I Racconti della Piscina – 11

Mai di domenica, mai.
Lo sapevo, e ci sono ricascato.
La piscina di domenica è un po’ come Ryanair per chi vola.
Ci trovi quelli che ci vanno per risparmiare (“ho speso 6 euro invece di 7,50”), quelli che non sanno che fare (“domani andiamo a Tampere, tanto costa poco, e poi non ci sono mai stato”), quelli che il circolo del golf lo schifano (io volo Ryanair perché in aria non mi dò delle arie”), quelli che gli piace qualsiasi cosa (“facciamo l’applauso, hai visto che bravo, ci ha portato anche a terra”).
Insomma, andare in piscina insieme ad un altro centinaio di di esseri umani che si guardano intorno come se stessero vedendo la Piramide di Cheope non è il massimo.
Ma in settimana ho avuto da fare, ero stanco, l’accappatoio ancora umido, per una serie di motivi mi sono ritrovato stamattina a varcare la soglia della piscina alle 11, sapendo già, o credendo di sapere, cosa mi aspettava.

Perché ricorderete, la domenica ci sono i bimbi.
Sante creature.
Io voglio bene ai bimbi, e di norma sopporto qualsiasi angheria che venga da questi teneri frugoletti (quasi sempre, diciamo), ma bambini vuol dire che nello spogliatorio circolano duenni e treenni di entrambi i sessi, e quindi ti devi cambiare con l’asciugamano intorno alla vita, cosa che ho sempre odiato anche quando vado al mare, e per quelli alti e impacciati come me ha una difficoltà 4,5 che ci puoi vincere le olimpiadi nei tuffi sincronizzati.
Bambini vuol dire anche che ti devi fare la doccia con il costume, pare che si scandalizzino, ma il bagnoschiuma e il costume si vogliono così bene, che una volta venuti a contatto per separarli non basta l’acqua corrente, bisogna chiamare i caschi blu dell’ONU.
Bambini vuol dire che quando finalmente i papà finiscono di strigliarli e sciacquarli, e tu puoi fare la doccia, le tue ciabatte navigano su uno strato di acqua tristemente giallina, perché si sa, poveri bimbi, se la sono tenuta in piscina…
Bambini vuole anche dire che il posto che occupo di solito, anche detto il MIO posto, quello all’angolo dello spogliatoio, da cui osservo tutto e tutti, è già occupato, e oggi mi sono dovuto spogliare sulla panchina che di solito usa il Professore.
Un po’ di timore reverenziale quel posto me lo incute, ma so già che la domenica il Professore, così come il Padreterno, riposa, e quindi ho deciso di non farmi scrupoli. Magari dirò una preghiera propiziatoria, penso.

Quando entro in piscina, mi accorgo che sono in anticipo, perché le corsie sono tutte scompaginate per fare posto ai bimbi con le loro decine di genitori. Ai miei tempi ce n’erano massimo due a testa, di genitori, ma ho il sospetto di essermi perso qualche evoluzione.
Vado verso la tribunetta, e lo spettacolo che si offre ai miei occhi è di quelli da film horror: seduti, rigorosamente gli uni accanto agli altri, ci sono tutti gli adulti che come me aspettano le 11 per iniziare la loro ora di nuoto libero.
Se non fosse per i chili di troppo, l’allegria che pervade il gruppo potrebbe somigliare a quella di un gruppo di condannati a morte nel Miglio Verde.
I pensieri si affastellano tumultuosi nella mia testa.
Prima di tutto, credo che andrebbe proibito per legge a uomini adulti l’utilizzo di accappatoi color pastello, con particolare riferimento al giallo, all’arancione e soprattutto al rosa pallido.
L’uomo deve avere un accappatoio rigorosamente delle tonalità del blu, specialmente se sotto non ci sta Raul Bova, ma un cinquantenne con la panza, i peli del petto bianchi, e pochi capelli, tutti localizzati in zona tempie/nuca.
Per quanto riguarda i costumi da bagno: nero o blu, mutandina media. E basta.
Invece questi simpatici ex-giovani, che vengono in piscina per la prima volta o giù di lì, mettono la prima cosa che trovano a casa che possa sembrare un costume da bagno: pantaloncini al ginocchio, mutandine così ridotte che davanti non si capisce dove siano attaccate, cachemire come piovesse.

Evito di accomodarmi vicino a questa selezione di umani, per paura che qualcuno non si accorga della differenza, e mi guardo intorno distrattamente, quando mi accorgo della presenza di due flagelli divini di cui avevo già fatto la conoscenza: lo Schiaffeggiatore Lento e la Sopravvissuta del Titanic.
Non ce la posso fà, li devo evitare a tutti i costi, e inizio così un balletto avanti e indietro, in attesa che i due decidano cosa fare. Per fortuna si infilano entrambi nella stessa corsia, aumentando le probabilità di evitarli.
Le cose sembrano precipitare, quando lo Schiaffeggiatore Lento mi guarda dal basso e mi invita ad entrare: “Cheffai? nnamo no?”
Mi guardo intorno disperato, ho bisogno di qualche secondo per elaborare una strategia, allora dico: “L’acqua è fredda”. Sonora cazzata, l’acqua di questa piscina la portano direttamente dall’Etna. Infatti lo Schiaffeggiatore mi guarda disgustato, poi si mette la sua cuffietta storta e si lancia.
Io mi butto in una corsia vicina, e mi preparo per la mia mezz’ora di nuoto.
Sbaglio, perché entro nella corsia subito accanto, e scopro ben presto che lo Schiaffeggiatore Lento potrebbe anche chiamarsi l’Affabulatore Pernicioso, perché passa quasi tutto il tempo in cui sta fermo – cioè quasi sempre – a parlare a destra a sinistra con chi gli capita, ad apostrofare le persone che conosce anche solo di sfuggita, a fischiare per attirare l’attenzione di gente che sta dalla parte opposta, e soprattutto a lamentarsi per la troppa gente che affolla la piscina. Come quelli che la domenica in fila sull’Aurelia si domandano: “Ma dove cazzo va tutta questa gente la domenica?”.
Ma tutto sommato, è meglio ascoltarlo che averlo davanti, mi dico.
Poi guardo i miei compagni di corsia, e so già che sarà una lunga mattinata.

Intanto siamo in quattro, e questo vuol dire lentezza, sganassoni, acqua nel naso, ma tutto sommato a questo sono preparato.
La sorprese comincia quando un signore davanti a me, sulla sessantina, con un costumino a pantaloncini celesti con scene di caccia intarsiate sopra, si lancia in uno stile libero improbabile.
Resto un attimo immobile, poi mi getto al suo inseguimento.
Chiameremo questo cristiano per brevità San Pellegrino.
Sì, perché questo signore deve avere nelle sue gambe e nei suoi piedi delle sostanze chimiche che interagiscono con i legami molecolari dell’acqua, riuscendo a separare completamente idrogeno ed ossigeno, creando delle bolle che in confronto la Perrier sembra l’Acqua Panna.
Nuotare nella stessa corsia di San Pellegrino è come tentare di farsi largo in un’enorme vasca a idromassaggio: può essere piacevole se il tuo obiettivo è di rilassare le carni, ma se devi avanzare a forza di braccia in un liquido denso (non avete fatto caso quanto è densa l’acqua?), l’unica cosa che cerchi è una superficie liscia e calma.
E invece San Pellegrino inesorabile continua a produrre bolle, che si rincorrono, entrano l’una dentro l’altra, viaggiano più veloci del moto ondoso, vanno giù, poi tornano su, e infine esplodono felicemente dentro il tuo naso, facendoti lacrimare di gioia.
Guardo disperatamente a destra e sinistra, ma la situazione è grama, le corsie sono tutte piene.

Dopo un po’ scopro che se aspetto che San Pellegrino arrivi in fondo, e poi mi precipito a nuotare con una certa lena, si crea uno spazietto microscopico in cui nuotare senza che le bolle ti grattino via la pelle dello sterno.
Questo però mi costringe a fermarmi più spesso di quanto vorrei (o forse anche no…) e così faccio conoscenza anche di Fuma Fuma.
Questi è un uomo più grande di me, ma all’apparenza abbastanza in forma, è magro, spalle larghe, e una muscolatura accettabile per la sua età.
Eppure si ferma ad ogni vasca, non riesce neanche a fare andata e ritorno di seguito.
E ogni volta che emergo, invariabilmente sta dicendo: “Fuma, fuma!”. Con qualche variazione sul tema, tipo: “Fuma, fuma, sa’?”, oppure: “Bravo, fuma, fuma!”
Insomma, a quanto pare Fuma Fuma ha la capacità polmonare di un criceto, a causa delle sigarette, e non riesco a capire se si costringe a venire in piscina per migliorare le sue condizioni fisiche, o per una sana dose di masochismo.
Di certo, ce l’ha con sé stesso e penso che se potesse si prenderebbe a schiaffi, ma si limita ad insultarsi ogni 25 metri.
Alla fine esco distrutto dall’acqua, tutto sommato anche oggi ho fatto il mio dovere, e ho evitato quanto meno di prendere gli sganassoni dallo Schiaffeggiatore.
Mi riprometto però di non tornare più la domenica, troppo difficile, troppe emozioni, troppa gente.
E troppe bolle.

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6 thoughts on “I Racconti della Piscina – 11

  1. Chissà perchè gli uomini con l’accappatoio pastello li ho immaginati tutti bassi, grassocci e con il suddetto accappatoio di almeno un paio di taglie in meno, con le maniche troppo corte e la cinta in vita chiusa per miracolo?

  2. tipica fauna piscinoide domenicale. confermo tutto (aaaarg! lo schiaffeggiatore lento è un must!). mancano lo scuffiato (ha una montagna di ricci e una cuffia sformata che perde e recupera ogni tre bracciate), il ragioniere (che ala fine di ogni vasca ti aggoirna su numero di respirazioni e bracciate fatte, nonché su metri percorsi, consumo litri/100km) e la temibilissima *attettatrice* cinquantenne, che usando le enormi tette a mo’ di rostro di galera romana attenta all’incolumità dei nuotatori procedendo a zig-zag nella corsia e speronando un po’ tutti…
    : )))

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