Anticaja e petrella

Non sono mai stato un amante delle auto d’epoca. A dire il vero, di nessuna auto.
La macchina, come si chiama dalle mie parti, è per me solo un mezzo di trasporto; regge il mio culo su una sedia di pelle, e lo trasporta dal punto A al punto B, senza problemi, possibilmente.
In caso che qualche problema insorgesse, fosse pure una lampadina bruciata, porto la macchina dal meccanico; “a ciascuno il suo mestiere” è il mio motto, e non ho intenzione di sporcarmi le mani con un oggetto di cui non comprendo assolutamente il funzionamento.
Io sono più un tipo da moto.
Oddio, anche la moto, a dire il vero, non la capisco gran che. Quando ero giovane e ne avevo una, e poi un’altra, mi divertivo a smontarne il motore, come facevano tutti i miei amici, ma per qualche misterioso motivo, non ero mai in grado di rimontarlo correttamente, e finivo sempre per chiedere l’aiuto (non gratuito) di un meccanico.
Poi, in età adulta, con moglie e figli, ho venduto la moto e comprato uno scooter.
Ecco. Se dovessi essere sincero con me stesso, mi definirei tipo da scooter.
Tutto questo, per dire che la decisione che presi, sorprese me per primo.
Come spesso mi succede, fu un istinto che mi spinse, che ho dovuto razionalizzare in seguito, ma che lì per lì non seppi spiegarmi.
Ero da Sergio, nella sua casa in campagna. Se si può chiamare campagna una zona periferica di Roma piena di zingari e prostitute. Ma Sergio è affezionato a quella villetta, che ha costruito il nonno “con le sue mani” (vorrei capire quelli che costruiscono le case con le loro mani come cazzo fanno, ma questa è un’altra storia), e anche se ormai sono rimasti in pochi ad avere un pezzo di terra intorno alla casa, invece di palazzoni, lui si ostina a chiamarla “campagna”.
E ad invitarci i suoi amici per improbabili barbecue all’americana, lui che è sempre stato di sinistra, anzi, di una sinistra extraparlamentare per giunta.
Insomma, quella domenica eravamo là, i soliti quattro o cinque amici, chi con mogli e figli, chi con fidanzate, a parlare male del governo e del turbocapitalismo, mentre ci abbuffavamo di salsicce alla brace.

Voglio bene a Sergio, e a tutti i suoi amici, che poi in gran parte sono anche i miei, ma per qualche motivo quel giorno appena la conversazione si spostò sul “governo che non fa un cazzo per combattere l’evasione fiscale”, mi allontanai rapidamente per non sentire le solite trite e ritrite ricette che con una non comune sicumera i miei amici elencavano, per risolvere in cinque minuti tutti i problemi economici del nostro paese.
Armato di una spessa fetta di pane casareccio, base ideale per due salsicce di maiale purissimo, sgattaiolai sul retro della casa, per mangiare e bere in santa pace.
Mi girava male, avevo litigato con mia moglie per una banalità, stavo quasi per non partire, poi all’ultimo momento avevo imbarcato la famiglia ed ero andato in “campagna”; ma adesso volevo solo starmene un po’ da solo.
Mi feci largo in mezzo a degli albicocchi e dei peschi, piantati quasi alla rinfusa, fino a spingermi verso la recinzione del piccolo terreno di Sergio.
Dall’altra parte della rete che divideva la sua proprietà con quella del vicino, c’era appoggiata un’automobile rossa.
Dico rossa, perché è l’unica caratteristica che riconobbi in quel momento; non la marca, il modello, o addirittura l’anno.
Era un’automobile rossa, sportiva, decappotabile, due posti, e malandata.
Molto malandata.
Ma non so perché, la guardai a lungo.
Mi avvicinai, e notai che le ruote sembravano nuove, sebbene la maggior parte della carrozzeria fosse in pessime condizioni.
I sedili sembravano lisi ma integri; i vetri sporchi, ma non rovinati.
Mentre la guardavo, Sergio mi sorprese alle spalle:
– Bella eh? E’ una Corvette Sting Ray Convertible del 67 –
– Boh, sì, interessante – commentai – ma da dove è spuntata? L’ultima volta che sono stato qui non c’era –
– Mah, il giorno esatto non te lo saprei dire, anche io non vengo tutti i giorni, ma a occhio e croce è lì da circa un mese. Il vicino la parcheggia lì, più o meno allo stesso posto, tutti i giorni –
– Vuoi dire – chiesi – che è marciante? –
– Ah cazzo, come no! il motore ha un rumore fantastico. La carrozzeria è andata, ma ancora marcia che è una bellezza. Il mio simpatico vicino (che dio lo benedica) la usa per farci dei giretti nella sua proprietà. Non l’ho mai vista per strada, non so neanche se sia registrata al PRA o se abbia un regolare libretto di circolazione. La targa è americana. Sospetto non sia omologata –
Mi girai per guardare di nuovo la macchina.
Mi venne in mente un’idea strana.
– Pensi che il vicino la venderebbe? – chiesi a Sergio.
Lui mi guardò per un minuto come se fossi impazzito.
– Non lo so – disse poi – ma possiamo chiamarlo e chiederglielo se vuoi –
E andò via, continuando a fissarmi in maniera curiosa.

Non lo seguii. Continuavo a fissare la Corvette, come se fosse la prima macchina che vedevo in vita mia. Cercavo di capire cosa mi attirasse di quella testimonianza di bei tempi andati, ma non riuscivo a capirlo. Sapevo solo che chissà come, quella vecchia carrozza senza cavalli aveva fatto presa sul maschio che era dentro di me, quello che invece dell’insegnamento all’Università e alle presentazioni dei libri, avrebbe desiderato una birra e una partita di calcio.
Il maschio che tutti noi uomini seppelliamo sotto una coltre di educazione e civiltà, ma che quando viene innescato nelle sue profondità, quando viene stimolato nei suoi desideri fondamentali, torna ad essere l’uomo di Neandertal che cammina orgoglioso della sua pelle di leopardo, e della clava di legno, ovviamente più grande di quella di tutti gli altri.
Stavo cominciando a capire. Volevo la Corvette per poterla mostrare a tutti gli altri maschi del branco. Volevo potermi atteggiare a maschio alfa, e dire: “Uomini, venite. Omaggiate l’uomo che ha una macchina così eccezionale. Donne, desideratemi. Ricevete il mio DNA. Un uomo con una macchina così, sicuramente è degno di propagare la vostra specie più di chiunque altro maschio della tribù”.
Insomma, l’immagine di me al volante di quella macchina, mi faceva tornare indietro di 40.000 anni, e stampava uno stupido, inebetito sorriso sulla mia faccia.
– 335-….-
Mi girai. Sergio era lì con un’agendina di carta.
– Scusa? – chiesi ancora sovrappensiero.
– Il numero. Non volevi chiamare il vicino? –
– Ah sì, grazie –

Vi risparmio tutta la trattativa, le discussioni, i viaggi al PRA e all’ACI, ma in sintesi: dopo un paio di settimane, la mia Corvette rossa viaggiava a 140 sulla Cassia, in direzione Corso Francia, il motore perfettamente a suo agio nel traffico romano, e la carrozzeria un po’ depressa, ma ansiosa di sottostare alle cure di Eriberto.
Questo Eriberto (nome altisonante per un meccanico), aveva un’officina con annessa carrozzeria e verniciatura a forno, nei pressi di Via Appia Antica. Era il figlio di un vecchio amico di mio padre, e sebbene non fosse comodissimo da raggiungere per noi, da sempre la mia famiglia si serviva di lui per qualsiasi intervento meccanico che riguardasse automobili e affini.
A essere sinceri, Eriberto non mi aveva mai dato impressione di alta affidabilità. Per dire, una volta gli portai la moto, perché mi aveva convinto che alla fine i motori sono tutti uguali, ma scoprii che di moto ne sapeva forse anche meno di me, e l’esperimento mi costò oltre alle riparazioni, anche il trasporto della moto – che pure era giunta da Eriberto con le sue gambe, cioè con le sue gomme – dal meccanico competente, su un camioncino pagato a peso d’oro.
Ma non mi andava di rompere una tradizione di famiglia, e comunque con le macchine ci sapeva fare. Più o meno.

Quando arrivai da Eriberto, lui uscì dall’officina, pulendosi le mani sporche su uno straccio ancora più sporco, e dagli occhiali spessi si intuiva un interesse profondo per quel pezzo d’antiquariato.
Anche gli altri lavoranti dell’officina e della carrozzeria uscirono a guardare. In fin dei conti non capita spesso di vedere in giro per Roma una Corvette di oltre 45 anni.
Forse neanche una Corvette recente, a dire il vero.
Scesi dalla macchina, lasciando il motore acceso, che al minimo faceva la sua figura.
– Eqquesta ndocazzo l’hai trovata, a Francè? – chiese Eriberto con il suo magnifico accento di Torre Spaccata.
– Un affare, Eribbè – risposi – l’ho pagata 5.000 euro da un contadino vicino di casa di Sergio. Te lo ricordi Sergio, no!? Quel mio amico… –
– Sesese. Moo ricordo – interruppe Eriberto assolutamente indifferente alle mie amicizie.
Girò intorno alla macchina, aprì il cofano, tirò una levetta che portò il numero di giri ad un livello assurdo, poi la mollò di scatto.
Si chinò, guardò sotto il paraurti anteriore, quello posteriore. Insomma, sembrava un allevatore che controlla i denti di un cavallo.
Alla fine, senza che gli avessi chiesto nulla, si pronunciò:
– Er motore too tieni così com’è. ‘A carozzeria fa schifo. ‘Aaa dovemo da smontà tutta, daje l’antiruggine, scartavetralla per bene e poi arivernicialla da capo a piedi –
– Costo dell’operazione? – chiesi senza enfasi, cercando di simulare noncuranza.
– A occhio e croce, n’antri 5.000 euro – fu la sentenza definitiva di Eriberto.
Ora, a parte che la frase “a occhio e croce” detta da un qualsiasi artigiano è foriera di disastri economici, e in particolare Eriberto tende a sottostimare di un buon 20% i costi della sua manovalanza, anche fossero stati esattamente 5.000 euro, il totale della spesa per la Corvette sarebbe vertiginosamente salito a 10.000 e passa euro.
Questo significava niente vacanze negli States.
Le vacanze che mia moglie chiedeva da anni.
E che io le avevo promesso.
E che non potevo non mantenere.
E dove cazzo li trovavo ora i soldi per la macchina, E per le vacanze?
Guardai la macchina, poi Eriberto.
Entrambi sembravano volermi dire la stessa cosa: “Coglione. Ti sei fatto prendere dalla frenesia di dimostrare a tutti che sei un gran figo, che hai una macchina da urlo, che quando passi tu le donne si girano, e invece sei un professore universitario, capo di una famiglia monoreddito, che esce la mattina per andare a lavorare, porta i figli a scuola, e sogna una vacanza negli States. E che invece di una Ferrari, ti sei dovuto accontentare, senza poi neanche potertela permettere, di una…”
– Anticaja e petrella –
Guardai Eriberto, senza capire.
– ‘sta macchina me sembra anticaja e petrella. Insomma, è vecchia, e per rimettela in sesto, bisognerebbe mannalla in Brasile da quello lì, come se chiama? Pijatelan…-
– Pitangui, si chiama, Eribbè. Ma che c’entra? –
– E c’entra, c’entra. Eccome se c’entra! Così come Pijatel…insomma er brasiliano arifà le tette alle vecchie, ma tanto se vede lo stesso che sò vecchie, pure ‘sta macchina qua, se je rifai la carozzeria, se vede che c’ha n’età. Se la voi rimette in sesto, devi da spenne, a Fra’, non ce sò santi –
Ecco. Mi mancavano le similitudini di Eriberto, come quelle di Dante.
Guardai la macchina.
I sedili in pelle, che mi erano sembrati così vintage, ora apparivano soltanto vecchi. Il volante di legno, così morbidamente anatomico, era durissimo da girare.
I finestrini con la manovella a mano, semplicemente scomodi.
E la carrozzeria, un disastro.
– Eriberto, secondo te, una volta sistemata, si può vendere bene? – chiesi sconsolato.
Il meccanico rimase a pensare per qualche minuto, mentre io sudavo.
– Così com’è, nun la vendi de certo. Solo un cojone se la po’ pijà così ridotta. Scusa, eh? senza offesa –
Eh, certo, senza offesa…
– Se la sistemi, secondo me qualche amatore lo trovi, e secondo me a sei…settemila euro la piazzi –
Porca puttana. Il finanziere Eriberto mi stava comunicando che l’operazione era in perdita. Di almeno 3.000 euro.
D’altronde, l’alternativa era di non partire per gli Stati Uniti. Alternativa che mi sarebbe probabilmente costata un divorzio. Non proprio la cosa più economica del mondo.
Valutai con attenzione la situazione, e decisi che 3.000 euro erano tutto sommato un prezzo accettabile da pagare.
– Va bene, Eribbè. Procedi pure. Intanto io metto l’annuncio –

Scoprii che il prezzo della coglionaggine era molto più vicino a 5.000 euro che a 3.000.
Quando consegnai la macchina all'”amatore” che la comprò, perfettamente risistemata, feci buon viso a cattiva sorte, e simulai un grande dispiacere.

Per comprare i biglietti per gli States dovetti comunque svincolare dei fondi, ma riuscii a farlo senza che mia moglie se ne accorgesse. L’estate passò serena, il viaggio fu bellissimo, e riscoprii il piacere delle cose belle, la famiglia, i parchi, l’aria pulita, il cibo.
Tornai a Roma più povero ma sicuramente più felice.
Approfittai del fatto che le lezioni non erano ancora ricominciate, per portare la macchina di famiglia da Eriberto, per un piccolo tagliando.
Mi disse di aspettare, che me l’avrebbe fatta subito.
Mentre stavo lì, ne approfittai per un giro in officina.
In un angolo, c’era una moto coperta da un lenzuolo. Per curiosità lo tolsi, e sotto c’era una Harley-Davidson 883 in perfetto stato, con le frange alle manopole, la fiamma sul serbatoio, le gomme larghe e con l’interno dei copertoni bianco.
Sul cupolino, la scritta “vendesi” ed un numero di telefono.
Mi girai di scatto ma non riuscii a fare un passo.
Eriberto era dietro di me, e mi guardava fisso.
Non dissi nulla, rimisi il lenzuolo al suo posto, e aspettai leggendo un giornale.

corvette

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2 thoughts on “Anticaja e petrella

  1. simpatica la dissertazione sul maschio “che tutti noi uomini seppelliamo sotto una coltre di educazione e civiltà” ma che, se opportunamente stimolato, “torna ad essere l’uomo di Neandertal” con clava di legno e mazza eretta.
    : )
    ineccepibile anche la chiusa a “loop” mancato, grazie allo sguardo di eriberto…

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