bar, che a quell’ora era vuoto tranne per la barista, una donna di mezza età che evidentemente faceva quel lavoro da troppi anni.
– Cosa posso servirle, signore? – chiese sorridendo
– Ehi! ma non c’erano disponibili ragazze più giovani qui? mi fate venire voglia di bere solo per dimenticarmi di voi – e mise giù una risata, grassa come lui, che fece risuonare il locale.
La donna smise di sorridere e aspettò senza dire niente il suo ordine. Aveva due figli da mantenere, e non poteva permettersi di spaccare una bottiglia in testa a quel bastardo, come avrebbe voluto.
– Dammi una vodka. Doppia. E mettimela in un contenitore per il campo –
– Mi dispiace signore, ma non è consentito bere in campo – disse la donna con un malcelato compiacimento.
– Cos’è questa storia? che significa? – disse Will che cominciava ad arrabbiarsi di nuovo.
– Mi spiace. Ma è il regolamento. Vede? c’è scritto anche qui – e indicò un cartello con la scritta “No alcohol on course. No exception” – se vuole bere, deve consumare qui. –
Will si sporse sul bancone, e si capiva che avrebbe volentieri strozzato la donna con le sue mani, ma lei non abbassò lo sguardo, e alla fine lui disse a denti stretti:
– Dammi questa cazzo di vodka e facciamola finita –
Lei gli versò il liquido in un bicchiere, glie lo porse in maniera professionale con una salviettina di carta, e lui andò a berselo sul patio che dava sulla partenza della buca numero 1.
Seduto su una panchina di legno c’era un vecchio indiano, che indossava un cappello a bombetta con un piuma.
Poteva avere una qualsiasi età tra i 70 e 150 anni, la pelle incartapecorita, le labbra prominenti, le gote scavate dalla magrezza.
Era chiaramente cieco, come si poteva evincere dagli occhi bianchi e spenti, e un bastone bianco appoggiato su una coscia.
Era completamente immobile, tranne per la mano che teneva il bastone che tremava in maniera irregolare, e faceva risuonare il bastone sul legno del patio con un suono ritmico “tump-tum-tutum-tump”.
Will gli si sedette vicino, e gli fece:
– Come va? –
Nessun risposta.
Will sorseggiò un po’ della sua vodka, poi guardò l’orologio: mancavano 10 minuti alla sua partenza, aveva tutto il tempo di bersela in pace. Certo in campo sarebbe stato meglio.
Guardò di nuovo il vecchio, che continuava a fissare l’infinito con i suoi occhi ciechi, e “tump-tum-tutum-tump”.
– Dove stanno i “rolling oaks” in questo campo? a me sembrano tutti belli dritti – disse facendo una risata che suonò falsa come un biglietto da 15 dollari.
Nessuna risposta.
– Forse sei altrettanto sordo che cieco, amico? – disse Will che stava cominciando ad irritarsi del fatto che il vecchio lo ignorasse.
– Ci sento benissimo ragazzo, e anche se sono cieco ti vedo altrettanto bene – disse improvvisamente l’indiano.
– Grazie per il ragazzo!, ma ho già 45 anni – disse Will allegro
– E io ne ho ben più del doppio, per cui tu sarai sempre un ragazzo per me, finché sarai vivo –
– Ahahahahah! – rise sguaiatamente Will – forse volevi dire “finché sarO’ vivo” –
– Certo. Quello che dici tu, ragazzo – rispose accondiscendente il vecchio.
– Allora, questi rolling oaks, dove sono? – insistè Will.
– Non ci sono, ragazzo mio. Ma ci sono altre cose. Rolling Oaks è il nome che i geni del marketing hanno creato per attirare gente. Questo luogo qui – e fece un largo gesto con le braccia per illustrare il concetto – è sempre stato un luogo sacro per i Seminole, che nella loro lingua lo chiamavano “Rolling Bones”, ossa che rotolano –
– E come mai? C’era per caso un cimitero? – chiese Will incuriosito.
Il vecchio all’inizio non rispose. Solo il “tump-tum-tutum-tump” del bastone, e qualche occasionale “swishhhh” dei drive rompevano il silenzio.
Poi con un sospiro aggiunse:
– No, non era un cimitero. Peggio. Era un luogo di penitenza e punizione. Qui venivano lasciati, soli e senza cibo, coloro che si erano macchiati di gravi delitti contro la loro stessa tribù; per lo più si perdevano e morivano, e le loro ossa venivano ritrovate solo molto tempo dopo, spolpate dai lupi e dagli altri animali che popolano queste foreste –
Will lo guardò incredulo.
– Persi? E come facevano a perdersi? Il bosco non è così fitto, e il mare è a due miglia. Nessuno si perderebbe qui, neanche un avvocato pieno di vodka – e così dicendo finì in un sorso il suo drink.
– Ti assicuro ragazzo che è così, e i Seminole erano ben felici di lasciare alla natura il compito di amministrare la giustizia – rispose il vecchio.
– Sì, certo. – disse scettico Will alzandosi – proprio una bella storia che amano raccontare i vecchi come te. Che poi, mi piacerebbe sapere che ci fa un vecchio cieco tutto il giorno in un posto come questo; non solo non puoi giocare, ma neanche guardare gli altri giocare. Che ci vieni a fare? –
Il vecchio non si scompose.
– Questo posto è mio – disse – L’ho ereditato da mio padre e da suo padre prima di lui. Fu mio nonno a far costruire il campo, per cercare di dimenticare cosa succedeva qui; ma talvolta è difficile abbandonare le proprie tradizioni e i propri istinti –
Will rimase un attimo a bocca aperta, poi scrollò le spalle; in fondo non erano affari suoi, e si affrettò a salire sul suo cart.
Raggiunse la buca numero uno dopo che un gruppo di quattro giocatori aveva già iniziato, e stava andando spedito giù per il fairway, un ampio e ondulato pezzo di terreno ricoperto da morbida bermuda grass.
In lontananza, a circa 400 metri, un ampio green era circondato da faggi e buche piene di sabbia.
Lo starter prese la ricevuta dalle mani di Will, controllò il suo blocco poi scosse la testa.
– È la prima volta che gioca qua signore? – chiese con voce contrita.
– Sì, perché? –
– Odio dirlo ai nuovi clienti che giocano da soli, ma il fatto è, vede, che tutte le partenze sono piene, sono tutti gruppi da quattro, e non ho potuto inserirla con nessun altro. Se vuole può aspettare e vedere se qualcuno rinuncia, altrimenti dovrà partire da solo –
– Nessun problema – disse Will sorridendo – io odio i golfisti da strapazzo, e piuttosto che giocare con un novantenne che a malapena si regge in piedi, preferisco starmene per conto mio –
– Certo, signore – acconsentì lo starter.
– A proposito…qual è il tuo nome? – chiese Will in tono gioviale.
– Jim, signore – rispose lo starter – c’è scritto anche qui sul mio badge –
Will si fermò un attimo, indeciso se l’altro lo stesse prendendo in giro, poi decise di non farci caso.
– Ecco, Jim, senti, questo campo detto fra noi, è una vera schifezza. Sì, lo scenario è bello, ma io non pago per vedere una cartolina, mi capisci? I fairway sono troppo ampi, non ci sono laghi, insomma, mi avete tolto 120 dollari e neanche mi divertirò più di tanto –
– Non sottovaluti Rolling Oaks, signore – disse umilmente Jim, lo starter – è un campo che riserva molte sorprese, e alla lunga se non stai attento, sminuzza il tuo ego in mille pagliuzze. E’ un campo in cui la ricompensa è direttamente proporzionale al rischio che ci si prende. Si può giocare con tranquillità, e fare un risultato mediocre. Un po’ come la vita. Lei pensa di sentirsela di rischiare? –
– Sesese – rispose Big Will, e con uno swing improvviso colpì la pallina con il drive, e la spedì, dritto in mezzo al fairway, a 300 yard di distanza.
– Ecco. Intendevo dire questo –
E si butto giù dalla discesa con il suo cart, sotto lo sguardo scettico dello starter.

Le prime buche furono effettivamente facili per Will. Anche dalle partenze più lontane, la sua potenza e il suo handicap 5 lo fecero chiudere in par le prime 6 buche.
Dalla 4 aveva perso di vista il gruppo che gli stava davanti; strano, pensò, sono in quattro e tutti vecchi. Dovrei averli raggiunti da tempo. Forse si sono ritirati, o hanno saltato una buca, o magari sono andati al ristorante.
O forse la prostata non gli ha retto, pensò alla fine e scoppiò a ridere da solo.
Era decisamente di buon umore; la sua vita era meravigliosa, e una volta risolti un paio di piccoli disturbi, uno dei quali era sua moglie, sarebbe stata perfetta.
Sul green della 6 aveva un corto putt per il par. Meno di 50 cm.
Facile come bere un bicchier d’acqua.
Ma spinse la pallina troppo forte, questa fece un giro intorno alla buca e non entrò.
In quel momento un coro di cornacchie si scatenò sopra di lui, e sembrava che ridessero, ridessero proprio di lui.
Alzò la testa istintivamente, e sfogò la sua rabbia per il corto putt mancato.
– Andatevene via, maledette portasfiga! – urlò al cielo, ovviamente senza risultato.
Arrivò sul tee della 7 che era ancora irritato con sé stesso.
Fece un paio di swing di prova, e improvvisamente con la coda dell’occhio si accorse che c’era qualcosa vicino a lui. Girò la testa, e si accorse che un procione, un orsetto lavatore, con la sua lunga pelosa e i suoi occhi cerchiati, lo stava guardando.
Will sorrise.
– Ehi! Ciao! Vuoi qualcosa da mangiare? Mi dispiace, non ho niente, neanche un po’ di vodka. Ma è pieno di ghiande qua intorno, sono sicuro che te la caverai – concluse con un sorriso un po’ maligno.
Si posizionò sulla pallina, fece un ampio movimento con il drive, e quando fu quasi per colpire la pallina, il procione fece un verso strano, come un guaito, ma intenso.
Will impattò male sulla pallina, fece un colpo terribile e mandò la pallina lontana ma tutta a destra, in mezzo a dei cespugli.
Si girò di scatto verso l’animale, rosso di rabbia.
– Brutto stronzo! L’hai fatto apposta? Eh? Eh? –
Brandendo il drive cercò di colpire l’orsetto, che però si dileguò rapidamente.
Will rimase immobile, poi furente salì sul cart e si diresse a cercare la pallina.
Mi darò un colpo in meno per compensare questo disturbo esterno, si disse.
Neanche le regole del golf potevano resistere al desiderio di Will di vincere sempre, e a tutti i costi.
Fu fortunato, e trovò la pallina sistemata su un cuscinetto d’erba.
A 150 yard dal green un ferro 7 era più che sufficiente. Si posizionò sulla palla, e mentre la stava per colpire lo stesso lungo, potente, lamentoso guaito echeggiò da dietro i cespugli, e la pallina finì miseramente in uno dei bunker di sabbia che proteggevano il green.
Will era accecato dall’odio.
Sì aggirò per i cespugli con il ferro 7 in mano, urlando e bestemmiando, ma del procione neanche l’ombra.
Tornò indietro, finì la buca in due colpi più del previsto e andò sul tee della 8.
Da lì, lo spettacolo era semplicemente magnifico.
Un par 3 in discesa, un colpo a volare tutto, compresi un ruscello e delle rocce, per arrivare su un green ondulato, circondato da azalee.
La bellezza della scena gli fece dimenticare per un momento l’accaduto.
Prese un ferro 8, e si preparò a colpire la pallina.
Poi si tirò su.
Un momento, pensò.
Dove sono finiti TUTTI?
In campo non c’era più nessuno; le cornacchie non gracchiavano. Gli altri uccelli non lanciavano più i loro richiami, le cicale si erano zittite.
Solo il leggero frusciare delle foglie sotto una brezza delicata spezzava quel silenzio innaturale.

Si guardò intorno. La cosa non gli piaceva. Decise che alla nove avrebbe fatto una pausa per pranzo, e se non avesse trovato qualcuno con cui proseguire, se ne sarebbe andato. Questo campo non gli piaceva, non gli era piaciuto fin dall’inizio.
Tornò a piazzarsi sulla pallina, ma prima che potesse iniziare il backswing, un rumore sordo, che proveniva da profondità incalcolabili gli fece accapponare la pelle.
Non era un ruggito, o un latrato, ma qualcosa di peggio: era la voce dell’inferno, era uno stomaco che ribolliva di fame, era la saliva che gorgogliava in mezzo a fauci affamate.
Si girò lentamente, e stavolta furono i capelli a drizzarsi sulla testa, e il cuore a battergli affannosamente.
In mezzo ai cespugli c’era un lupo, ma non un lupo normale: era un animale enorme, grande più di un uomo, con la schiena ingobbita, il pelo ritto nel tentativo di sembrare ancora più grande di quanto non fosse in realtà, la bocca spalancata e la lingua penzoloni che sbavava dal desiderio di azzannare le sue carni morbide e piene di grasso.
Ma soprattutto quello che lo spaventò furono gli occhi.
Sembravano umani, tranne per il colore, rosso acceso, che cambiava e ondeggiava come quello della fiamma di un camino con mille tizzoni.
Will rimase paralizzato per un secondo, poi con un urlo che ormai non aveva più nulla di razionale, e con gli occhi che sembravano schizzargli fuori dalle orbite, si precipitò sul cart e si lanciò a capofitto in discesa, verso il green della 8 e le rocce che lo circondavano.

La macchina nera e marrone con i lampeggianti sul tetto si fermò a neanche un metro dal patio di legno.
Dal lato del guidatore scese un uomo alto, robusto, con la pelle scura, i capelli neri raccolti in una coda, e gli occhi stretti come due fessure.
Sul petto, un’insegna argentea lo identificava come John Avonaco, che in lingua indiana significa “orso snello”.
Era inoltre lo sceriffo di Brooksville ormai da 5 anni, ed essendo nato e cresciuto in mezzo a quella gente, se non avesse fatto stupidaggini sarebbe rimasto sceriffo per molti anni a venire.
Il suo vice fece per scendere anch’egli dall’auto, ma John lo invitò a rimanere in macchina con un gesto della mano.
Si avvicinò al vecchio indiano, che era rimasto nella stessa posizione in cui lo aveva trovato Big Will quella mattina.
Lo Sceriffo appoggiò un piede sul patio, e salutò il vecchio.
– Salve Pop – gli disse affettuosamente – come butta? –
– A me bene, John, e a te? E’ sempre snello l’orso? – domandò.
Lo Sceriffo gettò la testa indietro e fece una risata di cuore.
-Sì, Pop, l’orso è sempre snello, anche se da quando mi sono sposato qualche chilo l’ho messo. Ma ora che mia moglie è incinta, spero che il bambino mi darà abbastanza da fare da farmi perdere qualche chilo –
Il vecchio, che lui chiamava affettuosamente Pop, sorrise.
Lo Sceriffo si schiarì la voce.
– Lo hanno trovato sulle rocce della otto –
Il vecchio annuì, comprensivo.
– Si è rotto l’osso del collo, ed è morto sul colpo. Apparentemente stava fuggendo da qualcosa o qualcuno che lo inseguiva. E doveva essere qualcosa di terribile, perché aveva gli occhi sbarrati, la lingua di fuori ed era rosso scuro in viso, quasi nero, come se gli fosse mancato il fiato dalla paura – concluse lo Sceriffo.
Il vecchio annuì di nuovo.
Lo Sceriffo si avvicinò al vecchio.
– Mi avevi promesso che lo avresti tenuto sotto controllo, Pop – gli sussurrò in modo che nessuno potesse sentirli.
– Non lo controllo più di quanto tu non possa controllare il sorgere del sole, Avonaco –
– Pop… –
– Tuo padre e tuo nonno non avrebbero approvato, Avonaco – lo interruppe il vecchio – Loro erano dei veri fratelli –
John sospirò. Da quando aveva sposato una donna bianca molti nella sua tribù gli avevano girato le spalle. Evidentemente il razzismo non era solo ad una direzione.
– Pop, sai che io voglio bene a te e alla tribù quanto mio padre e mio nonno. Ma oggi qui è morto un uomo, e questa comunità mi paga per trovare il colpevole, se ce n’è uno, non per fare finta di niente –
– Oh! allora se è questo che cerchi è facile. Il colpevole era solo lui. La foresta ha semplicemente fatto quello che continua a fare da migliaia di anni, secondo la tradizione dei nostri padri. Si è avventurato da solo, e la sua coscienza lo ha tradito. Non cercare altri colpevoli, non ne troverai –
John Orso Snello guardò quel vecchio che fissava l’infinito con i suoi occhi spenti, e che tamburellava sul patio con il suo bastone bianco: “tump-tum-tutum-tump”.
Attese qualche minuto, sperando che un afflato di saggezza lo consigliasse sul da farsi, poi emise un sospiro, si toccò il cappello e tornò verso la macchina.
Il vecchio non diede segno di averlo visto, ed effettivamente era così.
Solo per un momento, un piccolissimo infinitesimo momento, i suoi occhi bianco latte si illuminarono di un rosso violento, come una brace di mille tizzoni.
Ma forse era solo il riflesso del tramonto.

DSC_9853

Annunci

6 thoughts on “Rischio e ricompensa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...