Amici

Il quotidiano “La Stampa” ha invitato i lettori a mandare i loro racconti, sul tema “amicizia”.
Ma il limite di 4.500 caratteri è troppo breve perché si possa scrivere qualcosa di minimamente elaborato.
Ho deciso di postare qui quindi questa storia, comunque breve, che parla di amore, amicizia, ricordi, luoghi famigliari, troppe cose per entrare in tre pagine.

Arrivo nella piazza e mi fermo. Mi guardo intorno, saranno venti anni domani che non vengo qui.
Vado verso la pasticceria e mi siedo ad un tavolo accanto al muro, per poter abbracciare con lo sguardo questo panorama così famigliare.
Le sedie, in leggero metallo grigio, sono sempre le stesse, così come l’insegna. D’altronde erano così già vent’anni prima che io nascessi.
Il vecchio cinema si è rifatto il trucco, il nome è lo stesso, reminiscenza di vecchi teatri vaudeville, ma ora non trasmette più filmacci di seconda visione, è un centro congressi, una sala teatro, insomma qualcosa di intellettuale.
Se chiudo gli occhi rivedo le sedie di legno che facevamo sbattere contro lo schienale noi ragazzini per fare rumore, il fumo nella sala, e i film di Totò, vecchi già allora, che andavo a vedere con mia madre.
Mi distoglie dai ricordi il cameriere, che mi chiede se può portarmi qualcosa. Aspetto un amico, gli dico.
Poi guardo verso il negozio di mobili, per scoprire che non c’è più, al suo posto una banca.
Più macchine, più gente, più rumore, ma sono contento di essere qui, oggi. Mi è mancato questo posto.

In ogni gruppo di amici di vent’anni o poco più, esiste un leader naturale. E’ bello, forte, impavido, amato dalle donne, adorato dagli amici, a cui tutto riesce bene. Nel nostro gruppo quel leader ero io.
Alto, atletico, sorridente, la pelle scura, i capelli neri, un’intelligenza vivace che mi consentiva di procedere negli studi senza fatica, attraversavo di corsa gli anni migliori della mia gioventù godendomi ogni momento, esaudendo ogni desiderio.
Non avevo avuto ragazze che fossero durate più di pochi mesi, non volevo legarmi, non volevo fermarmi, volevo andare avanti verso quello che vedevo come un futuro da conquistatore del mondo.
Ma non ero arrogante, anzi. Potevo essere generoso, se lo volevo, e lo volevo spesso.
Non temevo l’invidia, e non mi nascondevo.
Ero così.
E verso la fine del corso di laurea, avevo scelto come amico un ragazzo che all’apparenza era l’opposto di me: non tanto alto, capelli già in via di rarefazione, per niente atletico, timido, con gli occhiali di ordinanza.
Ma era una mente, più di me. Gli studi di Biochimica non sono fatti per i deboli di cuore e gli scansafatiche, e la nostra amicizia si era cementata nel secondo biennio, durante nottate passate a bere caffè e a ripetere pagine e pagine di monumentali volumi.
Fu una sera torrida d’estate, quando la discussione della tesi era alle porte, che cominciammo a delineare il nostro futuro.
– Ho deciso, farò il Dottorato – disse Giorgio – voglio rimanere all’Università, insegnare. Non mi interessa entrare in un’azienda, lavorare come un matto per far fare i soldi a qualche industrialotto ignorante – era idealista, Giorgio.
– E tu? – mi chiese mentre finivamo di bere l’ultima Corona dal secchio pieno di ghiaccio.
Io guardai in lontananza, senza rispondere, all’inizio.
– Ho mandato qualche curriculum, ho qualche offerta. Ma non mi interessa. Né mi iscriverò al Dottorato –
Giorgio rimase stupito. Pensava avremmo continuato insieme la carriera universitaria.
– E che farai? – domandò.
– Ho mandato qualche richiesta all’estero. E pare che a Boston, al MIT, mi abbiano preso. Mi offrono una borsa per un master biennale, con concrete possibilità di rimanere lì. Ci sto pensando seriamente –
Giorgio annuì, poi mi prese la bottiglia dalle mani e se la scolò.

Due giorni dopo mi chiamò, concitato.
– Ti devo presentare una persona! – era su di giri.
– Una donna? – chiesi con consumato cinismo, ma ero contento. Giorgio aveva avuto una fidanzata storica, una brutta rompicoglioni che per giunta l’aveva lasciato per mettersi con un coatto pieno di soldi, e da allora vagava alla ricerca del vero amore, ignorando tutte le mie offerte di uscire insieme e divertirci senza tante storie.
– Ahahaha certo, che credi? se dovessi passare all’altra sponda tu saresti il primo a saperlo – disse scherzando, il cretino. – L’ho conosciuta qualche tempo fa, ad una festa di mia sorella, l’avevo invitata a cena, ma niente, poi mi ha richiamato, e ieri siamo usciti, e poi… –
– Va bene – lo interruppi – so come funziona, risparmiami i dettagli. Quando vedrò la tua futura moglie? perché tu sei uno che le donne le sposa, purtroppo –
– Domani viene all’Università, andiamo a pranzo insieme. Le ho parlato di te non vedo l’ora che vi conosciate. L’ho avvertita che te le scopi tutte e poi le molli, quindi è già vaccinata – chiuse ridendo la telefonata.

Davanti alla facoltà c’erano delle panchine bianche, che sotto il sole cocente si confondevano con il bianco del marmo della pavimentazione, reminiscenza del passato grandioso della città universitaria, e rendevano impossibile leggere o studiare, per quanta luce riflettevano.
Mi misi seduto ad aspettare, finché non vidi da lontano Giorgio che richiamava la mia attenzione agitando la mano.
All’inizio mi sembravano due fantasmi, due figure avvolte dalla luce di cui non si distinguevano bene i lineamenti.
Quando si avvicinarono, tenendosi per mano, la vidi per la prima volta e fu la fine. Di tutto.
Scoprii che avevo organi e funzioni vitali fino ad allora sconosciute, percorsi cerebrali mai usati, ghiandole che avevano riposato per quasi 24 anni.
Vedere i suoi capelli biondi, gli occhi neri, la pelle chiara, il suo sorriso tenue leggermente ironico e innamorarmene fu un attimo.
Non ricordo niente di quel primo incontro, rimasi a bocca aperta, con Giorgio che parlava, parlava, parlava.
Andammo a pranzo, e io non riuscivo a staccare gli occhi da lei. E a quanto pare lei dai miei.
Mangiammo, convenevoli, saluti. Rimasi da solo, e mi sedetti di nuovo sulla panchina.
Ero disperato. Disperato. La prima donna nella mia vita che mi faceva provare queste sensazioni, ed era la donna di un mio amico. Del mio migliore amico.

L’animo umano dà il meglio e il peggio di sé nei momenti di difficoltà.
Ci misi due giorni a decidermi, ma poi la chiamai.
Non ci girai intorno, le chiesi di vederla. Dovevo vederla. Perché l’amavo. Punto.
Lei rimase senza parole, forse senza fiato. Poi disse solo: “Va bene”.
L’andai a prendere, e senza dire una parola la portai in una delle ville romane più belle, a passeggiare nel verde.
Le presi la mano, le parlai, le raccontai tutto quello che avevo dentro.
Poi alla fine le dissi:
– Partirò tra un mese. Vado negli Stati Uniti. E’ possibile che non torni mai più, qui non ho nessuno, i miei non ci sono più, solo una vecchia zia che abita in uno sperduto paesino. Vieni con me. Per favore. –
Lei si limitò ad appoggiare la testa sul mio petto, e a fare di sì con la testa.
Pensai: non sarò mai più felice di così.

Di nuovo il cameriere mi distoglie dai miei ricordi. Prendo una coca, ho le labbra secche, mi sento le mani ghiacciate.
L’incontro con Giorgio dopo tutto questo tempo sarà forse difficile, non so bene cosa dirgli.
Improvvisamente, come evocato, compare dall’altra parte della strada; è sempre uguale, un po’ ingrassato, ma anche io lo sono, i capelli non ci sono quasi più, ma la pelle è fresca, l’espressione giovanile, una giacca di lana con le toppe lo identifica come Professore universitario.
Lo guardo, e mi specchio nei suoi occhi: chissà cosa riconoscerà in me, l’amico fraterno, il traditore, l’esule.
L’attesa del suo giudizio mi snerva.
Poi finalmente arriviamo a contatto, e mi abbraccia.
– Sono così contento di vederti! – dice – Così contento! – lo ripete.
– Anche io – e sono sincero.
– Ma sei sempre un figo! un po’ di pancetta anche tu, qualche capello bianco, ma insomma, non ti puoi lamentare, eh!? –
Sorrido, perché non mi vedo più così da tanto tempo.
– Sei solo? – mi chiede.
– Sì, e tu? – rispondo.
– No io…ah eccoli –
Mi giro, e il cuore mi si ferma di nuovo, dopo venti anni.
Non è cambiata, i capelli biondi, gli occhi neri, il sorriso.
Qualche ruga, un vestito più da signora, ma non è cambiata.
Per mano tiene una versione più giovane di lei, una bellissima ragazzina di quindici anni, e vicino alla ragazzina un dodicenne che ha preso dalla madre qualche tratto di dolcezza, ma è l’immagine di Giorgio.
Lui le va incontro, le dà un bacio e poi si gira verso di me, sorridente.
Tutti sorridono.
Il sole sta tramontando, un po’ di vento muove le foglie degli alberi, il riflesso della luce crea effetti dorati sui loro visi.
E’ un attimo.
Li guardo tutti e quattro, che si stringono e si tengono per mano, e allora mi dico che avevo sbagliato, allora.
Ero stato presuntuoso, a pensarlo.
Oggi, lo so.
Oggi, ne sono certo.
Non potrò essere più felice di così.

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