Uomini bassi in impermeabile giallo

Omaggio a Stephen King
I “low men in yellow coats” sono una costante in alcuni romanzi di King, ma solo nel ciclo de “La Torre Nera” si capisce qualcosa di più di loro, e della loro malvagità.
Come tutti i malvagi, hanno il loro antagonista, che, guarda caso…si chiama Roland, anche se in questo raccontino umilmente ispirato a “Dark Tower” non viene nominato, ma si capisce benissimo chi è.
Spero che l’omaggio piaccia agli estimatori del Re.

L’uomo col cappello arrivò in paese all’alba.
Nessuno seppe dire come era vestito. Alcuni sostenevano che avesse dei vecchi jeans stinti, altri che portasse dei pantaloni di gabardine blu sotto una camicia grigia, altri ancora addirittura che indossasse un soprabito giallo.
Ma tutti furono concordi nel dire che non era molto alto, e che portava un cappello a bombetta, più grande della sua testa, che appoggiava su delle grandi orecchie a sventola.
La descrizione può sembrare buffa, quasi ridicola, ma per qualche motivo a nessuno venne in mente di ridere.
L’ometto si sedette di mattina presto ad un tavolo del bar del corso, e ordinò un’aranciata, per qualcuno, una birra per altri.
Poi tirò fuori dalla tasca un mazzo di carte, e cominciò distrattamente a fare dei solitari, e altri giochi.
Aspettava.
Nessuno lo notò veramente, durante la giornata, né i baristi che lo servirono, né gli avventori, né le poche persone che passavano davanti al bar per andare verso l’emporio.
Istintivamente suscitava repulsione e il cervello si rifiutava di registrare la sua presenza fino in fondo.
Non sembrò curarsi molto dell’effetto che faceva sulle altre persone, e continuò a giocare con le carte e a bere aranciata, o birra se preferite.
Fu verso il tramonto che il piccolo Gionata si avvicinò.
L’ometto non fece segno di aver visto il bambino, ma aveva percepito la sua presenza; oh se l’aveva percepita.
Stava aspettando proprio lui.
Il piccolo Gionata si avvicinò curioso al tavolino.
Era strano che un bimbo di 5 anni si trovasse solo, a quell’ora, in un bar, ma ancora più strano fu che nessuno sembrò accorgersi della sua presenza. Nessuno venne a chiedergli dov’era la sua mamma.
Il bimbo guardò curioso l’ometto e gli chiese:
– Sei un mago? –
L’ometto sorrise.
Il piccolo Gionata vide che aveva i molari che scintillavano al sole del tramonto, sembravano d’oro, e forse lo erano.
– Una specie. Faccio trucchi con le carte. Vorresti vederne uno? –
Il bimbo batté le mani.
– Sì, magari! –
Il sorriso dell’ometto si allargò ulteriormente.
Aveva molti denti, e molti d’oro, e qualcuno dei denti in fondo sembrava appuntito come un canino.
L’ometto cominciò a mischiare le carte, poi mise le mani vicine, in mezzo al petto, e cominciò a passarsi le carte da una mano all’altra, sempre più veloce, sempre più veloce.
Ad un certo punto le carte roteavano così vorticosamente che persero la forma individuale.
Sembravano un ammasso grigio, sullo sfondo del soprabito giallo.
Perché ERA giallo
L’ammasso grigio diventò sempre più scuro, fino a creare una macchia nera, che si allargava rubando spazio al giallo intenso del soprabito.
Il piccolo Gionata era affascinato. Di più: era ipnotizzato.
Gli occhi erano spalancati e la bocca aperta, mentre guardava dentro la macchia nera.
Si avvicinò facendo un piccolo passo con le sue gambette. Poi si avvicinò di nuovo, ma stavolta non fece nessun passo. Stava lentamente fluttuando verso l’ometto, le sue mani, e la grande macchia nera.
Dentro la macchia Gionata vide…delle stelle, e delle galassie, pianeti, lo scontro di due soli, un universo turbolento e bellissimo che aspettava solo lui.
Mentre il bimbo si avvicinava sempre di più alla macchia nera l’ometto iniziò a sorridere, e il suo sorriso si allargava sempre di più, ora arrivava fino alle orecchie, sembrò prendere tutto il viso, scoprendo decine, centinaia di denti aguzzi. Le pupille si allargarono, conquistarono prima l’iride e poi tutti gli occhi, trasformandoli in due pozzi neri,
Sotto la bombetta qualcosa si mosse freneticamente e le braccia sembrarono perdere la solidità delle ossa, tracciando delle curve innaturali tra la spalla, il gomito e il polso.
Il piccolo Gionata era vicinissimo al bordo della macchia, e fu in quel momento che l’ometto lo vide.
Era sullo stesso lato della strada, sotto un portico, appoggiato ad una colonna.
Portava dei jeans scoloriti e una camicia azzurra, anch’essa scolorita, senza frange.
In testa aveva un cappello a falde larghe, che nella luce del tramonto impediva di intravedere i suoi lineamenti.
Solo gli occhi, di un azzurro lancinante, brillavano sotto il cappello.
Sul lato destro della cintura aveva una fondina, in cui teneva un revolver. La mano destra aveva solo tre dita buone, mentre all’anulare e al mignolo mancavano due falangi.
L’uomo era alto e magro, sembrava aver camminato per giorni, e forse era così.
Dal taschino della camicia estrasse una sigaretta, la accese con calma, e mentre aspirava la prima boccata appoggiò la mano sulla fondina, slacciando l’unico bottone di madreperla che impediva alla pistola di essere estratta.
L’ometto smise di sorridere. I denti non si vedevano più. Il brulichio sotto la bombetta cessò, e anche gli occhi ridiventarono normali. Gli occhi dell’ometto ora fissavano la mano con tre dita dell’uomo. Sapeva che avrebbe estratto la pistola, e che l’avrebbe usata.
E sapeva anche, istintivamente, che quella pistola l’avrebbe potuto ferire, e forse anche uccidere.
Lo sguardo dell’ometto si caricò di odio, mentre la macchia rimpiccioliva e il giallo del soprabito si riprendeva i suoi spazi.
La macchia ridiventò grigia, poi rallentò, e infine il mazzo di carte si fermò nelle mani dell’ometto.
Si alzò, diede un ultimo sguardo di odio all’uomo in piedi sotto il portico, e sparì rapidamente come era venuto.
In quel momento una donna attraversò la strada correndo e urlando
– Gionata! Gionata! –
Corse verso il bambino, che era rimasto immobile, la bocca aperta, lo sguardo perso nel vuoto, catatonico.
Lo afferrò, lo scosse, e lo prese in braccio, ma il bambino non sembrava avere nessuna reazione.
– Gionata! Amore! Ti prego, ti prego! –
Il bimbo mosse dapprima una mano, poi stancamente, come se tornasse da un viaggio lunghissimo, disse solo:
– Mamma…- e abbracciò la donna.
Lei cominciò a piangere di gioia, stringendo il bimbo a sé fortissimo.
Con il bambino ancora in braccio si incamminò nella direzione da cui era venuta, poi si fermò al centro della strada.
Vide l’uomo sotto il portico, e senza sapere perché gli sorrise, e lo salutò con un gesto lieve della mano.
Lui spense la sigaretta schiacciandola con la punta dello stivale, la fissò per un attimo con gli occhi azzurri colore del ghiaccio, poi con le tre dita della mano destra richiuse la fondina e toccò leggermente la tesa del cappello in segno di saluto.
Si voltò, e si allontanò senza fretta.

bright yellow trench coat

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