Post-Elezioni: fine del malinteso

Penso sia il momento, dopo il primo turno delle elezioni amministrative, di fare qualche considerazione.
Ho sentito dire: bisogna aspettare il secondo turno per tirare le somme…ma io non credo.
Il ballottaggio, laddove si terrà, è una specie di gioco della torre, non ha una valenza politica di rappresentatività. Il sentiment degli elettori si gioca al primo turno.
E allora vediamoli, alcuni dati significativi:
– In tutti i Comuni più importanti, il PD vince al primo turno, o va al ballottaggio in vantaggio
– L’avversario è praticamente sempre il PDL, anche se staccato
– Il Sindaco uscente di Roma con il 30% ha il risultato più basso di tutti i sindaci uscenti nella storia della capitale
– Il M5S quando va bene dimezza i consensi rispetto alle politiche, ed è quasi sempre a cifra singola, e non si presenta in nessun ballottaggio
Questi i numeri, ora le mie personalissime considerazioni.

Ho usato il termine malinteso, e non mistificazione o inganno, perché preferisco mettermi dalla parte dell’elettore, e darne per scontata la buona fede.

Il primo grande malinteso in realtà persiste in Italia da almeno 40 anni, e si chiama “voto di protesta”.
Lo metterei nello stesso scaffale nella mia libreria, insieme al “governo tecnico” e alle “larghe intese”.
Non esiste il voto di protesta. Semplicemente è una finzione scenica.
Chi protesta va in piazza, oppure vota scheda bianca, o scrive sulla scheda elettorale “fesso chi legge”.
Quando invece si decide di dare il proprio voto contrassegnando un simbolo, si sta delegando qualcuno a fare qualcosa al posto vostro. Fare, non protestare. Nessuno protesterà per voi, andrà in piazza a urlare per voi, porterà avanti le vostre istanze nel modo in cui voi vorreste farlo.
Il voto è una cambiale, per lo più in bianco, che per fortuna in democrazia ha una scadenza.
Chi decide di votare contro, commette il più grande autoinganno nella storia della psicanalisi; pensa di aver mandato un segnale a quello, mentre invece sta consegnando il proprio potere decisionale a questo.
Sarebbe bene che lo facesse in maniera consapevole, e invece sono bastati tre mesi per scoprire che aveva fatto una cazzata.

L’altro malinteso, che per fortuna stavolta è stato meno rilevante, ma che ad esempio fu fondamentale nell’elezione del Sindaco di Roma l’ultima volta, è l’astensione dal voto.
Se c’è una frase che considero la summa della stupidità elettorale è: “piuttosto che votare quello là, non voto”.
Ho passato ore, consumato corde vocali e rovinato la mia pressione sanguigna per spiegare a persone anche intelligenti che non votare significa solo consegnare la vittoria all’altra parte, e quindi NON è una scelta neutrale.
Sembra una banalità, dovrebbe essere assodato, ma se persone mature che godono della mia stima non hanno ancora metabolizzato questo fatto, penso che ribadirlo non sia inutile.

Il più grande malinteso sperimentato in questi mesi è quello del movimento, in particolare del movimento che si fa partito e viene in Parlamento a rivoluzionare la vita politica.
La cosa più triste di avere la mia età è di averne visti, di questi fenomeni, più di uno. E di sapere già che dare loro fiducia non porterà nulla non solo di buono, ma neanche di concreto.
Il motivo è semplice: l’anarchia non esiste in natura, nella società. E’ un’illusione intellettuale, che si scontra con le necessità dell’ecosistema di essere organizzato.
Nessun organismo vivente sfugge a questa regola, e nessun sistema conosciuto.
L’idea che un gruppo di persone si mettano insieme, e portino idee, culture, competenze, obiettivi diversi, in un magma indistinto, senza nessuno che prevalga o che si proponga prima o poi come leader, è una dolce, tenera ma impossibile follia, che periodicamente colpisce l’animo collettivo delle persone, e di norma porta a risultati disastrosi.
Potrei citare la Rivoluzione Francese o quella Sovietica.
Oppure, per essere più vicini a noi, il movimento Radicale.
Tutti esempi in cui alla fine il cinismo di pochi prevale sugli ideali di molti.
C’era bisogno di scomodare questi esempi illustri per capire che il M5S sarebbe stato la stessa cosa?
C’era bisogno di vedere quando sono incapaci, ignoranti, avidi i loro rappresentanti, per sapere che non avrebbero fatto nulla di quello che avrebbero desiderato i loro elettori?
E soprattutto: è realistico pensare che arroccandosi in una posizione di negazione assoluta, avrebbero potuto incidere veramente sulla vita politica di un paese così complesso?
Il più grande risultato ottenuto dal M5S è stato quello di costringere PD e PDL a governare insieme, e di farlo allegramente, pensando – in una cinica e machiavellica maniera tutta italiana – che questo li avrebbe portati alla rovina.
Ma i fini pensatori del M5S e i loro ingenui elettori non hanno ripassato la storia italiana.
Il popolo italiano non ama la rivoluzione. E’ una genia sostanzialmente conservatrice, moderata, e leggermente sbilanciata a destra.
Se non avesse combinato casini, la DC avrebbe potuto governare l’Italia per millenni.
Gli italiani amano il quieto vivere, vogliono essere governati senza troppi rompimenti di palle, non vogliono doversi sorbire uno che urla continuamente in piazza; gli piace il furbo che la fa franca, piuttosto che l’integralista moralista.

Eccolo, l’altro grande malinteso: che si possa cambiare la natura delle persone e e di un popolo.
Questo, in tempi brevi, non è possibile.
Un popolo come quello italiano, la cui vita sociale è tra le più complicate al mondo, frutto di interessi trasversali che vanno dalla Chiesa alla massoneria, con localismi unici al mondo, con differenze geografiche e culturali molto accentuate, va governato con delicatezza, con abilità, con capacità di negoziazione, se non di compromesso.
Gli italiani non amano la rivoluzione, se ne sono tenuti sostanzialmente alla larga; pur avendo avuto il più grande partito comunista d’occidente, che è arrivato a pesare per il 34% nel corpo elettorale, abbiamo sviluppato la seconda economia industriale d’Europa e siamo tra i primi 10 paesi più ricchi del mondo.
Questo dovrebbe bastare a spiegare un sacco di cose degli italiani.
Ma periodicamente, un gruppo di noi, scontento – giustamente – della situazione economica, del degrado morale, dell’incapacità dei rappresentanti (che però NOI abbiamo votato), si fa irretire dal demiurgo, dal taumaturgo di turno, e pensa che al complesso, complessissimo problema di governare un paese di 60 milioni di abitanti, possa essere trovata una soluzione semplice, il cutting corners, ossia di distruggere tutto, per poi ricostruire.
Senza un progetto. Senza un obiettivo. Senza competenze.
E soprattutto facendo gli interessi di una sola persona.

Certo, la legge elettorale per i Comuni funziona meglio di quella per le elezioni nazionali, e la valenza locale, l’astensionismo, la scarsa visibilità sui media in alcuni casi, tutto contribuisce a trovare giustificazioni accettabili.
Ma io spero che sia stata messa da parte la voglia di populismo e demagogia a cui ogni tanto ci lasciamo andare. Almeno per un po’.

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One thought on “Post-Elezioni: fine del malinteso

  1. Bello come al solito invidio da matti chi riesce a scrivere “i miei pensieri” e a farlo sembrare cosi’ facile …. pero’:
    Anarchia non e’ caos: e’ semplicemente quell’organizzazione della societa’ a cui bisogna tendere anche se asintoticamente, lo ammetto. Parte dal presupposto che il genere umano e’ piu’ buono che malvagio e che la malvagita’ esternata e’ soprattutto un sintomo della cultura a cui e’ stato sottoposto dalla nascita.
    Il M5S non credo sia un movimento insieme indistinto di persone e idee, credo sia un partito giovane e come tale necessita di periodo di rodaggio nonche’ di contestualizzazione. Si sono fregati, il tempo e’ scaduto ! Avrebbe potuto portare nuove idee e svecchiare un po’ il PD ha preferito la via di mezzo: ne’ rivoluzione, ne’ collaborazione. Mi pare che Grillo non abbia capito la lezione e stia diventando ancora piu’ arrogante, sara’ l’incazzatura?

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