Delitto all’Hotel Bellavista

Il mio Maresciallo preferito attira i guai in continuazione. Però bisogna ammettere che se la cava sempre bene! Un racconto lungo ambientato in un bel posto, ma frequentato male…

Il Maresciallo Graziosi stava guardando fuori dalla finestra, scostando leggermente la tenda per non fare entrare troppa luce.
Dalla stanza d’albergo al terzo piano, la vista era ampia, e a quanto poteva giudicare sempre uguale dovunque girasse la testa: neve, nebbia, alberi, bianco.
Ma come cazzo ci era finito, a morire di freddo in quel posto?
Si voltò verso il letto dove lei dormiva, e si ricordò il perché: era quella donna, che aveva dormito con lui, con indosso un pigiama rosa di pile e con tanti orsetti disegnati.
Pile. Rosa. Orsetti.
Tre parole che pensava di non aver pronunciato mai, neanche separatamente, figurarsi nella stessa frase.
Eppure quella donna, che indossava un pigiama da bambina, era il motivo per cui si era deciso a passare un fine settimana in montagna.
Guardò di nuovo fuori, e non gli sembrava possibile che fosse successo solo poche settimane prima.

Quel giorno Di Capua era particolarmente attento alle parole del Maresciallo, e per una forma di contrapposizione emotiva, Graziosi era particolarmente evasivo.
Il suo vice era persona di fiducia, ma sapeva essere tagliente quando voleva, e lui ne temeva il giudizio.
Gli disse quindi con noncuranza:
– Ah, a proposito, Di Capua, se c’è qualcosa da firmare dammela subito, oggi vado via presto, devo passare al supermercato: ho un’ospite a cena –
Chissà, forse Di Capua riusciva a percepire gli apostrofi anche nei discorsi parlati, perché senza tanti preamboli chiese:
– E chi sarebbe stavolta? –
Graziosi si irritò un po’ perché il suo bluff era svanito all’istante.
Tentò di salvarsi in corner.
– Ma no, Di Capua, è che mi devo vedere con l’Avvocato Marino, e dato che di giorno non c’è mai tempo l’ho invitata a cena, così parliamo di un paio di casi –
Di Capua guardò il suo superiore con un sopracciglio alzato, ma non disse niente.
Graziosi si spazientì-
– Di Capua! Che c’è? Sei geloso peggio di una fidanzata! –
– Marescià, quella non ve la dà, e se ve la dà, è per tutta la vita – sentenziò l’appuntato.
Graziosi sbarrò gli occhi:
– Ma che dici! ma perché pensi sempre che io sia fissato con una cosa sola! –
– Perché vi conosco, Marescià, ma con quella vi fate male. Quella è proprio il tipo per voi, vi entra nel sangue e vi mette l’anello al dito –

Le parole di Di Capua riecheggiavano nella sua testa mentre era al supermercato, e forse per questo si sentiva particolarmente nervoso.
Decise per un pesto alla genovese, comprò il basilico a foglie larghe, i pinoli, l’olio ligure, e il pecorino, e quando la sua ospite arrivò l’acqua era già calda, e il condimento solo da scaldare.

L’Avvocato Maria Grazia Marino, detta Mari, arrivò in orario, vestita come se dovesse andare in tribunale, tailleur con gonna lunga, calze scure e scarpe comode con un leggero tacco.
Non fece commenti sulla casa, e si sedette sul divano, appoggiando un faldone gonfio di documenti su un tavolinetto basso davanti a lei.
Graziosi le offrì un prosecco di Conegliano, aveva saputo che lei era di origini venete e ci teneva a essere cortese.
Lei accettò il vino, ne bevve un sorso microscopico, poi lo posò davanti a sé. Non toccò invece olive, patatine e altri stuzzichini che Graziosi aveva preparato.
Parlarono del più e del meno, delle attività investigative, di un paio di casi di cronaca eclatante, mentre Graziosi faceva avanti e indietro dalla cucina per controllare l’acqua, buttare la pasta, scaldare il pesto, e spegnere il forno, dove aveva trovato dimora un arrosto che a dire il vero aveva comprato già pronto, solo da cuocere.
Tornò in salone, e vide che la Mari non si era mossa di un millimetro, era ancora seduta in punta al divano, le gambe parallele e chiuse.
Era impettita, ma sembrava a suo agio, quando lui le raccontava di alcuni aneddoti della centrale, sorrideva con cortesia, ma non sembrava molto interessata.
Ad un certo punto Graziosi le disse:
– Ho fatto un pesto per primo, ti piace? –
Lei lo guardò per un attimo, si morse leggermente il labbro inferiore, poi rispose:
– Non mangio formaggi stagionati, per una forma di allergia –
Graziosi sbarrò gli occhi, poi farfugliò qualcosa:
– Ah, beh, non ti preoccupare, adesso vado a vedere, magari ho un po’ di sugo pronto, se no dai, possiamo anche mangiarla all’inglese, con un filo d’olio, fammi andare in cucina, torno subito –
Si diede del coglione un paio di migliaia di volte, poi cominciò a frugare nel frigorifero e nella dispensa, ma sapeva che non c’era gran che; d’altronde a casa non ci mangiava quasi mai, e mentre controllava in tutti gli scaffali, sentì il rumore del pesto che friggeva. Corse a spegnerlo, ma nella frenesia mise una mano sulla pentola bollente e si ustionò.
Tirò un moccolo in silenzio.
Dove stava la pomata per le scottature? Come si chiamava poi? Zinco e qualcosa. Cazzo.
Doveva andare al bagno, ma per farlo doveva passare davanti a lei. Che figura di merda.
Si fece coraggio, attraversò di corsa il salone, disse solo:
– Vado un attimo in bagno, torno subito –
Lei era sempre nella stessa posizione, e gli sembrò che lo guardasse con lo stesso sguardo incuriosito di un entomologo che scopre una nuova specie di scarabeo.
In bagno mise la mano sotto l’acqua gelida, poi spalmò sul dorso che si stava già arrossando un velo di pomata, sperando non si vedesse troppo.
Tornò in salone, cercando di darsi un contegno, ma in questo non fu gran che aiutato da Mari.
L’Avvocato era sempre seduta come prima, non si era apparentemente mossa di un millimetro dalla sua posizione, ma ora era completamente nuda.
I vestiti accuratamente ripiegati su una poltrona, lo guardava con un sorrisetto ironico, che probabilmente teneva in serbo per le grandi occasioni.

Lo stesso sorrisetto lo ritrovò, pari pari, sulla faccia di Di Capua, quando gli comunicò che sarebbe stato via per qualche giorno, perché andava con la Mari a passare un weekend lungo in montagna; lei aveva prenotato una stanza in un albergo panoramico proprio sulle piste, l’Hotel Bellavista, e anche se lui non sapeva sciare, anzi, odiava la montagna, l’avrebbe accompagnata.
Di Capua lo guardò, appunto con quel sorrisetto ironico sulla faccia, e poi fu disponibile come al solito:
– Non vi preoccupate Marescià, la stazione con me è in buone mani, e se dovessi avere bisogno di voi, vi chiamo sul cellulare –
Graziosi lo guardò come un serpente fissa un topo che si sta per divorare, e gli rispose:
– Io sono sempre reperibile, lo sai, ma comunque non è un problema tuo, perché tu verrai con noi. Mari aveva preso una stanza in più per degli amici, ma non possono venire, e mi ha detto che le farebbe piacere che vi uniste anche tu e tua moglie. Mica la vorremo deludere, no!? –
Ah! Che gusto la vendetta.
Di Capua strabuzzò gli occhi e disse:
– Ma che str…-
– Di Capua!!!! – interruppe Graziosi
– Volevo dire, grazie, Marescià, anche a nome di mia moglie –

E così il Maresciallo Graziosi, che in vita sua non aveva mai sciato e aveva sempre accuratamente evitato luoghi freddi, la neve, la montagna, si ritrovò in una stanza dell’Hotel Bellavista, con un avvocato penalista, con il quale a rigore non avrebbe dovuto neanche parlare, e da due settimane invece non pensava ad altro che a lei.
La guardò di nuovo dormire.
Erano le 10 passate, ma il giorno prima lei aveva sciato fino al tramonto, poi erano andati a cena, e poi…insomma non erano lì solo per sciare.
Ma lui era abituato a dormire poco, ed era già sveglio da tempo.
Mentre stava decidendo di chiamarla per fare colazione, un urlo terrificante, lunghissimo, da folle, echeggiò per il corridoio dell’albergo.
Graziosi si infilò al volo i pantaloni e un maglione e si precipitò fuori dalla porta: in fondo al corridoio, davanti ad una stanza aperta, una donna delle pulizie stava urlando come un’ossessa, le mani davanti al viso, e un’espressione di terrore stampata in faccia.
L’albergo era quasi vuoto a quell’ora, ma cominciarono comunque ad arrivare le prime persone, attirate dalle grida, altre donne di servizio, clienti, e anche un bambino.
Graziosi corse verso la stanza, temendo di sapere cosa avrebbe trovato.
Tenne bene in vista il tesserino, e urlò: – Carabinieri, non si avvicini nessuno per favore. Lei signora, si allontani – e spinse via la donna delle pulizie tra le braccia di una collega.
Si girò verso la stanza, e vide un uomo a terra, morto, vestito con un completo da sci, giacca bianca e pantaloni rossi.
Sulla schiena, dopo aver attraversato un fitto strato di maglie, pile e teflon, una rosa di sangue rosso scuro contrastava con il candore della giacca. Anche senza essere uno specialista, si vedeva che l’uomo era stato accoltellato alla schiena.
Prese il cellulare, e chiamò Di Capua.
– Maresciallo, noi vi stiamo aspettando al Ristorante – esordì-
– Lascia stare la colazione, Di Capua, e vieni subito al terzo piano. C’è stato un delitto, e guarda tu che culo, noi siamo proprio in zona –
Mentre aspettava il suo vice, si rivolse verso l’addetta ala reception, che era appena arrivata, e le disse:
– Blocchi l’accesso a questo piano, i clienti potranno entrare o uscire dalle loro stanze solo quando lo diremo noi. Chiami il comando dei Carabinieri locale, e gli dica di avvisare l’autorità giudiziaria, e se ce l’hanno anche il medico legale. Gli dia il mio nome, gli dica che sono in vacanza ma che in attesa dei colleghi ho la situazione sotto controllo –
Una volta date le istruzioni, si accorse che Mari lo aveva raggiunto, si era vestita di corsa, e ora guardava il morto senza mostrare emozioni.
Lui la prese delicatamente per un braccio, e la spinse via: – Vale anche per te, Mari. Stai qui ma non ti allontanare –
Di Capua arrivò in quel momento, vestito con l’uniforme.
Graziosi lo guardò, con la bocca aperta. Come cazzo era venuto in mente a Di Capua di portarsi l’uniforme in montagna? ma tant’è, a questo punto faceva comodo.
Entrarono nella stanza, facendo attenzione a non toccare nulla, per dare un’occhiata in giro e farsi una prima impressione.
Nella stanza c’era un letto matrimoniale e un lettino, segno che gli occupanti dovevano essere in tre; dagli abiti appesi al nuro, dedussero facilmente che il morto era l’unico uomo, probabilmente una famiglia con una figlia.
Dove fossero moglie e figlia, era da stabilire in seguito.
I letti erano ancora sfatti, e la luce spenta.
Probabilmente l’uomo si stava preparando per uscire.
In quel momento sentirono una voce baritonale provenire dal corridoio.
– Niente meno che il famoso Maresciallo Graziosi, l’uomo che attira i delitti come le mosche –
Graziosi e Di Capua si immobilizzarono: conoscevano quella voce e la sorpresa non era piacevole.
Uscirono, e si trovarono di fronte un uomo sulla cinquantina, capelli brizzolati, e baffi bianchi ben curati.
Graziosi tese la mano per stringerla al nuovo arrivato.
– Maresciallo Ziliani, che piacere. Non sapevo che… – non riuscì a finire la frase.
– Che fossi stato deportato qui? Sa com’è, Graziosi, aspiravo a comandare una stazione, e francamente alla mia età e con la mia esperienza me lo sarei meritato. Come sa, avevo adocchiato la caserma di Roma Nomentano, ma poi un brillante e giovane Maresciallo è stato promosso con sorprendente rapidità, e io sono rimasto al palo. Avrei potuto fare il suo vice, ma se non la disturba, ho preferito un incarico più importante, anche se in un luogo dove non succede mai niente –
L’antipatia tra i due era di vecchia data, anche se a dire il vero Graziosi non aveva fatto gran che per alimentarla, se non risolvere rapidamente un paio di casi spinosi, uno dei quali era in gestione a Ziliani da mesi e non era riuscito a venirne a capo, e questo aveva fatto mettere in evidenza presso il Comando Generale il giovane ufficiale, che poi era stato destinato al comando della stazione.
– Ziliani – disse Graziosi – sono contento che sia lei ad occuparsi del caso. Noi abbiamo solo fatto attenzione a che la scena del crimine non fosse manomessa, ed ora le cediamo volentieri il comando delle operazioni. –
Ziliani fece un sorriso generoso.
– Assolutamente no, caro Graziosi – disse mentre l’altro lo guardava stupito – non rinuncio certo a giovarmi della sua competenza, per cui sarei lieto se potesse condurre le indagini, almeno quelle preliminari. Io e i miei uomini saremo a sua completa disposizione –
“E bravo Ziliani” pensò Graziosi “così se risolviamo il caso, il merito è della tua gestione, se invece facciamo un buco nell’acqua, puoi sempre dire che io mi sono intromesso e ho rovinato l’indagine. Bel lavoro”
Di Capua guardò il suo capo senza espressione.
Graziosi tirò un sospiro, poi disse:
– Cerchiamo di capire chi è il morto, e dove stanno quelli che dividono la stanza con lui, o meglio, dividevano –

Le due donne, una giovanissima e l’altra di mezza età, si stringevano piangendo nella saletta messa a disposizione dalla direzione dell’Hotel.
Uscì fuori che la vittima si chiamava Giuliano Nesi, ed era un Ingegnere che lavorava in una compagnia che costruiva piattaforme petrolifere, e come tutti gli anni era in settimana bianca presso l’Hotel Bellavista insieme alla moglie e alla figlia di 16 anni.
Le due donne si erano avviate verso le piste, mentre l’Ingegner Nesi era rimasto in albergo, con l’intenzione di raggiungerle a breve, cosa che ovviamente non si era mai avverata.
La moglie era stata raggiunta dalla telefonata dell’hotel quando erano appena scese dall’ovovia, e si apprestavano a fare la prima pista della giornata.
Mentre il medico legale esaminava il cadavere, Di Capua e Ziliani si occupavano della scena del delitto.
Graziosi invece aveva preferito parlare subito con la vedova e la figlia, perché sapeva che di solito sotto stress le persone hanno più difficoltà a mascherare le proprie emozioni e a nascondere fatti importanti.
La moglie stava raccontando in sintesi la vita del marito. Nessun nemico, un lavoro normale, soldi il giusto, non erano ricchi, forse si potevano definire benestanti. Anche lei lavorava, come insegnante in un liceo.
Casa di proprietà, vacanze in montagna, qualche viaggio all’estero.
No, non beveva, né faceva uso di droghe, neanche una sigaretta.
Non amava il gioco d’azzardo.
Graziosi si tenne per ultima la domanda più delicata, che di solito toccava nervi scoperti.
– Mi scusi signora, ma le devo fare una domanda: sa se suo marito avesse relazioni extraconiugali? –
La donna sussultò, ma poi scosse la testa recisamente.
– No, per quel che so io, mio marito non ha nessuna relazione, voglio dire…non aveva – e così dicendo ricominciò a piangere in silenzio.
In quel momento Di Capua gli fece segno dalla porta, il maresciallo si scusò e uscì, lasciando le due donne da sole.
Ziliani era lì, ma sembrava aver lasciato ai due uomini il comando delle operazioni.
– Dimmi –
– Sembra un furto andato male, Marescià. Manca tutto, portafoglio, macchinetta fotografica, computer, ipad, orologio d’oro. La stanza è stata ripulita in fretta ma abbastanza accuratamente. Non hanno preso i gioielli della signora, perché erano nella cassaforte. –
Graziosi non disse nulla.
– Il dottore dice che è morto da massimo un’ora, un’ora e mezza – continuò Di Capua – un solo colpo, sferrato con forza, da una persona destromane, dal basso verso l’alto. Gli ha praticamente aperto il cuore in due, è morto sul colpo –

I tre Carabinieri si riunirono nel primo pomeriggio in una saletta messa a disposizione dalla direzione dell’Hotel, per fare il punto della situazione.
Di Capua riassunse quello che erano riusciti a sapere in così breve tempo.
– L’Ing. Nesi lavora da 25 anni, praticamente da quando si è laureato, nella stessa società. Non ha fatto una gran carriera, ma comunque è responsabile di un progetto abbastanza importante di sviluppo negli Emirati Arabi, e per questo viaggia spesso. Non è considerato particolarmente simpatico, tratta i suoi collaboratori con arroganza e distacco, ma è considerato bravo, affidabile e onesto. La sua famiglia viene in questo albergo da 15 anni, più o meno sempre nello stesso periodo. Abbiamo controllato le sue telefonate degli ultimi sei mesi, rapidamente direi, ma al momento non risulta niente di sospetto, anche se dobbiamo approfondire. Negli ultimi giorni, a parte l’Hotel Bellavista, ha quasi esclusivamente chiamato la moglie, anche diverse volte al giorno, il tutto compatibile con l’organizzazione del viaggio. Vedremo se nei tabulati dei mesi precedenti emerge qualcosa, ma al momento non abbiamo nulla di anormale –
Graziosi rimase in silenzio, e dopo qualche secondo prese la parola Ziliani.
– In sostanza, se capisco bene, abbiamo una normale famiglia, con un capofamiglia magari un po’ stronzo, ma onesto lavoratore, che viene in settimana bianca. Lui si attarda, viene sorpreso in stanza da un ladro, che impaurito lo accoltella e scappa con la refurtiva. Direi che possiamo chiuderla qua, che ne dici Graziosi? –
Il maresciallo restava pensieroso.
Poi a malincuore rispose:
– Non lo so. La storia del furto non mi convince. E’ vero che mancano gli effetti personali, ma non c’è traccia di colluttazione, e la coltellata è inferta alla schiena, mi sembra forse che Nesi abbia girato le spalle al suo assassino…-
– Ma no! Graziosi! Cazzo, tu cerchi sempre il fattaccio! Mi sembra evidente per come è disposta la stanza, che il ladro fosse nel bagno, la cui porta si apre subito a destra. Nesi avrà visto il furto, probabilmente avrà cominciato a sbraitare, e il ladro si sarà impaurito e l’avrà accoltellato. –
Di Capua e il Maresciallo si guardarono, poi fu Graziosi a chiudere la riunione:
– Va bè, non scartiamo l’ipotesi, ma comunque dobbiamo ancora sentire il personale delle pulizie e il Direttore dell’Hotel, e poi magari ci facciamo un’idea più precisa –
Ziliani strinse le labbra, sembrò sul punto di dire qualcosa, poi sibilò:
– Come vuoi, l’inchiesta è tua –
E andò via senza salutare.
Di Capua esalò l’aria che tratteneva nei polmoni da minuti:
– Marescià, ma chillo a voi vi odia proprio –
– Lo so, Di Capua, ma a me ‘sta storia del furto non mi convince. Ora andiamo a sentire cosa ci dicono le signore delle pulizie –

Interrogarono per prima la donna che aveva trovato il cadavere, ma non seppe aggiungere altro a quello che avevano già capito. Aveva aperto la porta, visto il morto, e urlato. Fine.
Allo stesso piano lavorava un’altra donna, che però era nell’altro corridoio, non aveva notato niente di strano, ma aveva sentito l’urlo e si era precipitata.
Per scrupolo, interrogarono tutte le altre persone in servizio, che non erano poi molte, ma da una di queste ricavarono un’informazione interessante.
Una signora piccolina, di origini sudamericane, in un italiano stentato, disse che lei lavorava al secondo piano, quello inferiore, e che mentre puliva il pavimento, aveva notato una ragazzina di 15/16 anni scendere di corsa le scale. Era sicura che non l’avesse notata, e sembrava avesse una gran fretta.
Graziosi ringraziò la donna, le disse di non muoversi, e si appartò con Di Capua.
– Scommetto che era la figlia. Però non mi va di fare un confronto ora, anche perché Ziliani ci rompe le palle. Andiamo a parlare con la madre da sola, e vediamo cosa esce –
Si recarono nel salottino, dove le due donne erano state sistemate.
L’albergo era di fatto sigillato, almeno fino alla sera, e due pattuglie dei Carabinieri sorvegliavano i due ingressi, per impedire a chiunque non fosse autorizzato di entrare e uscire.
Ma Graziosi sapeva che non poteva tenere recluse decine di persone per tanto tempo, quindi stava cercando di avere più informazioni possibili prima di sera, mentre la scientifica esaminava la stanza e l’intero albergo alla ricerca di tracce.
Chiesero alla Signora Nesi, che si chiamava Gianna, di seguirli in una stanza diversa. La donna si spaventò, e cominciò a chiedere cosa fosse successo, mentre la figlia le si stringeva addosso.
Graziosi la rassicurò, e con l’aiuto di Di Capua, che ispirava sempre fiducia a tutti, anche ai delinquenti matricolati, riuscì a separare le due donne.
Una volta soli, sparò subito al bersaglio grosso:
– Signora, perché ci ha mentito, e non ci ha detto che sua figlia era tornata in albergo? –
Gianna Nesi sobbalzò, diventò istantaneamente rossa, e i due Carabinieri pensarono le sarebbe venuto un infarto. Le chiesero se voleva un bicchiere d’acqua, e lei fece cenno di sì con la testa, perché non riusciva a parlare.
Si occupò Di Capua di portare una bottiglia e un bicchiere, e quando ebbe bevuto, la donna cominciò a piangere silenziosamente.
– Non vi ho mentito – disse – non vi avevo detto questo particolare perché mi sembrava di nessuna importanza. Elisa, la mia bambina, aveva dimenticato il casco in stanza, ed era andata a prenderlo. Ci avrà messo non più di 5 minuti in tutto, perché io le avevo raccomandato di sbrigarsi. Quando è tornata e ci siamo riviste nella hall, le ho chiesto di suo padre, e lei ha alzato gli occhi al cielo, e mi ha detto “Stava ancora lavandosi i denti, ha detto di andare che ci raggiunge alla base dell’ovovia”. Ecco, è tutto, vede? Non c’è niente di male –
Graziosi sbirciò Di Capua, e nei suoi occhi lesse gli stessi dubbi che aveva lui. I due erano in una sorta di simbiosi, e spesso trovavano più facile capirsi con uno sguardo.
Sapeva che la parte difficile stava per arrivare, non gli piaceva questa parte del suo lavoro; la Signora Nesi era chiaramente una brava persona, e anche la figlia, e metterle in difficoltà non era quello che avrebbe voluto. Per un momento rimpianse di non aver entusiasticamente aderito alla tesi di Ziliani, poi si ricordò che c’era un morto ancora caldo, al terzo piano di questo albergo, e che lui doveva fare il suo dovere.
Con tutta la delicatezza di cui era capace, si avvicinò alla donna, e quasi le sussurrò:
– Gianna – scelse un registro di confidenza per farle capire che non le era nemico – senta: capisco che vuole proteggere sua figlia, e le dico subito che mi sembra una brava ragazza, una brava guagliona direbbe Di Capua, ma così invece la danneggia. E’ chiaro che lei ci sta nascondendo qualcosa, e noi dobbiamo sapere tutto, se vogliamo trovare chi ha ucciso suo marito, o quanto meno scagionare gli innocenti. – calcò su quest’ultima frase, per rendere edotta la donna dei pericoli che correva a mentire ancora.
Gianna Nesi era ormai in lacrime e sull’orlo di un collasso, ma si fece forza, e tra i singhiozzi raccontò:
– Mio marito voleva bene a sua figlia, ma era un tipo autoritario. Non voleva che uscisse, che avesse amici troppo intimi…non so se mi spiego…e quando lei cominciò a volere più libertà, lui si fece sempre più duro. Le diceva che non doveva diventare una puttana, che piuttosto l’avrebbe mandata in un collegio, e quando lei una sera fece più tardi del previsto…-
Ora la donna era scossa dai singhiozzi.
– La prego si calmi, si riposi un attimo se vuole – disse Graziosi
Lei fece cenno di no con la testa, e finì la frase.
– …lui l’attese sveglio e la prese a cinghiate. Da allora i loro rapporti non sono stati più gli stessi…e penso che mia figlia sia arrivata ad odiare il padre. Ma mai! – urlò improvvisamente la donna – mai e poi mai avrebbe commesso un delitto così…così…terribile. –
Così dicendo, la donna si accasciò sulle sue ginocchia, la faccia tra le mani.
Di Capua le si mise vicino, un braccio sulle spalle, e cercò di consolarla, mentre Graziosi cercava di capire cosa fare di quell’informazione.
Dato che la donna non si calmava, disse a Di Capua:
– Vado a parlare con il Direttore, così chiudiamo il giro. Ci vediamo tra poco, raggiungimi quando puoi –
Di Capua fece di sì, e il Maresciallo si allontanò.

Il Direttore dell’hotel era un bell’uomo di circa 60 anni. Le informazioni che avevano raccolto sulla proprietà avevano raccontato a Graziosi una storia normale: l’albergo era da generazioni della moglie del Direttore, tale Giuseppe Nardoni, di vaghe origini piemontesi; lei era la proprietaria dell’azienda, ma da sempre questa era gestita da suo marito, mentre lei si occupava di contabilità e altre cose varie.
Avevano due figli maschi, che studiavano entrambi a Roma, e che non sembrava avessero interesse a ricalcare le orme dei genitori.
L’albergo andava bene, non c’erano debiti significativi, insomma niente di niente.
Graziosi chiese al Direttore Nardoni di parlargli della famiglia Nesi.
– Mah – disse lui con uno spiccato accento toscano – non c’è molto da dire. Sono nostri clienti affezionati, vengono ormai da 15 anni, prendono sempre la stessa stanza, c’è ormai un rapporto quasi di amicizia, anche se l’Ingegnere è…voglio dire era…un tipo poco amichevole –
– Sì, ormai l’abbiamo capito – disse Graziosi
– Comunque è capitato che noi siamo passati a Roma, e siamo andati anche insieme a mangiare una pizza. Gli pratichiamo delle tariffe amichevoli, loro ci hanno anche mandato molti loro amici e conoscenti, insomma un buon rapporto direi –
– Lei ha visto mai i due coniugi litigare? o anche la figlia? –
Nardoni sembrava in imbarazzo, e così Graziosi lo spronò.
– Direttore, a parte che lei ha l’obbligo di rispondere, ma le assicuro che quello che dirà rimarrà all’interno del segreto istruttorio –
– Beh…insomma…l’Ingegnere trattava sempre sua moglie come una serva. Gli piaceva umiliarla anche in pubblico, non in maniera grave, s’intende, ma facendole pesare la sua presunta superiorità. Diverse volte i miei dipendenti mi hanno riportato urla e liti, anche furibonde, ma sinceramente penso siano cose che succedono in qualsiasi famiglia. Se dovessi dire, i due mi sembravano tutto sommato andare d’accordo –
– E la figlia? – chiese a bruciapelo Graziosi.
Nardoni non rispose subito.
Sospirò e poi disse
– Ma senta, i ragazzi crescono, l’adolescenza è un periodo difficile, anche i miei figli ci sono passati, e le assicuro che non è stato facile, né divertente. La ragazza dallo scorso anno è diventata più taciturna, meno serena, e di fatto, non parla mai con il padre, ma solo con la madre. Si vede che hanno avuto qualche attrito che ancora non si è ricomposto –
Tornava con il racconto della madre, pensò Graziosi; ma era sufficiente per sospettarla dell’omicidio del padre?
Al momento non poteva escluderlo, e si ritrovò a pensare “purtroppo”, quindi doveva metterla in cima alla lista, anche se non era per niente convinto.
Tornò nella saletta, Di Capua non l’aveva raggiunto. Trovò le due donne insieme, ma del suo vice non c’era neanche l’ombra.
Guardò l’orologio, era quasi ora di cena.
Diede disposizione al Direttore di far cenare tutti, ma di riservare a lui e i suoi una stanza separata; voleva fare il punto con Di Capua mentre cenavano.
Andò in stanza, e trovò Mari che schiumava.
– Eccoti, finalmente! – gli disse senza neanche salutarlo – mi hai chiuso qua dentro come fossi un’indiziata, e non sono potuta andare da nessuna parte. Ora spero che la smetterai di giocare all’investigatore, e mi farai uscire! –
Graziosi si sentì ferito da quelle parole, eppure lei doveva sapere come funzionava.
La circondò con un abbraccio, dal quale lei inizialmente cercò di divincolarsi, ma poi cedette.
La baciò, e le disse:
– Hai ragione, ma stai tranquilla. Ora ce ne andiamo a cena, poi liberi tutti –
Lei si calmò ma non gli sorrise, e questo lo fece soffrire.

Trovò Di Capua che li aspettava al tavolo con la moglie.
– Di Capua, dov’eri finito? – chiese il maresciallo.
– Marescià, mentre lei interrogava il Direttore, mi sono permesso di andare a vedere se erano arrivati gli altri dati che avevamo chiesto – rispose Di Capua
– Quali dati? – chiese Graziosi mentre si versava un bicchiere di vino bianco.
– Quelli sui movimenti bancari della famiglia Nesi –
– Ah! bravo, è vero. E’ uscito qualcosa? –
– Guardi, veramente no. Niente di anomale. Nessuno introito particolare, oltre allo stipendio dell’Ingegnere e della moglie, che comunque insieme fa quasi il doppio di quello che prendiamo io e lei, Marescià. Nessuna uscita strana, ho guardato qualche estratto conto a caso, ma non ho notato niente di particolare. Eppure… –
– Eppure? – Graziosi fece attenzione, perché sapeva che Di Capua parlava poco, ma difficilmente lo deludeva.
– Diciamo che mi sarei aspettato un conto un pochino meno ricco, con il tenore di vita che avevano. La casa ha ancora il mutuo, la macchina le rate, viaggiano spesso. Insomma, niente di esorbitante, ma è come se lui fosse stato in grado di mettere da parte più soldi del previsto. Poca roba, eh?! –
– Pensi a qualche traffico illecito con i paesi arabi? Magari tangenti? D’altronde per il mestiere che faceva non mi stupirei se fosse stato esposto a qualche forma di corruzione –
– Può darsi – rispose Di Capua, e lì si fermò. Non era molto bravo a speculare, mentre sapeva che Graziosi avrebbe fatto buon uso dell’informazione.
Mentre stavano prendendo il caffè, sentirono un mormorio, che diventò un rumore intenso, e si accorsero che tutti stavano guardando il TG.
Le immagini, in diretta, mostravano l’arresto fuori dall’Hotel della figlia dell’Ingegnere.
Il cronista stava intervistando il Maresciallo Ziliani.
– Maresciallo, le nostre congratulazioni per aver risolto così rapidamente questo caso di omicidio. Le possiamo chiedere come siete giunti ad identificare la figlia come la colpevole? –
– Guardi, come immaginerà non posso darle i dettagli dell’operazione; tuttavia abbiamo ricevuto informazioni riservate che ci hanno fatto puntare subito alla figlia. E la ragazza, messa alle strette, ha confessato. Ha detto che il padre la tiranneggiava, e che hanno avuto un alterco, lei lo ha colpito con un coltello da scout che aveva comprato il mese prima, e poi è scappata –
– Beh, complimenti ancora per la sua intuizione! –
– La ringrazio, ma mi permetta di estendere i suoi ringraziamenti a tutta la squadra del Comando locale, che mi ha brillantemente supportato in questa indagine, e con la quale devo decisamente dividere i meriti –
Graziosi e Di Capua si guardarono stupefatti; quello stronzo li aveva fatti lavorare tutto il giorno, e poi si era andato a farsi bello in televisione.
Si rimisero seduti, e Mari gli chiese?
– Cosa pensi? è stata veramente la figlia? –
Graziosi finì il caffè, poi scosse la testa.
– Il tentato furto. Non è compatibile con un atto d’ira. E la premeditazione del coltello. Non ci credo. Qualcosa non mi quadra, e sospetto che in questo momento stiamo tenendo in galera un’innocente, anche se rea confessa –
– E ora che si fa, Marescià? – chiese Di Capua con aria preoccupata.
Graziosi ci pensò un attimo, poi si alzò, e disse:
– Andiamo in caserma a prendere a calci nel culo quel cretino di Zuliani. Mari, metti il tailleur, vieni anche tu –

Dieci minuti dopo, i tre entravano nella Caserma assediata dai fotografi.
Chiesero di Zuliani e furono condotti verso un corridoio. Fuori da una stanza c’era la Signora Nesi, seduta su una panca, che piangeva in silenzio.
Quando vide Graziosi, si alzò e gli andò incontro abbracciandolo.
– Vi prego, aiutate mia figlia, lei non c’entra niente, ho cercato di dirlo al suo collega, ma non mi ha voluto ascoltare! –
Graziosi non si mosse, ma neanche allontanò la donna. Guardò Mari, che era rimasta impassibile. Poi si fece avanti, prese per un gomito la donna, e la invitò a sedersi di nuovo.
– Signora Nesi, lei ha un avvocato? – le chiese Mari.
La donna disse di no con la testa. Poi precisò:
– Abbiamo un amico avvocato, ma sta a Roma, e a dire il vero non so neanche se sia bravo, o se questo sia il suo settore –
Mari la guardò dritta negli occhi.
– Allora mi ascolti bene. Sua figlia ha bisogno di un supporto legale. Io la posso aiutare, ma lei mi deve concedere la procura. Se è d’accordo, deve firmare questo documento – e le porse un foglio prestampato.
La donna lo prese con mani tremanti, guardò Graziosi che era rimasto impassibile, poi inserì i suoi dati e firmò.
Mari riprese il foglio ed entrò nella stanza, seguita dagli altri due.
In una saletta c’era la ragazza, Elisa, seduta ad un tavolo con la testa incassata nelle spalle.
Ziliani era in piedi accanto a lei, mentre dall’altra parte del tavolo c’era un uomo che non conoscevano, probabilmente il magistrato della Procura.
All’arrivo dei tre, Ziliani fece un sorriso.
– Ah! Eccovi! Scusate se non vi ho avvertito, ma le cose sono precipitate rapidamente, spero non ve ne abbiate avuto a male –
– Mi sembrava di aver capito che l’inchiesta fosse mia – disse sarcastico Graziosi
– Ma certo! – rise Ziliani – solo che abbiamo avuto un’informazione importantissima, e abbiamo ritenuto opportuno verificarla subito, per non correre il rischio che l’imputata ci sfuggisse – fece un gesto ampio verso il magistrato, per includerlo nell’operazione.
– Quindi la mia cliente è già imputata – interruppe Mari – e di quale reato, se posso chiedere? A proposito, spero non l’avrete interrogata senza testimoni, o senza averle letto i suoi diritti, tra cui quello di avere un avvocato presente –
Il magistrato impallidì. La Procura locale non era abituata a omicidi, giornalisti e luci della ribalta, e aveva forse sottovalutato la necessità di attenersi alle procedure.
Invece il sorriso di Ziliani era scomparso, lasciando il posto al più usuale digrignare di denti.
– Che significa “cliente”? e comunque la ragazza è stata interrogata secondo le norme, vero? – chiese Ziliani alla ragazza
Prima che questa potesse dire una parola, Mari interruppe di nuovo.
– Questa è la mia procura; se la ragazza sia stata interrogata secondo la norma, lo vedremo più avanti, per il momento voi uscite tutti e io resto sola con lei per conferire. Ah! desidero vedere il mandato d’arresto, i capi di imputazione, e la trascrizione firmata dell’interrogatorio. Subito –
Non attese risposta, e si sedette vicino alla ragazza, cominciando a parlarle a bassa voce.
Gli altri uscirono e andarono a sedersi nell’ufficio di Ziliani, che sbottò appena chiusa la porta.
– Graziosi, adesso mi spieghi che cazzo significa tutto questo! Da dove cazzo spunta quell’Avvocato, adesso? E tu, da che parte stai? –
Il maresciallo lo guardò freddamente.
– Non ci crederai, Ziliani, ma io sto dalla parte della giustizia e del rispetto delle regole. Per questo sono venuto qui. Non per intralciare le indagini, che pure ti avrei volentieri lasciato, ma per dirti di persona che stai facendo una cazzata. La ragazza non c’entra niente, e quando questo sarà evidente, la tua carriera sarà finita. Se la lasci andare ora, forse riesci a salvare qualcosa del tuo flaccido culo –
Ziliani prima diventò rosso dalla rabbia, poi il suo volto si distese, e riuscì addirittura ad abbozzare un sorriso.
Si dondolò sulla sua sedia, facendola girare a destra e a sinistra, poi giunse le mani sulla scrivania, e assunse un’aria di superiorità.
Dopo un cenno d’intesa con il magistrato, si sporse ancora un po’:
– Mentre tu e i tuoi amici eravate intenti a chiacchierare con il Direttore, io ho chiesto qualche informazione sulla famiglia Nesi al commissariato di zona. Sai com’è, invece di litigarci come fai tu, io preferisco essere in buoni rapporti con la Polizia. E così è venuto fuori che solo poche settimane fa padre e figlia hanno avuto un alterco violento –
– Sai che novità – disse Graziosi – ce lo aveva già raccontato la madre –
– Ah benissimo – disse serafico Ziliani – ma scommetto che non vi aveva raccontato che la ragazza aveva minacciato il padre con un coltello. Un coltello che – abbiamo appurato – aveva comprato solo poche settimane prima. Quindi per noi il caso è chiuso. La ragazza ha ucciso il padre, e abbiamo la confessione scritta, che la tua fidanzata può consultare quando più le aggrada –
Così dicendo, si appoggiò soddisfatto sulla sedia, mani sul viso, in attesa di godere dello scorno di Graziosi –
Questi invece guardò Di Capua e gli fece un cenno impercettibile.
Di Capua si schiarì la voce, poi disse:
– La refurtiva –
Ziliani lo guardò con fare interrogativo.
– Beh? che significa? –
Era irritato che si fosse rivolto a lui un subordinato e non un suo pari grado, e questo era proprio l’effetto che voleva ottenere Graziosi, che rimase in silenzio.
– Dove sta la refurtiva? – disse ancora Di Capua.
Ziliani fece un gesto evasivo con una mano.
– E che ne so? ma poi, che senso ha, è chiaro che la ragazza ha tentato di simulare un furto, quindi avrà nascosto il portafoglio e le altre cose da qualche parte –
Guardò il magistrato per avere un po’ di solidarietà ma questi evitò lo sguardo di Ziliani; non capiva bene dove si stava andando a parare, ma aveva una brutta sensazione.
A quel punto intervenne Graziosi.
– Quello che il mio vice sta cercando di dirti – sottolineò la stupidità di Ziliani con classe – è che la ragazza ha avuto pochissimo tempo; le testimonianze raccolte ce lo confermano, e in più si è precipitata di corsa giù dalle scale per raggiungere la madre. Dove avrebbe potuto nascondere la refurtiva? Abbiamo setacciato l’albergo, e non ce ne è traccia. Come avrebbe potuto una ragazzina di 16 anni in 5 minuti salire le scale, uccidere il padre, simulare un furto, nascondere la refurtiva, e tornare serena dalla madre? No, caro Ziliani – aggiunse con falsa cortesia – io non credo che la ragazza c’entri qualcosa –
La voce di Ziliani salì di un’ottava: il militare sembrava in preda ad un attacco isterico:
– E allora se non c’entra niente, perché ha confessato? perché non ci ha raccontato la storiella che adesso tu ci vuoi propinare? –
Improvvisamente il magistrato ebbe un sussulto.
– La madre – disse
– Esatto – confermò Graziosi – vuole proteggere la madre. Crede sia stata lei, e sta addossandosi la colpa. Ma è una bambina, e la sua confessione sarebbe stata poco credibile per chiunque, tranne che per uno sciocco che vuole fare carriera –
Ziliani era diventato rosso fuoco, si alzò di scatto, le mascelle serrate, poi si trattenne. Non era poi così stupido da compromettersi fino in fondo.
Prese fiato, e poi chiese:
– Allora è stata la madre? –
Di Capua non resistette, e alzò gli occhi al cielo, nel modo teatrale che solo lui sapeva.
– Di Capua, diglielo tu, và – disse Graziosi, ormai apertamente ostile.
– La madre non c’era nella hall quando la ragazza è tornata giù; evidentemente la ragazza sospetta di lei perché ha tardato qualche minuto, altrimenti saprebbe che non può essere stata lei; ma di certo non è neanche andata nella sua stanza, se no avrebbe incrociato la ragazza, o una donna delle pulizie. I tempi sono troppo stretti. Quindi non è stata lei –
– La madre non è colpevole, secondo me – si inserì Graziosi – ma c’è qualcosa che non ci vuole dire, ed è cruciale sentirla di nuovo. Da soli. Io e Di Capua. A te, Ziliani, consiglio di andare a parlare con l’avvocato. A lei, Dottore – si rivolse al magistrato – di scegliersi meglio le compagnie –
Uscirono dalla stanza e si recarono dalla Signora Nesi, che trovarono ancora sulla panchina dove l’avevano lasciata.
Graziosi stavolta fu meno gentile.
– Si alzi Gianna. Dobbiamo parlare –

Andarono in una stanza vuota. La donna si sedette, ma i due uomini rimasero in piedi a debita distanza, per rimarcare il fatto che ora non c’era più empatia tra di loro.
– Dov’era Gianna, nei minuti in cui suo marito veniva assassinato? perché non ci ha raccontato la verità, ma solo un mucchio di stronzate? mi aiuti a capire, perché ora sua figlia è nei guai, anche se la stiamo aiutando a venirne fuori, ma a breve potrebbe finirci lei, e guardi un po’: io mi sono fatto l’idea che nessuna di voi due sia colpevole, ma lei ora ci deve venire incontro –
La donna lo guardò con aria assente, poi si scosse:
– Ero dal Direttore –
Graziosi la guardò, poi guardò Di Capua, che gli fece un cenno d’assenso.
– E così non era suo marito, ad avere relazioni extraconiugali, era lei –
La donna non abbassò lo sguardo, stavolta, ma rimase serena e non cedette di fronte all’espressione indagatoria del Maresciallo.
– Non più, Maresciallo. Io e Nardoni abbiamo avuto una storia, una storia d’amore, se ci può credere, tanti anni fa. Mio marito lo scoprì, ed ebbe un alterco con Nardoni, ma poi le cose si sono ricomposte. Anche io sono tornata alla normalità della vita coniugale, e da allora non ho più tradito mio marito, anche se sono ancora innamorata del Direttore. Ma sono stata fedele a mio marito da allora, se si può parlare di fedeltà quando una donna pensa ad un altro uomo tutto il tempo, per anni. –
Graziosi non fece trapelare nessun giudizio dalla sua espressione, ma poi si corrucciò leggermente:
– Mi faccia capire: suo marito scoprì la tresca con Nardoni, e nonostante questo continuò a portarvi qui per tutti questi anni, e ad uscire con i Nardoni quando venivano a Roma? –
Gianna fece un sorriso amaro.
– Avrà capito, Maresciallo, che mio marito non era un uomo amabile. Era il suo modo di punirmi. Mi ha tenuto tutti questi anni sotto scacco, cercando di allontanare anche mia figlia. Mi ha umiliato. Distrutto emotivamente. E anche torturato, portandomi qui, e sapendo che avrei sofferto. –
– E il Direttore? – chiese Graziosi
– Ahahahah! – rise un po’ istericamente la donna – Giuseppe? un vile. Un uomo senza palle. Non gli interessava poi così tanto di me, e ancora mi dispero di essermi innamorata di lui. Quando mio marito lo mise alle strette, si scusò e promise di non parlarmi più, ed effettivamente lo fece. Sa, l’albergo è della moglie, e senza di lei lui finirebbe sul lastrico in poco tempo. E in tutti questi anni, neanche una parola. Anzi, è diventato amico di mio marito. Insomma, come vede, non sono molto brava a scegliermi gli uomini –
– Quindi esclude… – insinuò Graziosi
– Chi? Giuseppe Nardoni? Ma si figuri. Non avrebbe mai trovato il coraggio. E poi perché? Non mi amava, andava d’accordo con mio marito. No, lo può escludere senz’altro –
Graziosi rimase in silenzio. Poi chiese:
– Allora mi spieghi almeno cosa ci faceva nell’ufficio del Direttore, stamattina –
Gianna chinò il capo, sconfitta.
– C’ero andata, come tutti gli anni, per vederlo da sola, anche pochi minuti. Maresciallo, io so che mio marito e Giuseppe sono due uomini vili, arroganti, senza sentimenti, ma io ho amato prima l’uno e poi l’altro; anche se vorrei tanto non aver rovinato così la mia vita, eppure l’ho fatto. E che lei ci creda o no, quei cinque minuti ogni anno con Giuseppe sono rimasti l’unico scopo della mia esistenza, oltre ovviamente a stare vicina a mia figlia. Non ho ambizioni, non chiedo più niente, solo di poter vedere ogni tanto l’uomo che amo, anche se è un uomo da poco –
Il Maresciallo si avvicinò alla donna, le mise una mano sui capelli per consolarla, poi la baciò, e le disse:
– Signora Gianna, vada da sua figlia. Lei non merita di essere qua, come non meritava quegli uomini. Ma non se ne faccia una colpa. Vedrà che ora le cose andranno meglio –
Non ci credeva in fondo neanche lui. Aveva scoperto che le persone che si fanno del male continuano per tutta la vita, ma sperava che senza un padre padrone dentro casa le due donne potessero costruire un futuro più sereno.
Restava però da trovare il colpevole.

Insieme a Di Capua si recò da Ziliani, che era rimasto nel suo ufficio.
– Noi torniamo in albergo, Ziliani. Che hai deciso di fare? –
– Il magistrato ha revocato l’ordine di custodia cautelare – rispose senza guardare i due – quindi sto sbrigando le ultime incombenze, poi libero la ragazza e le lascio venire in albergo. –
Graziosi annuì. Non gli faceva piacere vedere un uomo che stava per essere distrutto dalla stampa e dai suoi superiori, ma pensava che le forze dell’ordine non avessero bisogno di persone così mediocri.
Arrivati in albergo, Graziosi si sedette in un salottino con il suo vice, per riordinare le idee.
– Allora Di Capua, abbiamo escluso la gelosia, la violenza verso la figlia, l’amante deluso. Che ci resta? Mi pare niente, o poco più. Direi di smetterla di “cherchez la femme” e di passare a seguire i soldi –
– Marescià, ma abbiamo già guardato i conti dell’Ingegnere, e non ci abbiamo trovato gran che, dovremmo aspettare che arrivino gli estratti conto degli anni passati. Da qui non possiamo fare gran che – disse sconsolato il vice.
– E quelle leggere anomalie che avevi trovato? –
– Mah, niente di importante, poche centinaia di euro forse, ma dovrei fare una verifica accurata. Niente che non possa essere giustificato con qualche attività extra, o in mille modi. E comunque andare a trovare la controparte diventa un lavoro improbo, se non impossibile, soprattutto se si parla di contanti –
– Escluderei però tangenti o corruzione – rifletté Graziosi – in questi casi ci si espone per cifre rilevanti, e ne avremmo trovato tracce evidenti, o la moglie si sarebbe accorta di qualcosa. Non lo possiamo escludere, ma direi che è estremamente improbabile. Ridimmi cosa ti è sembrato strano nei conti –
– Ecco, guardi qua – disse Di Capua prendendo le stampe dei movimenti bancari di Nesi – se guarda le entrate, gli unici mesi in cui c’è una voce aggiuntiva, oltre agli stipendi dei due coniugi, sono gli ultimi due: due entrate da circa 500 euro l’una, probabilmente un versamento in contanti, non è possibile saperne di più senza parlare domattina con la banca –
Graziosi guardò i documenti.
– Potrebbero essere attribuiti a qualsiasi cosa. Un prestito fatto ad un amico, la vendita di un oggetto a un privato. Qualsiasi cosa. – disse mentre scorreva le dita sui numeri.
Ad un certo punto si bloccò.
– Di Capua. Qui. – e puntò il dito su una voce.
Il suo vice si avvicinò, lesse, e poi alzò lentamente la testa, per guardare negli occhi il suo capo.
– Marescià, mi sa che ci avete preso –

Il Direttore era ancora nel suo ufficio.
Nessun dipendente dell’albergo aveva ancora lasciato l’edificio. Nella frenesia di organizzare la messinscena mediatica, Ziliani si era dimenticato di lasciare liberi gli occupanti dell’Hotel Bellavista, e così le pattuglie a guardia degli ingressi avevano continuato a tenere segregate le persone che erano ancora dentro, in attesa di ordini.
Graziosi e Di Capua entrarono. Il Direttore era solo, e stava consultando delle carte.
Alzò gli occhi, sorrise e chiese:
– Maresciallo carissimo, cosa posso fare per lei? –
Graziosi si sedette, lo guardò negli occhi, poi disse calmo.
– Penso che per oggi lei abbia fatto già molto, Direttore. Al resto ci penseranno i miei colleghi della caserma, quando verranno a prenderla –
L’uomo impallidì, e Graziosi pensò che sarebbe svenuto, poi si riprese e cercò di darsi un contegno.
– Che cosa volete dire? che cos’è questa storia? –
Negare, negare tutto, soprattutto l’evidenza. Quante volte Graziosi aveva visto questa scena. Era la parte che a un Ziliani sarebbe piaciuta di più: inchiodare i colpevoli, trarli in custodia, godere della sconfitta altrui.
Ma Graziosi era diverso. Faceva quel mestiere per garantire una vita migliore ai suoi concittadini, e non provava piacere quando la sua attività lo costringeva a scavare nell’animo, talvolta marcio, dei suoi simili, e a vederne le bassezze.
Perciò non fu lieto di dover ricostruire la faccenda per quell’uomo.
Avrebbe preferito che avesse confessato subito, risparmiandogli di dover raccontare una triste storia.
– Vede Nardoni, noi sappiamo che lei diversi anni fa ha avuto una storia con la Signora Nesi. E che lei è ancora innamorata. Ci sarebbe da ridire sui gusti della signora, ma non stiamo qui a giudicare il modo in qui ognuno di noi sceglie di farsi del male –
Nardoni ebbe un soprassalto a quel chiaro insulto.
– Il marito ha saputo della storia, e sono sicuro che il confronto fu per lei poco piacevole. D’altronde, Nesi era un uomo di dimensioni ragguardevoli, e uno stronzo. Lei è solo un vigliacco cicisbeo. Non amava veramente Gianna, la signora Nesi intendo, e quindi è stato ben felice di mollarla, immaginiamo per non far sapere nulla a sua moglie. –
Il Direttore stava a bocca aperta, ad ascoltare Graziosi che distruggeva la sua maschera.
– D’altronde qui i soldi ce li ha sua moglie, vero? – chiese retoricamente Graziosi – e se lei dovesse divorziare, senza una lira, e con due figli grandi, andrebbe fallito, mentre sua moglie continuerebbe a fare la bella vita. Ma Nesi era veramente uno stronzo. Noi pensiamo che la ricattasse. Abbiamo notato che ci sono due versamenti di importo, guarda caso, uguale al bonifico che Nesi le aveva fatto per la prenotazione, e sospetto che se guardassimo le fatture risulterebbero tutte a posto. D’altronde, la contabilità la tiene sua moglie e non credo le sfuggirebbe che dei clienti soggiornano gratis. E quindi non solo Nesi si divertiva a torturare la moglie, facendole passare tutti gli anni la vacanza qui, ma la faceva anche gratis. Siamo certi, anche se le carte le vedremo solo domani, che anche gli anni passati risulterà un bonifico a favore dell’Hotel Bellavista, e un rientro in due o tre tranche in contanti. –
Nardoni aveva la faccia tra le mani.
– Pensiamo che questa volta Nesi abbia alzato il tiro. Le avrà chiesto altri soldi. L’avrà insultata. Umiliata. Lei non ci ha visto più, e l’ha ammazzato. Poi ha simulato il furto, e avrà nascosto accuratamente la refurtiva. Lei conosce l’albergo come le sue tasche, non avrà avuto difficoltà a trovare un nascondiglio adeguato. E scommetto che se chiedessimo alle signore delle pulizie se l’hanno vista girare per i piani, ce lo confermerebbero. Non ce l’hanno detto spontaneamente, semplicemente perché è normale vederla. Non hanno associato i due eventi. E sono certo che se andassimo a cercare il suo DNA nella stanza, ne troveremmo. E QUESTO, mi creda, è molto meno ragionevole –
Nardoni piangeva. Era un vile, su questo non c’erano dubbi.
– Non ce la facevo più – disse tra le lacrime – li odiavo. Tutti e due. Lui mi ricattava e voleva adesso comprarsi una macchina nuova a spese mie. Lei mi veniva a piangere in stanza, con il rischio che mia moglie ci vedesse. Mi mandava lettere, email, mi chiamava. Non li sopportavo più. Quando sono andato da lui, mi ha chiamato vigliacco, mi ha preso in giro, non ci ho visto più e l’ho accoltellato. Ma non volevo, lo giuro! non volevo! –
Quante volte aveva sentito anche quella frase.
Nessuno voleva mai fare del male, uccidere, rubare, rovinare una famiglia.
Lasciò Di Capua a guardia dell’uomo, e uscì disgustato.

Il viaggio di ritorno si svolse in silenzio. Lui ripensava ai fatti accaduti all’hotel, e Mari chissà.
Arrivarono a casa di lei, che era tardi.
Lei disse: – Vuoi salire? –
Lui rispose: – Grazie, sono stanco, vado a letto –
Lei era un bravo avvocato, ed era abituata a fare le domande di cui sapeva già la risposta.
– E’ finita, vero? –
Lui la guardò un attimo. Pensò ai coniugi Nesi. Ai Nardoni. A tutte le famiglie disastrate che aveva conosciuto.
– Ti chiamo io – le rispose, prima che lei uscisse dalla macchina, senza una parola.


Bellavista

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2 thoughts on “Delitto all’Hotel Bellavista

  1. davvero un racconto coi controfiocchi: buoni i dialoghi, godibile l’ironia di alcuni passaggi, ben tratteggiata e credibile la psicologia dei personaggi. anche la trama regge e incolla il lettore fino alla fine, dipanandosi tra ipotesi e indizi che vengono montati e smontati con grande abilità dall’autore in combutta col maresciallo graziosi e con gli altri protagonisti del giallo.
    🙂
    soprattutto colpisce l’umanità “avariata” di graziosi, *condannato* per sensibilità mentale a cogliere le smagliature nei sogni e nei bisogni della vita, tanto da cominciare a sospettare che le cose non possano andare in modo diverso: conosce troppo bene il marcio o le bassezze delle scimmie nude e ha già visto/letto/sentito troppe storie tutte troppo simili per riuscire ad immaginare che la realtà possa essere qualcosa di diverso dai fatti…
    (occhio, due refusi: “ci riamo”; “qualche minuti”)

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