Anni e anni e anni

Questo racconto ha vinto – e ne sono veramente orgoglioso – il premio assegnato da GARBO (Gruppo Anobiani Raduno Bologna) in occasione del raduno annuale di Anobii.
Il racconto ha vinto il premio “Asinelli ma non troppo” ex-aequo con altri due scrittori, e potrete trovare i tre racconti qui.
In realtà il racconto originale era leggermente più lungo, anche se di poco, e ho dovuto lavorarci un bel po’ per farlo rientrare nel limite dei 5.000 caratteri richiesti.
Anche se alla fine a quanto pare funzionava lo stesso, la versione “extended” continua a piacermi, quindi la posto qua.
Vi invito invece a visitare il sito GARBO per leggere la versione che ha vinto il concorso e gli altri due racconti premiati.




– Ho paura Anna, tanta paura. –
Anna gli prese la mano.
Sembrava non sentirlo: gli teneva la mano e si frugava in tasca, cercava una caramella, le chiavi di casa, aveva bisogno di fare qualcosa.
Infine si riavviò i capelli candidi, con qualche rada striatura di grigio, ricordo del passato.
Il vento, nonostante la primavera ormai alle porte, la indusse a stringersi al collo la giacca leggera che indossava.
Quando il tempo lo permetteva, metteva sempre quella, sempre la stessa. A lui piaceva, lo tranquillizzava.
Gliel’aveva comprata, molti anni prima, durante un viaggio di lavoro a Parigi.
Gliel’aveva data, con cento rose rosse, appena tornato a casa.
Lei aveva già fatto le valigie, aspettava solo di vederlo per dirgli addio. Era stata troppo male, e non erano bastate le urla, le lacrime, i figli, per tenere tutto insieme.
Ma quest’uomo dai capelli sottili, dagli occhi chiari, con in mano un pacco e un mazzo di rose, l’aveva commossa.
Lo aveva guardato a lungo, in silenzio, rigirando nervosamente la fede che avrebbe voluto riporre – per sempre – nella sua custodia.
Lui aspettava trattenendo il fiato, niente c’era da dire, si erano già detti tutto, c’era solo da aspettare e vedere, se c’era rimasto qualcosa.
Alla fine aveva detto solo “Vai a farti una doccia, sarai stanco.”
Non se n’era più andata, era rimasta lì e c’era ancora dopo tutti questi anni, anche ora. Anche adesso che lui aveva paura, e lei gli teneva la mano.
Non erano stati anni facili, ma lei aveva un senso del dovere, un’educazione, un obiettivo, una cultura, insomma tutto: tutto contro di lei, contro la sua libertà, la sua dignità.
Ora guardava il vecchio che le stava accanto, la mano rugosa, lo sguardo ormai liquido, i sottili capelli radi e imbiancati, chiedendosi se avesse fatto bene, se fosse stato giusto chiudere la sua vita intorno a lui, che sarebbe invecchiato, si sarebbe ammalato, avrebbe avuto ancora più bisogno di lei, prendendole quello che restava della sua indipendenza.
Si chiedeva se aver cresciuto due figli fosse un premio abbastanza grande per una vita derubata di tutto ciò che aveva sognato: amore, passione, condivisione.
Una folata di vento la fece stringere di più nella sua giacca parigina, ormai grande per una donna anziana e rinsecchita.
Lui carezzò la giacca: la ricordava ancora.
– Ho paura. – disse.
– Lo so, ma non devi. Ci sono io con te, e ci sarò fino alla fine. Ti terrò la mano, lo prometto. –
– I ragazzi? – chiese esitante.
Lei fece un gesto evasivo.
– Sai come sono. Ma ti vogliono bene, mi hanno detto di salutarti. –
Annuì. Non sembrava triste, non per questo.
Accanto a loro due bambini sui dieci anni, forse meno. Immobili e serissimi, uguali come due gocce d’acqua.
Sembravano i protagonisti della “Trilogia della città di K.” di Agota Kristof. Sguardo deciso, come pronti a tutto, forse lo erano.
Anna guardò di nuovo suo marito cercando nelle pieghe della pelle il ragazzo che l’aveva fatta innamorare, il primo e l’unico con cui avesse fatto l’amore, l’uomo che aveva sposato, con cui aveva fatto due figli.
Ma non ce n’era traccia.
Questo povero vecchio non aveva nulla di quell’uomo meraviglioso, neanche più il colore degli occhi.
Era la versione anziana dell’uomo che l’aveva fatta soffrire dicendole di amare un’altra, che poi era tornato una sera con una giacca e delle rose per cercare di salvare il suo matrimonio.
Che aveva sempre pensato, da quel momento, di aver espiato. Che bastasse aver capito, essersi pentito, aver giurato eterno amore.
E lei, lei era rimasta. Per i figli certo, per la famiglia, gli amici, le consuetudini; un po’ anche per lui.
Ma anche perché non c’era nessun posto dove andare, nessun luogo dove nascondersi, nessun altro da amare.
Era rimasta perché quella era la sua vita, e non erano bastati quaranta anni, all’uomo che le sedeva accanto, per capire che lei era morta quel giorno e tutto il resto non aveva più importanza.
E così gli anni erano passati, con lei a rassicurarlo, a dirgli che lo aveva perdonato, che era felice, che non poteva desiderare di meglio.
Un inserviente la distolse dai suoi pensieri, le fece un cenno, lei strinse più forte la mano del marito.
Fecero lentamente i pochi metri che li separavano dal cancello.
Dietro di loro, i due gemelli li seguivano in silenzio, senza tradire impazienza.
Arrivati al piccolo cancello di ferro, l’inserviente chiese:
– Siete sicuri? –
Annuirono.
L’uomo aiutò il marito a sedersi nello spazio designato.
Lei lo ringraziò e andò a mettersi accanto a lui, che di nuovo le prese la mano, stringendola stavolta fino a farle male.
– Stammi vicino. –
– Sono qua con te – lo interruppe – come sempre. –
Le sfiorò la guancia con un bacio e si rilassò.
Guardò avanti a sé mentre lei per un’ultima volta lo osservò incuriosita.
Non ci fu tempo per niente altro.
Un rumore metallico.
Un fischio fortissimo.
Una sbarra che calava davanti a loro.
La sensazione di precipitare nel vuoto.
E così, tenendosi per mano, fecero il loro ultimo giro sulle montagne russe.

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2 thoughts on “Anni e anni e anni

  1. divertente e sottile il racconto …in cambio ti mando una poesia aggratisse:”Siamo qui”
    Siamo qui.
    Ci sembra ,almeno.
    Perché, non sappiamo.
    Per quanto, non sappiamo.
    Alcuni dicono che è finita qui.
    Altri, che torneremo.
    Altri ancora, che saremo puniti.
    O premiati.
    E’ bello che ci siano così tante opinioni.
    Puoi scegliere quella che vuoi.
    E cambiarla, se non ti piace più.

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