La Mattina Dopo

La mattina dopo, scoprì che l’aglio tiene lontani vampiri, donne e zanzare, non necessariamente in quest’ordine.
Prese un cucchiaino di miele, e si accorse che le zanzare si erano improvvisamente interessate a lui. Non così le altre categorie.
Si accese un sigaro toscano.
Ottenne di allontanare scarafaggi e alligatori.
La categoria donne avrebbe continuato a tenersi a distanza.
Ma a quello ci era abituato, e non avrebbe fatto differenza se avesse emanato un profumo di fiori e menta.

Buttò il mezzo sigaro in un bicchiere pieno d’acqua. O di vodka. Non riusciva a ricordare.
Aprì il frigo e si versò direttamente in gola tutto il litro di latte scaduto, facendoselo scorrere ai lati della bocca, sulle spalle, sul petto, fino a farlo gocciolare a terra.
Si pulì con l’avambraccio, una volta finito, e finalmente guardò fuori dalla finestra, solo per notare la dirimpettaia, settanta anni portati male, che lo guardava sgomento all’altezza della cintola.
Abbassò lo sguardo, la bottiglia vuota di latte ancora in mano, e notò che non aveva pigiama. Né mutande.
Rialzò gli occhi per guardare la vicina, e si strinse nelle spalle.

Decise che era ora di una doccia, se non altro perché non ricordava l’ultima volta che ne avesse fatta una. Per quel ne sapeva lui, poteva esserne appena uscito, ma sospettava che fosse un bel po’ di tempo che i suoi capelli non vedevano l’acqua, e che la sua faccia non incontrava le lame di un rasoio.

Aprì l’acqua, e sostò un bel po’ sulla soglia della doccia, chiedendosi per quale motivo avrebbe dovuto lavarsi, visto che non aveva nessuna intenzione di uscire, né di vedere nessuno, ma solo di tornare a letto e continuare a mangiare pacchi interi di quei bruschettini all’aglio che erano diventati il suo unico nutrimento, e di bere acqua. O vodka. Forse era vodka.

Non seppe bene cosa lo spinse a entrare e a lavarsi, e a farsi la barba sotto la doccia, per poi addirittura infilarsi una camicia e un paio di pantaloni, fino a soppesare le chiavi di casa per un paio di minuti buoni, prima di decidersi ad uscire.

Non era certo istinto di sopravvivenza, anzi: se fosse stato meno vigliacco si sarebbe suicidato da tempo. E tentare di suicidarsi con bruschette all’aglio e vodka era un esercizio molto difficile.

Non era neanche senso del dovere; in fin dei conti non doveva andare in un ufficio per vivere, gli bastavano i diritti d’autore dei suoi libri, a dire il vero uno solo, l’unico che avesse venduto bene: il secondo era stato un flop, e il terzo…beh il terzo era ancora nel suo computer, e anche se le prime e uniche dieci pagine gli sembravano buone, non accendeva il mac da due mesi, e non sapeva neanche se funzionasse ancora.

Rifletté su questa sua decisione mentre prendeva l’ascensore; forse c’era qualcosa nel suo organismo, nel DNA, che ad un certo punto lo aveva costretto a tirarsi su e ad assumere le sembianze di un essere umano.

Per prima cosa si fermò al bar: guardò la bottiglia della vodka con lussuria, poi chiese due caffè, li mischiò e li mandò giù bollenti in un sorso solo. Capì dallo sguardo degli astanti che il miele e il dentifricio non avevano eliminato lo spiacevole effetto dei bruschettini, e si costrinse a mangiare una terribile crostata di fragole, per addolcire la bocca.

Camminò fino all’edicola, e comprò un quotidiano, che non aveva alcuna intenzione di leggere, ma in quel momento gli sembrava la cosa giusta da fare.

Con il giornale in mano andò al parco, e si sedette su una panchina, la testa fra le mani a pensare.
No. Pensare non era la parola giusta. Il suo cervello aveva smesso di funzionare da mesi ormai, da quando lei era entrata e uscita dalla sua vita più veloce di una porta girevole, ma devastando tutto quello che aveva incontrato.
Il suo matrimonio, le sue abitudini, la sua ragionevolezza, le sue amicizie, il suo lavoro, tutto.
Da allora aveva smesso di pensare.
Quindi non sto pensando, pensò. Sto semplicemente facendo passare avanti e indietro qualche elettrone tra le mie sinapsi, ma non è pensiero, è pura consapevolezza di me.
Né più né meno quella che avrebbe una scimmia, o un cane. O un verme.
So di essere vivo. Tecnicamente. Faccio le cose che il mio corpo mi ordina di fare, e a cui non posso resistere.

Eppure un pensiero, o l’embrione di un pensiero, circolava per la sua mente: come è possibile?
Come è possibile che io abbia permesso ad un altro essere umano di distruggermi in questo modo?
E come potrò continuare a vivere con la mancanza di lei, con l’assenza totale dell’unica persona che io abbia mai veramente desiderato, con la consapevolezza che lei non ci sarà mai più per me, e che il vuoto che ha creato nella mia esistenza non potrà mai più essere riempito?

Restò così, trastullandosi con il suo non-pensiero, evitando invece di pensare a ciò che avrebbe dovuto fare: andare a trovare i suoi genitori, sentire qualche amico, riaccendere il computer, magari prendere un aereo e andare da qualche parte.
Ma è comodo, molto più comodo rimanere seduti, compiacendosi della propria inadeguatezza; lasciandosi andare, e trovando anche un buon motivo per farlo.

– Stai male? – lo distolse dalle sue elucubrazioni una voce.
Alzò lo sguardo: un bambino. Piccolo, sei o sette anni.
– No – rispose – Cioè sì. Non lo so. Tu che dici? –
– Secondo me stai male – decise il bimbo
– Forse hai ragione. Forse sto male. –
– Devi andare dal dottore – fu l’inconfutabile sentenza
– Non so se per il mio male ci sia un dottore che ci capisca qualcosa, però grazie, sei gentile a preoccuparti – disse cercando di fargli un sorriso.
Un rumore di scarpe che si muovevano velocemente sulla ghiaia gli fece girare la testa dalla parte opposta.

– Tesoro, che fai? Lascia stare il signore, non lo disturbare – una giovane donna richiamò il bambino e gli prese la mano per portarlo via.
– Sta male e lo stavo aiutando – si giustificò il bimbo.
La donna lo guardò, e quello che vide la preoccupò un po’, nessuno ama che i propri figli parlino con degli sconosciuti, soprattutto se hanno un aspetto sgualcito e disperato.
– E’ vero – disse lui cercando di rassicurare la donna con un sorriso buono – non mi sento molto bene, e lui mi ha dato un ottimo suggerimento –
La donna sembrò rinfrancata.
– Sì, lo so, è sempre prodigo di consigli. Forse da grande farà lo psicanalista, oppure il missionario. Si preoccupa sempre che stiano tutti bene – disse con un sorriso – Ora però andiamo, va bene caro il mio psichiatra? –

Salutò la mamma col bambino con un cenno della mano, ma invece di rimanere seduto si alzò.
Guardò la donna che andava via mentre parlottava con il figlio.
Aveva un sorriso gentile, due occhi luminosi, era bella in una maniera delicata.

Annuì ripetutamente, come se stesse parlando con sé stesso, e forse era così.
Poi si avviò verso l’uscita. Pensava che non avrebbe avuto bisogno di un dottore, in fondo.

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7 thoughts on “La Mattina Dopo

  1. Mi piace anche se avevo azzeccato il finale a poche righe da questo. Ma la chiusa era la parte difficile. O seguire la donna e sarebbe stato banale. E comunque io non avrei chiuso con un approccio tra i due. Mi piace. Ciao. papà

  2. Mi piace. Mi ricorda vita vissuta, anche se mi ci è voluta più di una donna per ridurmi così…in ogni caso, penso che fosse vodka, anzi, ne sono sicuro! 🙂
    PS La combinazione vodka-aglio-toscano funziona non solo con i coccodrilli, ma anche con gli alligatori e con il Gaviale del Gange.

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