Il Delatore

delatóre s. m. (f. -trice) [dal lat. delator -oris, der. di delatus, part. pass. dideferre «riportare»]. – Chi per lucro, per vendetta personale, per servilismo verso chi comanda o per altri motivi, denuncia segretamente qualcuno presso un’autorità giudiziaria o politica, soprattutto qualora eserciti abitualmente tale attività. Anche, con sign. più generico, chi rivela a un superiore colpe altrui o il nome del colpevole. 

 
Quasi sempre dietro uno scandalo, un processo, una scoperta, insomma dietro tutto ciò che sorprende, indigna, distrugge o rovina un essere umano, c’è un delatore.
Il delatore, come da definizione, è uno che per vari motivi, denuncia un’altra persona. Non necessariamente all’autorità giudiziaria; spesso ai poteri forti, come la stampa, talvolta a gruppi ristretti, per esempio sul lavoro, e in molti casi a singoli, come a mariti o mogli tradite.
Il delatore è uno che ha scelto un mestiere facile, che si può fare senza sforzo e senza sensi di colpa: infatti le motivazioni del delatore sono spesso o quasi sempre di grande valore etico o sociale.
Talvolta è per il bene pubblico, altre volte per mettere in guardia o salvare qualcuno, molto spesso per un fatto di coscienza.
Ecco. La coscienza.
Viene via a pochi soldi mettere in mezzo la coscienza, quando si decide di rovinare qualcun altro.
“Volevo la coscienza pulita”, oppure “E’ un fatto di coscienza”, o ancora “In tutta coscienza”.
E chi si permetterebbe mai di contestare affermazioni come queste? La coscienza è un po’ come il mal di testa, chi ce l’ha, o dice di averla, non deve portare prove a supporto, basta una dichiarazione verbale, e oplà, ecco che il delatore con la coscienza improvvisamente diventa un benefattore.
Anzi, spesso la sua coscienza è in conflitto con sé stessa, perché in fin dei conti abbiamo rovinato qualcun altro.
In questi casi la coscienza ha un metodo infallibile per far stare meglio il delatore: è per un bene più grande.
Quindi rovino uno per salvarne molti; distruggo un marito, perché la moglie e i figli non abbiano a starne male; rovino un collega perché così l’azienda andrà meglio.
Mai, dico mai, che un delatore ammetta di usare l’arma della delazione per vendetta, per tornaconto personale, per soldi.
Anche il legislatore per arginare i fenomeni di terrorismo o di mafia ha fatto e fa ancora abbondante uso di delatori; ma per non rovinare la loro ma soprattutto la nostra coscienza, li ha chiamati “pentiti”.
Ecco che ritorna ancora una volta la questione morale, figlia della nostra millenaria cultura cattolica.
Delinquenti abituali che fanno arrestare o condannare altri delinquenti non stanno biecamente sfruttando il sistema per tirarsi fuori di galera il prima possibile, no, sono “pentiti”. E quindi anche la delazione istituzionale diventa accettabile.
Il delatore spesso viene confuso con la spia, ma io credo che la spia abbia una sua dignità, che il delatore non ha.
La spia intanto non sputtana in pubblico, il delatore sì; la spia ha un obiettivo specifico, il delatore no, spara spesso nel mucchio, e inoltre la spia spesso le verità che rivela le è andate a cercare, si è impegnata, ci ha lavorato. Chi fa la spia, ha avuto una confidenza, o ha fatto ricerche per sapere le cose; è qualcuno almeno che ha “aggiunto valore” alla delazione.
No, il delatore no. Il delatore talvolta è venuto a sapere una cosa che sanno tutti, magari per caso.
Il delatore usa il randello della morale e dell’etica per giustificare le sue azioni, la spia è una carogna, consapevole e felice. La preferisco.
L’Italia ha una lunga storia di delatori, è un Paese in cui corvi, vendicatori mascherati e non, consiglieri e consigliori, suggeritori, manine e manone non sono mai mancati.
Sarebbe ora quanto meno di dire che sì, chi sbaglia è colpevole, ma chi racconta è meschino.
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