L’Anno della Rosa

Gli appassionati di Stephen King e de “La Torre Nera” troveranno familiari le atmosfere di questo racconto un po’ onirico e surreale, scritto qualche tempo fa, e ambientato in una sorta di Napoli stilizzata.

Era ormai in quella posizione, morto, da più di 10 ore.
Come un vecchio manichino gettato via, o una marionetta appoggiata con noncuranza, le gambe erano rigide e divaricate.
La schiena appoggiata ad un mucchio di sacchetti della spazzatura, degna cornice di una teoria di cassonetti traboccanti della mondezza della Grande Città del Sud.
Le braccia aperte, come un povero Cristo crocifisso, gli occhi spalancati con le pupille dilatate che non lasciavano quasi vedere l’azzurro degli occhi.
Un sorriso ebete e le labbra esangui.
L’uomo, o quello che ne era rimasto dopo che la sua anima se ne era volata via, guardava il passaggio costante e frenetico delle migliaia di persone che convergevano al Centro Direzionale.
Ma nessuno vedeva lui. Nessuno.
Non si erano fermati per controllare se fosse ancora vivo, non avevano chiamato la polizia, qualcuno aveva continuato ad accumulare sacchetti della spazzatura sul marciapiedi, ed era andato via parlando al cellulare, cercando le chiavi della macchina, maledicendo il traffico.
La città lo ignorava.
Rimase così, finché al tramonto una vecchia Audi si fermò con un preoccupante rumore di freni.
Uscirono in tre.
Un ragazzo – più minuto della sua età, poteva avere sì e no 12 anni –  con una zazzera bionda e un giubbotto di jeans stinto.
Il guidatore invece era un giovane uomo sui trentacinque; i capelli tagliati cortissimi per nascondere un’incipiente calvizie, indossava una semplice t-shirt bianca e dei jeans anch’essi stinti. Il freddo di novembre non sembrava dargli fastidio.
Il terzo uscì dal lato del passeggero. Un uomo maturo. Nei suoi occhi molte primavere, più di quante ne potremmo immaginare.
Completamente vestito di pelle, un cappellaccio sulla fronte, il suo sguardo magnetico fisso sul manichino senza vita.
Fu il giovane uomo che si avvicinò per primo, e cominciò a chinarsi per prendere il cadavere.
Il ragazzo lo toccò su una spalla, prima che potesse iniziare. L’uomo lo guardò senza una parola, poi si scansò.
Il ragazzo abbracciò l’uomo morto, lo strinse forte, sempre più forte, mentre le lacrime gli scendevano copiose, e bagnavano il maglione strappato del povero cristo.
Poi si staccò, e ancora una volta il giovane si chinò. Afferrò l’uomo e stava per caricarselo sulle spalle, quando si avvide che il terzo uomo senza fare rumore si era affiancato a loro.
Il giovane si immobilizzò. Il terzo uomo guardava il morto, come se volesse studiarlo, per capire, anche se era troppo tardi, cosa gli passasse per la testa.
Infine gli fece una carezza. Il giovane e il ragazzo si stupirono. Mai avevano visto un simile gesto scaturire dall’animo dell’uomo.
Questi si girò senza una parola, ed entrò di nuovo in macchina.
Il giovane sistemò il morto nel bagagliaio, poi si rimise al volante, attese che anche il ragazzo salisse, e partì.

Non si era mai abituato al caos della Grande Città del Sud.
Viveva con i suoi genitori in una villetta in campagna, vicino al Grande Vulcano, dove coltivavano ettari di vigneto e producevano un vino di grande qualità.
Ma almeno una volta al mese era costretto a prendere il treno e a recarsi in città per trattare con i distributori la vendita del loro vino.
Era un’incombenza che aveva gestito suo padre per quaranta anni, ma ormai era troppo anziano, e anche se lui avrebbe voluto dedicarsi solo alla sua passione, l’agronomia, era stato costretto a prendere le redini della gestione commerciale e amministrativa dell’azienda.
Era un po’ che non scendeva in stazione. Gli ultimi due mesi era riuscito a rimandare il viaggio – seppur breve – ma ormai anche la scusa della vendemmia non reggeva più, e così a malincuore la mattina aveva preso il primo treno, e dopo neanche un’ora si era ritrovato nel piazzale della stazione, in mezzo al solito caos che odiava.
Taxi che urlavano ai passeggeri, auto che suonavano il clacson incessantemente, venditori di ogni genere alimentare e non, spacciatori, puttane e commessi viaggiatori.
Niente di nuovo.
Il suo primo appuntamento non era lontano, e sarebbe andato a piedi. Esitò solo un momento, il sole era basso e lo colpì negli occhi, azzurri come cielo, e fu costretto a mettere una mano sulla fronte per proteggersi.
Fu così che vide il cartello.
“E’ L’Anno della Rosa”
Un cartello enorme, che brillava in mezzo alle pubblicità. Nessun’altra scritta, o loghi, solo una freccia rossa bordata di bianco.
Il cartello occupava diversi metri quadrati, issato su un palo in mezzo alla piazza.
Strano, non gli sembrava di aver mai visto quella pubblicità. Però lo incuriosiva. faceva effetto perché attirava la sua attenzione.
Forse di trattava di qualche ristorante o pub.
Comunque non era lì per visitare locali o altro, voleva chiudere rapidamente i suoi appuntamenti e tornare a casa il prima possibile, perciò scosse la testa, ignorò il cartello, e si avviò.
Fu allora che la sentì per la prima volta. La musica.
Lieve, ma distinta. Sembrava provenire da tutte le direzioni.
Se fermò stupito. A lui non interessava la musica, di solito, ma questa melodia era impossibile da ignorare. Era lievissima, al limite della sua capacità di udirla, ma chiara nella sua struttura.
Leggera, ma carnosa.
Non sembrava scaturire da strumenti tradizionali, forse un sintetizzatore? si chiese.
Girò la testa da tutte le parti per cercare di capire da dove provenisse, poi capì. Guardò l’agglomerato di palazzi e uffici in lontananza, in direzione opposta della freccia.
Veniva da lì.
Non era un caso, questo fu chiaro da subito.
Non era un caso.
La freccia, e poi la musica.
Fece un passo, uno solo, verso i palazzi, e la musica divenne più forte. Lo tirava come una corda tesa.
Si fermò di nuovo.
Ora la sentiva meglio, certo, ma…non era musica. Non nel senso tradizionale del termine.
Era più…una melodia…non sapeva descriverla…un canto…un lamento.
Dio, non poteva resistere.
Riattraversò la strada verso la Stazione, si tolse dal marciapiedi trafficato e si appoggiò al muro.
Il suo cervello era completamente focalizzato sulla melodia, ora.
Avanzò lentamente verso il Centro Direzionale, e ad ogni passo la musica aumentava di intensità, e di complessità.
Era come se molte voci cantassero insieme, melodie diverse, ma perfettamente armonizzate tra di loro.
Accelerò il passo, era inutile resistere. Non sapeva cosa stesse facendo, ma non c’era spazio per pensare ora, voleva, anzi doveva assolutamente raggiungere la musica.
Non aveva ancora percorso cento metri, che gli si parò davanti la porta di un locale.
Anche se non era molto familiare con quella parte della Grande Città non gli sembrava di ricordare un locale. Addossato alla parete della stazione, poi.
L’ingresso era buio, con delle scale che scendevano rapidamente e si perdevano alla vista.
Due ragazze giovanissime, praticamente nude, erano appoggiate agli stipiti della porta d’ingresso del locale.
Un uomo basso, con un impermeabile di un colore acceso e un cappello a falde larghe gli sorrideva, un sigaro spento nella bocca. In mano, un mazzo di carte che faceva frusciare in continuazione.
Sopra la porta del locale un cartello brillante: “E’ L’Anno della Rosa”
L’uomo basso gli mise una mano sul braccio.
– Ehi, ciao! Ti va di fare un giro? Da noi si vince sempre! –
e così dicendo gli strizzò l’occhiolino e mise una mano sul culo di una delle due ragazze, che rise in maniera molto esplicita.
Lui lo guardò per qualche secondo, senza capire.
Poi guardò le ragazze. Una delle due si era chinata e senza tanti complimenti gli aveva messo una mano sulla patta dei pantaloni.
Fece un passo in direzione dell’ingresso.
Aveva dimenticato la musica per un momento, ma la musica non si era dimenticata di lui.
Improvvisamente la melodia gli esplose nella testa, costringendolo a chiudere gli occhi e a mettersi le mani sulle orecchie, ma era tutto inutile.
La musica era nel suo cervello e non poteva mandarla via.
Con una spinta si liberò della ragazza, e proseguì in salita, guardando con aria corrucciata il locale e i suoi improbabili dipendenti.
L’uomo basso aveva l’aria feroce, era chiaramente arrabbiato.
Le due ragazze…a dire il vero ora non sembravano così belle. Erano più basse di come le aveva viste, il culo largo, il visto sgraziato.
Solo il trucco, pesante, era lo stesso.
Si girò disgustato e continuò a camminare.
Anzi, correva ora, sempre più veloce, ignaro della fatica.
La melodia era cresciuta, ormai erano milioni le voci che cantavano nella sua testa, tutto lo spettro uditivo era riempito dal canto dell’universo. Sentiva i pianeti, le stelle, tutti gli esseri viventi, i miliardi di galassie che cantavano dentro di lui.
Avrebbe dato la sua vita, ora, per raggiungere la sorgente di questa musica celestiale.
Gli angeli e i santi.
Questo gli sembrava.
Girò l’angolo verso il Centro Direzionale e lo spettacolo che si offrì ai suoi occhi era strabiliante: mondezza, solo mondezza, dappertutto. Per la strada, sui marciapiedi, sopra le macchine, addosso alle persone.
Non era possibile, questo era un incubo.
Ma l’immondizia era reale, o almeno sembrava a lui.
Affrontò il muro di rifiuti a mani nude e cominciò a farsi largo, sempre tenendo la musica come guida.
Non poteva resistere ancora a lungo, doveva raggiungerla.
Ma cosa?
Cosa lo stava chiamando?
Dio, i denti gli facevano male, sentiva ogni singolo nervo del suo corpo vibrare di dolore.
Eppure andava avanti, in quel mare di immondizia.
E andò avanti, incurante del dolore ai muscoli, della puzza, delle persone che sembravano non accorgersi di lui, delle macchine che gli passavano accanto, anche se in teoria non avrebbero potuto muoversi in mezzo a quello schifo.
Poi la vide.
Eccola.
Lei.
Spinse via gli ultimi sacchetti che lo intralciavano e vide: un cancello, su un prato verde.
Un piccolo prato, appoggiato all’angolo di due palazzi, curato, l’erba perfettamente rasata che profumava di buono, e in mezzo una singola, unica, rosa rossa.
La musica si era calmata.
La rosa cantava per lui. Lo aveva chiamato.
Voleva che lui la raggiungesse. La rosa.
Aprì il cancello che non oppose resistenza.
Un passo dietro l’altro, timidamente. Si avvicinò.
Poi improvvisa, la sensazione di pericolo, girò lo sguardo e vide tre uomini bassi, come quello del locale, avvicinarsi alla rosa.
Uno aveva delle cesoie.
La musica esplose di nuovo nella sua testa.
Andò incontro ai tre, che si girarono a fronteggiarlo. Avevano denti aguzzi e occhi cattivi.
Uno dei tre gli disse, quasi urlando: “E’ L’Anno della Rosa!”
E poi, rapido, gli strinse la gola con delle unghie simili ad artigli, mentre gli altri due si dirigevano a recidere la rosa.
La musica, ora la musica era disperazione, l’equilibrio dell’universo era in pericolo, lo sentiva, e combatté ferocemente, disperatamente, per salvare la rosa.
I tre lo affrontarono con i denti, le unghie, le cesoie.
La musica lo guidava ora, lo incitava, era la colonna sonora della sua battaglia.
Vinse. Ma a caro prezzo. Ricacciò i tre esseri da dove erano venuti, e si girò a guardare la rosa. Si era inclinata, come per un leggero inchino, e ora la musica era leggera, dolce, serena.
Sanguinava e non riusciva a camminare. Avrebbe voluto lasciarsi andare, ma in qualche modo sapeva che era sbagliato, che non poteva inquinare la bellezza della rosa con il suo corpo martoriato.
Si trascinò fuori, e vide che non c’erano più rifiuti, le strade erano libere, le persone pulite.
Nessuno badò a lui, e riuscì ad arrivare fino ad un cassonetto, dove si adagiò a riposare su una montagna di sacchetti di plastica.
Aprì le braccia.
Spalancò gli occhi. Sorrise.
E morì. Ascoltando una lieve melodia.
Rosa

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2 thoughts on “L’Anno della Rosa

  1. si legge volentieri, intrigante l’atmosfera surreale, ma mi è mancato un guizzo capace di lasciare il segno. sarà che king non è il mio autore preferito…
    : )
    (direi “di ogni genere alimentare” più che “ogni generi”, boh, vedi tu)

    • Devo darti ragione a malincuore. In verità se conosci l’universo kinghiano il racconto è (forse, spero, probabilmente) più interessante. I “low men” sono una costante, la rosa è centrale in “Dark Tower” e i tre uomini dell’inizio…beh, ti dico solo che uno di loro ha dato il nome al mio blog 😀
      Grazie per la revisione, come al solito mi sfugge sempre qualcosa 😦

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