La Risposta

Guardo fuori dal finestrino mentre il treno corre veloce in mezzo a un mare d’erba, interrotto ogni tanto da tunnel scuri e silenziosi.
La testa appoggiata al vetro, non vedo veramente il paesaggio intorno a me, piuttosto cerco di ascoltare la mia mente e il mio cuore, e sperare di capire, prima di arrivare a destinazione.
Non pensavo sarei partita, e ora che l’ho fatto vorrei fermare questo treno e tornare indietro; più mi avvicino a destinazione e più sono costretta ad interrogarmi e a cercare una risposta.
– Mi ami? – mi aveva chiesto.
Io ero allibita. Per la prima volta in vita mia non sapevo che fare.
La mia, era una vita fatta di risposte, fin dall’infanzia e poche domande. La più brava a scuola, il fidanzato, lo stesso fin dal liceo, l’università, il lavoro, poi il matrimonio giovane, sempre con lo stesso fidanzato, i figli, il lavoro.
Una vita senza dubbi, senza increspature.
Anche qualche rara divagazione al di fuori del matrimonio, era ben inserita in un contesto di sicurezze, faceva parte della vita che mi ero disegnata.
Finché questo stupido, incosciente, giovane uomo mi aveva chiesto a bruciapelo, una sera che eravamo stati a letto: – Mi ami? –
Non era il primo che me lo chiedeva.
Ero – sono ancora – bella. E so come prendere gli uomini.
E ho sempre una risposta di circostanza, perché so bene che quando un uomo ti chiede se lo ami, per lo più vuole essere rassicurato su sé stesso, sul proprio ego, sulle sue capacità di maschio dominatore.
Qualcuno chiede – Ti è piaciuto? –
L’insicurezza all’ennesima potenza.
Ma nessuno vuole veramente sapere se lo ami.
Tranne lui. Lui mi guardava fisso, mi scrutava dentro, e mi aveva sentito. Mi aveva colpito dalla prima volta che lo avevo visto, in una banale riunione di lavoro, ed eravamo finiti a letto alla prima occasione.
Poi un’altra, e poi un’altra.
Non avevo avuto poi molte avventure, in venti anni di matrimonio, e nessuna che fosse durata più di pochi incontri.
Ma con lui erano già sei mesi di incontri regolari, di trasferte inventate, di ore rubate.
E poi la domanda: Mi ami?
L’ho guardato.
Bello, sorridente, entusiasta, innamorato.
E poi ho guardato la mia vita.
Ho mai amato veramente qualcuno?
Come faccio a rispondergli, se non so veramente il significato della parola “amore”?
Sì, certo, amo i miei figli. Ma è un amore senza scelta, scolpito nei cromosomi da un meccanismo implacabile di protezione della specie.
Amo mio marito, con il quale divido la mia vita da trenta anni, nel bene e nel male, tollerando qualche reciproca infedeltà, condividendo gli amici, i viaggi, la letteratura, la musica, i problemi sul lavoro.
Amo i miei genitori, ma è una forma di riconoscenza.
Ma l’amore che questo ragazzo mi chiede, l’ho mai provato? E lo provo per lui?
Ho preferito non rispondere. Non quel giorno, né i giorni e i mesi seguenti. Ho avuto paura. Sì, paura. Di dover affrontare la verità, di dover giudicare la mia vita, di dover mettere in discussione tutto.
Mi sono guardata allo specchio mentre lui aspettava la mia risposta. Cosa potrei dare ad un ragazzo che ha quasi 10 anni meno di me?
Tra 10 anni lui sarebbe stato ancora un uomo affascinante, e io una donna di mezza età, in menopausa, con ancora le tracce di una passata bellezza, ma senza alcuna possibilità di competere con donne più giovani e più aggressive.
E alla fine sarei rimasta sola, o magari sarei tornata con mio marito, per condividere una vecchiaia amara, e segnata dal tradimento della fiducia reciproca.
Non l’ho più voluto vedere.
Fino ad oggi.
Ma speravo di potermi presentare con una risposta, e invece sono assalita dal panico, perché più si avvicina la stazione di arrivo, e più mi sento confusa.
Ripenso alla sua delusione, un po’ infantile, al suo broncio quando gli ho detto che non ci saremmo potuti più vedere.
Ricordo le sue email, e i suoi messaggi, insistenti, che volevo credere fastidiosi, ma che invece mi facevano ancora piacere, ma ai quali non ho mai più risposto, finché non ha capito, e non ha smesso del tutto.
Mentre sogno ad occhi aperti, il treno si ferma, siamo arrivati.
Ho un groppo in gola, e una morsa allo stomaco. Prendo un taxi e dò l’indirizzo, ignorando le chiacchiere del tassista.
Arrivo davanti ad un palazzo ottocentesco, in pieno centro di questa grande città del nord, e scendo.
Mi soffermo solo un attimo davanti al portone, poi suono.
Mi aprono subito, salgo sull’ascensore, mentre il mio cuore e il mio cervello sono in tumulto. Vorrei scappare, ma non posso più.
La grande porta di legno si apre, è una donna giovane che mi accoglie.
Avrà non più di 30 anni, è bella, vestita in maniera semplice, elegante, i capelli biondi raccolti in una coda, pochissimo trucco. Occhi azzurri, intelligenti, uno sguardo che comunica.
Prende il soprabito e la mia borsa, e li appoggia su una sedia in ingresso.
Mi guardo intorno, è una casa arredata all’antica, di sicuro eredità di qualche famiglia affluente, soffitti altissimi, mobilio ottocento, tappeti, stoffe alle pareti, poca tecnologia.
– Caffè? – mi chiede
Accenno di sì con la testa, e mi guida verso la cucina.
Prepara un espresso in silenzio, io rimango in piedi, imbarazzata, e lei non mi invita a sedermi.
Mi porge il caffè, e ci guardiamo mentre lo beviamo insieme.
– Lei è molto bella – mi dice – e ha l’aria sicura di una donna che prende quello che vuole. Non ho difficoltà a capire come possa essersi innamorato di lei –
In questo momento mi sento tutt’altro che bella, e sicura di me.
Penso che non dovrei essere qui, che non c’entro niente con questa casa, questa donna, e forse neanche con lui.
Non dico niente.
Poso la tazzina sul tavolo.
Lei mi fa un cenno con la testa, e io mi avvio lungo un corridoio scuro.
Arrivo in una stanza illuminata con luci fioche.
Mi fermo impietrita sulla soglia.
Perché ora so la risposta.
Mi avvicino.
Gli faccio una carezza leggera sul viso.
Ci sono altre persone, ne percepisco la presenza, ma nessuno mi parla.
Lo guardo. E’ bello anche così.
Mi rialzo ed esco dalla stanza. Lei non c’è, non la cerco. Prendo le mie cose, ed esco dall’appartamento.
In strada, mentre aspetto il taxi, guardo le nuvole e penso: forse pioverà.

donna con ombrello1

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3 thoughts on “La Risposta

  1. Piacevolmente sorpresa del tuo stile, affrontare in maniera garbata argomenti come quelli del tradimento e della morte non e’ cosa da poco.
    Sinceramente colpita del tuo saperti immedesimare nel ruolo di una donna, a malapena ci riesco io che sono tale.
    Complimenti Rodo’
    P.S. La foto e’ tua? credo di si e lo spero, perche’ anche quella e’ molto bella.

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