Il mio Paese

Un raccontino di qualche tempo fa, che ho trovato ancora attuale.

Io amo il mio paese.
Anche se non ci vivo più da venti anni, se non ci sono mai tornato, se sono stato costretto ad imparare una lingua straniera, a mangiare cibi sofisticati e e bere bevande gassate.
Anche se non ho più nessuno, lì, l’ho sempre amato.
E ora che sto tornando, l’emozione mi avvolge come una coperta, sento che il battito si fa più accelerato.
Ora che sono vicino, mi sembra di non essermi mai allontanato.
Sbarco nella Grande Città Portuale, con i suoi abitanti severi ma solari al tempo stesso.
Appena tocco terra, la prima cosa che faccio è magiare una focaccia, con un bicchiere di vino.
Il paradiso.
Quanti anni che non sentivo questi sapori.
Mi viene voglia di mangiare una pasta.
Il mio treno è tra due ore, ho il tempo di sedermi ad un ristorante.
Scelgo un locale piccolo, sul porto, con i tavoli esposti al vento, che mi porta ancora più forte l’odore del mare.
Siedo in silenzio, da solo, e chiudo spesso gli occhi, per lasciare che le sensazioni e il calore dl sole non siano influenzate da quello che vedo. In fin dei conti, ho immaginato il mio paese per venti anni, e voglio aggiungere sensazioni piano piano, non esserne sopraffatto.
Sì, io amo il mio paese.
In treno, mentre vado verso sud, mi assopisco un po’.
Mi viene in mente mio padre, e di quando mi portò nella Città dei Canali.
Ricordo il mio stupore nel vedere le case costruite sull’acqua, le barche che giravano tra i vicoli come fossero biciclette in un paese di campagna.
Ricordo le opere d’arte, i palazzi che trasudavano potere e ricchezza, e le ragazze belle, alte, con i capelli color d’oro.
Una città unica, che poteva esistere solo nel mio paese. Nel mio grande paese.
Altri ricordi si accavallano nella mia mente, altri viaggi, altre Città, le mille città del mio paese.
Riapro gli occhi, e sono quasi arrivato.
Nella grande Città Storica, dove arrivai per la prima volta da bambino.
Quando morì mia madre, mio padre portò me e i miei fratelli in quella città, dove aveva degli amici e delle altre famiglie che potevano prendersi cura di noi, mentre lui lavorava.
Divenne la mia città. Mentre lascio la stazione, e cammino lungo il grande corso, guardo i monumenti, le fontane, e assaporo ogni pietra di questo capolavoro dell’uomo.
Davanti al monumento più famoso del mondo, piango sommessamente; è gioia, quella che fa spuntare le lacrime ai miei occhi, la gioia di rivedere tutto questo, sotto un cielo azzurro, e un sole caldo.
Mentre mi dirigo verso il centro, mi ripeto quanto amo questa Città e il mio Grande Paese.
Un paese ricco, bello, accogliente. Un paese i cui abitanti sono i più espansivi e solidali del mondo.
Ma un paese che soffre, anche. Per un pugno di delinquenti che hanno preso il potere, e sotto la debole copertura di una decadente democrazia, tengono sotto il loro giogo milioni e milioni di persone perbene.
Politici corrotti, malvagia espressione di un’avidità e di una bruttezza che il paese non merita.
Il mio paese.
Io amo il mio paese, e i miei concittadini.
Per questo sono tornato, soffrivo troppo a stare lontano da loro.
Voglio proteggerli, liberarli da questo giogo oppressivo.
Guardo il palazzo dove gli abusivi che mantengono immutato da decenni il loro potere si riuniscono.
Sento un grande odio per tutti loro, ma un grande amore per i miei concittadini.
Mentre apro il giubbotto, inserisco l’innesco, e premo il pulsante, sorrido felice.
Sì, io amo il mio paese.

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