Le due mosche morte di Boris Spassky

Avevo pensato di trarre un racconto da questo fatto; ma la storia vera è già così interessante che ho pensato di limitarmi a raccontarla, a ricordarla chi come me era ragazzino all’epoca e a farla conoscere a quelli più giovani di me che avessero la ventura di imbattersi in queste righe.
La storia delle mosche di Boris Spassky è la perfetta descrizione della difficoltà dell’animo umano nell’accettare le cose così come sembrano.
Di come il sospetto, la paura, il desiderio di leggere nelle azioni degli altri sempre qualche misterioso progetto malvagio, offuschino la nostra capacità di prendere le cose come sono, nel bene o nel male.
Abbiamo talmente necessità di capire e carpire le intenzioni degli altri, che spesso non ci limitiamo ad accettare quello che ci viene dato, o detto, o raccontato, o comunicato, ma dobbiamo andare più a fondo, smontare il giocattolo per vedere come è fatto dentro, se ci sono cose nascoste, se veramente quello che ci viene porto è così come sembra, o se c’è un secondo fine.
Il più delle volte, vorrei dire la stragrande maggioranza delle volte, dentro non c’è nulla, e abbiamo spaccato cose che non possono riaggiustarsi, come la fiducia, l’amore, o l’empatia.
Sarebbe così facile, se ci convincessimo che le persone, per lo più, non tengono nascosto nell’animo inconfessabili segreti, ma sono proprio quello che sembrano.
Ma evidentemente è destino che ognuno di noi, nella sua vita, prima o poi si ritrovi con un paio di mosche in pugno.

Quando il sospetto ti afferra alla gola, allo stomaco, alla pancia, non ti molla più. 
Il sospetto non è un sentimento che può essere rimosso facilmente, né con rassicurazioni, né con atti di fiducia, e neanche con delle prove e dati di fatto.
Perché ogni prova, ogni dimostrazione, ogni ragionamento possono essere facilmente smontati dal sospetto. 
I comportamenti degli uomini possono venire dissezionati ed analizzati, e tutto l’universo si trasforma in una sequenza infinita di scatole cinesi, dentro ad ognuna delle quali c’è una prova e subito dopo un altro sospetto, e così via.
Poi, qualche volta si arriva o si pensa di arrivare alla fine della strada, all’ultima scatola, e magari, esitanti, vi guardiamo dentro, stretti tra la paura di toccare con mano la verità delle nostre sensazioni, o il sollievo che sia tutta una finzione. Sollievo che dura poco, perché – guarda un po’ – in un angolo c’è un’altra piccola scatola, e la tentazione di aprirla è ancora troppo forte.
Ma quando l’ultimissima, ultima ultima scatola si apre, e dentro non c’è nulla, ci guardiamo indietro e ci rendiamo conto che per arrivare a quel punto abbiamo dovuto distruggere tutto, e che non otterremo mai quello per cui ci siamo aggrovigliati su noi stessi.
Ecco le conseguenze del sospetto: la sconfitta, comunque.

L’incontro di scacchi tra il campione del mondo in carica Boris Spassky e lo sfidante Bobby Fischer si tenne a Reykjavik nel 1972. 
Arrivare a questo incontro non fu facile, soprattutto per il comportamento eccentrico e paranoico di Fischer, che non si decise a partire per l’Islanda fino all’ultimo secondo, adducendo scuse di vario genere, facendo richieste irragionevoli, e litigando per aumentare il suo compenso. A quanto pare fu solo una telefonata del Segretario di Stato Henry Kissinger che lo convinse ad andare, anche se mancò la cerimonia di apertura, e arrivò tardi alla partita inaugurale.
Spassky invece era arrivato nella capitale islandese da tempo, e sembrava rilassato. Era, in fin dei conti, il campione del mondo in carica, e l’entourage sovietico usava anche questa disciplina come strumento per sottolineare la superiorità dei sovietici in tutte le arti e gli sport; per motivi diametralmente opposti gli americani volevano che Fischer, unico scacchista americano arrivato a questi livelli, partecipasse al campionato e lo vincesse.
Gli scacchi infatti erano da molti anni appannaggio dei sovietici, e tutte le finali fino a quel momento si erano disputate tra due sovietici.
Invece questo americano, geniale al limite della follia, aveva una chance per interrompere la supremazia dei russi. Se avesse giocato l’incontro, cioè.

Fischer perde la prima partita, e non si presenta alla seconda, permettendo a Spassky di arrivare subito al 2-0.
A questo punto dichiara che se non sarà possibile giocare senza pubblico e senza telecamere, che lo disturbano, abbandonerà l’incontro.
Spassky non è obbligato ad accettare, gli basterebbe insistere per giocare secondo le regole e le procedure stabilite dalla Federazione Internazionale, e molto probabilmente, nonostante l’ennesima telefonata di Kissinger, Fischer abbandonerebbe e lui rimarrebbe campione.
Ma Spassky è un gentiluomo, e nonostante i suoi cerchino di dissuaderlo, accetta le condizioni capestro richieste da Fischer, che all’inizio della terza partita innervosisce ulteriormente l’avversario, controllando personalmente tutto il sistema audiovisivo, e poi vince brillantemente l’incontro.
Cosa succede improvvisamente nella testa di un uomo, il campione del mondo in carica, che invece di mantenere il sangue freddo, comincia a subire la personalità del suo avversario?
Impossibile dirlo, ma di sicuro Fischer non sta facendo giochini psicologici, anche se l’effetto sulla psiche di Spassky è devastante.
Lui è così. E’ una persona arrogante, paranoica, brillante, geniale, distruttiva.
Odia il suo paese, ma lo vuole difendere, vuole giocare e vincere il mondiale, ma è pronto a rinunciarci per i suoi principi, anche se deformati da una personalità debordante.
Fischer non ha obiettivi segreti, non cerca la guerra psicologica o tecnologica, lui sente le voci, vede i fantasmi, ama e odia a modo suo.
Ma Spassky non gli crede. Anche se è uno sportivo e un campione, comincia a pensare di essere stato troppo liberale nei confronti dell’americano.
E, forse anche spinto dal suo entourage, ecco che il sospetto si fa largo nella sua mente.
Ad un certo punto non crede sia possibile che perda con Fischer perché questi sia più bravo.
No, l’americano di sicuro gioca sporco; ha voluto spostarsi in una saletta isolata perché sapeva di poter contare su qualcosa di illegale, qualche trucco.
Ma dove? Come può succedere?
Spassky si interroga, vorrebbe giocare, ma allo stesso tempo è in tensione, non capisce come mai la situazione gli stia sfuggendo di mano, e il suo stesso sospetto ne è la prova.
Perché improvvisamente non è più sicuro di sé?
Perché teme che l’americano gli stia giocando un brutto tiro?
Forse non è più padrone delle suo emozioni, del suo cervello, del suo stesso stato mentale.
Non può credere che sia il semplice confronto con un avversario più forte, a creargli quello stato d’animo.
Deve esserci di sicuro qualcosa sotto, ma cosa?
Poi ad un certo punto si illumina. Sono le sedie!
Di sicuro gli americani hanno fatto preparare le sedie in modo che gli diano fastidio, perché loro hanno fatto il sopralluogo per selezionare la saletta.
E come possono riuscire in questo intento? Elettricità, ecco la risposta che si dà Spassky, gli americani hanno inserito nelle sedie dei fili elettrici che creano interferenza, che gli impediscono di pensare correttamente, che magari condizionano anche le sue emozioni.
Tutto ciò è chiaramente senza senso, frutto di paranoia e di sospetto, ma ormai Spassky non riesce più a separare fantasia e realtà, e Fischer non è più solo un avversario, ma un demonio, che vuole distruggerlo, per di più in maniera truffaldina.

Ecco a cosa ci porta il sospetto: a travisare la realtà, a creare miti, illusioni, progetti che non esistono.
È molto più facile pensare che qualcosa al di fuori di noi condizioni la nostra vita, piuttosto che dare la colpa a noi stessi. Anche un campione, genio, e gentiluomo come Spassky ha ceduto a questa facile scorciatoia, invece di analizzare se stesso, le proprie motivazioni, i propri difetti.

E così, Boris Spassky chiese di poter controllare le sedie dove sedevano i due scacchisti, che furono smontate e sventrate fino a ridurle ai minimi termini.
Ma quando l’operazione si concluse, le uniche cose che furono rinvenute nella sedia di Boris Spassky furono niente altro che due mosche morte.
Spassky lasciò sul terreno la sua sicurezza, la sua serenità e la sua generosità.
E perse. 
Perse senza attenuanti, quasi senza lottare.
Perse il titolo di campione del mondo, e tornò a casa da sconfitto.
Ma con in tasca due mosche morte, il premio per la sua insicurezza e il suo sospetto.

P.S. Anche se meno affascinante di quella di Fischer, la personalità di Spassky è tuttavia interessante.
Da giovane era stato uno sportivo eccellente e correva i 100 metri piani in 10.4, tempo di tutto rispetto.
Nel 2008, a seguito della violazione dell’embargo americano verso la Jugoslavia da parte di Fischer per partecipare nel 1992 alla rivincita contro Spassky, il governo giapponese arrestò Fischer.
Dopo un mese di detenzione presso l’aeroporto, Spassky si decise a scrivere una bellissima lettera al Presidente degli Stati Uniti, che mi piace riportare:

“Signor Presidente,
nel 1972 Bobby Fischer divenne un eroe nazionale. Mi sconfisse nel match per il campionato del mondo a Reykjavík, sbaragliando l’armata dei grandi scacchisti sovietici. Un solo uomo sconfisse un’intera armata. Poco dopo, Fischer smise di giocare. In questo, rievocò la triste storia di Paul Morphy che, a ventuno anni, creò intorno a sé un’aura di leggenda sconfiggendo tutti i principali maestri europei e aggiudicandosi ufficiosamente la palma di campione del mondo. Poi smise di giocare e la sua esistenza si concluse tragicamente a New Orleans nel 1884, quando aveva solo quarantasette anni. Nel 1992, vent’anni dopo Reykjavík, avvenne il miracolo. Bobby ricomparve e disputammo un match in Jugoslavia. Tuttavia, in quel periodo, era in vigore contro la Jugoslavia un regime di sanzioni che impediva ai cittadini americani di intraprendere qualunque tipo di attività nel territorio di quel paese. Bobby violò le disposizioni del Dipartimento di Stato e il 15 dicembre 1992 la corte distrettuale degli USA emise contro di lui un mandato di arresto. Io invece sono cittadino francese dal 1998 e il governo non ha intrapreso alcuna misura contro di me. Dal 13 luglio 2004, Bobby è detenuto nel carcere dell’aeroporto di Narita per violazione delle leggi sull’immigrazione. Gli eventi sono stati riportati dai media. La legge è legge, non lo metto in dubbio, ma quello di Fischer non è un caso comune. Bobby ed io siamo amici dal 1960, quando vincemmo ex aequo al torneo di Mar-del-Plata. Bobby ha una personalità tormentata, me ne accorsi subito: è onesto e altruista, ma assolutamente asociale. Non si adegua al modo di vita di tutti, ha un elevatissimo senso della giustizia e non è disposto a compromessi né con sé stesso né con il prossimo. È una persona che agisce quasi sempre a proprio svantaggio. Non voglio difendere o giustificare Bobby Fischer. Lui è fatto così. Vorrei chiederle soltanto una cosa: la grazia, la clemenza. Ma se per caso non è possibile, vorrei chiederle questo: la prego, corregga l’errore che ha commesso François Mitterrand nel 1992. Bobby ed io ci siamo macchiati dello stesso crimine. Applichi quindi le sanzioni anche contro di me: mi arresti, mi metta in cella con Bobby Fischer e ci faccia avere una scacchiera.” 

image

Annunci

2 thoughts on “Le due mosche morte di Boris Spassky

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...