Apple, ti prego…

Va bene, lo devo confessare. Io sono malato.
Credo che sia una malattia grave, una malattia del nuovo millennio, anche se io sono nato abbondantemente al di là della linea di demarcazione.
Insomma, è una malattia mentale che in teoria non dovrebbe colpire chi per definizione è un migrante digitale come me.
Eppure eccomi qua: io devo essere sempre on line.
E quando dico sempre, intendo dire SEMPRE.
Ho due smartphone, un iPad, un paio di computer, e un Mac.
Non ci sono momenti della giornata in cui in non possa controllare le email, private e personali, dare un’occhiata a facebook, gestire il mio blog, giocare a Ruzzle e così via.
Soprattutto, non ci sono luoghi ormai in cui ciò non sia possibile.
Una volta c’erano delle belle osterie e ristoranti, magari ricavati da un ex-magazzino, in cui il segnale non arrivava. Ma, a parte che ormai ho depennato questi luoghi dalla mia lista, sono diventati talmente rari che è più la fatica di andarli a cercare…e poi se si mangia male? e se mi arriva una email importante?
Gli stabilimenti balneari erano un’altra zona franca. Uno stava sotto l’ombrellone, leggeva una bella rivista (d’estate va molto l’accoppiata Settimana Enigmistica+Astra), magari un libro, i più colti fra noi; si guardavano i bambini sguazzare, e ogni tanto scattava l’ora del caffè, dell’aperitivo, del fritto misto.
Il computer era a casa, magari anche a qualche centinaia di chilometri, e mi sembra di ricordare che si vivesse benino lo stesso.
Ma che ve lo dico a fà? Lo scorso anno sul mio iPad, sotto l’ombrellone, ho visto le Olimpiadi di Londra, e gli Open Championship di golf. Ovviamente tra una email e l’altra. Perché gli stabilimenti senza il wifi sono out.
La spiaggia libera? Sì, forse potrebbe essere una soluzione, se non fosse che i Comuni più intraprendenti, o le inutili Province, si sono attrezzati per predisporre una rete wifi lungo i litorali, anche là dove il segnale degli operatori muore all’alba, come i sogni di tranquillità.
Macchina e motorino ormai non li considero più neanche dei luoghi diversi dalla scrivania; ho raggiunto un’abilità combinata di guida e dialogo internettiano che se esistesse come disciplina olimpica invece del triathlon, sarei un sicuro medagliato.
Il treno è una centrale telefonica, non lo considero neanche.
L’aereo, una volta l’unico luogo di reale silenzio comunicativo, sta per cedere anch’esso; diverse compagnie stanno testando sistemi wifi di bordo, e a breve, magari a costi esorbitanti (ma per un malato di mente i soldi sono irrilevanti), tutti noi potremo continuare le nostre sfide a Ruzzle anche in volo sopra l’oceano.
Beh, in teoria c’è un momento, se non un luogo, in cui anche un malato come me potrebbe passare qualche minuto in pace senza la sua connessione internet.
E’ quel momento romantico… pieno di passione… in cui l’amore finalmente trionfa, e Platone lascia il passo ad un sano pragmatismo da letto.
Ho però scoperto che se lascio l’iPad appoggiato al comodino, leggermente inclinato, riesco anche in quel frangente a sbirciare…vabbè sorvoliamo su questo punto, non è di questo che volevo parlare.
Perché stamattina, mentre mi preparavo, e pensavo – sì PENSAVO, non stavo attaccato ad un dispositivo elettronico – ho scoperto qual è l’unico posto dove non sono costretto a essere on line, senza spendere i soldi per una cura disintossicante.
E’ la doccia.
No, non la vasca. Nella vasca da bagno, con qualche accortezza, si può tranquillamente navigare, chattare, e altre amenità.
E’ il box doccia l’ultimo baluardo contro l’invasione della connettività.
Sotto la doccia riesco a fare cose che pensavo appartenessero ormai al passato, tipo pensare, canticchiare, elaborare racconti, sognare grandi viaggi e grandi imprese, immaginarmi al comando di un incrociatore, capitano d’industria, su una spiaggia tropicale (no wifi, please), o semplicemente su una poltrona a leggere un libro. Di carta.
Appena la doccia finisce, un’occhiatina allo smartphone e si rientra subito nella spirale della dipendenza.
Per questo ho deciso di rivolgermi direttamente alla casa delle idee, alla Apple, che ama lavorare in continuazione su innovazioni rivoluzionarie.
Ecco, Apple, ti prego: non inventare lo smartphone impermeabile.
Lasciami ancora per un po’ quei dieci minuti al giorno in cui posso usare il cervello senza che ci sia un touch screen attaccato.
Sono solo dieci minuti, a te che ti costa? L’iPad ce l’ho già, e non ne comprerò un altro solo perché lo posso lavare con il balsamo.

Aggiornamento del 13 Maggio 2013: mentre in motorino rileggevo un racconto, si è affiancato un altro motorino e mi ha detto:”Polizia Municipale, vogliamo metterlo via quel cellulare?”
Ma non mi ha multato, segno che ha riconosciuto le mie indubbie abilità…

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11 thoughts on “Apple, ti prego…

  1. Non ci posso credere! Un vigile urbano si è preso il disturbo di dirti che non devi usare il cellulare mentre guidi?!?! Chi è questo benemerito? Peccato che la Municipale non pattugli il raccordo anulare…

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