La Signorina Rossana

Alle prime luci dell’alba la Signorina Rossana – come la chiamavano i suoi vicini di casa – aprì gli occhi.
Guardò l’ora, le sei e mezza.
Era un’insonne cronica, e come sempre si svegliava molto prima che suonasse la sveglia, fissata di solito per le otto.
Bastava poco: uno stridio di freni, qualche passerotto sul balcone, un po’ di luce, il miagolio del gatto, e usciva rapidamente da un sonno leggero e privo di sogni.
Tolse la sveglia, e sorrise tra sé pensando che era molto tempo che non la sentiva; anzi, si domandò se funzionasse ancora, avrebbe dovuto provarla per essere certa che qualora le servisse davvero non la tradisse.
Chiuse gli occhi, e rimase a godersi il piacere di stare a letto al caldo, mentre fuori la primavera ancora non si decideva ad arrivare, e vento e pioggia continuavano a sferzare i vetri della sua finestra.
Dietro la porta chiusa, Bamboo, il suo gatto bicolore, cominciava a premere e a miagolare.
Il gatto era il vero signore e padrone della casa, tranne che della camera da letto; Rossana non la divideva con un uomo, figurarsi con un gatto.
Ma l’animale sapeva che lei era sveglia e cominciava a protestare per avere qualcosa da mangiare, e un po’ di attenzioni.
Alla fine si alzò, e aprì la porta stando bene attenta a respingere i tentativi di Bamboo di intrufolarsi.
Ignorando le proteste del gatto, che le si strofinava contro le gambe, si diresse in bagno per lavarsi i denti.
Non poteva farne a meno, la mattina appena alzata, anche prima di colazione, doveva andarsi a togliere il sapore della notte; questa mania era peggiorata con gli anni, da quando la digestione era peggiorata, e alcune preoccupazioni le avevano provocato una leggera gastrite.
Sfregò quindi energicamente i denti con lo spazzolino, mentre si guardava le occhiaie allo specchio.
Risciacquatasi la bocca, iniziò a spazzolarsi i capelli.
Anche quel rito era per lei importante. Teneva molto ai suoi capelli, che non aveva mai tagliato più corti di metà schiena, e che si ostinava a tenere lunghi e sciolti, anche se erano crespi ed ondulati, e soprattutto con l’età avevano perso quel bagliore castano rossastro, e si erano opacizzati, riempiendosi di lunghi fili bianchi che la invecchiavano più dei suoi 52 anni.
Ripensò a sua madre, che amava i suoi capelli, e che passava ore a pettinarli, carezzarli, curarli.
Ora doveva fare da sola, ma non aveva perso l’abitudine.
Sempre seguita da Bamboo andò in cucina, e mise a scaldare il latte.
Ne versò un pochino nella ciotola per il gatto, e gli mise qualche croccantino. Per la giornata era a posto, poi sapeva che avrebbe ceduto e gli avrebbe dato qualcosa anche la sera, ma almeno per un po’ non avrebbe protestato.
Prese la scatola dei fiocchi d’avena dalla dispensa.
Sempre la stessa, sempre la stessa marca da sempre. Era andata in fissa con i corn flakes a 15 anni e da allora non aveva mai voluto niente altro per colazione.
Prese una ciotola grande; decise per quella azzurra. Ne aveva quattro, di diversi colori pastello, e le ruotava in base all’umore del momento.
Versò i cereali e poi li coprì con il latte caldo, e cominciò a mangiare, con un gomito appoggiato al tavolo, mentre un po’ svagatamente pensava alle cose da fare quella mattina.
Rossana non lavorava, non aveva praticamente mai lavorato in vita sua.
Aveva studiato, aveva viaggiato un po’, poi aveva preso una seconda laurea. Le piaceva leggere, aveva letto in vita sua più di 5.000 libri, li aveva contati quasi tutti.
Aveva molto tempo per farlo, perché suo padre, dentista affermato, aveva lasciato in eredità a lei che era figlia unica non solo la villetta dove abitava, ma diversi appartamenti sparsi per la città, che lei affittava, e che le fornivano un reddito sufficiente a non doversi preoccupare di trovare un lavoro.
Per questo le sue giornate, da lunedì a domenica, erano sempre uguali, scandite dalle incombenze della casa, qualche attività relativa agli appartamenti, che comunque erano seguiti da un amministratore, qualche rara telefonata, e ancora più raramente un cinema la sera.
Non aveva molti amici, Rossana, e ultimamente ancora meno voglia di vederli.
La sera, tranne il giovedì in cui faceva tardi per seguire un reality show sulla cucina di cui era appassionata, andava a letto presto, e leggeva di solito almeno un paio d’ore prima di addormentarsi.
La sua vita era semplice, regolare, metodica.
Lo era da anni, e sarebbe stato così finché ne avesse avuto le forze.
E da qualche tempo era determinata più che mai a non lasciare che niente riuscisse a rovinare la sua routine, il suo spazio immutabile nell’universo.
Lo aveva fatto, qualche tempo prima, e i risultati…non ci voleva neanche più pensare.
Strinse i denti e si andò a lavare.
Finita la doccia, si preparò, indossò dei jeans, un maglione e poi tornò in bagno.
Si guardò: era magra, abbastanza alta, i lineamenti erano regolari.
Eppure….eppure non era mai interessata agli uomini, e se è per questo, neanche gli uomini erano interessati a lei.
Al liceo e all’Università, quando le sue amiche si divertivano con fidanzati e serate a tirare tardi, lei era troppo impegnata a studiare.
Poi aveva passato qualche anno a viaggiare, e a scoprire il mondo.
Infine aveva seguito i suoi genitori nella loro vecchiaia, finché non erano scomparsi.
E la sua vita si era incanalata in questo metodico ciclo quotidiano che si ripeteva ormai sempre uguale da molto, molto tempo.
Lei ne era consapevole, ma allo stesso tempo ne era felice. Non voleva altro. Non chiedeva altro. Sperava di non trovare altro.
Non si truccò, non lo faceva mai, né si legò i capelli.
Uscì di casa che erano appena passate le otto, per andare a fare la spesa al mercato.
Le piaceva muoversi presto, e andarsi a scegliere la verdura e la frutta. Una volta a settimana si concedeva la carne, più spesso il pesce, che amava mangiare e cucinare.
I vicini di casa la salutarono con cortesia, anche se si vedeva che la consideravano un po’ strana, e forse lo era.
Arrivò al mercato, comprò quello che le serviva per il pranzo e per la cena, comprò un quotidiano, e si avviò di nuovo verso casa.
Sul marciapiedi, mentre guardava una vetrina, le scivolò il giornale a terra.
Un tipo che passava di là fu più lesto di lei, glie lo raccolse e glie lo diede, facendole un gran sorriso.
Era un signore un po’ più grande di lei, ma molto giovanile, bei capelli brizzolati, un giaccone elegante.
– Le era caduto il giornale, signora –
– Grazie, ma ancora non sono così vecchia da non potermi chinare a raccoglierlo – rispose acidamente, prima di girarsi e andare via.
Il tipo ci rimase male, in fin dei conti aveva fatto solo una gentilezza.
Ma la Signorina Rossana schiumava rabbia.
Eccone un altro, pensò.
Ma cos’è, un’epidemia?
Come fanno gli uomini a pensare che solo perché sei single, sei automaticamente disponibile.
Ma chi lo vuole il tuo aiuto?
Non ho bisogno di te, della tua falsa galanteria, del tuo sorriso, come non avevo bisogno di quell’altro.
No, che non ne avevo bisogno.
Ero felice, felice come lo sono ora, la mia vita era perfetta, le mie cose, le mie abitudini.
Non mi mancava niente, NIENTE!
Non volevo un uomo, non lo volevo affatto. Perché lo sapevo, lo sapevo bene che nessuno poteva essere veramente interessato a me.
Però ci sono cascata. Ma giuro sulla tomba dei miei genitori che non ci cascherò più.
Era bravo, certo, e bello, e sapeva dire le cose giuste.
E che dio mi perdoni, quando mi ha portato a letto, mi ha fatto fare e provare cose che non avrei mai creduto potessero esistere.
E io…io ne ero contenta! Ero contenta di consegnarmi a lui, di non avere più una personalità, di passare le ore aspettando che mi chiamasse, che mi venisse a trovare.
Non dormivo più, non vivevo più, non facevo più niente.
La mia vita girava intorno a lui.
E quando mi parlò dei suoi problemi economici, fui IO ad offrirmi di vendere un appartamento, uno in centro poi, per dargli i soldi ed aiutarlo a tenere in piedi la sua attività.
Perché io, solo io, sono stata la stupida che ha pensato di poter avere una vita con quell’essere abietto.
Ho pensato di sposarlo, di avere un figlio, di invecchiare insieme.
E lui mi diceva sì, amore, sei l’amore della mia vita, vedrai, staremo sempre insieme, ci vorremo sempre bene, io e te.
Però non veniva mai, stava sempre fuori, non dormiva mai da me, non si faceva sentire per lunghi periodi.
Ma non mi importava, ero felice.
Felice.
E se non fosse stato per quella telefonata, mentre lui faceva la doccia, forse oggi sarei ancora stupidamente, incoscientemente felice.
Se non fosse per quel viso di donna che che è comparso sul suo cellulare. Se non fosse che invece di ignorarlo, ho preferito rispondere.
Se non fosse che lei ha detto “Ettore? amore? dove sei? ti ricordi che oggi dobbiamo portare i bimbi da tua madre? ci puoi pensare tu?”.
Se non fosse che tutto mi è crollato addosso.
Se non fosse che…
Arrivò a casa, la Signorina Rossana, e il suo umore era nero.
Nonostante i suoi buoni propositi, anche oggi aveva pensato a lui, nonostante tutto il tempo passato, era bastato un incontro casuale, per farla ripiombare nella depressione.
Ma sapeva che sarebbe passata, si conosceva bene.
Pochi minuti, e anche quella nuvola si sarebbe dissolta.
Sarebbe tornata alle sue occupazioni, e avrebbe continuato come prima, come ieri, come domani.
Svuotò le buste della spesa, mise i fiocchi d’avena nella dispensa, il latte in frigo, frutta e verdura nei loro contenitori.
Aveva preso dei calamari surgelati, da friggere pastellati il giorno dopo; aprì il surgelatore a pozzetto per metterli a posto prima che si scongelassero.
Era un un surgelatore piccolo, che aveva messo in uno spazio ricavato nell’anticucina.
Il pacco dei calamari era abbastanza grande, e dovette spostare la testa di Ettore per sistemarli senza rovinarli.


sveglia

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13 thoughts on “La Signorina Rossana

  1. Bello e ben costruito. Mi piace. Il finale un pò macabro…ma ci stà tutto considerata la psiche malata della Signorina Rossana…che spero di non incontrare mai ed evitare così di finire tra un pacco di piselli e una pizza. Surgelati naturalmente!

  2. Mi incuriosisce la scelta del nome Rossana. A me ricorda le caramelle che, quando ero piccola, erano soliti offrirmi i parenti anziani. Non amavo il sapore di quelle caramelle e il rosso scuro della carta che le avvolgeva mi sembrava avesse qualcosa di inquietante.

    • A me le Rossana piacciono, ma non è quellomil motivo. Ogni generazione ha dei nomi particolari che si incastrano bene con certe esistenze. Secondo me Rossana è il nome adatto per una signorina della mia età che possa vivere una vita di questo tipo. E poi suona bene, è rotondo, insomma, ci può stare!

      • Sì sì ho trovato perfetta la scelta del nome così come la descrizione dei piccoli particolari (tipo le ciotole pastello). Decisamente ben riuscito, riuscivo proprio a vederla, Rossana, muoversi lentamente per casa o al mercato.

  3. Carino, ma ti sei bruciato un po’ il finale. Io (che come tanti sono un amante dei finali a sorpresa) l’ho immaginato. Allungando un po’ di più la storia e mettendo altro testo fuorviante tra l’odio di Rossana e il surgelatore, saresti stato più efficace. 🙂

    • Forse, ma ho avuto anche altri commenti che dicevano come fosse un po’ troppo lento. In realtà, in questo caso non è tanto il finale a sorpresa l’elemento chiave (anche se aiuta) quanto nelle mie intenzioni la descrizione di un tipo di solitudine. Ma concordo con te, si poteva un pochino mischiare le carte…;-)

  4. (…scusa la domanda,ma tu sai dov’e’ finito anche il resto di Ettore?)

    Chiusa l’interruzione , devo dirti che a me e’ piaciuto il ritmo del tuo racconto e anche la distanza fra le elucubrazioni psichiche di Rossana e il freezer…
    Il finale non me l’aspettavo………ma quanno ce vo’, ce vo’!

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