La nostra casa nel bosco

Talvolta verso l’alba, in quella fase in cui sogno e realtà si sovrappongono, mi ritorna in mente quando io e mia moglie vivevamo in una casa bellissima, in un bosco vicino alla città. L’avevamo presa in affitto da un signore anziano, simpatico, attraverso una conoscenza del mio amico Mauro.
Quando mi sveglio, il ricordo rimane vivido, e ripercorro all’indietro tutti questi anni, cercando di inquadrare con esattezza il periodo in cui abbiamo vissuto in quella casa, ma alla fine devo rinunciare, con una sensazione di nostalgia per una cosa che non è mai successa, dolce e amara allo stesso tempo.

Non c’è mai stata una casa nel bosco, per noi, ma se fosse esistita, questa sarebbe la storia che racconterei.

Lungo la statale che va a nord, non molti chilometri dopo i confini della città, inizia un bosco che si estende per diversi chilometri quadrati, a destra e a sinistra.
Sono per lo più faggi, e noccioli, qualche quercia dove gli spazi lo consentono.
Il sottobosco d’estate è ricco di more e lamponi, e in autunno di funghi.
Non è raro vedere le macchine parcheggiate sul ciglio della strada, dove cercatori di funghi improvvisati scendono per infilarsi tra gli alberi, soli o con i loro cani, cestino alla mano.
Improvvisamente a destra si apre uno spiazzo di cemento, con qualche negozio, un alimentari, un bar, un giornalaio; l’apertura nella continuità del bosco è così rapida, soprattutto perché è al centro di lungo rettilineo, che se non se ne conosce l’esistenza è facile superarlo senza riuscire a fermarsi.
La stradina che porta a quel piccolo spiazzo prosegue dritta, e se la si percorre per qualche chilometro, ad un certo punto incrocia sulla sinistra un viottolo sterrato, polveroso d’estate e fangoso d’inverno, sovrastato dal bosco che lo circonda. Dopo poche centinaia di metri, sulla destra, si apre un cancello.
O meglio: c’è un cancello aperto, perché che io ricordi non l’ho mai visto chiuso, e la ruggine che ricopre i cardini non presuppone la possibilità di spostare il pesante metallo dalla sua posizione.
Bisogna dire che non ci torno da anni, e magari ora il cancello è stato riparato, o addirittura cambiato con un moderno sistema elettronico di apertura a distanza.
Non ci giurerei, a dire il vero.

Il cancello, la prima volta che lo varcai, non sembrava collegato a nessun tipo di protezione della proprietà: nessun muro di cinta, filo spinato, palizzata; dava l’impressione di essere un cancello nel bosco, e forse era proprio così, e comunque dato che restava sempre aperto, la protezione non era forse il suo scopo principale.
Forse, c’erano altri modi di proteggere quello che c’era dentro.
Io e mia moglie eravamo appena sposati, non avevamo molti soldi, cercavamo una casa che fosse interessante, bella, dove potessimo esprimere la gioia di esserci incontrati; non ci interessava un appartamentino in mezzo ad altri mille in città, e dato che non potevamo permetterci molto di più, cominciammo a cercare qualcosa in campagna.
Fu Mauro a dirci che un suo amico aveva sentito di una casa molto bella, particolare, in mezzo al bosco, che si affittava per due soldi, perché il proprietario voleva solo ripagarci le spese e l’avrebbe data a persone fidate, possibilmente coppie giovani senza figli.
Proprio la nostra condizione.
Quando arrivammo la prima volta per vedere la casa, forti della nostra Panda 30 e di una fede al dito luccicante, rimanemmo a bocca aperta.
Non sapevamo che pensare.
La casa sembrava uno chalet alpino, immerso in un noccioleto dell’Italia centrale. Legno scuro, scurissimo, sembrava palissandro, tetti spioventi, anche se lì non nevicava mai, lunga, lunghissima e stretta.
Due piani solamente, sembrava una casa bidimensionale, di quelle che puoi costruire con i lego mettendo due mattoncini uno sopra all’altro e le tegoline.
Nonostante questo aspetto strano, e il cancello malmesso, la casa sembrava in buono stato, e il patio e il giardino di ghiaia che la circondavano erano curati, e puliti dalle foglie, anche se eravamo ormai in autunno.
Senza che dovessimo suonare, il proprietario uscì dal portoncino e ci venne incontro.
Era un ometto simpatico, gioviale, vestito con un gilet di lana, ma in maniche di camicia nonostante la temperatura fosse ormai intorno ai 10 gradi.
Ci strinse la mano, ci fece fare un rapido giro della casa, e tempo pochi minuti ne eravamo innamorati.
Ci trasferimmo dopo una settimana, non avevamo molte cose come ora, eravamo liberi. E felici.
Occupammo l’ala sinistra del piano superiore. Il piano terra era per lo più costituito da una vecchia cucina padronale, di quelle cucine stile fattoria, tutta in muratura, in cui sala da pranzo, studio, cucina e bagno coincidono, e dove le famiglie passavano la gran parte della giornata, un po’ per stare al caldo del camino, un po’ per farsi compagnia.
Il nostro appartamento al piano superiore aveva un ingresso indipendente, che si raggiungeva con una scaletta laterale, anch’essa in legno.
La casa, come avevamo sospettato, era effettivamente bidimensionale. Non so dire se fosse una peculiarità di quella casa, o se fosse una caratteristica di quella zona, fatto sta che le stanze erano una dentro l’altra.
Abbastanza larghe, ma decisamente lunghe, e questo donava alla casa l’aspetto di un unico, lungo corridoio.
L’ingresso era piccolo, e dava subito in una sala da pranzo ampia, con il camino. In fondo alla sala c’era la camera da letto, grande quasi come la sala da pranzo, in cui era stato ricavato un piccolo bagno, unica eccezione alla longitunalità dell’appartamento.
Infine, superata la camera da letto, c’era lo studio, dove in realtà passavamo le serate, per lo più a leggere, dato che l’appartamento non aveva la televisione, e noi non l’avevamo ancora comprata.
Sentivamo musica ad occhi chiusi, qualche volta, oppure lavoravamo – eravamo tutti e due giovani e credevamo ancora in un concetto astratto chiamato “carriera” – oppure come detto leggevamo, leggevamo molto.
E aspettavamo il momento di andare a letto.

Se devo decidere il ricordo più bello di quel periodo passato nella casa nel bosco, è legato alle serata passate a chiacchierare, ridere e…altro…sotto il piumone, unica concessione alla modernità in una casa che sembrava fuori dal tempo.
Dormivamo nudi, in quel letto stretto ci bastava il calore del corpo, ed eravamo felici.
Giovani e felici.

Lo studio, l’ultima stanza del nostro appartamento, confinava con lo studio del proprietario.
Il Signor Giovanni, così lo chiamavamo, aveva un appartamento speculare al nostro, e da quanto avevamo potuto capire, organizzato ed arredato nello stesso modo.
Mobili sobri, vecchi ma non antichi, quadri semplici alle pareti, e tante, tantissime librerie, di tutte le dimensioni.
A noi questo piaceva molto, perché i libri erano l’unica cosa veramente nostra che possedevamo all’epoca, se si eccettua la Panda 30, comprata usata molti anni prima.
Ed era anche l’unica cosa che continuavamo a comprare incessantemente, fino ad accumularne oltre mille, in pochi anni di vita insieme.
Quando ero seduto sulla vecchia poltrona rivestita di cotone, con mia moglie seduta su un cuscino, sul pavimento di legno annerito dalla luce, e in silenzio leggevamo o lavoravamo, ci sembrava di sentire la presenza del Signor Giovanni dall’altra parte, e anche se la sensazione che avevamo tutti e due era che potesse guardarci attraverso la parete, stranamente non ci dava fastidio; percepivamo il suo interesse nei nostri confronti senza alcuna traccia di morbosità, o di malizia, e anzi, sembrava che in qualche modo la sua presenza proteggesse la nostra intimità.
E forse, dico forse, era proprio così.
La solitudine e l’isolamento di quel posto non ci preoccupava, e neanche il cancello aperto.
Ci sentivamo sicuri, e ci piaceva staccare completamente dalla frenesia della città, dalle macchine, dai computer, da tutto quello che riuscivamo a lasciare fuori dalla nostra casa nel bosco.
Facevamo lunghe passeggiate, finché il tempo non diventò inclemente, e ci ripromettemmo di ricominciare in primavera, ma non sapevamo che non saremmo stati lì, la primavera seguente.
Insomma, quei mesi passati nella casa in mezzo al bosco furono tra i più felici e sereni della mia vita.
Quasi tutti, quasi tutti.
Solo raramente sentivamo o percepivamo rumori che acuivano i nostri sensi e ci ricordavano improvvisamente che eravamo in un posto sperduto, con i telefoni che funzionavano male, protetti solo da un cancello aperto, da una parete di legno, e da un vecchio, gentile signore.
Era quando i lupi cominciavano ad ululare nel bosco, nelle sere piovose.
Sì, lo so che lupi in questa parte del mondo non se ne vedono dai tempi di Romolo e Remo, ma seppure fossero stati cani, erano stati ben addestrati a fare le imitazioni, perché sembravano veramente lupi.
E mettevano la stessa paura dei lupi.
Quando ne sentivamo uno, qualsiasi cosa stessimo facendo, correvamo a letto, ci spogliavamo e ci abbracciavamo stretti stretti, chiudendo gli occhi.
Ci piaceva tanto, questo nostro modo di reagire. Così tanto, che alla lunga quando sentivamo i lupi, sorridevamo e ci prendevamo per mano mentre andavamo in camera da letto.
Ogni tanto poi, sentivamo qualcuno correre sul tetto.
Anche se una mattina andai a controllare, e come immaginavo non trovai tracce sulle tegole in cotto spioventi, come mi aspettavo, il rumore di passi era inconfondibile.
E veniva sempre dalla nostra porta, verso l’altro appartamento.

Erano passi affrettati, rapidissimi, pesanti ma agili.
Avessi dovuto indovinare, avrei detto di un gorilla.
Certo, non ci sono gorilla nei boschi, no!?
Eppure quella era la sensazione.
E ogni volta – sarà successo tre o quattro volte in tutto, prima della sera che…ma questo lo racconterò dopo – dicevo: ogni volta mia moglie rabbridiva di paura, si stringeva a me, io mi irrigidivo e cercavo di proteggerla con il mio corpo, e sentivamo chiaramente il Signor Giovanni che scattava in piedi dalla sua scrivania, e correva seguendo i passi del “gorilla” sul tetto, ed entrambi si allontanavano correndo in direzione opposta al nostro appartamento.
Quando la mattina dopo chiedevamo una spiegazione dell’accaduto, invariabilmente dava la colpa a degli animali che saltavano dagli alberi e usavano il tetto come ponte per raggiungere la parte opposta del bosco: scoiattoli, marmotte, anche gatti selvatici.
A me non sembrava il rumore di scoiattoli, ma non dicevo niente, per non sembrare uno stupido, o peggio.
Il sorriso del Signor Giovanni, soprattutto con il sole alto sull’orizzonte, era un fattore contagioso di serenità.

E quindi, a parte qualche breve momento, in quella casa eravamo felici. Così felici, che decidemmo, incoscienti come solo due quasi-trentenni possono essere, di fare un figlio.
Ci piaceva che il nostro primo figlio fosse concepito in quel luogo, tra il legno, i boschi, il camino, le librerie.
Un nido perfetto per una coppia di giovani umani, e un posto giusto dove deporre le uova.
Sapevamo che se fossimo riusciti nel nostro intento, ce ne saremmo dovuti andare, perché quella casa, e quel bosco, non erano adatti per allevare un bambino, e comunque eravamo troppo lontani dalla città, dai nostri genitori, da qualsiasi aspetto di una vita civile, e non potevamo crescere là un bambino.
Ma potevamo concepirlo, oh sì! e ci mettemmo subito all’opera, pronti a provare e provare e provare fino allo sfinimento.
E invece arrivò subito.
Ne fummo felici, ma anche un po’ stupiti.
Impossibile dirlo con certezza, ma sono sicuro che nostro figlio, il nostro primo figlio dico perché poi ne sono venuti altri tre, fu concepito la prima volta che facemmo l’amore senza precauzioni.
Mi ricordo che quella sera era tutto perfetto.
La temperatura improvvisamente mite; il cielo terso; l’alcool che andava giù dolcemente; una brezza leggera che faceva muovere le foglie ritmicamente.
Sembrava che l’universo intero si fosse messo al nostro servizio.
E noi non lo deludemmo.
Non quella sera almeno.

La conferma arrivò poche settimane dopo, era una domenica mattina ed eravamo rimasti a letto a dormicchiare.
Mia moglie era sempre stata estremamente regolare, e quando le mestruazioni non arrivarono, capimmo che era fatta.
Per sicurezza decidemmo comunque di uscire e andare in paese a prendere un test di gravidanza in farmacia, che poi ci confermò quello che in realtà già sapevamo.
Quando uscimmo dalla porta e scendemmo le scale, il Signor Giovanni era in giardino, a liberare la ghiaia dalle foglie.
Sembrava, quella, la sua occupazione principale, tanto che non mi ricordo di aver visto una foglia sulla ghiaia per più di un minuto.
Apparentemente era sempre dietro la porta, pronto con la sua ramazza di saggina a scattare qualora una foglia osasse avventurarsi sul suo giardinetto.
Anche quella mattina era lì, e quando ci vide arrivare ci sorrise; poi, mentre gli passavamo davanti, sbarrò gli occhi e guardò mia moglie come se avesse visto un alieno.
Era sbalordito, la bocca aperta e le braccia ferme, mentre la ramazza gli cadeva in terra.
Quando lo sbigottimento gli passò quel tanto che bastava per recuperare l’uso della parola, si rivolse a mia moglie, ignorandomi come se non esistessi.
– Lei…lei…è incinta… – non sembrava una domanda, e non lo era.
Mia moglie era imbarazzata, non si aspettava questa domanda, ne fu sorpresa.
– No…non credo… – si schermì – noi…sì vogliamo un bambino…ma non so dirle… –
Lui le prese le mani, e la guardò negli occhi.
– Non si preoccupi signora – le dava del lei anche se poteva essere sua nipote – il suo segreto con me è al sicuro. Ma le faccio le mie congratulazioni –
Sorrideva, ora, ed era o almeno sembrava sinceramente felice per noi.
Anzi, per lei, perché io continuavo a non esistere.
Andammo via un po’ perplessi, ma tutto sommato contenti.
Ci chiedemmo come aveva fatto a indovinare, e tirammo in ballo le solite cose, che le donne incinte sembrano sempre più belle, che il seno diventa subito imponente, che eravamo troppo felici per nasconderlo, e così via.
Io a dire il vero era un po’ a disagio. Non sapevo dire perché, ma quell’episodio mi era rimasto un po’ indigesto.
Capii molto presto il perché della mia sensazione, ma in quel momento allontanai il pensiero con una scrollata di spalle.

Quella sera andammo a letto un po’ scombussolati.
Facemmo l’amore di nuovo, perché ci eravamo preparati ad una lunga maratona, e in fondo un po’ ci dispiaceva che dopo neanche un mese avevamo già raggiunto l’obiettivo.
A notte fonda mi svegliai improvvisamente.
I passi sul tetto.
Erano di nuovo presenti, ma stavolta c’era qualcosa di diverso.
Non attraversavano la casa per la sua lunghezza, e non erano i pesanti passi di un gorilla che pensavo di aver sentito le volte precedenti.
Erano passi leggeri, quasi delicati, e anche se la struttura di legno scricchiolava facendo rumore, la persona o l’animale che camminava sopra il tetto cercava di non fare troppo rumore.
Ma soprattutto, andava piano.
Non correva, ma camminava lentamente, anzi, sembrava girare in tondo, e…sì…non c’erano dubbi: era proprio sopra la nostra testa.
Guardai mia moglie, che dormiva profondamente. Ero indeciso se svegliarla e dirle di vestirsi, ma poi pensai che le mie erano solo fisime, di un quasi padre che cominciava ad avere paura anche della sua ombra.
Tuttavia continuai a tenere le orecchie tese, e a cercare di capire che cosa fossero i rumori sopra di me.
I passi erano rallentati al massimo, quasi fermi. Poi un passo, poi un altro, poi un rumore metallico. Lieve, ma netto.
Non riuscivo a capire.
La casa era di legno, le tegole di cotto, non c’era antenna televisiva, solo un lungo e sottile parafulmine, che però era all’estremità della casa, lontano dalla nostra stanza da letto.
Improvvisamente capii, ed ebbi paura. Molta paura.
Il camino.
Che terminava con una piccola ciminiera di mattoni.
Ma quella sera non era poi così freddo, e non avevamo acceso il camino.
E allora avevamo chiuso la ciminiera tirando la leva interna. E avevamo chiuso la ciminiera con una lastra.
Di metallo.
La cosa sopra di noi stava cercando di sollevare la lastra di metallo che chiudeva la ciminiera.
Per entrare?
Cazzo, mi dissi, ma che cazzo sta succedendo?
Guardai mia moglie e cominciai a scuoterla.
Lei non si svegliava, e la scossi più forte.
Poi andai al camino, e presi l’attizzatoio.
Era anch’esso di metallo, con una punta che sembrava molto resistente.
Lo strinsi in mano, così forte da farmi diventare le dita bianche, poi mi avvicinai al camino.
La leva era ancora al suo posto, e comunque, mi dissi, non è possibile entrare da quella piccola ciminiera.
Non è possibile, se sei una persona.
Ma quella sopra di noi, era una persona?
Feci cenno con il dito a mia moglie – che nel frattempo si era svegliata – di stare in silenzio.
I passi sopra si fermarono. Ora la cosa sopra di noi sapeva che ci eravamo accorti de lei.
Ci stavamo studiando a distanza.
Io ero pronto con l’attizzatoio, ma qualcosa dentro di me mi diceva che non sarebbe stato sufficiente.
Mia moglie era terrorizzata, ma nonostante ciò fu lei a capire. Con un gesto della mano si indicò la pancia, e fu allora che compresi e che quasi svenni dal terrore.
Il bambino. Voleva il bambino, con o senza mia moglie.
E tutte le altre volte, era venuto per controllare se fosse incinta.
Ora lo sapeva, e voleva, voleva venirsi a prendere il nostro bambino.
Feci segno a mia moglie di restare a letto, ma lei scosse la testa furiosamente per dire “no, no, non mi lasciare”.
Allora presi la giacca a vento che era appoggiata su una sedia e glie la porsi.
Lei si alzò, in silenzio si infilò dei mocassini, mise la giacca a vento, e ci avviamo verso la porta, io con l’attizzatoio in una mano, e mia moglie che mi stringeva l’altra.
Per arrivare al tetto dal piccolo ballatoio davanti alla porta di casa, ci si doveva arrampicare su una piccola scala di metallo; l’avevo guardata con attenzione, un giorno, e avevo pensato che se mai fossi dovuto salire sul tetto avrei preferito una bella scala telescopica da operaio piuttosto che quella malsicura scaletta, fissata sulla parete di legno con dei bulloni arrugginiti.
Ma ora non potevo fare lo schizzinoso. Dissi a mia moglie di rimanere giù, e cominciai a salire lentamente.
Mi sembrò che passasse un’eternità, prima che riuscissi ad arrivare al tetto, e invece erano solo una decina di scalini metallici.
Mi appoggiai con i gomiti alle tegole di cotto, e cercai di vedere qualcosa.
La piccola ciminiera del camino era a meno di 20 metri di distanza, ma era buio pesto, e non c’erano luci artificiali accese, e non riuscivo a vedere niente.
Mi sistemai meglio sui gomiti, e attesi che le pupille si abituassero all’oscurità, ma non ce ne fu bisogno, perché improvvisamente due occhi si girarono verso di me: erano due occhi luminosi, di un colore indefinito, o cangiante, e brillavano come se ci fosse un faro puntata su di loro, ma la luce veniva da dentro.
Erano occhi cattivi, questo lo posso dire con certezza, ed erano occhi che appartenevano a qualcosa che non era umano, forse neanche animale.
Erano gli occhi di un essere maligno, che aveva avuto la pazienza di aspettare e aspettare, ma ora voleva la ricompensa per la sua attesa, e non avrebbe esitato a uccidermi, per avere il bambino.
Il mio bambino.
Mi issai sui gomiti, tirandomi su, cercai di sostenere bene il peso del corpo sulle gambe, e afferrai l’attizzatoio con entrambe le mani.
Tremavo come una foglia, i denti mi battevano dal freddo, e le ginocchia minacciavano di cedere da un momento all’altro, ma ero un uomo giovane, forte e determinato.
Forse non avevo chance, o forse avrei avuto solo una possibilità, ma me la sarei giocata, fino alla morte.
Gli occhi, che prima si erano girati verso di me, ora si stavano avvicinando, e ad ogni passo vedevo qualcosa di più di quella…cosa.
Dei denti, certo, erano denti.
Pelo scuro, che ondeggiava morbidamente sotto l’azione del vento.
E artigli, molti. Molti più di quelli che ci si sarebbe potuto aspettare da due sole braccia.
Il sangue non mi scorreva più nelle vene; gettai uno sguardo a mia moglie, che era rimasta impietrita sul ballatoio, le mani sulla bocca, poi mi girai pronto ad affrontare quello che sarebbe venuto, ma non ce ne fu bisogno.
In un attimo dalla parte opposta del tetto si sentì un rumore di passi che correvano verso di noi.
Percepii chiaramente il fastidio e lo stupore della cosa che avevo quasi di fronte, che si girò improvvisamente, e senza la luce che emanavano i suoi occhi mi ritrovai di nuovo nel buio più pesto, e non riuscii a vedere più nulla.
Ma sentii. Oh, se sentii!
Le urla gutturali di quei due esseri, il rumore dei denti e degli artigli, il “crac” secco di un osso che si spezza, il guaito di una belva ferita a morte.
Poi il silenzio, qualche rumore soffocato, e poi più nulla.
Io ero rimasto in piedi sul tetto, con il mio inutile attizzatoio stretto tra le mani, e ci vollero un bel po’ di minuti prima che mi convincessi a scendere di nuovo.
Senza una parola presi mia moglie, l’abbracciai, e tornammo in casa.
Quella notte non dormimmo, un po’ per la paura, un po’ perché parlammo a lungo.
Di tutto, sottovoce, sotto il piumone, abbracciati stretti, pancia contro pancia, parlammo di noi, del futuro, del mondo, della vita e della morte.
Parlammo del bambino, degli altri bambini che sarebbero venuti, di quello che avremmo fatto per loro.
Non parlammo di quello che era appena accaduto, e non ne parlammo mai.

La mattina dopo senza doverci neanche consultare preparammo le valigie, mettemmo i libri nelle scatole con cui li avevamo portati, e ci preparammo ad andarcene da quel posto.
Chiamammo un trasportatore per venire a prendere tutto, e uscimmo solo con gli abiti per l’ufficio.
Il Signor Giovanni era in giardino, a rastrellare la ghiaia.
Aveva uno sguardo sereno, ma malinconico.
Ci fisso a lungo, ci sorrise, e fece per stringere le mani di mia moglie, che istintivamente si ritrasse.
Lui annuì, comprensivo, e non sembrò prendersela.
Mentre andavamo via, per sempre, facendo retromarcia con la nostra Panda 30, ci salutò con un cenno della mano, appoggiato alla sua ramazza.
Guardai per l’ultima volta la casa nel bosco, con rimpianto ma anche con sollievo, e poi salutai anche io con un cenno il Signor Giovanni.
In fondo, era stato buono con noi, e anche se non potevamo più stare lì, non ce l’avevamo con lui.
E poi, anche se aveva indossato un maglione a dolce vita e un giaccone pesante, non era riuscito a nascondere completamente i segni degli artigli sul collo.

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