Buca 11

Un’avventura golfistica

Arrivo alla 11, la buca più facile del campo: par 3 corto in discesa secca, buca rilassante.
La buca è completamente occupata da due tizi con tre bambinetti di altezza variabile dal metro al metro e mezzo che tirano palline dappertutto.
Mi siedo su una panchina e attendo il mio turno con pazienza.
Dopo cinque minuti la pazienza si è trasformata in impazienza, e dopo dieci in ansia.
Ad un certo punto mi fanno cenno: vai tira tu.
Io: no grazie.
Loro insistono. Io pure.
Ma non c’è verso, capisco che se non passo mi faranno aspettare mezz’ora ad ogni buca; alla fine mi rassegno e vado sul tee.
Loro si mettono da una parte e fissano tutti me.
Improvvisamente sono diventato il centro della loro attenzione, e l’ansia cresce.
Vabbè, buca facile, mi ripeto.
Mezzo pitch e via.
E invece tiro una botta terrificante che colpisce in ordine l’erba, una tonnellata di terra, il tee di plastica, e di sfuggita pure la pallina, che borbotta un po’, poi sviene una cimquantina di metri più avanti.
Per rispetto ai tre bambini evito di smadonnare in una lingua diversa dall’aramaico.
I cinque mi continuano a fissare e temo di vedere sui loro visi un sorrisino.
Cupo in volto mi avvicino alla pallina.
Approccino in green, mi dico. Non strafare: poi piazzi due putt e via. Non avrai fatto una bella figura ma insomma, hai salvato l’onore.
Ovviamente l’adrenalina mi tradisce: la pallina parte come una scheggia, oltrepassa l’asta e rotola miseramente verso il retro del green dove so esserci una discesona e alla fine una rete a maglie larghe.
I cinque ora ridacchiano, i bambini provano a chiedere qualcosa agli adulti che li zittiscono.
Passo vicino e li saluto, ringraziando il cielo di non avere un kalashnikov a portata, amo la libertà.
Vado verso la pallina e per fortuna è giocabile.
A questo punto i cinque disgraziati sono con le braccia conserte, ci manca solo che mandino qualcuno a comprare i popcorn.
Chiedo al dio del golf solo di farmi mettere la pallina ad una distanza accettabile da quella maledetta buca in modo da poter chiudere rapidamente e andarmi a leccare le ferite dell’orgoglio altrove.
Ed è qui, in questo preciso momento, che il dio del golf rivela tutta la sua magnanimità: la pallina parte con un saltello perfetto, rotola quello che deve rotolare, e poi si infila in buca.
Par.
Raccolgo la pallina e mi giro con un sorriso.
I cinque spettatori sono con la bocca aperta.
Io tocco il cappello in segno di saluto e ringraziamento, come farebbe Tiger, ma dato che sono sempre un signore, dentro di me gli sto facendo il gesto dell’ombrello più forte che posso.
Evvaffanculo.

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