Compagni di Scuola

Quello che oramai è il mio personaggio preferito, il Maresciallo Graziosi, si trova coinvolto in un’indagine che lo riguarda da vicino.
Come sempre, quando la vita privata e il lavoro si intrecciano, rimanere freddi e distaccati è sempre difficile.
Ma ho fiducia in lui.

Se dicessi che mi aspettavo quella telefonata, mentirei; ma che qualcosa di strano girava nell’aria, ecco, quello sì, un po’ lo sentivo.
Davo la colpa alla primavera in arrivo, al fatto che da un paio di mesi nella mia zona non ammazzavano nessuno, e che la mia storia con Mari era finita, e mi ritrovavo ancora una volta solo. Irrimediabilmente, inutilmente, felicemente solo.
Tutto sommato quella fase di stasi non mi piaceva, sono un uomo che ama stare sotto pressione, sul lavoro e nella vita privata, e avrei volentieri pagato per una novità, quei giorni.
Ma non questa.
Perché dopo aver sentito la prima parola, un “Ciao!” squillante e ridanciano, pronunciato da Stefano Lollis, sapevo che il mio periodo di serenità era terminato.
Non ci sentivamo da anni, forse decenni, eppure lo riconobbi senza indugio. Solo lui poteva avere quel tono di voce sempre allegro, sempre sopra le righe, sempre come se la vita fosse un’unica sequenza di attimi felici.
E forse per lui, che il padreterno non aveva dotato di grande intelletto, era proprio così.
Sentire la voce di Stefano Lollis, capire il motivo per cui mi chiamava dopo anni, e valutare l’opzione di buttarmi dalla finestra della mia stanza fu un tutt’uno.
– Stefano, come stai? – dissi invece, pregando iddio che gli avessero rubato la macchina e che volesse solo una raccomandazione.
– Maresciallo! che piacere sentire la tua voce! – Stefano metteva i punti esclamativi su tutte le frasi. Non c’era banalità che non meritasse di essere evidenziata dal suo tono di voce.
– Scusa se ti telefono a quest’ora e in caserma, ma sto scappando, devo prendere un aereo – continuò imperterrito – Piuttosto, lo sai perché ti chiamo? –
La sua voce si alzò di tono, e capii che la sua macchina era ancora in garage, e che forse il mio sesto senso, mannaggia a lui, ci aveva azzeccato ancora una volta.
– Tra un mese abbiamo organizzato con qualche altro compagno di classe una cena per festeggiare i 25 anni dal diploma! –
Ecco fatto.
Lo sapevo, cazzo.
Ci sarà un motivo se non frequento nessuno dei miei compagni del liceo, se evito di sentirli anche a Natale e alle feste comandate, se non ho neanche i loro numeri di telefono?
Il motivo è che non voglio ricordarmi quel periodo. Ero un adolescente serioso, introverso, non stavo mai nei giri giusti, e col passare degli anni ho scoperto che molta della mia insicurezza era dovuta ad una classe di persone poco intelligenti, figli di papà, nullafacenti, e quando sono andato all’università e ho conosciuto amici più brillanti ho capito che era stato semplicemente sfortunato, e da allora non avevo quasi più avuto contatti con loro, tranne rari casi.
Avevo anche evitato con le scuse più banali qualche matrimonio, e poi, il fatto di dover girare l’Italia nelle caserme più remote mi aveva aiutato. Tornato a Roma, il fato aveva voluto che mi assegnassero ad una caserma dalla parte opposta della città, ma ormai la consuetudine si era persa, e anche loro immagino tutto sommato non avessero tanta voglia di frequentarmi.
Fino ad ora.
– Marescià, tu ci devi essere assolutamente. Lo sappiamo che sei una celebrità ora, che arresti i criminali, che sei anche andato in televisione, ma hai un mese di tempo per tenerti libero! – si stava tenendo la bomba per ultima – Pensa, ci saremo tutti, ma proprio tutti! Anche Giulia, torna appositamente dagli Stati Uniti! –
Eccola, la bomba. Mi dovetti sedere. La voce di Stefano mi risuonava nelle orecchie, ma non lo sentivo più.
25 anni passati inutilmente, se solo sentire il nome di Giulia mi tagliava le gambe all’altezza delle ginocchia.
Salutai Stefano con una scusa, perché dovevo assolutamente restare solo.
Ordinai di non essere disturbato, e chiusi la stanza a chiave, cosa che non facevo mai; tutti i miei collaboratori potevano entrare e uscire dalla mia stanza a piacimento, e di norma era proprio quello che facevano tutto il giorno.
Mi misi un pugno sulla bocca, chiusi gli occhi, e la vidi.
Giulia.
La ragazza più bella della classe, anzi del liceo, ma che dico: la ragazza più bella che io abbia mai visto in vita mia.
La donna che è stata per me la misura di tutte quelle venute dopo.
Il sogno dell’adolescenza, diventato realtà l’ultimo anno di liceo, quando lei vide in me quello che neanche io all’epoca riuscivo a intravedere: l’uomo maturo, serio, forte, deciso, e non l’adolescente insicuro.
Ci mettemmo insieme durante una gita a Parigi di 4 giorni. Lei a 18 anni non aveva mai fatto l’amore, e se è per questo neanche io.
Partimmo che eravamo due ragazzini, e tornammo che eravamo un uomo e una donna, e ci giurammo eterno amore.
Eterno amore. Un ossimoro più violento di questo non esiste nella nostra lingua.
Non c’è niente di eterno nell’amore, se non il dolore e il rimpianto che rimangono quando il tuo amore va via, e tu pensi per anni, forse per tutta la vita, cosa sarebbe potuto essere, che cosa avreste potuto costruire tu e lei.
Ma la felicità della vita con Giulia durò poco. Poco dopo la fine del liceo cominciò a sembrarmi strana.
Le vacanze che avevamo progettato insieme, e che avrebbero dovuto segnare il nostro passaggio definitivo all’età adulta, all’università, forse anche ad andare a vivere insieme, saltarono all’ultimo momento: Giulia preferì passare agosto con i suoi, “per non farli preoccupare”, diceva.
E io, da stupido, giovane uomo innamorato, le credetti.
Andammo avanti ancora un paio di mesi, poi la verità uscì fuori, prorompente, devastante, umiliante.
Giulia si era messa con uno più grande di noi, laureato in giurisprudenza, e in procinto di andare negli USA per un master a Yale. E lei l’avrebbe seguito, si sarebbero sposati, avrebbe rinunciato all’Università per stare accanto a lui, aiutarlo e diventare sua moglie.
E così fece. Partì quasi improvvisamente, e non tornò più, prese la cittadinanza, e rimase con suo marito, che era stato assunto in un grande studio legale nello stato di New York.
Io inizialmente chiesi informazioni su di lei, ma poi smisi, mi faceva troppo male. Preferii buttarmi a capofitto nello studio, e consumare una sequenza ininterrotta di fidanzate, che per lo più duravano vicino a me pochi mesi, talvolta settimane.
E se oggi sono ancora scapolo, e non riesco a tenermi una donna, forse la colpa è sempre di Giulia, perché nessuna sarà mai come lei.
La giornata passò lentissimamente, e quando furono le 18 me ne andai a casa, tra lo stupore di Di Capua, il mio vice, abituato com’era a lasciarmi nel mio ufficio quando lui andava via, di solito mai prima delle 20, nei giorni normali.
Lo salutai con una mano, senza fermarmi; ci fosse stato qualcosa di urgente, sapeva come rintracciarmi.
Mi era scoppiato un mal di testa violentissimo, per cui appena arrivato a casa presi un paio di pillole e mi misi a letto.
Mi addormentai quasi subito, perché ero stanchissimo, ma mentre scivolavo nel sonno riuscivo a pensare ad una cosa sola.
Giulia, Giulia, Giulia…

Ero nervoso, nervoso come uno che va a sostenere un esame, un colloquio di lavoro, o peggio, un provino fotografico.
Guardavo le mie misere tre giacche, di cui due grigie e una marrone stinto, e non sapevo cosa scegliere.
Cravatta sì? Cravatta no?
Camicia bianca? a righe? button down?
Accarezzai per un momento l’idea di mettermi in uniforme, almeno sarei stato elegante, e gli avrei fatto vedere a quell’esercito di avvocati, commercialisti, dottori figli di papà da che parte stava la legge.
Alla fine, rassegnato all’idea di passare comunque una serata d’inferno, mi decisi per un abbigliamento finto-informale, da carabiniere pronto-all’azione-in-qualsiasi-momento: jeans sdruciti, polacchine, giacca grigia, camicia aperta, e pistola nella tasca posteriore; pistola che non prendevo dalla cassaforte da un anno, e di cui avevo dimenticato l’ubicazione delle pallottole.
Se non altro, sapevo che la tortura non sarebbe durata molto, avevo fatto in modo di essere di turno di notte, quella sera, e anche se in teoria come comandante della stazione ero esentato dai turni, democraticamente mi applicavo le stesse regole degli altri; l’unica concessione che facevo al mio status era di scegliermi la notte del turno, e mi ero scelto proprio quella. Inoltre, in un impeto di crudeltà che mi era necessario per sfogare da qualche parte il male che mi stavo facendo da solo, avevo obbligato Di Capua a fare il turno con me, proprio la sera in cui il Napoli si giocava il passaggio di turno in Champions League. Di Capua non fece una piega, ma si capiva che mi avrebbe strangolato volentieri.

Fatto sta che alle 20 in punto mi presentai al prestigiosissimo ristorante all’Eur prenotato da Lollis. Come immaginavo, tutti sguazzavano in stipendi che erano due o tre volte il mio, e figuriamoci se potevano accontentarsi di pizza e birra.
No, loro avevano prenotato in cima ad una struttura fungiforme, dove camerieri in guanti bianchi servivano l’aperitivo, mentre Stefano Lollis faceva il padrone di casa.
Entrai timidamente, ma fui subito individuato.
– Graziosi! che piacere! sei venuto alla fine! stavamo per mandare la Polizia a prenderti! – che bella battuta, pensai.
Strinsi qualche mano, mentre Stefano mi prendeva sottobraccio.
– Vieni, vieni, erano tutti ansiosi di incontrarti, sono anni che non ti fai vedere! noi ogni tanto andiamo a cena fuori insieme, ma tu mai, eh!? d’altronde, con tutti i criminali in giro da arrestare! fortuna che non stai alla Finanza, altrimenti qui stasera non ci arrivava nessuno! –
Guardai l’orologio, avevo già cominciato il conto alla rovescia per il momento in cui avrei potuto salutare senza offendere nessuno.
– Ti ricordi Sandra? era al banco insieme a Giovanna! eccola là Giovanna! ancora una bella topa, eh!? il marito è chirurgo plastico, le ha rifatto le tette dieci volte, ormai vanno a letto da sole! ahahahahaha – la risata sguaiata era peggio delle parole.
Il giro andò così, le presentazioni rapide, grandi sorrisi, strette di mani, baci sulla guancia e sguardi curiosi. Mi sentivo il pesce nell’acquario.
Poi Stefano si fermò davanti ad un uomo che sembrava molto più vecchio di me. Robusto, se non grasso, gli occhi cerchiati di nero, i capelli radi e bianchi, l’espressione sofferente, il respiro pesante.
– Marescià, come andiamo? –
La voce. La voce non aveva perso quel tono sprezzante, la bocca sorrideva di lato per sottolineare il sarcasmo in ogni parola, l’atteggiamento da uomo di mondo non era cambiato, ma la vita evidentemente aveva richiesto un prezzo da pagare.
– Ciao Sergio, come stai? – chiesi.
Sergio Benedetti. Ignorante, figlio di ignoranti, traffichino nato, scopatore seriale, dedito ad alcool, maria, e gioco d’azzardo. Ripetente tre volte, era infatti più grande di me di un paio d’anni.
Ma l’ultima volta che l’avevo visto era un tipo muscoloso, scattante, sicuro di sé.
Ora sembrava un vecchio rottame.
– Così. Forse me ne sono fatte troppe, e mi sono consumato. Ahahahahah – la risata era roca, e la tosse che la seguì mi confermò che la brutta cera non era un travestimento.
– Alla fine il cuore non ha retto al superlavoro, e me ne hanno dovuto dare un altro. Ma questo era di un ragazzetto, magari ci riesco a fare altri 50.000 chilometri – mi strizzò l’occhio per farmi capire di che chilometri si trattava, ma non ne avevo bisogno. Sapevo esattamente com’era fatto Sergio, ed era uno dei buoni motivi per cui non volevo frequentare i compagni di scuola.
Lo salutai e mi diressi verso il buffet per prendere un bicchiere di vino, quando improvvisamente era lì.
Davanti a me, ad un metro. Il cuore mi si fermò.
Giulia. Bella come l’avevo vista l’ultima volta, più di venti anni prima. I capelli castani chiaro, raccolti da un cerchietto nero di velluto.
Le labbra morbide e rosate.
Gli occhi chiari, la pelle bianca.
Il sorriso immenso, luminoso, i denti bianchi e perfetti.
Rimasi impietrito. Forse a breve avrei avuto bisogno anche io di un trapianto come Sergio, perché il cuore si era fermato. Venti e più anni erano passati invano, tutta la vita che c’era stata dentro, volata via in un attimo.
Eppure non era possibile. Mi stropicciai gli occhi. la guardai meglio, mi sorrideva ancora.
Pensai “se non parli ora non parlerai mai più per tutta la vita”.
Ma non feci in tempo, perché una voce alle mie spalle mi precedette.
– Non sarai mica uno di quei quarantenni che fanno gli stupidi con le ragazzine, vero? –
Mi girai lentamente, ed era lì. La vera Giulia. La stessa di pochi secondi prima, solo con venti anni di più. Una specie di viaggio nel tempo.
Guardai le due donne a bocca aperta, e finalmente riuscii a spiccicare parola:
– Tua figlia, vero? –
Che cretino. Era così evidente. Ma non riuscivo a dire altro.
Lei rise, e mi fece vedere nuovamente quei denti, bianchi e perfetti, che sua figlia aveva ereditato. Insieme a tutto il resto, perché era la copia sputata della madre come me la ricordavo al liceo.
Non sapevo che dire, ero imbarazzato, e lei pure.
Le solite banalità.
– Tuo marito? – chiesi
– Separati. Da qualche anno, sai negli USA è normale. –
– Lavori? che fai? –
– No, non ho un lavoro a tempo pieno, faccio qualche ripetizione di italiano, ma mio marito, anzi il mio ex-marito, ha fatto abbastanza soldi per tutti e due, e io mi sono goduta mia figlia –
Così dicendo la prese per un braccio e l’avvicinò.
– Jennifer, l’abbiamo chiamata così perché a mio marito il mio nome piaceva tanto, e non volevamo che avesse un nome italiano, visto che avevamo deciso di vivere lì. Jenny, this is the friend I told you about so many times. We were very close many years ago, and still are good friends. Scusa ma lei non parla italiano, eccetto qualche parola di circostanza –
La pietosa bugia che Giulia raccontò alla figlia in inglese mi fece sentire anche peggio. Io non ero un vecchio amico. Io ero un coglione che dopo più di venti anni l’amava ancora come quando aveva 18 anni, e lei era la donna che mi aveva spezzato il cuore per sempre, e che ora stava per completare l’opera, aggiungendo al dolore, anche il rimpianto di quello che sarebbe potuta essere la vita accanto a lei.
– Ti fermi molto? – chiesi, e ebbi paura della risposta.
– Qualche giorno, ma devo andare a Milano per curare delle questioni legate all’eredità di mio padre, poi porto Jenny a Venezia e ripartiamo direttamente per New York da Milano. Sarà una breve vacanza, questa a Roma, ma mi ha fatto piacere rivederti. –
E così dicendo mi passò una mano su una guancia, fermandosi all’altezza della tempia.
Io rimasi immobile, le braccia lungo il corpo, un manichino senza vita.
Chiusi gli occhi, e presi da quella carezza tutto quello che potevo, quello che non c’era stato, e che non ci sarebbe mai stato.

Il resto della festa fu per me una tortura, guardavo Giulia da lontano, riuscii a scambiarci qualche altra parola, parlai un po’ con gli altri, ma alle 22 salutai tutti e me ne andai in caserma.
Mi chiusi in stanza, e Di Capua fu trattato male un paio di volte, finché capì che era il caso di lasciarmi stare.
Fu verso le sette di mattina che qualcuno bussò alla mia porta, proprio mentre stavo considerando l’ipotesi di andarmene a casa.
Era Di Capua.
– Marescià, una telefonata per lei – disse con voce sommessa.
Lo fulminai con lo sguardo.
– Mi sembra di ricordare che non volevo parlare con nessuno, te compreso. E’ morto qualcuno? –
– Sì, Marescià –
– Ecco, allora fammi la cortesia, dì che il Maresciallo Graziosi è in via di decomposizione, e passa la segnalazione alla Polizia. Io me ne vado a casa –
– E’ uno che conoscete, Marescià – disse Di Capua porgendomi il telefono.
Lo guardai negli occhi, stupito, mentre rispondevo.
– Pronto? – dissi con paura di sapere.
– Sono Stefano. E’ morto Sergio – non aveva più i punti esclamativi, per una volta.
– Come? quando? – chiesi un po’ stupidamente.
– Stamattina, d’infarto. Il cuore alla fine non ha retto. I funerali ci saranno domattina alle 10, a San Pietro e Paolo. Ci verrai? –
– Certo – risposi, e poi agganciai, stupefatto.
Non riuscivo a crederci. Rivedo un amico dopo oltre venti anni, e il giorno dopo muore.
Che strana coincidenza, pensai. E dire che con il mio mestiere alle coincidenze non dovrei crederci.

Al funerale c’erano tutti. Tutti i compagni di scuola che solo due giorni prima ridevano e scherzavano a cena, ora si ritrovavano in chiesa, seri e compunti, ad ascoltare un prete che diceva loro quanto fosse bravo il loro fratello Sergio, quanto volesse bene a sua moglie, ai suoi figli, quante sofferenze gli aveva mandato il signore, e come le avesse sopportate con pazienza, e quanto tutto ciò gli avesse sicuramente spalancato le porte del paradiso, e la beata visione eterna di nostro signore.
Il fatto che Sergio fosse sempre stato un bastardo, un uomo senza cuore, un truffaldino, questo non era neanche contemplato.
Ma era pur sempre un amico, uno con cui avevo condiviso un pezzo di strada, e poi, a dirla tutta, avevo voglia di rivedere Giulia.
Infatti anche lei era là, in piedi con un soprabito scuro, con i capelli ormai più biondi che castani, con i suoi occhi brillanti ma seri, con le labbra chiuse.
La guardavo di sottecchi, e lei non mi guardò neanche una volta.
Solo alla fine della cerimonia, mi salutò con un leggero bacio, prima di salire su un taxi.
Io tornai direttamente in caserma, anche se la giornata era già stata abbastanza pesante non potevo andarmene a casa.
Mi cambiai, e mi sedetti alla scrivania, ma non feci in tempo neanche ad accendere il computer, che Di Capua entrò senza preavviso.
– Maresciallo, mi scusi, ma c’è una signora che chiede di vederla. E’ la moglie, voglio dire la vedova, del suo amico Sergio Benedetti –
Lo guardai perplesso, ma non c’era molto da dire.
– Certo, falla entrare Di Capua, ci mancherebbe – risposi.
La vedova Benedetti, Silvana per la precisione, era una bella donna di qualche anno più giovane del marito, e anche sotto lo stress di quella morte improvvisa, manteneva una naturale alterigia che la faceva sembrare irraggiungibile.
Era venuta anche lei direttamente in caserma, dopo aver espletato alcune formalità e aver salutato tutti i presenti al funerale, quindi me la trovai davanti vestita di nero, con i capelli scuri che si perdevano nelle tonalità opache del vestito di velluto.
Solo una rosa rosso sangue, che ornava con una spilla l’abito, dava un po’ di colore a quella che indubbiamente doveva essere una giornata scura.
Mi alzai per salutarla, le presi le mani, dissi qualche parola di circostanza, mentre Di Capua le offriva una sedia e un bicchiere d’acqua, ed ero ancora in piedi quando lei disse a bruciapelo:
– L’hanno ammazzato –
La guardai per un istante negli occhi, e vidi che non scherzava, era perfettamente lucida, e mi aveva semplicemente detto un fatto, o quello che lei riteneva tale.
Feci a Di Capua un cenno per fargli chiudere la porta del mio ufficio, e mi sedetti.
– Perché dice questo? – chiesi anche io senza preamboli.
– Sergio era trapiantato da 10 anni. Aveva avuto problemi, ma li aveva sempre superati. Ultimamente le cose andavano meglio, aveva ricominciato a muoversi un po’, le visite erano tutte soddisfacenti, non c’erano segni di rigetto, lui aveva preso questa cosa con serietà, anche se da fuori sembrava fregarsene, e quindi prendeva le sue medicine con regolarità, faceva le analisi, quel poco di ginnastica che poteva, e si asteneva dal bere, fumare, prendere droghe. –
Annuii per darmi un tono e per prendere tempo. Non c’era niente in quello che mi stava dicendo Silvana che potesse farmi sospettare di un omicidio.
Provai a dirlo con delicatezza, avevo imparato che di fronte ad un lutto importante le persone perdono contatto con la realtà, spesso la perdita provoca uno shock, e non era certo la prima vedova o vedovo che veniva da noi asserendo che il coniuge era stato ucciso.
Di solito li mandavamo via abbastanza bruscamente, ma per quanto stronzo, Sergio era pur sempre un mio compagno di scuola, e non volevo trattare male sua moglie.
– Silvana, – iniziai con tono che voleva essere conciliante ma non condiscendente – non ho difficoltà a crederle, ma le devo far notare che un trapiantato ha sempre una percentuale di rischio e una sopravvivenza media più basse del resto della popolazione. Quindi mi sembra un fatto spiacevolissimo, ma che rientra nella norma, che abbia ceduto di schianto. Magari l’emozione di rivedere gli amici, un bicchiere di vino bevuto di nascosto, e alla fine il suo organismo ha ceduto. Immagino che il suo medico curante la possa tranquillizzare su questo –
Lei mi guardò freddamente.
– Sì, lo ha già fatto, se è per questo. Mi ha detto che c’era da aspettarselo, e che tutto sommato meglio così che non con un decorso lungo e doloroso. Ma il fatto è che io ho le prove del suo omicidio – concluse guardandomi dritto negli occhi, come per sfidarmi.
Ecco. Se c’è una cosa che le forze dell’ordine temono più di tutte, è un cittadino in buona fede che pensa di avere le prove di un reato.
Queste prove sono quasi sempre il frutto di visioni paranoiche dell’universo, e non corrispondono quasi mai alla realtà dei fatti.
Anche quando interrogati su episodi a cui hanno assistito, credibilissimi testimoni oculari tendono a manipolare la realtà a loro uso e consumo.
Figuriamoci quando una vedova addolorata si mette in testa che il marito è stato ucciso, e lei ne ha le prove.
Guardai Di Capua, che era rimasto in piedi vicino alla porta, e che fece tremare le palpebre per segnalarmi che la giornata sarebbe stata lunga…
Guardai di nuovo Silvana, ma prima che potessi dire qualcosa, lei aveva preso dalla tasca una confezione di Tic-Tac, di quelle giganti, impacchettate in un involucro di metallo, piatto, da tenere nelle tasche dei pantaloni o nella giacca.
La guardai con fare interrogativo-
– Sergio non amava che si sapesse troppo in giro che doveva prendere pasticche tutto il giorno. Aveva una…come dire…reputazione da difendere. E quindi usava contenitori di caramelle per tenere le medicine. Questo è il contenitore che aveva quando è morto. Lo apra – ordinò.
Io obbedii, e dentro c’erano delle pasticche bianche leggermente schiacciate al centro. Da lontano potevano sembrare mentine un po’ cresciute, ma da vicino si vedeva benissimo che erano medicine.
Alzai lo sguardo su Silvana, e miei occhi dicevano: “allora?”.
– Non nota niente? – mi chiese.
Guardai di nuovo la scatolina, poi tirai fuori le pasticche sul tavolo, e le guardai meglio. Ebbi un dubbio, ne presi una con una mano, e una con un’altra. Le guardai bene. Erano diverse. Impercettibilmente diverse.
Alzai lo sguardo su Silvana, che stava sorridendo. Un sorriso amaro, ma era contenta di avermi portato dove voleva. Anche Di Capua si era avvicinato, per vedere meglio.
– Marescià, a me sembrano uguali – disse, e glie le diedi così che potesse osservarle da molto vicino. – Ah, cazzo, mi scusi signora, è vero, sono diverse, ma se uno non le guarda a due centimetri dagli occhi non se ne accorge –
– Appunto – disse Silvana – e dato che mio marito non ci vedeva neanche tanto bene da vicino, non se ne sarebbe potuto accorgere neanche così. –
Guardai Silvana negli occhi.
– Mi sta dicendo che quelle pasticche… – non mi fece finire-
– Una parte di quelle pasticche sono pillole per il mal di testa. Non hanno alcuna funzione di protezione cardiaca, anzi, possono addirittura provocare danni. Se mio marito ne ha prese troppe, il cuore può aver ceduto. –
Rimasi a bocca aperta. Ogni regola vuole la sua eccezione, e stavolta sembrava che il cittadino normale avesse colto nel segno.
Anche Di Capua era sorpreso, e non gli succede spesso.
– Silvana – ripresi – lei vuole dire che qualcuno ha sostituito le pasticche di suo marito con alti farmaci, innocui o dannosi, aspettando solo il momento in cui ne prendesse un numero sufficiente per rimanerci secco? –
– In realtà no, Maresciallo. Non doveva aspettare poi tanto. Queste pasticche devono essere prese ogni poche ore. Saltarne una voleva dire mettere sotto sforzo il cuore, saltarne due significava un’alta probabilità di infarto, saltarne tre la morte certa. Sono medicine salvavita, e mio marito è andato avanti 10 anni solo grazie a queste. Per cui, chiunque sia stato, era certo che mettendone la metà o anche solo un terzo nella scatoletta, avrebbe ottenuto quello che voleva abbastanza presto –
Misi le mani sulla scrivania, e con il tono di voce più professionale che potevo dissi:
– Silvana. Lei è consapevole che se noi iniziamo un’indagine, lei sarà la prima sospettata? Aveva l’opportunità, la conoscenza dei medicinali, il movente, insomma. Se dovessi scommettere oggi su un colpevole francamente scommetterei su di lei –
Lei non sembrò turbata da quelle parole, che avevano in parte lo scopo di metterla a disagio per capire le sue intenzioni.
– Lo so benissimo, Maresciallo. Lei faccia il suo dovere. Io le posso dire che volevo bene a Sergio. Era uno stronzo. Un delinquente. Ma era il padre dei miei figli. Era la persona che mi sosteneva, economicamente e moralmente. E la malattia ci aveva avvicinato. Lui non era cambiato, no, sospetto che continuasse ad andare a letto con altre donne, ma lo aveva sempre fatto, non lo avrei certo ammazzato per questo, e casomai non avrei aspettato così tanto. Per i soldi, non mi lascia gran che, stia sicuro. I soldi sono girati a casa nostra, certo, ma lui ne ha sperperati parecchi. D’altronde erano in gran parte soldi che venivano da attività poco lecite, e quindi non mi dispiace neanche più di tanto. E come immaginerà, l’assicurazione, viste le sue condizioni, non ci darà neanche una lira. Quindi come vede, non avevo tutte queste motivazioni, ma capisco il suo punto di vista, e le garantisco che se cercherà l’assassino di mio marito, non lo troverà guardando me –
Questa ultima frase mi colpì, non capii se voleva rassicurarmi, sedurmi, o che altro.
Comunque la congedai, e restai solo con Di Capua.
– Che ne pensi? – gli chiesi. Il suo parere di solito era franco ed equilibrato.
– Penso che oggi è una giornataccia, Marescià, perché le toccherà chiamare Desiati –

Di Capua aveva ragione.
Se volevo capire qualcosa e avere la speranza di trovare qualche indizio, dovevo aprire l’indagine, parlare con il magistrato, ma soprattutto allisciare il pelo a Desiati.
Il patologo medico, l’uomo più stronzo sulla faccia della terra, ma che era talmente bravo che non si riusciva a rimuovere dalla sua posizione.
Decideva lui quali casi portare avanti e quali priorità dare alle analisi di laboratorio.
E spesso dipendeva dalla simpatia che gli faceva il suo interlocutore. Inutile a dirsi, io e lui non ci prendevamo proprio, per cui i miei casi finivano sempre in fondo alla lista, e ogni volta dovevo fare i salti mortali.
Sistemate le carte e le autorizzazioni – mi ci volle quasi tutta la giornata – lo chiamai.
– Carissimo Desiati! come stai – cercai di partire con il piede giusto.
– Che ti serve Graziosi? sono occupatissimo – il suo tono di voce mi diceva che era stata una brutta giornata, e la mia telefonata non avrebbe contribuito a migliorarla. Decisi di andare al sodo.
– Ho l’autorizzazione del magistrato per analizzare un cadavere per un sospetto omicidio. Il funerale c’è stato stamattina, quindi la bara sarà ancora nel magazzino del cimitero, per cui non dobbiamo neanche riesumarlo. Immagino che se tu riuscissi a dargli un’occhiata domattina, non avremmo perso poi troppo tempo, è morto due giorni fa –
Silenzio. Tutto sommato, conoscendo Desiati, un buon segno.
– E’ stato tenuto in una cella frigorifera? – stronzo. Sapeva già la risposta, quale cadavere viene tenuto in una cella frigorifera se non ci sono glil estremi per l’autopsia?
– Credo di no… – iniziai ma mi interruppe.
– Allora è un lavoro inutile, i valori sono falsati, dovrei passarci sopra una settimana e non avrei neanche risultati affidabili. Ti saluto Graziosi, stammi bene – stava per attaccare, lo sentivo.
– Aspetta, aspetta Desiati! – urlai – fermati un attimo. Il tizio in questione prendeva delle medicine molto particolari, non dovrebbe essere difficile misurarne i valori, anche dopo due giorni. Non è che ti sto chiedendo di dirmi i colesterolo! –
Ancora silenzio. Poi:
– Ce l’hai ancora quell’amico che fa il servizio allo stadio? – bastardo, stava arrivando la richiesta.
– Chi, Santini? certo, perché? –
– Sai, mio figlio è appassionato di Rugby, vorrebbe andare a vedere l’ultima partita del Sei Nazioni, e i biglietti sono finiti. Magari se tu potessi metterci una buona parola… – e lasciò la frase in sospeso.
– Due biglietti in tribuna autorità. Te li garantisco io, a costo di andarli a chiedere al Comandante di Stato Maggiore dell’Esercito. – era vero, lo avrei fatto.
– Ottimo. Allora fammi mandare subito il cadavere, ho ancora da fare qui, mi trattengo un po’, gli dò un’occhiata subito-
Ringraziai mentalmente il dio delle Sei Nazioni, e riattaccai.

La telefonata di Desiati arrivò la mattina dopo, verso le 10.00
– Ciao Graziosi, se mi porti i biglietti ti racconto del cadavere. Gli ho dato un’occhiatina e ci sono delle cose interessanti –
Senza ritegno, voleva anche la consegna a domicilio.
– Certo carissimo, arrivo subito, in dieci minuti sono da te – e vaffanculo, aggiunsi mentalmente, ma mi serviva la sua competenza, e anche se avevo dovuto aprire un altro debito con Santini, in questo momento era più importante avere i dati di Desiati.
Arrivai all’Istituto di Patologia Medica e mi recai subito nella stanza di Desiati, e gli diedi i biglietti. Lui li intascò con nonchalance, e venne al punto.
– Il cuore ha ceduto di schianto. Devo dire che era messo malino, non tanto l’apparato cardiocircolatorio, quanto il resto. Sospetto che abbia avuto una vita intensa, per quanto riguarda alcool, fumo e droghe varie, gli organi interni e in particolare fegato e polmoni erano ridotti male. Comunque la morte è compatibile con il suo status di trapiantato da lungo tempo. Ho fatto delle analisi rapide del sangue, e non ho trovato grandi tracce della sostanza che mi hai indicato. –
– Quindi effettivamente non ha preso la pasticca come avrebbe dovuto. E da quanto tempo? – chiesi con rinnovata attenzione.
– Ah questo non te lo saprei dire – tagliò corto Desiati.
– In che senso, scusa? –
– Beh, la pasticca ha una vita media molto breve, e viene assorbita e utilizzata dall’organismo in poco tempo, per questo va presa ogni tot ore, diciamo ogni 6, il suo effetto dura poco. Quindi se ne abbia saltata una, o dieci, il giorno prima, il mese scorso, o quando è, non te lo saprei dire. Può darsi anche che l’avesse presa regolarmente 4 o 5 ore prima di morire, e anche in questo caso non ne avrei trovato traccia. Farò analisi più approfondite, ma non credo che uscirà fuori molto di più –
Rimasi basito. Non c’erano indizi.
– Insomma non mi sai dire niente – dissi stizzito, pensando anche ai biglietti e al favore che Santini mi avrebbe potuto chiedere in cambio.
– Non è mica colpa mia – si schermì Desiati – queste sono le conclusioni che avrebbe raggiunto qualsiasi patologo, io ti ho fatto il favore di analizzare il cadavere subito, non mi pare poco, no!? –
Tutto sommato aveva ragione, non era colpa sua.
Lo salutai, e tornai in caserma.
Con Di Capua nel mio ufficio cercammo di riassumere quello che sapevamo, che non era gran che.
Qualcuno aveva sostituito le pasticche.
Questo era l’unico fatto. Quindi c’era una volontà di uccidere Sergio.
Ma sul chi non avevamo idea.
Neanche sul quando, perché le analisi non ci fornivano indicazioni.
Il movente lo avremmo cercato, indagando sulla vita di Sergio, ma era un’analisi a largo spettro, vista la vita che conduceva e la gran quantità di persone che poteva avercela con lui per un motivo o per l’altro.
E a dire il vero, non eravamo neanche sicuri che la sostituzione della pasticca fosse il vero motivo. Magari, per motivi fortuiti, o perché aveva riconosciuto la pasticca e voleva far credere al suo possibile omicida di esserne ignaro, aveva continuato a prenderla, e poi era morto veramente per cause naturali.
Sorrisi, e di fronte allo sguardo interrogativo di Di Capua feci un gesto con la mano per dire che non era niente di importante, ma mi era venuta in mente una scena del film “Animal House”, quando spediscono uno degli amici, il più tonto, a sparare ad un cavallo con una pistola caricata a salve, e poi il cavallo per lo spavento moriva d’infarto.
Ecco, forse Sergio si era spaventato, come il cavallo del film, ma nessuno gli aveva veramente sparato.
Insomma, non avevamo niente in mano, e cominciavo a pensare che ci stavamo imbarcando in un’indagine senza capo né coda, che ci avrebbe fatto perdere un sacco di tempo e che non avremmo risolto nulla, quando squillò il telefono. Era Desiati, che parlava, come suo solito, mentre mangiava un panino.
Campassi cent’anni non capirò mai come fa un patologo a mangiare circondato da cadaveri dissezionati.
– Ciao Graziosi – disse masticando – scusa ma volevo darti qualche informazione che penso ti sarà utile. Quando sei andato via, ho telefonato ad un collega, un cardiologo che si occupa di pazienti trapiantati, e gli ho raccontato la storia, per vedere se gli veniva qualche idea. – a quanto pare anche Desiati aveva una coscienza, e aver intascato i due biglietti lo aveva spronato a darsi da fare sul caso più del necessario.
– OK e quindi? – dissi ancora incazzato con lui.
– Insomma te la faccio breve. La molecola della pasticca che prendeva il tuo amico si assorbe in fretta, come ti ho detto. Tuttavia, uno degli effetti collaterali è di essere antagonista di un enzima, che può provocare dei danni collaterali alla regolazione della pressione arteriosa. Questo enzima si cumula, nel senso che ci vuole un po’ per ridurne la quantità nel sangue. –
Non capivo dove voleva andare a parare.
– Senti Desiati, non puoi parlare in un modo che sia comprensibile anche a me? – ma stavo attento, perché avevo capito che stava per dirmi qualcosa di nuovo.
– Va bene. In sostanza, analizzando questo enzima, possiamo dire con una certa precisione da quanto tempo Sergio non assumeva la medicina –
Ora aveva tutta la mia attenzione e quella di Di Capua.
– Da quanto? – chiesi.
– Massimo 12 ore – rispose lui, e riattaccò.
12 ore.
– Questo significa… –
Di Capua non mi fece finire.
– Che dobbiamo fare una bella chiacchierata con i suoi compagni di scuola, Marescià –

Non c’erano dubbi. Sergio aveva preso regolarmente le sue medicine fino al giorno prima, e dalla sera aveva smesso. Perché qualcuno le aveva sostituite, solo in parte, con delle pasticche per il mal di testa.
E per un uomo nelle condizioni di Sergio era stato sufficiente.
Ora si trattava di stabilire chi potesse aver avuto interesse, tra i compagni di scuola, gli ultimi che lo avevano visto vivo, ad ucciderlo.
Di Capua si incaricò di recuperare i dati sui miei compagni, dichiarazioni dei redditi, società, attività economiche, relazioni più o meno note, e io preparai con il magistrato i mandati di comparizione. Ci volle un po’, ma fummo pronti in pochi giorni.
Giulia fu intercettata a Milano, poco prima di imbarcarsi per New York, e le fu chiesto, con cortesia ma con decisione, di consegnare il passaporto e di recarsi a Roma.
Avrei voluto andarci io, ma non era possibile. Anche se mi dispiaceva averle rovinato il ritorno a casa, ero felice di poterla rivedere ancora una volta, quella carezza di qualche giorno prima bruciava ancora la mia pelle, e il mio cuore, e l’idea di non rivederla più mi bloccava lo stomaco, e tutto il resto.

Quando Di Capua mi portò i resoconti della sua analisi, mi venne un moto di scoramento.
A quanto pare, eccetto me e pochi altri, Sergio aveva rapporti profondi e di lunga data con tutti i compagni di scuola, e da quanto si poteva capire, niente di particolarmente edificante.
Dai movimenti bancari si evincevano prestiti, favori, acquisti di automobili, vacanze, e altro.
A quanto pare, Sergio di fatto era una banca privata, e chi più chi meno aveva attinto ai suoi servizi.
Immaginavo, visto il tipo, che ci fossero anche altri tipi di servizi che poteva offrire a uomini relativamente giovani, professionisti, senza apparenti problemi di soldi.
Insomma, c’era da scavare parecchio, e la cosa non sarebbe stata né piacevole, né breve.

Lasciai a Di Capua la fastidiosa incombenza di spulciare la documentazione e di cercare di trovare delle chiavi di lettura che ci consentissero di restringere quanto meno il campo, e mi accinsi a fare la cosa che temevo e desideravo più di tutte.
Incontrare di nuovo Giulia.
Stavolta non come amante, o vecchio amico, ma come inquirente, e lei come testimone, sospettata, informata dei fatti, insomma: dall’altra parte della barricata.
Non sarebbe stato piacevole, e non l’avrei mai voluto fare, ma è il mio lavoro, e preferii farlo io, da solo, piuttosto che evitare il confronto.
Giulia mi aspettava in una saletta che usavamo per gli interrogatori informali. Non c’erano specchi, telecamere, strumenti di contenimento. Era una chiacchierata, la stessa che avrei fatto con tutti i miei compagni di scuola, ma lei era la prima.
Volevo lasciarla tranquilla, ascoltarla il prima possibile, e non doverla invece sentire dopo aver dovuto affrontare altre persone, altre storie, altre miserie umane.
Volevo essere con lei aperto, disponibile, sereno.
Quando entrai e mi sedetti ci salutammo appena. La sua espressione mi diceva già che era infuriata.
Gli occhi, sempre bellissimi, erano ora due lame di ghiaccio, e la bocca che non sorrideva era segnata da due piccole rughe ai lati, che facevano intuire i suoi 44 anni.
E io l’amavo, comunque. Vaffanculo.
Giulia prese la borsetta ed estrasse un pacchetto di sigarette.
La fermai con un gesto della mano.
– Mi spiace, non si può fumare in questo edificio, disposizione strettamente osservate del nuovo Comandante del Corpo. Abbiamo sensori installati dappertutto, e scatta subito l’allarme. – dissi con un sorriso.
Lei mi guardò furiosa, e rimise dentro il pacchetto.
Mi guardò un attimo, poi si sporse verso di me:
– Mi hanno fermato all’aeroporto, davanti a tutti, con mia figlia, come fossi una ladra, mi hanno ritirato il passaporto, e mi hanno intimato di presentarmi qui entro oggi. Ho dovuto cancellare la prenotazione, comprare un biglietto in fretta e furia, tornare indietro, e ora sono qui per essere interrogata. Da te, poi. Posso sapere che cosa succede? –
Cercai un modo semplice per dirlo, ma non c’era.
– Sergio è stato assassinato, di questo siamo certi, e ci sono buone probabilità che sia stato uno di voi, dovrei dire uno di noi, se non fosse che io sono da questa parte. Uno dei suoi compagni di scuola. Per questo siete tutti qui, o ci sarete nei prossimi giorni, per essere interrogati, fornire spiegazioni, dettagli sui vostri spostamenti. E dovete essere tutti a disposizione, almeno finché non chiudiamo le fasi preliminari dell’indagine. Mi dispiace ma non è possibile altrimenti. Il ritiro del passaporto è stato ordinato dal magistrato, e anche per tua figlia, che era presente e che in teoria potrebbe essere sospettata –
Giulia fece una risata di gusto, e mi fece finalmente rivedere i suoi denti, che adoravo, ma era una risata amara.
– Mia figlia? ma che dici? mia figlia non conosceva nessuno, e neanche io a dire il vero, perché non li vedevo, te compreso, da quasi 25 anni. Quindi lascia fuori mia figlia da questa storia – mi disse con fare minaccioso.
– Sai che non posso, Giulia – risposi, il più calmo possibile.
Mi guardò fisso, come se volesse scrutarmi dentro, ed era così. Sembrava lei, l’inquirente, e io l’interrogato.
– Perché mi fai questo? perché? ti vuoi vendicare? vuoi farmi pagare il male che ti ho fatto? vuoi usare la tua posizione per schiacciarmi, per umiliarmi, per farmi sentire peggiore di quella che sono? non ne hai bisogno, perché sono stata male anche io, sappilo! –
Sentii la rabbia che mi saliva, e nonostante l’amore per quella donna, i buoni propositi, e la mia professionalità, perdetti il controllo:
– Sei stata male? TU sei stata male? – le urlai – CHI è stato lasciato da un giorno all’altro senza motivo? CHI si è sposata con il primo che capitava solo perché era un rampollo ricco e belloccio e ti prometteva una bella vita? CHI se ne andato negli Stati Uniti per 25 anni, senza una lettera, senza una telefonata, senza avermi mai cercato in questi anni? che amore è questo? Giulia, dimmelo? sei stata male? ma chi può stare male per una persona se non glie ne frega niente? allora dimmi! –
Erano saltati gli schemi, non eravamo più due ruoli, ma due persone, un uomo e una donna che tentano di attraversare 25 anni in un attimo, ma senza riuscire a non farsi del male.
– Io ti ho amato, cazzo!!! – urlò anche lei – ti ho amato, e ne ho le prove, mi capisci? NE HO LE PROVE! –
Batté con la mano sul tavolo facendolo saltare, poi si rilassò e si risedette, composta, e mi guardò di nuovo, ma i suoi occhi erano cambiati, non erano più freddi come prima, erano di nuovo quegli occhi azzurri, brillanti, che sorridevano prima della bocca.
Io rimasi a bocca aperta, mentre lentamente, come una marea inarrestabile, la comprensione si faceva largo nella mia mente.
E mentre le pupille mi si dilatavano, e il respiro si fermava, l’immagine della giovane donna che somigliava così tanto alla madre mi afferrò dappertutto, in testa, nel cuore, nelle gambe.
Jennifer. Mia figlia?
Guardai Giulia, e ora i suoi occhi erano dolci, e la sua schiena inarcata, come qualcuno che si sia liberato di un peso enorme, e ora si senta sgonfiato.
– Jennifer…non è figlia di tuo marito, vero? – chiesi a bassa voce.
No, fece lei con la testa, sempre guardandomi con dolcezza.
Poi si alzò, mi passò vicino, e andò via. Non la fermai.
Prima di uscire, mi fece di nuovo quella carezza, la sua carezza, quella che ancora sognavo qualche volta, la notte.
Rimasi in quella saletta, per un’ora. Da solo. A pensare. Anzi. A non pensare.

Quando riuscii a tornare in ufficio, Di Capua era lì che mi aspettava. Sapeva dov’ero, e anche se non sapeva tutta la storia, doveva aver intuito che avevo bisogno di stare solo, ed era rimasto nel mio ufficio a guardare le carte.
Se ogni tanto avevo dei dubbi di essermi scelto un vice con le palle, erano momenti come questi che mi facevano capire che persona fosse, e di quanto fosse prezioso per me.
Mi sedetti, e gli chiesi se aveva trovato qualcosa.
– Forse sì, Marescià. Nel senso che quasi tutti i suoi amici come le dicevo, avevano fatto acquisti o venduto qualcosa al Benedetti, ma sinceramente, mi potrei sbagliare eh!?, ma nessuna transazione mi sembra particolarmente sospetta. Voglio dire, forse qualche porcheria ci sta, intendiamoci, ma come motivo per ammazzare un cristiano, Marescià, non mi pare. Ma comunque, intanto che facciamo ulteriori riscontri, ci sta uno che mi è balzato subito agli occhi. –
Mi avvicinai, incuriosito. Di Capua aveva una capacità di trovare le magagne nei dati e nei tabulati che non potevo sottovalutare.
– Ecco qua, guardi – e mi indicò una serie di estratti conto.
– Vede? – continuò – dieci mesi fa c’è un bonifico del Benedetti a suo favore, con la dicitura “prestito infruttifero”. Sono 20.000 euro tondi tondi. Poi dal mese successivo ci sono bonifici verso il Benedetti, da 3.000 euro l’uno, per tre mesi. Poi per due mesi niente. Poi uno da 1.500 euro. Poi ancora niente. poi 1.000 euro. Poi niente –
Mi guardò, ma non riuscivo a capire.
– Vabbè, si sono scambiati dei soldi, forse non è un’operazione pulitissima, e magari informiamo la finanza – dissi perplesso – ma che ci vedi di sospetto? –
– Marescià, secondo me questo era un prestito a strozzo. Il Benedetti aveva dato 20.000 euro, e la rata mensile era di 3.000, e chissà per quanto tempo. Però poi i pagamenti sono irregolari, probabilmente il beneficiante non ce la faceva a stare dietro alle rate, e che io sappia, gli strozzini non sono contenti di non vedere indietro i loro soldi –
Annuii, la cosa filava.
Guardai il nome sull’estratto conto, poi dissi:
– Fai qualche controllo approfondito su eventuali problemi, movimenti, denunce, etc, poi convochiamolo subito –
Forse avevamo trovato un indizio.

L’uomo che mi guardava dall’altra parte del tavolo era chiaramente spaventato. Sembrava l’ombra del ragazzo che avevo conosciuto, e anche del giovane uomo che avevo incontrato ad una festa solo pochi giorni prima.
Stefano Lollis aveva perso la sua giovialità, e tremava di paura.
La presenza di Di Capua in uniforme probabilmente non lo aiutava, ma non volevo essere tenero con lui, soprattutto se fosse emerso che aveva ucciso Sergio.
Quando entrammo si alzò di scatto e cercò di abbracciarmi:
– Io non capisco, cosa succede? mi sono venuti a prendere all’autosalone, che cosa succede? perché sono qui? –
Lo misi a sedere, tranquillizzandolo. Alla paura si sommava il fatto che nessuno ancora sapeva che la morte di Sergio non era accidentale. Avevamo preferito non diffondere la notizia, per evitare fughe o intromissioni nell’indagine, e solo Giulia, che era stata fermata all’aeroporto, sapeva cose stesse succedendo, e a quanto apre non aveva avvertito nessuno.
Decisi di andarci giù pesante. Stefano era in una situazione di stress e probabilmente non sarebbe stato capace di mentire.
– Stefano, sappiamo che Sergio ti aveva prestato dei soldi, e che tu faticavi a restituirli. Probabilmente ti ha minacciato, ti avrebbe ridotto sul lastrico, o ti ha addirittura mandato qualcuno ad “ammorbidirti”. E dato che sappiamo che la sua morte non è stata accidentale, mi piacerebbe sapere quanto c’entri tu in questa storia –
Sorprendentemente, si mise a piangere.
Un pianto sommesso, ad occhi chiusi, come un bambino, con le lacrime che scendevano piano sulle gote.
– Non ce la facevo ad andare avanti, avevo un mutuo da saldare, ho chiesto a Sergio un prestito, mi ha detto che mi prestava 20.000 euro, ma glie ne avrei dovuti restituire 60.000, a rate di 3.000 euro al mese. Io ho provato, ma poi le vendite sono scese, e ho cominciato a saltare le rate. Lui mi chiamava tutti i giorni, mi minacciava, avrebbe detto tutto a mia moglie, mi avrebbe tolto il salone, la casa. Ero in difficoltà, mi capisci? allora ho pensato: organizzo una festa, magari se rivanghiamo la vecchia amicizia, si ammorbidirà un po’. Ma poi, la sera che ci siamo visti, mi ha preso da una parte, e mi ha detto che se entro 10 giorni non saldavo le rate arretrate, mi avrebbe fatto rompere una gamba. Capite? ero disperato! –
Continuava a piangere, ora singhiozzando.
– Stefano, l’hai ucciso tu? – chiesi con un tono più morbido.
Negò recisamente con la testa.
– No, non l’ho ucciso io. Non sarei mai stato capace. Se non fosse morto, mi sarei ammazzato io, almeno mia moglie e i miei figli non avrebbero avuto conseguenze. –
Così dicendo si abbandonò disperato sulla sedia.
Io guardai Di Capua, e anche lui mi fece un cenno, come dire: “forse non sta mentendo”.
Decidemmo di trattenerlo, più per evitare che si ammazzasse, che per il reale pericolo di fuga, ma non eravamo convinti di aver trovato un possibile colpevole.
Quando nel pomeriggio ci ritrovammo con Di Capua, avevamo già interrogato una decina di persone, ma a parte qualche affare losco, e qualche pianto, non trovammo niente che ci facesse cambiare idea: Stefano Lollis era ancora l’indiziato numero uno, anche se le prove a suo carico erano legate unicamente al movente e all’opportunità, ma probabilmente in tribunale non avrebbero retto.
Chiesi a Di Capua se avessero perquisito la casa di Sergio, in cerca di qualche indizio ulteriore.
– Sì, Maresciallo, abbiamo portato via una gran quantità di scatoloni, i computer, libri contabili, un sacco di roba. Probabilmente ci vorranno settimane per analizzare tutto. Ho dato un’occhiata di persona, ma sinceramente non c’era nulla di evidente. Magari quando la scientifica farà i rilievi, e confronteremo le impronte digitali, ne sapremo di più –
Insomma non avevamo niente. La mia esperienza mi diceva che passare settimane o mesi a spulciare scartoffie o hard disk di computer, raramente portava a qualche risultato.
Andava fatto, ci mancherebbe, nel caso in cui ci fosse qualche elemento a supporto, ma nei rari casi in cui si trovi qualcosa, poi ci pensa il processo a smontare le prove, per come erano state trovate, manipolate, conservate…no, quello che serviva era una bella confessione, e per il momento non ne avevamo nessuna.
– La macchina? – chiesi.
– Niente. Nulla di strano. Le solite cose: un ombrello, il libretto, qualche mappa, fazzoletti, insomma cose così, una confezione di fiammiferi usati, e i caricabatteria per cellulare e iPad –
Guardai Di Capua incuriosito.
– Fiammiferi, hai detto? ma la moglie non ci aveva detto che era stato attento? –
– Sì, ma Desiati ci ha confermato che anche gli altri organi interni erano a pezzi, per alcool, fumo e droga –
Stavo ragionando. Questo elemento, che non avevo focalizzato quando avevo parlato con Desiati, mi portava però in una direzione imprevista.
– Scusa Di Capua – ragionai a voce alta – ma se lui se ne fotteva dei consigli medici, e continuava a bere fumare, e chissà che altro, perché poi avrebbe dovuto rispettare meticolosamente le consegne mediche per quanto riguarda le pasticche? Voglio dire, mi sembra un po’ infantile prendere le medicine, e poi ammazzarsi in un altro modo, non trovi? –
Anche Di Capua era perplesso.
– Mah, forse pensava che alcool e fumo non fossero un rischio così grande. E comunque, c’è poco da fare, l’autopsia parla chiaro –
Sentivo che la spiegazione di Di Capua poteva avere un senso, ma era debole. Decisi di chiamare Desiati, per aver qualche ragguaglio ulteriore, e anche il suo parere di medico. Stronzo, ma sempre medico era.
– Ciao Marescià! – mi rispose sempre con il solito panino in bocca. Io quello lo odiavo, non c’è niente da fare.
– A proposito, grazie per i biglietti, la partita è stata fantastica, e mio figlio è stato contentissimo. Che posso fare per te, amico mio? –
Ecco. Quando un serpente mi chiama “amico mio”, subito mi rizzano i peli del collo.
Ma non feci trasparire la mia irritazione.
– Volevo un chiarimento sull’autopsia del mio amico. Non riusciamo a capire perché uno che prende regolarmente le medicine per non schiattare, poi però beve e fuma regolarmente –
– Ah, ma lui mica beveva e fumava! – rispose allegramente Desiati.
Io e Di Capua, che ascoltava in viva voce, facemmo quasi un salto sulla sedia.
– Come? come? che intendi dire? –
– Intendo dire che non fumava e non beveva da anni – disse Desiati un po’ sulla difensiva.
– Ma scusa, non ci avevi detto che fumo e alcool gli avevano rovinato gli organi interni? – dissi io un po’ incazzato.
– Beh, sì…ma in passato…si vedeva benissimo che fegato e polmoni non dovevano più macinare alcool e fumo da tempo… –
– E secondo te, come avrei fatto io a “vedere benissimo”, se tu non me lo dici? – ero fuori dalla grazia di dio.
– Ma tu non me lo hai mica chiesto…poi lo avrei scritto sul report che manderò al magistrato la prossima settimana… –
Lo avrei strozzato. Solo la distanza lo stava proteggendo. E anche su quello stavo ragionando, se non fosse il caso di prendere la macchina ed andarlo ad eliminare fisicamente.
Fu lui a risvegliarmi dai miei pensieri omicidi.
– Senti, a proposito, Graziosi, non è che il tuo amico mi può rimediare un paio di biglietti per il derby? sai mio figlio…-
– Vaffanculo, Desià –
E chiusi la conversazione senza dargli tempo di finire la frase.
Una volta calmato, mi rivolsi a Di Capua.
– Da dove venivano questi fiammiferi? –
– Mi pare Hotel Angela, una specie di motel sulla Colombo. Mi ha colpito il nome perché è il nome di mia nipote, che è nata proprio il mese scorso. –
– Allora andiamo a parlare con quelli dell’Hotel Angela, Di Capua. Qui la cosa si fa interessante –

L’Hotel Angela, stelle due, era un palazzone che spuntava improvvisamente su Via Cristoforo Colombo, e vi si affacciava dai piani più alti, mentre quelli bassi erano irrimediabilmente oscurati dalla strada che passava sopra ad una specie di piccolo viadotto.
La reception, se così si poteva chiamare, era piccola, e sembrava catapultata a noi da un’era geologica anteriore, una dove le stanze erano ancora aperte da chiavi, il centralino era di color avorio, e gli addetti erano italiani e vecchi.
Ci qualificammo, e chiedemmo subito di vedere i registri, sperando che almeno su quello si fossero adeguati alle norme del millennio corrente. Lo avevano fatto, e infatti il nome “Sergio Benedetti”, comparivo scritto chiaramente, a mano, sul registro, alla data di qualche giorno prima. Controllai, era proprio il giorno della cena con i compagni di scuola.
Ma che ci faceva Sergio in quell’albergo di infima categoria, la sera della cena?
Aveva portato una donna? Possibile, forse qualche prostituta con cui si era dato appuntamento.
Sul registro c’era solo il suo nome, ma la stanza era matrimoniale, facile che avesse evitato di registrare un’eventuale compagna. O compagno, per quanto ne potevamo sapere noi.
Chiesi all’addetto, se avevano visto qualcuno con Sergio, ma quella sera c’era un altro collega di turno, si alternavano sera e mattina, e quindi non ricordava, e comunque probabilmente non avrebbe ricordato comunque, ci disse, perché quell’albergo era un via vai, e tutte facce anonime. Ma avrebbe avvertito il collega, e lo avrebbe fatto venire.
Nel frattempo, chiamai la vedova di Sergio, avevo bisogno di un’informazione.
– Silvana buongiorno – le dissi – mi scusi se la disturbo sul cellulare. Volevo chiederle una cosa: si ricorda per caso a che ora Sergio rincasò la sera prima di morire, quella della cena con i compagni di scuola? Ah, benissimo, grazie, no, non abbiamo ancora indizi precisi, la chiamo io appena ho qualcosa di concreto. Grazie. Arrivederci. –
Attaccai, e guardai Di Capua, che aspettava.
– E’ rientrato alle 2. E alle 6 l’hanno trovato morto. La sera prima io sono andato via alle 10, e mi hanno detto che a mezzanotte non c’era più nessuno, al ristorante. Quindi in quel lasso di tempo lui ha contattato qualcuno, gli ha dato appuntamento al motel, e poi è andato a casa. –
Di Capua era perplesso.
– Marescià, mi sembra un vicolo cieco. Se pure si è portato una qua, e ci ha fatto roba, non ci serve a niente. Mica che una puttana, mi scusi il termine, si mette ad ammazzare un cliente solo per sfizio –
La “esse” sibilante napoletana di Di Capua mi dava un po’ fastidio, e feci una smorfia, ma la verità è che ero infastidito per non riuscire a venire a capo a questa situazione.
Sentivo che qualcosa mi sfuggiva, ma non capivo cosa.
Come sempre, usai Di Capua come interlocutore per focalizzare i miei pensieri.
– Cerchiamo di ragionare un attimo. Lui viene alla cena. Minaccia Stefano. Delirio di onnipotenza. Non beve e non fuma, però evidentemente ha voglia di altro. Chiama una signorina compiacente, e si infrattano in questo splendido posticino. Poi torna a casa, prende la medicina, magari sbagliata, poi va a letto e muore. Siamo al punto di partenza. Chi lo voleva morto? perché? come? –
Ero in preda ad una frustrazione senza precedenti, e non sapevo come sfogarmi, quando improvvisamente arrivò l’uomo che stava alla reception il giorno che Sergio morì.
Lo aggredii, quasi.
– Eccola, finalmente. Mi dica, si ricorda di aver visto quest’uomo? – gli mostrai una foto di Sergio – Era in compagnia di una donna? ricorda com’era fatta? parlava italiano? era di colore? allora? –
Il poveraccio, che ad occhio e croce doveva avere sui 70 anni, decisamente sovrappeso e impaurito, cominciò ad ansimare.
Di Capua gli portò un bicchiere d’acqua, lui lo bevve, ringraziò, e disse:
– Sì, mi ricordo questo tizio, perché non aveva prenotato, arrivò e pretese di avere subito una camera, e io ne stavo tenendo una, l’ultima matrimoniale, per un cliente abituale che doveva venire, ma lui mi prese a male parole, e alla fine dovetti cedergli la stanza –
Tipico di Sergio, pensai. Ma stavolta almeno la sua arroganza forse ci avrebbe aiutato a ricostruire i suoi ultimi momenti di vita.
– Ha visto se c’era una donna con lui? la saprebbe riconoscere? –
L’uomo scosse la testa.
– No, non la saprei riconoscere –
Sobbalzai.
– Allora l’ha vista? C’era una donna! –
– Sì, era con una donna, ma dopo che gli ho dato le chiavi lui evidentemente è andato a chiamarla in macchina. Io sono andato in ufficio per registrare il documento, e quando sono ritornato erano già quasi in cima alle scale, ho solo intravisto i capelli, era bianca, sul biondo –
Cazzo, neanche la fortuna di un testimone oculare.
Stavo per ringraziarlo, ed andare via, quando aggiunse:
– L’ho vista un po’ meglio la seconda volta, anche se non tanto. –
Io e Di Capua ci bloccammo di colpo.
Mi girai verso l’uomo e chiesi, con una calma fittizia:
– Che vuol dire “la seconda volta”. Questa donna è stata qua di nuovo? – pensai ad un’habituè; se era così avevamo qualche possibilità di trovarla.
– No, non che io sappia, ma quella sera è sicuramente uscita e risalita in camera. L’ho intravista di nuovo, stavolta ero qui ma mi ero addormentato, lei ha fatto piano, ma non abbastanza. L’ho vista che stava in cima alle scale e stava per aprire la porta della stanza. Non mi sono preoccupato, né impicciato, e mi sono rimesso a dormire. Mi ha svegliato lui, per riprendersi il documento, saranno state forse le 2, ma della donna nessuna traccia, probabilmente era già uscita. –
Ringraziammo, gli dicemmo di rimanere a disposizione, e uscimmo all’aria aperta.
Il ritorno in caserma fu silenzioso, ognuno dei due stava rimuginando sulle nuove informazioni, che però sembravano non portare a niente.
Arrivati quasi a destinazione, gridai a Di Capua, che guidava:
– Fermo! Fermo! ferma la macchina! –
Lui inchiodò di botto, e se non fossimo stati su una macchina dei Carabinieri, probabilmente qualcuno sarebbe sceso e ci avrebbe presi a mazzate.
– Marescià, che succede? –
– Aspetta, aspetta! – gli dissi con gli occhi chiusi, stavo cercando di riordinare le idee, ma mi era venuta in mente una cosa, avevo fatto un collegamento, e un piccolo filo stava collegando i miei neuroni, un’idea si stava formando, e non volevo spezzare quel filo, anzi, volevo farlo crescere fino a farlo diventare una rete solida.
– Il pacchetto di fiammiferi. Non mi quadra. Perché glie lo abbiamo trovato in macchina? anche se la donna che era con lui si era fumata una sigaretta, perché lo aveva lui, e perché lo aveva lasciato in macchina? anche se la moglie fosse stata a conoscenza di questo suo “vizio”, non credo avrebbe fatto salti di gioia a trovare tracce di una notte in hotel. E perché la donna esce e rientra? Per me c’è una sola spiegazione: erano arrivati insieme. E lei aveva dimenticato qualcosa, e poi era risalita. Quindi lui aveva i fiammiferi perché li aveva portati con sé, perché sapeva che la donna avrebbe voluto fumare di nuovo e le voleva fare una cortesia. Ora, attento: era una prostituta di alto bordo? non credo, sarebbe arrivata con la sua macchina, e sarebbe andata via subito dopo la performance. Era una raccattata per strada? trovo difficile ipotizzarlo, i tempi non c’erano, e Sergio aveva troppi soldi per farsela con una battona. Poi da queste parti ci sono per lo più travestiti, e a quanto pare non aveva tendenze in questo senso. E poi, con una battona qualsiasi, ammesso che l’avesse caricata per strada, sarebbe stato così cortese a tal punto da rischiare di farsi beccare dalla moglie? Uno come Sergio? non credo, Di Capua, non credo proprio. –
Feci una pausa, perché adesso mi mancava il fiato.
Però ormai ero in discesa, non potevo fermarmi, i freni del mio cervello erano disinseriti, e stavo per andarmi a schiantare.
– No, io credo che la donna fosse una persona che conosceva, una a cui teneva, e dati i tempi ristretti, una che probabilmente era alla cena con noi. Una nostra compagna di scuola. Una bionda, che fuma. E io credo di sapere chi sia. –

Stavolta andai nella saletta per primo.
Mi sedetti. Mi guardai intorno.
Ero un condannato a morte, che si stava in realtà ammazzando da solo.
Volevo stamparmi bene in mente le ultime immagini che avrei visto, prima di distruggere quello che restava della mia ragione.
Di Capua entrò dopo pochi minuti, e lei era con lui.
Seduta di nuovo davanti a me.
Sempre lei, sempre bella, sempre Giulia.
Chiesi a Di Capua di rimanere. Era pur sempre un interrogatorio formale; e poi sapevo che avrei avuto bisogno di lui per non crollare.
Lei stavolta era tranquilla, leggeva la mia inquietudine, ma anche il legame. Sapeva che qualsiasi cosa fosse successa, io non sarei riuscito a staccarmi da lei.
Ed era proprio così.
Ci guardammo per diversi minuti, uno sguardo triste, malinconico.
La consapevolezza era scesa su di noi, e non potevamo tornare indietro.
– Eri tu in albergo con Sergio, la sera della cena, vero? –
Non era proprio una domanda.
Lei fece di sì con la testa, abbassando gli occhi.
Avrei voluto chiederle, urlare, perché, perché proprio lui, perché proprio tu, ma non lo feci. Non sarebbe servito a nulla, e ora mi servivano altre risposte.
– Lo hai ucciso tu? – chiesi invece.
Scosse la testa, no.
Sospirai. Non si fidava.
Di Capua mi venne in aiuto.
– Signora, lei sapeva che il signor Benedetti era un trapiantato, e che doveva prendere una pasticca ogni sei ore? – chiese.
– Sapevo che stava male, ma non sapevo i dettagli – rispose titubante.
– Lei aveva previsto di passare la notte con lui? –
Lei mi guardò ma non dissi niente.
– No, non era…previsto. E’ successo –
– Quando lui la riportò a casa, stava bene? – continuò Di Capua.
– Mi sembrava di sì, ma evidentemente mi sbagliavo – rispose con un gesto della mano, come a dire “cosa ne so io?”.
Io la guardavo. Non potevo credere che la donna che avevo amato, che ancora amavo, fosse davanti a me, e mi stesse raccontando tutto questo.
Di Capua insistette.
– Perché ad un certo punto andò in macchina e tornò su? –
– Avevo dimenticato il cellulare, e avevo paura che mia figlia mi chiamasse, non le avevo detto dove andavo. Lei era tornata con un taxi. –
– Lei amava il signor Benedetti? aveva avuto altri rapporti sessuali con lui in passato? –
Di Capua fece questa domanda con la massima professionalità possibile, ma il colpo sconvolse me e lei allo stesso tempo.
Io smisi di respirare, in attesa della risposta, lei si mise una mano sulla bocca, poi disse:
– No, non lo amavo, non lo amavo affatto, ma sì, avevo già avuto rapporti sessuali con lui –
Non ci vidi più, mi alzai in piedi e la presi per un braccio.
– E allora è questo che sei? un stronza qualsiasi, una puttana che dopo 25 anni viene a farsi la vacanzina a Roma e per passare il tempo va a letto con quel laido di Sergio Benedetti? invece di venire da me, di dirmi che abbiamo una figlia insieme, di darmi la possibilità di starti vicino, invece di fare quello che una donna normale avrebbe fatto, tu ti sei andata a mischiare con un ladro, uno strozzino, un delinquente? che cosa sei diventata? che cosa? –
Di Capua mi abbrancò per il petto e mi costrinse a rimettermi seduto.
– Maresciallo, fermo! Stia fermo. Si calmi. Stia a sentire. Le devo dire una cosa, andiamo un attimo di là. –
– Dimmela qua Di Capua, non mi frega più niente di questa donna, puoi parlare apertamente. – la guardai con aria di sfida, mentre lei mi faceva un sorriso malinconico.
Di Capua era imbarazzato, ma aveva ricevuto un ordine, ed era un bravo soldato.
– Marescià. Lei non c’è potuta andare a letto prima di quella sera. –
Lo guardai, poi guardai lei e vidi che era vero.
– Perché dici questo? come fai a saperlo? – gli chiesi.
– Perché lei è arrivata dall’America poco prima, ed erano più di venti anni che non veniva in Italia. E il Benedetti, oltre a non avere il Passaporto da anni, perché pregiudicato, non poteva neanche volare. Per cui vede, le cose stanno evidentemente in un altro modo. –
Ero confuso. Non capivo perché Giulia avesse detto di aver avuto rapporti sessuali con Sergio. E perché se non li aveva avuti, proprio quella sera, appena tornata, con un segreto così importante, ci era andata? Lui l’aveva ricattata? minacciata? lei aveva bisogno di soldi? Niente di tutta quella storia mi sembrava avesse un senso, e l’unica che poteva chiarire le cose era lì, e mi guardava, ma non aveva nessuna intenzione di aiutarmi.
Rimasi in silenzio. Pensai a quando l’avevo interrogata l’ultima volta. A quel suo modo di dire e non dire…poi capii. E vidi che lei aveva capito che io avevo capito.
E tutto diventò chiaro. Tutto questo brutto, triste universo, in cui gli angeli si sporcano le mani e i delinquenti la passano liscia, ad un tratto non ebbe più segreti per me.
– Era lui il padre di Jennifer, non io. – dissi infine – Io ti avevo chiesto se tuo marito fosse il padre e tu mi avevi detto di no, ma non mi avevi neanche detto esplicitamente che fossi io, fu una mia deduzione, ma era sbagliata. Ecco quando eri andata a letto con Sergio: più di venti anni fa, quando noi stavamo insieme. Per questo eri strana, mi tradivi con un altro compagno di scuola, e non avevi il coraggio di dirmelo. –
Giulia ora piangeva, e faceva sì e no con la testa, alternativamente, seguendo il mio discorso. Poi mi interruppe tra i singhiozzi.
– No, non è così, non è andata così. Fu una sera, eravamo usciti, tu non c’eri, Sergio mi riaccompagnò a casa, e mi violentò in macchina, era ubriaco. Poi mi minacciò, mi disse che avrebbe fatto del male ai miei genitori. Per quello ero strana. Mi staccai da te perché non avevo il coraggio di guardarti in faccia. Poi mi accorsi di essere incinta, non sapevo che fare, ero disperata, e mio marito, che frequentavo perché era compagno di Università di mio fratello, e che mi voleva bene da tempo, si offrì di portarmi lontano. E di sposarmi. E di dare il suo nome a mia figlia. E io pensai che una soluzione migliore non c’era. Per questo andai via, di corsa, senza neanche salutarti, lo feci per te, perché ti amavo, e non volevo che soffrissi, pensavo che ti saresti rifatto una vita, e che non avresti dovuto avere accanto una donna con un figlio che non era il tuo. E poi volevo scappare, scappare da qui, non volevo incontrare di nuovo quell’uomo schifoso. E poi, quando l’altra sera ti ho rivisto, e ho rivisto lui, ho capito quanto mi ero persa, che vita bellissima avremmo potuto fare insieme, e l’ho odiato, l’ho odiato con tutte le mie forze. –
– E l’hai ucciso. –
– No, non ci sono riuscita. Sapevo che era cardiopatico, sapevo che un’emozione forte poteva stroncarlo, e speravo che portandomelo a letto gli avrei dato la botta finale, ma non è successo. Ho sbagliato, lo so, ma non l’ho ucciso io –
Di Capua abbassò gli occhi, non aveva il coraggio di guardarmi. Sapeva o credeva di sapere cosa stessi provando in quel momento. Le menzogne di chiunque sono un affronto alla nostra sensibilità e intelligenza, ma quando a mentirti è la persona che ami, con cui hai sognato di dividere la tua vita, è come morire cento volte.
Il mio vice non ebbe il coraggio di alzare lo sguardo, sapeva che spettava a me questa incombenza. Non lo ringrazierò né odierò mai abbastanza per questo.
– Non è vero, Giulia. Tu l’hai ucciso. E l’hai fatto in modo di farlo sembrare un atto premeditato, compiuto da altri, ma la verità è che l’unica colpevole sei tu. Tu sapevi delle pillole, e sapevi che lui le prendeva ogni 6 ore. La prima glie l’hai fatta saltare durante la serata, girandogli intorno, seducendolo con il tuo sguardo, magari appartandoti con lui al ristorante, facendoti portare in albergo. Mentre lui andava alla reception hai sostituito le pasticche, tutte le pasticche, con quelle per il mal di testa; ti sei assicurata che mentre eravate in stanza lui la prendesse, sapendo che gli sarebbe stata fatale, poi con una scusa sei tornata giù, hai ripreso le altre, e finalmente hai completato l’opera creando un mix tra pasticche buone e cattive, in modo da allontanare i sospetti da te. Ma il tuo cavalier servente si è dimenticato i fiammiferi dell’hotel in macchina, e questo ci ha portato a te. Mi dispiace. Mi dispiace tanto, Giulia. –
Lei era diventata pallida, e piangeva a dirotto.
– L’ho fatto per te, sai? per te! perché ho sopportato per 25 anni di vivere con il rimpianto di una vita insieme, ma quando ti ho visto ho capito che avevo buttato via la mia vita, e la tua, e volevo punire l’uomo che aveva provocato tutto questo, volevo fargli del male, volevo illuderlo e poi ammazzarlo. L’ho fatto, e non me ne pento! ma l’ho fatto per te, e per noi, capisci? per noi, e ora tu, se puoi, aspettami, per favore, per favore, ti prego! non mi abbandonare! aspettami! –
La voce scomparve solo quando Di Capua la trascinò via, e chiuse la porta dietro di sé.
Io rimasi lì. Ancora una volta, solo.
Avevo appena distrutto la vita della donna che amavo, e mi sentivo uno schifo.
Aspettami, aveva gridato, aspettami.
Io…io penso di sì. Posso. Forse.

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