De rerum caffearum

La cosa che più mi manca quando sono all’estero è il caffè.

Non tanto o non solo il modo in cui lo si prepara in Italia, che pure è unico e su cui sono stati scritti trattati interi.
Mi manca soprattutto il rito.
Andare al bar, stare insieme, anche solo cinque minuti, spezzare il ritmo, diventare più intimi, confidarsi, discutere; il caffè è questo e molto altro.
Ma soprattutto per me, che ho sempre amato osservare e cercare di capire il mondo che mi circonda, il caffè inteso come prodotto e come luogo mi dà la possibilità di vedere il comportamento delle persone in un modo che nessuno studio sociologico permetterebbe mai.
E quindi, dopo tanti anni di caffè, sono in grado di tracciare l’identikit di alcuni fenotipi caratteristici, che tenterò di descrivervi.

Il finto tonto
Non paga mai, ma non lo fa esplicitamente, piuttosto in modo vigliacco.
Quando si arriva al bancone è sempre faceto, allegro e caciarone.
Quando ci si avvia verso la cassa ha sempre qualche cosa che lo distrae, una telefonata, oppure si sofferma a leggere il giornale, piuttosto che a parlare con la moglie, o a fare lo scemo con una signora.
Spesso è di corsa, e saluta al volo con un “Ci vediamo domani”, dove domani sarà poi ancora domani e domani ancora, e il momento di pagare non arriverà mai.
Non va confuso questo atteggiamento con la sbadataggine: il finto tonto ha una strategia, e sul mancato pagamento del caffè ci consolida il bilancio famigliare.
Il finto tonto va espulso dal consesso civile, e se possibile sputtanato alla prima occasione.

Er moviola
Sottospecie appartenente come il finto tonto ai “non pagatori”, viene così soprannominato perché ha un tempo di estrazione del portafoglio o degli spicci dalla tasca superiore al minuto.
Inoltre è in grado di rallentare a piacimento l’operazione, pur facendola fluire in maniera assolutamente naturale, come una moviola appunto, per cui per quanto voi – se avete capito il meccanismo – tentiate a vostra volta di rallentare per cercare di farlo pagare almeno una volta, lui o lei sarà sempre più lento di voi, magari solo di quel tanto che basta per farvi dire “ho fatto, grazie”.
E lui potrà rimettere i soldi in tasca con un aria un po’ scocciata. Eh già, neanche questa volta è riuscito a pagare.
Se er moviola è particolarmente bastardo, può accompagnare l’operazione con una ramanzina: – Però la prossima volta fai pagare a me, eh!? –
Ovviamente non ci sarà una prossima volta, ma oltre a non pagare, ha ottenuto il risultato di farvi sentire una merdaccia, solo perché anche stavolta avete pagato voi.
Er moviola va battuto sul suo terreno, quindi esercitatevi a casa ad estrarre lentamente i soldi con movenze soavi, facendovi cronometrare da vostra moglie.
Quando supererete i 90 secondi, avete qualche speranza di farcela.

Er macarena
Er macarena è difficilmente qualificabile, perché può essere sia un grandissimo paraculo, sia un ingenuo totale.
Per cui lo lascerei tra color che son sospesi.
Fatto sta che quando è il suo turno di pagare, comincia a palpare con entrambe le mani tutte le tasche possibili e immaginabili: pantaloni, giaccone, giacca, taschino della camicia, ma guarda un po’ tu, questo portafoglio non spunta fuori.
Se l’abbigliamento prevede molte tasche, l’incrocio delle mani sul corpo porta facilmente a ricordare un noto ballo sudamericano, per questo il fenotipo in questione è definito “er macarena”.
Nel dubbio se ci fa, o ci è, pagate voi, ma non prima di avergli lanciato un’occhiata di compatimento.

Il pagatore accanito
E’ l’opposto del finto tonto, e ogni finto tonto che si rispetti cercherà di aggregarsi ad una comitiva in cui ci sia almeno un pagatore accanito, meglio se due o tre.
Infatti, mentre il finto tonto può essere l’unico esemplare della sua specie presente (e molti si chiederanno come fa ad accoppiarsi e a riprodursi, ma questi sono i misteri della natura che non sta a noi indagare), il pagatore accanito si muove in branco, perché il gusto non è tanto quello di pagare, ma di sopraffare qualcun altro che vuole pagare.
Il vero pagatore accanito attende che una o più persone si avvii verso la cassa, e solo quando si sta già con il portafoglio o i soldi in mano, si precipita spintonando chiunque gli stia davanti, uomini, donne, bambini, vecchiette o signore incinte.
Di solito blocca il processo di pagamento con un – Fermo! faccio io!!! –
Perentorio e con voce stentorea.
Perché il pagatore accanito non può essere un mezzo soprano, no. Lui è maschio, baritono e il volume della voce non può mai scendere sotto i 20 decibel.
Il pagatore accanito fa così per orgoglio, e se c’è presente anche la moglie, diventa un punto d’onore pagare.
Se sono presenti altri pagatori accaniti, la scena è degna di un film di Sergio Leone.
Si guardano da lontano, immaginateli con un cappellaccio e un sigaro tra i denti, alla Clint Eastwood.
Gli altri astanti sono solo dei comprimari.
Attendono che uno estragga l’arma – cioè il portafoglio – per primo, ma come nei western non conta chi estrae per primo, ma il più veloce.
Il pagatore accanito quindi deve essere molto agile, o forte, o tutti e due.
Di norma il pagatore accanito ti fa risparmiare, ma tende a rovinarti la giornata.
Da evitare, almeno un giorno sì e un giorno no.

Il pagatore subdolo
Sebbene ottenga risultati simili, non appartiene alla stessa specie del pagatore accanito.
Può infatti essere ricondotto alla ragione con urla appropriate al momento giuisto.
Il pagatore subdolo è di norma un persona perbene, spesso timida e con forti sensi di colpa.
Finisce il suo caffè in un baleno, e si precipita alla cassa, e prima ancora che tu possa aprire la bustina di zucchero, lui ha già concluso la transazione.
Di solito approfitta della distrazione degli astanti, di una battuta simpatica, di un momento di confusione.
Quando ti giri per fermarlo è troppo tardi, quindi va prevenuto.
Anche il pagatore subdolo ti mette ansia, per cui va controllato.
Si può frequentare tutti i giorni, ma bisogna prestare molta attenzione.

Il complicato
Normale, macchiato, lungo.
Queste dovrebbero essere le uniche tre categorie di caffè per i baristi.
Perché il barista, come tutti coloro che lavorano nella ristorazione, ha una memoria di brevissima durata.
La nozione che il caffè deve essere macchiato viene completamente cancellata dalla memoria nei due secondi che intercorrono tra l’ordinazione e l’appoggio della mano sul manico del caricatore del caffè.
Almeno i camerieri hanno la comanda, e il taccuino su cui scrivere le ordinazioni, il barista al banco neanche quello.
Nei bar più affollati poi, chi prende le ordinazioni e chi fa fisicamente il caffè sono due squadre distinte, che comunicano tra di loro con urla gutturali e con complesse operazioni di calcolo, che talvolta mi chiedo perché non installino un supercomputer Cray invece di farle a mente: – Ho altri due cappucci! – oppure – I macchiati sono tre, ora diventano 5, più uno lungo, uno lungo macchiato! –
E così via.
Capite che ogni volta che arriva un cliente complicato fa saltare il già precario banco.
I complicati si dividono in molte sottospecie, ma sarebbe qui troppo lungo dispiegarne la tassonomia.
I due principali sono: il gourmet e il bastardo.
Il complicato gourmet è di solito donna.
Ella non può limitarsi a sorbire un caffè come gli altri, ma vuole qualcosa di “speciale”, dove speciale sia qualsiasi cosa che la differenzi dal resto degli astanti e che possibilmente la faccia notare dal barista.
Il complicato gourmet prende “un orzo piccolo in tazza grande”. Perché pare che come il vino rosso, l’orzo si debba ossigenare.
Oppure “un cappuccino con il latte freddo”; non sia mai che si possa scottare le labbrucce, e poi il latte caldo reagisce male con gli enzimi del pancreas.
Il complicato bastardo invece gode a rendere la vita del barista più difficile di quello che non sia già.
Egli (perché di solito è un uomo) ha a casa una tabella in cui ha incrociato tutte le varianti, e le spara secondo una rotazione settimanale. Mai le stesse, perché il povero barista non deve neanche avere la chance di capire i gusti – per quanto complicati – del suo cliente, e cominciare a preparare il suo caffè prima degli altri, perché sa già che a) ci vorrà un sacco di tempo e b) si dimenticherà di sicuro qualche variazione.
E quindi un giorno sarà “lungo, al vetro, leggermente macchiato, no cacao, e già che ci siamo anche un bicchiere d’acqua leggermente gassata a temperatura ambiente”.
Un altro “marocchino ma non ci mettere tutto il cacao dell’altra volta, me lo fai per favore in una mug di ceramica e lo correggi con la sambuca molinari, panna sopra e panna sotto”.
Il complicato bastardo va evitato assolutamente, perché se è bastardo col barista lo sarà anche con voi, e comunque vi farà perdere un sacco di tempo.
Il complicato gourmet invece va bene, attenzione solo a non sposarlo, perché questo atteggiamento sarà applicato su tutto. E ci siamo capiti.

L’accompagnatore
Non prende mai niente.
Un caffè, un cappuccino, un tè, un orzo.
Niente.
Viene con voi al bar per “il piacere di stare con voi”.
Difficile fargli capire che il piacere spesso non è reciproco, e che se ti prendi un caffè allora fai parte del gruppo, ma se guardi e basta mi metti in difficoltà.
Una volta l’anno, per il suo compleanno, assaggia una punta di caffè per farvi contenti, poi va in bagno a vomitare.
Da evitare come la peste. Asociale.

L’espertone
Frequentatore occasionale del gruppo, rompe le palle su tutto, non gli sta bene niente.
“Il caffè macchiato si fa con la schiuma, con la lattiera ero capace pure io”.
“Si sente che la macchina non lavora tanto qua, c’è odore di funghi nel caffè”.
“Ma il cornetto integrale al miele non lo fanno in questo posto?”
“Niente, un cappuccino senza la gioconda disegnata col cacao non si può avere, no!?”
L’espertone è appunto occasionale, portate pazienza, la prossima volta andrà a rompere le palle da un’altra parte.

Per quanto mi riguarda, non dirò mai ovviamente a quali di questi appartengo, ma se lo volete scoprire, sarò lieto di offrirvi un caffè alla prima occasione…!

caffè
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5 thoughts on “De rerum caffearum

  1. Quando ancora prendevo i 2 caffè al giorno in ufficio coi colleghi, prima che il reflusso me lo impedisse, rendendomi mio malgrado talvolta ” un’accompagnatrice” ( anche se detto così pare proprio brutto…), per evitare qualsiasi sceneggiata nei pressi della cassa, usavamo un calendario settimanale detto “turni bar”, stampato e affisso nella stanza di ciascuno. Ad ognuno spettava pagare in uno o più giorni con orario annesso, mattino o post pranzo. Provalo, funziona!

    • Giovanna, tutto questo è molto bello, ma troppo fantozziano 🙂 e poi mi toglierebbe per sempre il gusto di vedere le sceneggiate che si creano…no, no, no preferisco che il darwinismo imperi 😀

  2. Ricordo ancora un cliente, certamente della categoria bastardi, che arrivava nel bar dove lavoravo durante la ressa-aperitivo del venerdì sera e chiedeva “un the, deteinato, alla pesca, acqua molto calda ma non bollente, su un piattino a parte mi metti tre fette di limone tagliate tutte dello spessore massimo di circa un centimetro”.

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