Sirena

Si conobbero via internet.
In un gruppo di cui facevano parte entrambi, molto grande, tante persone.
Lei scrisse un commento salace, lui rispose prendendola in giro, lei fece solo un sorriso.
Il suo nome era “Sirena”, solo quello, lui invece si firmava Enrico G.
Lui le mandò un messaggio privato, chiedendole l’amicizia, lei non rispose.
Lui ne mandò un altro, più insistente, lei rispose seccamente “Scusa, non ti conosco. Grazie per l’interesse”, ma non accettò la sua richiesta.
Lui guardò la sua bacheca, ma non trovò quasi nulla: le foto di un gatto, sempre lo stesso, in varie pose e situazioni, dei fiori, paesaggi marini, citazioni di libri, e poesie. “La linea d’ombra” di Conrad, la Merini, la Symborska.
Niente che potesse identificarla, o immagini di lei.
Lui rimase un po’ deluso, non gli succedeva spesso che gli negassero l’amicizia, soprattutto se erano donne.
Anche se il suo nome non era completo, il suo profilo era aperto, la sua foto lo raffigurava benissimo, in mare, su una barca a vela, un giubbetto rosso, gli occhiali da sole, un naso importante, i capelli al vento.
E poi altre foto, i viaggi, gli amici, la birra, qualche compagnia femminile.
Lui a Parigi, lui in montagna, lui in costume da bagno al mare, che mostrava i suoi se non splendidi, sicuramente interessanti 40 anni.
Lui sulla sua barca, le regate, i porti, le spaghettate.
Lui e la sua vita.
Aveva un ottimo lavoro, come dirigente in una grande azienda italiana, viaggiava parecchio, in Italia e all’estero.
Aveva una quasi – fidanzata, una specie di supermodel di un metro e ottanta, due gambe lunghissime, due tette spaventose, rifatte un paio di volte, che cercava di diventare sua moglie, ma lui la teneva a distanza, gli era comoda per rappresentanza, e per le serate fredde, ma era stupida, e lui non aveva nessuna intenzione di sposarsi e fare i figli con una donna stupida.
Poi aveva altre storie, spesso e volentieri, e non voleva che la sua quasi – fidanzata facesse un upgrade e diventasse la proprietaria della sua vita, la sua casa, il suo corpo.
Era felice così, punto.
Per qualche strano motivo, mentre la sua vita scorreva come al solito, si ritrovò di tanto in tanto a pensare a quello scambio fugace di messaggi con quella tizia, Sirena.
Si conosceva, e pensò senza dubbio che il solo fatto che lei lo avesse rifiutato facesse crescere il suo interesse.
Un paio di volte cercò di vedere se la bacheca di lei si arricchisse di qualche informazione, ma erano sempre foto del gatto, o citazioni di libri.
Nel gruppo in cui si ritrovavano insieme, una specie di mega contenitore per appassionati di letteratura – lui poi leggeva al massimo un paio di libri l’anno, non si ricordava neanche come ci era capitato – non c’erano molte tracce di lei. Trovò un paio di commenti qua e là, ma niente di interessante.
Non ci pensò più ad un certo punto, ma sentiva che la cosa rimaneva in sospeso in qualche angolo della sua mente.
Successe di nuovo qualche tempo dopo, vide un commento di lei, e rispose, e lei anche, e lui le fece un sorriso, e lei anche.
Allora le mandò un nuovo messaggio, con la richiesta di amicizia.
“Abbiamo parlato ben due volte, non ti sembra abbastanza?” disse lui.
“Direi di no” rispose lei.
“Se può servire da incentivo, volevo farti sapere che sono bello e simpatico” la provocò
“Ho visto. Ma sfortunatamente per te non sono minimamente interessata” rispose lei seccamente.
“Ohibò” fece finta di sorprendersi lui “non mi dirai che sei un uomo sotto mentite spoglie, o magari anche a te piacciono le donne?” e concluse con un grande sorriso.
“Nessuna di queste due” disse lei, senza precisare altro.
“Perché ti fai chiamare Sirena? hai intenzione di ammaliare i navigatori internet con il tuo richiamo? con me ci stai quasi riuscendo” scherzò lui.
Lei smise di rispondere, anche quando lui continuò a mandarle messaggi.
Rimase perplesso. Un comportamento strano, che non aveva mai visto prima.
Pensò a Sirena parecchio, nei giorni successivi, un po’ troppo.
Ma insomma, si disse, alla fine che mi frega? sarà una sfigata che ha paura degli uomini.
Quando però qualche giorno dopo, senza preavviso, il suo cellulare inviò una notifica, e vide che lei aveva accettato l’amicizia, ne fu felice. Stupidamente, stranamente, felice.
Le mandò un messaggio, e poi un altro. Lei rispose. Cortese, ma distaccata.
Lui le mandò un fiore virtuale, fatto con i caratteri ascii, una cosa carina un po’ retrò. Lei non disse nulla.
Cominciarono a mandarsi qualche messaggio più di frequente. Una, due volte al giorno, con grandi pause.
Lei non rispondeva mai immediatamente, sembrava voler pensare a quello che doveva dire. Lui invece appena vedeva un suo messaggio, replicava istantaneamente.
Cominciarono a parlare di cose. Cose loro. I libri, le idee, la musica, la barca, il mare.
Lui le raccontò praticamente tutta la sua vita. Lei disse solo che viveva in un paesino sul mare, al sud. Non disse dove, cosa faceva, quanti anni aveva, se era sposata.
Si capiva che non era una ragazzina, troppa vita, troppe cose nella sua testa, ma non avrebbe saputo dire se avesse 30 o 300 anni.
Le chiese il numero di telefono, lei disse di no. Le diede il suo, non lo chiamò mai.
Non riusciva a capire, sentiva che c’era interesse anche da parte sua, ma non riusciva a sfondare la diffidenza.
Le disse: “Incontriamoci” lei disse solo “No”.
“Perché” chiese lui.
“Non ti piacerei” rispose lei “Sono brutta, ti farei ribrezzo”.
Rimase sorpreso. Aveva capito che poteva non essere bella, che forse era troppo grande per lui, ma non si aspettava una risposta così secca.
“Mi hai detto che non sei interessata all’aspetto fisico. E se ti dicessi che anche a me non interessa?” provò a dire, e forse era sincero.
“Allora perché mi vuoi incontrare? non ti basta quello che ci diciamo?” fu la sua chiusura dell’argomento.
Dopo qualche tempo, lui tornò sull’argomento.
“Mi mandi una foto?” chiese.
“No, che ci devi fare?” disse lei.
“Niente, è che ormai sono settimane che chiacchieriamo, non hai voluto parlarmi al telefono, non vuoi che ti venga a trovare, almeno una foto per avere un’idea di te, me la potresti mandare”
Lei fece una pausa. Lunga.
Poi: “Ti ho detto che non sono bella”.
“E io ti ho detto che non mi interessa. Sto bene con te, mi sento per la prima volta libero di parlare di qualsiasi argomento, mi stai insegnando un sacco di cose, sto scoprendo un modo nuovo di vedere il mondo” ed era vero.
“Forse veramente sei una Sirena che ammalia” finì, scherzando.
“Una Sirena brutta? Si è mai vista?”
“Lascia giudicare a me. E comunque, se tu non sei una Sirena, io non sono poi questo gran marinaio, mi piace andare in barca, ma non mi meriterei di essere affascinato per le mie abilità, e quindi vedi, tutto fila.” scherzava, ma era teso, sentiva che lei stava per cedere e non voleva spezzare il filo.
“Vedremo” disse lei, e chiuse la conversazione.
La foto arrivò dopo qualche ora. Allegata ad un messaggio.
La aprì con un po’ di ansia, temeva che Sirena fosse veramente brutta come aveva detto, il suo interesse per la donna era ormai palese, e pensava che neanche tutta la sua comprensione avrebbe potuto sopportare un aspetto fisico troppo negativo.
Quando la vide comparire sul suo monitor, ne fu deluso. Non si vedeva nulla, la foto era scurissima, tranne per una finestra che dava su una spiaggia, su una mare azzurro ed un cielo solcato da poche nuvole bianchissime.
L’interno della stanza, per contrasto alla luminosità del cielo e del mare, era quasi nero, e si riconosceva vagamente una figura femminile, di lato, vicino alla finestra, di cui si intravvedeva un profilo, la fronte e poco altro.
Un suo amico faceva il fotografo di matrimoni, gli mandò la foto, pregandolo di fare il possibile per cavarne qualcosa.
Glie la rimandò quasi subito, aveva lavorato pesantemente con photoshop, e il risultato era un viso, molto sgranato, e per niente a fuoco. Non si riusciva a vederne bene i lineamenti, e Enrico non avrebbe potuto riconoscerla, ma una cosa almeno l’aveva capita: era un volto regolare, non avrebbe saputo dire se fosse una bellezza, ma non sembrava un mostro. Aveva dei capelli raccolti dietro la nuca, e lo sguardo fuori dalla finestra. Alle orecchi non portava ciondoli o orecchini, e aveva forse un leggero maglioncino.
Tutto qua.
Riguardò la foto per un sacco di tempo.
Non sapeva che fare, tutto ciò era senza senso. Si era invaghito di una persona di cui non conosceva nulla, né il nome, né l’aspetto fisico, la voce, dove abitasse.
Niente. Non sapeva se fosse sposata. Magari con dei figli, se avesse 10 anni più di lui, o 30 di meno. Non sapeva neanche se fosse veramente la persona della foto.
Eppure di quella donna amava le frasi spezzettate, i rari sorrisi, i silenzi improvvisi. Amava parlarle del mare, sentirle raccontare di un libro o di un film.
Ormai la sua quasi – fidanzata era diventata una ex – fidanzata, e non aveva altre storie. Non usciva più, rimaneva la sera a casa, nella speranza che lei si collegasse, e che riuscissero a parlare qualche minuto.
Era diventata un’ossessione. La Sirena aveva conquistato il suo marinaio, e lui ora non poteva più staccarsi da lei.
Glie lo scrisse, quella sera.
“Ho ricevuto la tua foto. Ora che so un po’ meglio chi sei, voglio venirti a trovare. Per favore. Devo vederti, e capire se tutto questo è reale, o se stiamo solo giocando all’interno di una scatola. Ti prego. Io non mi sono mai sentito così”.
Lei non rispose. Ma il telefono squillò dopo pochi minuti, un numero sconosciuto.
Era lei. Una voce calda, tranquilla. Nessun accento apparente, forse qualche traccia in una o due “e” troppo aperte.
“Perché vuoi venire? ti ho già detto che non sono come le donne che frequenti di solito.” disse senza preamboli.
Lui aveva il fiato grosso, e il cuore in gola. Era emozionato. Da quanto tempo non era così emozionato? non lo sapeva neanche lui. Faticava a riordinare i pensieri. Sapeva che se avesse detto la cosa sbagliata lei si sarebbe chiusa per sempre a riccio e non avrebbe più avuto accesso al suo cuore.
“Te l’ho detto perché. Non mi sono mai sentito così. Voglio conoscerti, capire se questa cosa che c’è tra noi può avere un significato, un futuro. Stavo cercando la mia Sirena, e l’ho trovata. Penso di averla trovata. Voglio saperlo, io per primo”
Trattenne il respiro.
“La sirena che stai cercando non sono io. Te l’ho detto, sono brutta. Non sono adatta a te. E se ho scelto questo nome, non è per descrivermi, ma per un desiderio, un desiderio che ho sempre avuto, di lasciare la terraferma, e di trasformarmi in un pesce, di nuotare leggera, allontanarmi da tutto e da tutti. Io non mi trovo bene qui con voi, e non potrei darti nulla.”
“Io sento che tra noi c’è qualcosa, e so che anche tu lo sai, altrimenti non staresti qui a parlare con me, non mi avresti dato tutta questa confidenza”
Era disperato, sentiva che lei gli stava sfuggendo.
“Allora ti faccio una promessa. Una cosa te la posso promettere” disse lui. Poi fece una pausa. Lei non disse nulla, ma era ancora dall’altra parte.
“Ti prometto che sarò sincero. Che quando ti vedrò ti dirò se penso che ci sia una possibilità. Ti dirò se tu, non solo il tuo cuore, il tuo cervello, la tua anima, ma anche il tuo aspetto esteriore, puoi diventare parte della mia vita. Non ti illuderò. Non cercherò scuse. Verrò da te e sarò sincero come non lo sono stato mai nella mia vita.”
Lei attese qualche secondo, poi si limitò a dare un indirizzo, e disse: “Vieni quando vuoi, sono sempre qua.”
Partì il giorno dopo, il tempo di di sistemare due cose e prendere un po’ di ferie. Non la avvisò, voleva che il viaggio lo portasse da lei senza costrizioni, voleva avere la libertà di tornare indietro.
Man mano che si avvicinava, sentiva due forze contrastanti dentro di sé: il desiderio di andare avanti, di scoprire l’ignoto, di vedere se questa donna che così tanto lo aveva colpito fosse quella che aspettava, la donna che lo aiutasse a buttare a mare la sua vita inutile, per costruire qualcosa; e la paura di non farcela, di fare una stupidaggine, di andare a sbattere a qualcosa che non poteva controllare.
Ma ogni metro che percorreva in più, l’ineluttabilità dell’incontro si faceva sempre più forte.
Arrivò infine davanti ad una villetta, in riva ad un mare azzurro, una spiaggia deserta.
Suonò alla porta, e attese qualche secondo, prima di sentire dei passi trascinati che arrivavano ad aprire.
Non chiesero chi fosse, aprirono e basta.
Sulla porta, una vecchia, il viso segnato dalla fatica, e dal sole. Lo guardò, e seppe chi era, non c’era bisogno di parole.
Spalancò la porta, gli fece cenno di entrare con un gesto della testa, e poi lo guidò lungo un corridoio buio, fino ad una stanza chiusa da un’altra porta.
La socchiuse e andò via.
Lui la aprì, timoroso, ed entrò nella stanza della foto. Grande, buia, con una finestra da cui entrava una lama di sole, e il riflesso del mare sui vetri.
Lei era lì, appoggiata al davanzale della finestra come nella foto, e guardava fuori. Lo aveva sentito arrivare, ma non si voltò.
Rimase tranquilla, appoggiata allo schienale della sedia a rotelle.
Lui la guardò, poi la chiamò.
Lei si girò e gli andò incontro, girando le ruote con le braccia, rese muscolose dal continuo esercizio.
“Mi hai fatto una promessa” gli ricordò.
“Lo so” disse lui annuendo.
“Ora sai perché vorrei essere una sirena. Per muovermi liberamente, andare nel mare, viaggiare, conoscere tutto quello che da qui non posso neanche immaginare. Però non posso essere la tua Sirena, non io, non oggi, non in questo tempo”.
Lui annuì di nuovo.
La guardò a lungo. Non era brutta, non era bella.
Era una donna che non avrebbe mai voluto mostrare la sua debolezza ad un uomo che amava.
Fu un attimo, un’ombra che passò negli occhi di lui.
Lei gli fece un sorriso.
“Ora devi andare” gli disse “il viaggio di ritorno sarà lungo, e forse un po’ doloroso.”
Lui abbassò gli occhi. Era stato sincero, ma non aveva avuto il coraggio di dirlo a parole.
Le fece una carezza, lei gli appoggiò la guancia sulla mano e chiuse gli occhi.
Lui uscì dalla stessa porta da cui era entrato solo pochi minuti prima, ma invece di prendere la macchina, si diresse a piedi verso il porticciolo, sfidando un vento secco che si era alzato da poco, con le mani in tasca e la testa in tumulto.
Alla fine si sedette sul molo, le gambe penzoloni.
Tirò qualche sasso in acqua, guardò le barche che passavano, e dopo un po’ si accasciò su sé stesso, la testa tra le mani, a guardare i pesci che nuotavano in cerchio sotto il molo in attesa di un pezzo di pane.
Rimase così a lungo, forse nella speranza di veder passare una sirena che lo venisse a salvare, da sé stesso e dalla sua disperazione.
Ma era destino che non ci fossero sirene nella sua vita.

Sirenetta

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10 thoughts on “Sirena

  1. forse non brilla per originalità, ma il finale rivaluta tutta la scrittura del brano. innanzitutto l’assenza di parole “non aveva avuto il coraggio di dirlo a parole” fa da ottima antitesi alla relazione “verbale” intessuta tra l’uomo e la donna mediante internet. poi le “gambe a penzoloni”, inerti, del protagonista seduto sul molo si specchiano urticanti nell’invalidità della donna. infine il nuotare in cerchio dei pesci rimarca l’assenza di una via d’uscita dal ciclo futile, nonché molto umano, che oscilla e passa di continuo tra “speranza” e “disperazione”.

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