Pendolari

Alla stazione di Treviso, il treno dei pendolari si svuota lentamente; è l’ultimo della giornata, dopo le 20 bisogna avere la macchina per tornare a casa.
La maggior parte delle persone ha affollato quello delle 17, tutti quelli che lavorano nella zona industriale, impiegati, insegnanti.
La sera ci sono i professionisti, i manager in carriera, i ragazzi – o le ragazze – che tornano dalle morose, o le vanno a trovare.
Il vagone è ormai vuoto, tranne per una donna, appoggiata al cuscino laterale del sedile, addormentata. Le persone che sono uscite l’hanno guardata distrattamente.
La trova un addetto alle pulizie, che la scuote per farla svegliare.
La donna è giovane, è bella, i capelli biondi lunghi, pettinati da un lato.
Degli orecchini semplici, un tailleur elegante, delle scarpe con un tacco di almeno dieci centimetri.
L’uomo capisce che è morta solo quando nota il rivolo di sangue che le scorre sulla guancia sinistra e gli imbratta la mano.
L’addetto spara una bestemmia nel suo dialetto, e corre giù dal treno a chiamare la Polizia.

Il convegno sulle nuove tecniche investigative è stato fortemente voluto dal Ministero degli Interni e dalla Difesa, per suggellare la collaborazione tra le forze di Polizia, che negli ultimi tempi ha portato importanti risultati nella lotta contro la criminalità comune e quella organizzata.
Due giorni di lezioni, presentazioni, dibattiti, e poi ancora incontri tecnici, cocktail politici, cena di gala.
Un impegno gravoso, e ancora di più per chi, come il Maresciallo Graziosi, ha da sempre rifuggito gli impegni istituzionali, la divisa, le cene per ingraziarsi questo o quel superiore.
Ma il Comandante era stato chiaro: tu parteciperai, e non solo, ti lasciamo anche la presentazione a chiusura dei lavori, perché sei giovane, hai successo, e sei anche un gran figo.
E così aveva dovuto rispolverare la divisa, farla stringere un po’ perché aveva perso qualche chilo, e smadonnare una settimana davanti al computer per mettere insieme la presentazione, mentre il suo vice, Di Capua, lo prendeva per il culo senza parlare, solo con gli occhi.
Lui lo fulminava con lo sguardo, ma assaporava il gusto della vendetta. Aveva detto al Comandante che i suoi successi erano anche del suo vice – e lo pensava veramente – e che avrebbe meritato di partecipare anche lui. E così anche Di Capua si era dovuto sorbire i due giorni del convegno, ed ora era in prima fila, la faccia torva, a sentire il suo capo che propinava le sue verità ad una folla di colleghi, equamente divisa tra scettici e adoranti.
Il Comandante dei Carabinieri, anch’egli in prima fila, annuiva ad ogni passaggio, e ogni tanto parlottava con il Capo della Polizia, che gli sedeva accanto, e che annuiva anche lui per cortesia.
– …il processo investigativo è una gara a chi fa meno errori – stava concludendo Graziosi – non esiste il delitto perfetto, il delinquente perfetto, ma neanche l’investigatore perfetto. Spesso i dati sono sotto i nostri occhi. Talvolta dobbiamo aspettare un errore del nostro avversario, ma una cosa è certa: in questa gara, chi fa meno errori vince. Grazie –
L’applauso scattò convincente, Graziosi era un uomo di poche parole, ma quando serviva sapeva parlare.
Mentre i colleghi si andavano a congratulare, fece un cenno di intesa a Di Capua; avevano già le valigie pronte, e il biglietto in mano. Con questa scusa sarebbero scappati via subito, e tra qualche ora al massimo sarebbero arrivati a casa.
Non visti, nella calca generale, due uomini in divisa grigia percorsero il corridoio centrale della sala, e si avvicinarono ai Comandanti. Avevano anch’essi la serietà e il portamento da graduati.
Dopo un paio di minuti, Graziosi si sentì toccare la spalla dal Comandante.
– Il Capo ti vuole – il Capo era in gergo il Comandante dell’Arma.
Incredibile, pensò Graziosi, il Capo che ti fa un complimento.
Capì che si sbagliava quando ne vide l’espressione.
– Graziosi – disse con il tono stentoreo che conosceva bene – questi sono due colleghi della Polizia Ferroviaria. Hanno saputo che eravamo in città e ci chiedono aiuto per un omicidio appena avvenuto. Ho concordato con loro che avremmo messo a disposizione un investigatore. Mi è piaciuta la tua presentazione, per cui ho pensato di chiederti di collaborare. Rimarrai a Treviso per qualche giorno, per dare una mano nelle indagini –
Graziosi rimase a bocca aperta, si girò per guardare il Comandante, che fece spallucce, poi Di Capua, che aveva già messo in moto i globi oculari sparandoli contro il soffitto, poi tentò di dire:
– Veramente noi stavamo per… – si bloccò perché il suo Comandante gli aveva afferrato il braccio e glie lo stava stritolando.
– …certo Comandante, ne saremo lieti – concluse.
Quando furono soli, il suo Comandante gli disse:
– Graziosi, non possiamo rifiutarci. Questi stanno nel marasma e si sono ritrovati una morta su un treno. E a peggiorare le cose ci sta che la donna morta è la figlia del Sindaco di Treviso. Ho dato la tua disponibilità e il Capo se l’è spesa. Punto. Mettiti l’anima in pace e trovami lo stronzo che ha ammazzato la ragazza –
Graziosi annuì, poi uscì seguito da Di Capua.
Lasciarono le valigie nella hall dell’albergo, e insieme ai due della Polizia ferroviaria si diressero verso la stazione, che era a soli dieci minuti.
– Per curiosità, come mai siete venuti a chiedere il nostro aiuto? Non avete un’unità investigativa? –
– A dire il vero, no – rispose uno dei due – anche perché che io mi ricordi, omicidi sui treni da queste parti non sono mai avvenuti. Per qualche fatto più grave, di solito ci appoggiamo al comando di Polizia di Treviso. Ma sono impegnati in un’operazione antidroga, e non ci possono aiutare. –
E vaffanculo anche alla droga, pensò Graziosi, e forse anche Di Capua stava pensando la stessa cosa, dalla faccia che faceva.

Arrivati alla stazione, Graziosi non si perse in convenevoli, chiese subito quale fossero il treno e il vagone, e seguito da Di Capua salì di corsa i gradini che immettevano nello scompartimento.
Dentro c’erano un paio di poliziotti, e un tipo in giacca e cravatta che li vide in divisa e si affrettò a presentarsi.
– Buongiorno – disse con una voce stridula che si adattava benissimo alle sue dimensioni non propriamente da giocatore di rugby – sono l’Ingegner Lorenzon, il responsabile locale di Trenitalia della stazione di Treviso – strinse la mano ai due Carabinieri.
– Buongiorno Ingegnere, possiamo vede il posto dove è avvenuto il delitto? – chiese Graziosi andando subito al sodo.
– E’ quello – disse Lorenzon, indicando una poltrona.
Graziosi la guardò, poi guardò Di Capua. Era perfettamente pulita.
– Scusi – chiese con un tono di voce basso e lento – e il cadavere dov’è? e non vedo tracce di sangue –
Aveva paura di conoscere la risposta.
– Lo abbiamo fatto portare via – rispose l’Ingegnere soddisfatto – e poi abbiamo pulito e disinfettato tutto a tempo di record, in modo che il materiale rotabile possa essere messo in esercizio già in mattinata e quindi rispettare perfettamente… –
– Aspetti, aspetti… – lo interruppe Graziosi – lei mi sta dicendo che non solo avete spostato un cadavere dalla scena del delitto prima che gli investigatori, cioè noi, lo potessero vedere, ma avete anche ripulito tutto? –
Ora lo sguardo di Graziosi esprimeva ferocia e se ne accorse anche il piccoletto, che diventò paonazzo, le gote in particolare, anche grazie forse a qualche frequentazione abituale di prosecco.
– Beh… – ora era sulla difensiva – hanno fatto le foto, e poi ho chiesto ai vostri colleghi – e indicò i due Poliziotti che li avevano accolti, e che ora distoglievano lo sguardo con imbarazzo.
– Che manica di imbecilli! – sbottò Graziosi, e l’Ingegnere si sentì piccato.
– Senta – disse con tono di voce alterato – cerchi di capire, abbiamo una tabella da rispettare, un servizio da mandare avanti, e non potevo certo lasciare i sedili sporchi, non trova? Siam mica a Napoli, sa? –
Graziosi lo guardò, non disse nulla, annuì, poi uscì dal vagone, insieme agli altri poliziotti, lasciando il solo Di Capua – che era di Fuorigrotta – con l’Ingegner Lorenzon, per spiegargli due o tre cosine sulla sua città. In privato però.
Dopo cinque minuti anche i due scesero, l’Ingegnere a testa bassa, dileguandosi senza salutare.
– E ora che facciamo? – chiese Di Capua.
– Mah, questi coglioni ci hanno impedito di vedere la scena del delitto dal vivo, facciamoci portare all’obitorio, e vediamo se c’è un medico legale disponibile per dirci qualcosa –

Il vantaggio di una piccola città, dove certe cose non accadono quasi mai, è che non devi negoziare l’attenzione di nessuno.
Quando i due arrivarono all’obitorio, scoprirono che l’esame autoptico stava per iniziare, non solo, ma il loro ruolo era stato già notificato all’istituto di medicina legale, per cui quando arrivarono gli furono consegnate copie delle foto scattate sulla scena del delitto, furono preparati con camice e mascherina, e senza tanti complimenti spinti nella stanza dove si stava per svolgere l’autopsia, in modo che potessero assistervi in diretta.
Al solito, Di Capua rimase immobile e apparentemente indifferente, mentre Graziosi si agitava nel camice troppo stretto, e soprattutto perché non amava vedere corpi umani dissezionati.
Decise di guardare prima le foto, per farsi un’idea il più possibile vicina alla situazione iniziale.
La ragazza sembrava dormire, appoggiata verso il corridoio, sulla poltrona, una mano a pugno sotto la guancia.
Dal lato destro del viso non si notavano tracce dell’evento. Le foto invece scattate dal lato del finestrino evidenziavano una macchia rossa, non troppo grande, in mezzo ai capelli biondi, e un rivolo di sangue che scendeva giù per la guancia, correva sull’orecchio, e infine scendeva sulla spalla, macchiando la giacca grigio chiaro del tailleur.
Effettivamente per chi fosse passato distrattamente per uscire dal vagone poteva sembrare che dormisse.
La descrizione sintetica – molto sintetica, pensò – della scena coincideva con questa impressione.
La testimonianza dell’addetto alle pulizie, e il resoconto della Polizia Ferroviaria, erano concordi nel dire che solo un’osservazione attenta, o qualcuno che si fosse seduto accanto, avrebbe potuto notare l’evento.
A quanto pare la donna era seduta da sola. Oppure qualcuno si era alzato dopo…ma non voleva fare ipotesi, era ancora prematuro.
Iniziò a seguire il lento e burocratico iter di analisi del cadavere, ma dopo qualche minuto non resse più e uscì.
Decise di andare a cena, avrebbe chiesto una sintesi al medico più tardi, non aveva alcuna intenzione di passare un’ora a vedere un bisturi martoriare quel corpo così delicato.
Entrò in un ristorante, il primo che incontrò, e decise di onorare il luogo ordinando un risotto al radicchio rosso, e mezzo litro di vino rosso, un Cabernet consigliato dal cameriere.
Mangiò svogliatamente, cercando di non pensare al delitto, ma non era facile.
La donna che aveva visto sdraiata sul metallo della sala mortuaria era giovane, bella, e terribilmente somigliante a Giulia, che lo aveva fatto soffrire da giovane e da adulto, e non riusciva a non pensare che poteva esserci lei, su quel metallo, che quando il destino decide che devi incontrare il tuo carnefice c’è poco che gli umani possano fare che non sia stato deciso dagli dei, se non cercare di trovare il colpevole.
Ecco cosa faceva lui: dava un nome e una motivazione ad una decisione divina. Ben poca cosa.
Con questa malinconia, solo leggermente alleviata dal Cabernet, passò un’oretta, prima di tornare all’istituto per vedere se avessero finito.
Era ormai tardi, e avrebbero raccolto tutte le informazioni per poi ragionarci a mente fredda e riposati, il giorno dopo.

Trovò il medico e Di Capua che parlottavano in una stanza adiacente alla camera mortuaria.
Chiese una sintesi e le cose più rilevanti.
– Nessuna sorpresa, tutto è come appariva dall’esame esterno del corpo. Una donna giovane, in buona salute, uccisa con un solo colpo di proiettile alla tempia. Non so dirle il calibro, non sono un esperto balistico, ma sicuramente un calibro piccolo, direi un .22 per le dimensioni del foro e della pallottola, che abbiamo trovato immersa nella materia cerebrale. Dalle dimensioni del foro sembra che il colpo sia stato sparato da vicino, quasi a contatto, ma la mancanza di bruciature e la poca penetrazione del proiettile mi fanno pensare ad un silenziatore. – disse il medico.
Graziosi guardò Di Capua, che scosse il capo. Era un esperto tiratore e la cosa non gli quadrava.
– Il silenziatore non ci convince – azzardò Graziosi – sarebbe stato scomodo ed evidente, e in un luogo così ristretto non avrebbe ridotto significativamente il rumore dello sparo – Di Capua annuiva.
– Mmmmm, non so, forse è stato usato un cuscino o un altro materiale assorbente. Probabilmente di gomma semirigida, altrimenti avremmo trovato tracce all’interno del foro o della materia cerebrale –
– Segni di colluttazione? – chiese Graziosi.
– Nessuno – rispose il medico – dall’ematoma che abbiamo trovato sotto la guancia destra, accentuato dal deposito di sangue post mortem, ne potremmo dedurre che la donna fosse addormentata quando è stata uccisa, o in alternativa che sia stata posizionata così dopo l’omicidio –
– Altri particolari? – Graziosi era stanco e faceva domande solo di routine.
– Nessuno. Le analisi del sangue sono negative. Non si drogava, non prendeva medicine, non fumava, nessuna malattia evidente in corso. Analisi più approfondite arriveranno nei prossimi giorni, ma al 99% quello che le sto dicendo è quello che troveremo. Nessuna frattura, segni di violenza di alcun tipo. L’unica, se vogliamo, anomalia, è un piccolo tatuaggio sull’inguine, una specie di cerchio con un pitone, o forse un drago, non è facile capirlo, è un po’ troppo piccolo e confuso – rispose il medico legale.
– Perché anomalo? ormai i ragazzi fanno tatuaggi in continuazione e dappertutto –
– Ha ragione. In questo caso l’anomalia è che è l’unico, in tutto il corpo, ed è molto recente, diciamo non più di due o tre mesi. Forse può esservi utile, come informazione –
Graziosi guardò l’orologio, si erano fatte ormai le 22, erano stanchi, e non c’era niente che potessero comunque fare per quella sera.
Ringraziarono il medico, raccolsero tutti i dati e tornarono in albergo.

La mattina dopo si videro a colazione prestissimo, e mentre Graziosi beveva un caffè macchiato, e una spremuta d’arancia, Di Capua riassumeva quello che sapevano, cioè quasi niente.
– Alessandra Ronchi, anni 28, Avvocato, si sta specializzando in cause aziendali presso uno studio di Mestre. – Di Capua alzò gli occhi per guardare Graziosi – Un amico del padre, un ex deputato che ha fatto i soldi occupandosi delle aziende del suo leader. La Ronchi ci lavora da da quattro anni, dopo la laurea a Padova, e un master a Londra. Il padre è Sindaco al terzo mandato, un vero e proprio boss del luogo, con rapporti ottimi con maggioranza, opposizione, chiesa e Confindustria. Insomma, in città non si muove nulla senza che lui lo sappia. Ho fatto una ricerca sull’archivio dell’ANSA, e non risultano fatti che coinvolgano la donna. Il padre, come molti politici, ha diverse cause pendenti, denunce, ed è stato anche condannato qualche anno fa per percosse, aveva messo le mani addosso ad un compagno di partito… –
– Un bel tipino – commentò Graziosi.
– Sì, ma a quanto pare con i figli un padre esemplare, ho trovato in rete diverse foto con la figlia da piccola, ad eventi, inaugurazioni, insomma era la sua cocca, penso che sarà furioso –
– Immagino – disse Graziosi con un pezzo di cornetto in bocca – vita sentimentale? –
– La Ronchi ha un fidanzato ufficiale, una specie di manager di una piccola azienda che produce pallet, credo famigliare. –
– Andiamolo a trovare per primo, anche se il delitto non mi sembra si possa categorizzare come passionale, ma oggi giorno se hai quattro soldi ti puoi anche permettere un professionista che sbrighi alcune faccende per te. E magari ci saprà dire qualcosa su quel tatuaggio. –

Il capannone era solo uno dei tanti che si trovavano in una zona industriale vicino alla città. Anche il navigatore della macchina che gli avevano messo a disposizione non sapeva che pesci pigliare, e alla fine arrivarono all’indirizzo giusto che erano già le 10.
Chiesero del Sig. Merlo. La ragazza alla reception li guardò per qualche secondo, poi disse: – Padre o figlio? –
I due si guardarono, poi Di Capua fu più lesto a rispondere: – Figlio –
– Le chiamo subito l’Ingegnere allora –
Se la ragazza aveva 28 anni, sembrava improbabile che fosse fidanzata con un uomo di 60 anni o più, anche se non si poteva mai dire.
Il ragazzo invece che venne loro incontro poteva forse averne una trentina, ben vestito, alto, l’aria un po’ malinconica, che certo la notizia del giorno prima non doveva aver migliorato.
Andarono in una piccola sala riunione, e dopo i convenevoli, Graziosi disse:
– Lei saprà che in un caso di omicidio come questo siamo costretti a fare domande anche molto dirette e personali, e che allo stato attuale non possiamo escludere nessuno dai sospettati –
Guardò il giovane negli occhi, ma questi non li abbassò.
– Maresciallo, capisco quello che mi sta dicendo, e non avrò problemi a rispondere alle sue domande, ma di sicuro uscirò presto dal novero dei sospettati. Io e Alessandra non stavamo più insieme da qualche mese, e io sto con un’altra donna, con la quale penso di sposarmi a breve. Ci siamo lasciati dopo un periodo di apatia, non abbiamo litigato, non ci siamo tirati i piatti, non siamo neanche rimasti amici, se è per questo, ma non avrebbe avuto molto senso. Lei aveva la sua vita, lo studio, i suoi amici, io l’azienda di famiglia da mandare avanti. Non c’erano più motivi di frequentarci. –
Graziosi e Di Capua erano interdetti. Le informazioni che avevano sembravano confermare che i due fossero fidanzati, ma il ragazzo sembrava sincero, e comunque era facile da verificare, non avrebbe avuto senso raccontare una bugia così stupida.
Questo li faceva pensare che i dati che erano stati raccolti fossero errati, o quanto meno non aggiornati. Il che significava un supplemento di indagini, anche solo per raccogliere informazioni base. Il ritorno a casa sembrava lontanissimo.
– Quindi lei non ci sa dire – riprese Graziosi – se la ragazza avesse qualche problema, qualcuno che l’avesse molestata, qualche nemico, qualche persona che la minacciava? –
L’Ingegnere rimase per un po’ sovrappensiero. Poi disse:
– Guardi, la verità è che io e Alessandra non ci parlavamo proprio più. Sì, lei era diventata evasiva, ad un certo punto, e io l’amavo ancora e sarei rimasto volentieri con lei, almeno questo fino a qualche mese fa. Poi lei molto chiaramente mi disse che non voleva più stare con me, e ci siamo lasciati. Questo è quanto. Per cui le mie informazioni risalgono a qualche mese fa, e fino a quel momento non c’era niente di strano, tranne… –
Si interruppe, non sapeva se andare avanti o meno. I due lo guardarono aspettando che sputasse il rospo.
– …tranne che chiaramente aveva un altro – disse alla fine – Lei non me lo disse esplicitamente, io non lo chiesi, ma ci stavo male lo stesso perché l’avevo capito, ma sinceramente, al di là del mio dispiacere e del suo imbarazzo, non c’era nulla che potessi catalogare come sospetto, o potenzialmente pericoloso –
Le domande difficili le faceva sempre Di Capua.
– Ci sa dire chi fosse questo nuovo “fidanzato”? – da bravo meridionale tutto casa e chiesa calcò in maniera esagerata la parola “fidanzato”, in modo che si capisse che disapprovava la condotta della ragazza.
L’Ingegnere scosse la testa.
– No, non vi saprei aiutare. Me ne sono disinteressato, ad un certo punto. Deve però per forza essere uno della zona, perché a parte andare a Venezia con quel maledetto treno non sia allontanava mai. –
– Il tatuaggio che cosa rappresentava? – chiese ancora Di Capua.
Il ragazzo li guardò in maniera interrogativa.
– Quale tatuaggio? Alessandra non aveva tatuaggi –
I due esitarono.
– Quello all’inguine – decise infine di dire Graziosi.
L’Ingegnere diventò rosso, non si capiva se per l’imbarazzo o la rabbia.
Fece una pausa prima di rispondere.
– Maresciallo, come le ho detto, da qualche mese io e Alessandra non ci parlavamo più. Ma era ormai già qualche mese che noi…insomma, eravamo di fatto degli amici che fingevano di stare insieme, non avevamo rapporti intimi, e non la vedo…voglio dire non l’ho vista nuda da almeno…diciamo sei mesi –
E abbassò la testa malinconicamente, dopo queste parole.
Graziosi estrasse la foto del tatuaggio e glie la mostrò.
– Gli dia un’occhiata, magari è un simbolo che conosce, se il suo nuovo fidanzato è della zona, ci potrebbe aiutare a trovarlo –
L’Ing. Merlo alzò la testa, prese la foto, la guardò, sgranò gli occhi, e poi iniziò a piangere; in silenzio, asciugandosi gli occhi col dorso della mano, singhiozzando senza emettere rumore.
I due carabinieri si stupirono a questa reazione, ma non dissero nulla, sapevano che l’uomo stava per rivelare qualcosa e non volevano rovinare tutto con commenti di circostanza.
Quando ebbe finito, li guardò con gli occhi intristiti, e con uno sguardo che sembrava appartenere ad un uomo molto più vecchio.
– Mio padre ha seguito le orme di mio nonno, e io le sue. Sono ormai 5 anni che gestisco l’azienda di famiglia. In teoria non sarei solo, ma mio fratello non ne ha mai voluto sapere nulla. Lui è più grande di me di qualche anno, ma non ha studiato, ha girato il mondo, fatto reportage fotografici, scritto libri di viaggio. Poi lo ha preso la passione per le moto, ha corso per qualche anno, anche con buoni risultati, poi si è rotto tutto in un incidente, e quando lo hanno rimesso in sesto ha deciso di aprire un’officina per moto da corsa, non lontano da qui. Non lo vedo e non lo sento da due anni. –
Aspettarono, perché c’era sicuramente dell’altro.
– Questo logo, è il simbolo della sua officina, ed era il disegno che aveva sul casco quando correva. Il pitone è lui, sinuoso, pericoloso, inafferrabile. Così lui si vede, ed evidentemente così lui è, se è riuscito a togliere la donna a suo fratello –
Il ragazzo si accasciò sulla sedia, e i due ritennero di non insistere, avrebbero ottenuto l’indirizzo dell’officina facilmente anche in un altro modo.
Andarono via perplessi: quella storia si complicava, e anche se avevano trovato forse una direzione per le indagini, il mondo che si rivelava non piaceva ai due carabinieri.
Ma avevano troppa esperienza per non sapere che il male non si fermava neanche di fronte ai legami di sangue, anzi, talvolta era anche più intenso.

L’officina di Andrea Merlo, scoprirono, non era distante dal capannone dell’azienda di famiglia. Forse un paio di chilometri, in linea d’aria.
Era un garage probabilmente originariamente adibito a magazzino, in uno spiazzo in cui si affacciavano altri garage tristemente chiusi. L’officina di Merlo era apparentemente l’unica attività ancora in piedi della zona, e il logo con il pitone campeggiava sopra la serranda alzata. A parte il logo, nessuna insegna indicava che quella fosse un’officina, ma l’odore, e le moto da corsa appoggiate qua e là non lasciavano spazio a dubbi.
Su un elevatore, era posizionata una moto completamente smontata, solo il telaio, il manubrio e le ruote erano ancora al loro posto. Un uomo sui 35 anni era chinato con una lampada ad osservare qualche dettaglio della moto.
Era in jeans e maglietta, sporchi di olio e grasso, e aveva dei capelli lunghi, ondulati, quasi con dei boccoli.
Quando ebbe la percezione che ci fosse qualcun altro vicino a lui, si alzò e il due videro che era abbastanza somigliante a suo fratello, anche se l’aria scanzonata, l’aspetto un po’ più selvaggio e i capelli lunghi lo facevano sembrare decisamente più bello.
Si pulì le mani e venne loro incontro senza dire niente, ma con un’aria interrogativa.
– Carabinieri – disse Graziosi – le dobbiamo fare qualche domanda –
L’uomo non si scompose, indicò un piccolo ufficio in cui c’era un computer, una scrivania, dei moduli, e appena lo spazio per sedersi in tre.
L’atmosfera era un po’ surreale.
Nessuno si decideva a parlare, poi finalmente Andrea chiese:
– A che proposito mi volevate fare queste domande? –
Di Capua rispose velocemente, prima che Graziosi potesse fermarlo, perché aveva avuto un presentimento:
– Volevamo chiederle informazioni relativamente all’omicidio di Alessandra Ronchi –
L’uomo, nel sentire queste parole, fece una cosa inaspettata.
Svenne.
I due furono colti di sorpresa, e si precipitarono a tirarlo su, lo misero seduto sulla sedia, e cominciarono a spruzzargli un po’ d’acqua in faccia, ma non rinveniva.
Finché Di Capua non gli diede un ceffone violentissimo, e l’uomo cominciò a riprendere conoscenza.
Graziosi guardò il suo vice con stupore e ammirazione per i suoi metodi, ma non ebbe tempo di congratularsi, perché Andrea Merlo stava tremando, per l’emozione e forse anche per lo schiaffone.
Quando furono ragionevolmente certi che si fosse ripreso, si sedettero di nuovo.
– Lei non sapeva che Alessandra fosse stata uccisa? – chiese con delicatezza Graziosi.
L’uomo fece cenno di no con la testa, poi aggiunse: – Non sapevo neanche che fosse morta –
Di Capua chiese, non senza un minimo di sospetto:
– Ma scusi, il delitto è in televisione da ieri, la sua…amica era la figlia del sindaco, possibile che non l’abbia visto, non abbia saputo, nessuno l’abbia avvertita? –
– Non ho la televisione, non leggo i giornali. Non mi piace. Sto qua la maggior parte del tempo, e avevo delle cose urgenti da fare. Ho dormito qui stanotte, c’è una specie di cameretta sul retro, e non ho preso il cellulare, tanto Alessandra ha…voglio dire aveva degli impegni a Venezia, e non ci saremmo potuti vedere. Comunque il cellulare qua non prende neanche bene. Sarei andato a casa più tardi stamattina… –
Si mise le mani nei capelli, e smise di parlare.

Quando si ritrovarono nella locale caserma dei Carabinieri, in un ufficio messo loro a disposizione dal Comandante della stazione, cercarono di riordinare le idee, ma ancora prima di iniziare si rendevano conto di non avere gran che su cui lavorare.
I due fratelli avevano degli alibi se non di ferro, abbastanza credibili: l’Ingegnere aveva lavorato fino a tardi presso la fabbrica, e il fratello era stato visto un paio di volte in orari non compatibili con il fatto di aver preso il treno in una stazione dell’itinerario, e poi essere sceso a Treviso.
La Polizia Ferroviaria stava vagliando altre conoscenze, amici, ex compagni di Università, parenti anche alla lontana: niente sembrava promettente, ma come avevano imparato non si poteva mai dire; anche se la stessa esperienza che non permetteva loro di scartare alcuna ipotesi li faceva essere abbastanza pessimisti. Sapevano che se non fossero riusciti ad individuare una pista accettabile entro un paio di giorni, la probabilità di trovare l’assassino sarebbe diventata quasi nulla, e con il Sindaco alle calcagna, e i media che stavano impazzendo, sarebbe bastato questo per mettere a rischio la loro carriera, anche se Graziosi non era così interessato alla sua carriera, piuttosto ad assicurare alla giustizia l’autore dell’omicidio.
Dato che la sua filosofia, mutuata da un seminario che aveva seguito a Quantico agli inizi della carriera, era “no stone unturn”, decise di evitare di fare ipotesi per il momento non supportate da fatti, e di cercare di smuovere un po’ le acque.
Questo significava andare a sentire i suoi colleghi e soprattutto, o per meglio dire purtroppo, il Signor Sindaco Padre.
Decisero di affrontare per prima la belva, nella speranza di avere campo libero per le indagini. Sapevano che difficilmente avrebbe potuto fornire indicazioni utili, che avrebbe fatto molte pressioni e reso la loro vita molto più difficile, ma non c’era modo di evitarlo, per cui decisero di recarsi la mattina dopo nell’ufficio del Sindaco, preallertato da una telefonata del loro Comandante.

Non fecero quasi anticamera, e furono fatti entrare direttamente nell’ufficio del Primo Cittadino, che li aspettava seduto, vicino a un nugolo di bandiere, tra le quali riconobbero quelle dell’Italia, dell’Unione Europea, del Veneto, e di un partito politico famoso per l’intolleranza razziale.
Il padre di Alessandra era visibilmente alterato, la camicia aperta, sudato, le occhiaie profonde, sembrava un uomo che avesse bevuto molto, e dormito poco, e probabilmente non erano lontani dal vero.
Era accigliato, non li salutò, e fu molto brusco quando disse:
– Lo voglio io. Quando lo trovate, non lo porterete in caserma, ma qui da me. E io lo ammazzerò con le mie mani –
Iniziamo bene, pensò Graziosi.
Si schiarì la voce e ignorò la profferta del Sindaco.
– Signor Sindaco, prima di tutto vorrei porle a mio nome personale, del mio vice Di Capua e di tutta l’Arma dei Carabinieri le nostre più sentite condoglianze. Siamo certi che… –
– Mi ci pulisco il culo con le vostre condoglianze! – interruppe urlando il Sindaco Ronchi, la gola ingrossata, la bava alla bocca, e tenuto per le spalle da un corpulento assistente.
– Me lo dovete portare qui, subito, prima di ora, vivo, e lo voglio ammazzare, ma lentamente, voglio che soffra il più possibile, voglio tagliargli la carne centimetro per centimetro – disse prima di rituffarsi nella poltrona, ansimante per la stazza e per la rabbia.
Graziosi contò fino a cento, poi fino a mille, poi fino a diecimila, e si scosse solo quando Di Capua lo toccò leggermente su una spalla.
Districò l’arcata superiore e quella inferiore dei denti, per poter replicare:
– Signor Sindaco – disse con il tono più mellifluo che riuscì a trovare nelle recondite cavità del suo organismo – non posso prometterle risultati, non sarebbe serio, ma le garantisco che metteremo il massimo impegno per assicurare il colpevole alla Giustizia – pronunciò quest’ultima parola calcando su tutte le sillabe, per far capire cosa pensava della giustizia fai-da-te.
Il Sindaco non replicò, ma lo guardò torvo, e Graziosi capì che lo spiacevole colloquio era finito.

Uscirono in silenzio, e non parlarono fino alla macchina.
Seduti sul sedile posteriore, mentre un agente della Polfer guidava, scambiarono solo qualche parola di circostanza; sapevano da prima come sarebbe andato il colloquio, e la sua inutilità. Tuttavia si erano resi conto che il Sindaco poteva essere un ostacolo, con la sua richiesta di accelerare i tempi e di avere risultati certi, e questo li preoccupava.
Salirono sul treno alla stazione di Treviso, dove solo un paio di giorni prima la ragazza era stata colpita a morte.
Fecero lo stesso suo tragitto, cercarono di immedesimarsi nei suoi panni, osservarono con attenzione le persone e le facce.
Arrivarono a Mestre, dove scesero per recarsi nello studio dove Alessandra lavorava.

Gli studi di avvocati sono tutti uguali: segretarie alte due metri, strizzate dentro abiti taglia 38, partner senior con pance enormi, bretelle e sigari da un metro sulla scrivania, giovani praticanti che danno l’impressione di fare loro tutto il lavoro, parquet dappertutto, anche nei cessi, e libri in ordine perfetto, che probabilmente nessuno consulta da secoli.
L’unica differenza tra questo studio e gli altri che Graziosi aveva avuto la ventura (o sventura) di visitare, era l’affaccio: all’ultimo piano di un piccolo grattacielo, la finestra del senior partner nonché Amministratore Delegato abbracciava con la vista tutta la laguna di Venezia, e in quella giornata di sole la vista era semplicemente spettacolare.

I due rimasero impalati a guardare fuori dalla finestra, mentre l’uomo, con-titolare dello studio e uomo di navigata esperienza, si accendeva un sigaro di un metro senza chiedere loro il permesso, e si metteva comodo in poltrona.
Graziosi attese un paio di minuti, prima di girarsi e andarsi a sedere davanti all’uomo.
– Una grave perdita – disse l’Avv. Sereni, dello studio Desimone-Sereni-Laudadio.
Sbuffò un paio di volte dal sigaro, poi si accomodò nella poltrona di pelle nera che lo sovrastava di almeno mezzo metro, e che doveva essere costata qualche migliaio di euro. Forse anche qualche decina.
– Quindi la conosceva bene – disse Graziosi, per nulla intimidito dallo sfarzo.
– Beh, no, non tanto, era una praticante, di solito io non so neanche che faccia abbiano, ma in questo caso, essendo la figlia del Sindaco Ronchi, ci avevo fatto una chiacchierata… – glissò Sereni.
– Glie l’aveva raccomandata il padre? E’ questo il motivo per cui lavorava qui? –
L’avvocato Sereni sgranò gli occhi.
– No, assolutamente. Conosco il Sindaco da molti anni, siamo amici, o comunque ci frequentiamo abbastanza spesso, ma Alessandra non era tipo da raccomandazioni. Ha mandato il curriculum con un nome falso, le selezioni le hanno fatte i partner giovani, e solo quando abbiamo dovuto registrarla, abbiamo scoperto chi era. Allora l’ho chiamata, per chiederle se c’era qualcosa che potevo fare per lei, e lei mi rispose di “lasciarla lavorare come gli altri”. E così feci. Se ci incontravamo la salutavo, ma niente di più. Il padre piuttosto… – esitò
Graziosi si sporse.
– Continui – lo incitò
– Beh, lei ha conosciuto il Sindaco, no!? in tutto quello che fa mette la sua personalità e il suo peso, e adorava la figlia. Mi chiamava quasi tutti i giorni per sapere come andava, cosa faceva, per darmi suggerimenti. Devo dire che per me avere Alessandra a studio era diventato un fastidio, non tanto per lei, ma per il padre. Non vorrei essere nei panni dell’uomo che l’ha ammazzata –
Graziosi rimase un attimo in silenzio, poi guardò Di Capua, che capì al volo.
Fu l’appuntato a rivolgersi improvvisamente a Sereni.
– E lei come fa a sapere che è stato un uomo? Ha accesso a qualche informazione riservata, che magari neanche noi abbiamo? La scena del delitto è stata secretata e le indagini le facciamo noi due –
L’Avvocato Sereni diventò rosso e cominciò a sudare. Stava evidentemente cercando una scusa, ma non la trovò, e alla fine disse:
– Mi ha chiamato il Sindaco, mi ha raccontato un po’ di cose, mi ha detto che sareste venuti qui e mi ha chiesto di darvi una mano, perché… – si schiarì la voce, ma fu Graziosi a finire la frase.
– …perché non crede che noi siamo capaci di combinare niente di buono. Secondo lei lo ha detto perché siamo Carabinieri, meridionali, o solo perché non siamo amici suoi? – chiese sarcastico.
– Su, Maresciallo, non se la prenda – disse Sereni improvvisamente rilassato – il Sindaco è fatto così, e in questo caso è spinto dalla rabbia e dalla frustrazione. Noi abbiamo delle persone in gamba in questo ufficio e sarei lieti di metterle a sua disposizione. Tra l’altro stipendiamo un paio di investigatori, e se volete possono affiancarvi nelle indagini. Sarei contento di fare qualcosa per il mio amico, anche se niente potrà ridargli la figlia –
Graziosi represse un moto di rabbia, poi riuscì a controllarsi:
– La ringrazio ma non abbiamo bisogno di aiuto esterno. La Polizia Ferroviaria ci sta già dando una grossa mano, e in caso di necessità possiamo chiedere aiuto alla stazione locale. Le chiedo piuttosto di indicarmi chi fossero i colleghi di Alessandra, vorremmo fare una chiacchierata con loro –
Sereni annuì, e chiamò la sua segretaria per dare istruzioni.

Il partner con cui lavorava Alessandra sembrava un ragazzino, anche se aveva 35 anni. Se non fosse stato per il completo a tre pezzi, e l’atteggiamento professionale e altezzoso, ne avrebbe potuti dimostrare 10 di meno.
Alessandra lavorava a stretto contatto con lui, Tiberio Orrù si chiamava, e divideva una stanzetta con una altra praticante, Claudia qualche cosa, il nome lo aveva segnato Di Capua.
Graziosi parlò un po’ con Orrù, il quale si dimostrò dispiaciuto, disse delle frasi di circostanza, ma non sembrava sapesse nulla di Alessandra o della sua vita fuori dallo studio.
Fu cordiale, aperto, disponibile, ma a parte sapere che era la figlia del Sindaco, e che viveva a Treviso, non sembrava avere alcuna informazione utile.
Quando Orrù uscì, e nella stanzetta che Sereni aveva messo a disposizione dei due entrò Claudia, l’altra praticante, Graziosi e Di Capua capirono che l’atmosfera era ben diversa.
Si guardarono e si accomodarono meglio.
La ragazza era un po’ sovrappeso, elegante come si conviene ad una praticante di un importante studio legale, ma chiaramente di estrazione molto meno borghese di Alessandra; sembrava che i vestiti le fossero stati consigliati da qualcuno che non conosceva bene la sua personalità, perché esaltavano i suoi difetti – qualche chilo di troppo, il fatto di non essere molto alta – e non evidenziavano invece il colore degli occhi, un grigio-verde molto intenso e una tonalità di pelle scura e piacevole.
Si vedeva che era a disagio, forse in difficoltà, e per questo all’inizio le domande furono di rito, di cosa si occupava, se conosceva Alessandra da molto, se andavano d’accordo, cose così, inutili ai fini dell’indagine, ma fondamentali per stabilire le basi della conversazione.
Quando la ragazza sembrava essersi rilassata, quasi a tradimento Graziosi le chiese:
– Cosa le aveva detto Alessandra per farla preoccupare così tanto? –
La ragazza smise quasi di respirare, si immobilizzò, guardò prima uno poi l’altro uomo, e capì che erano troppo esperti per non aver intuito il suo stato d’animo; e allora abbassò lo sguardo e cominciò a piangere sommessamente.
Di Capua alzò istantaneamente gli occhi al cielo: se c’era una cosa che lo metteva di cattivo umore, erano i bugiardi colti in castagna che iniziavano a piangere.
Graziosi non poté trattenere un sorrisino, poi fece cenno a Di Capua di andare avanti. Il suo vice avrebbe fatto il Carabiniere buono, stavolta.
– Avvocato – disse – noi stiamo cercando di capire chi può aver ucciso la sua collega, e quindi qualsiasi informazione, anche la più banale, può servirci per trovare il suo assassino –
La ragazza annuì vigorosamente, poi prese coraggio.
– La scorsa settimana venne da me, e mi chiese se ci eravamo mai occupati di penale. Io risposi che per quanto ne sapevo io, era un’attività saltuaria e solo per pochi clienti. Noi ci occupiamo per lo più di questioni aziendali, fusioni, multinazionali, non difendiamo di norma criminali o potenziali tali. Sapevo che per qualche amico dei titolari si era fatta un’eccezione, ma appunto, era un’eccezione. Le chiesi il perché di questa domanda, e lei mi rispose che in realtà le serviva solo sapere se avevamo in studio un po’ di bibliografia su cui studiare, senza dover andare in biblioteca a Venezia. Le dissi che sì, avevamo sia i codici, sia i volumi sulle sentenze del tribunale penale di Mestre e della provincia di Venezia, e mi ringraziò –
– Non le disse cosa stava cercando? – chiese Graziosi.
La ragazza fece di no con la testa, poi aggiunse:
– Lei non me lo disse, ma ero curiosa, e andai nella biblioteca dello studio. La sezione penale non è molto frequentata, e i volumi sono un po’ impolverati e allineati, a differenza degli altri, e quindi mi fu facile capire quale volume era andata a consultare. Se vuole glie lo posso portare –
Graziosi annuì senza dire niente, e rimase in silenzio finché la ragazza non tornò, un minuto dopo, con un volume rilegato in pelle.
Sul dorso la dicitura in lettere dorate recitava: “Sentenza del Tribunale di Mestre del 15 Gennaio 2012 su associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga”.
Graziosi lo rigirò in mano, poi lo diede a Di Capua.
– Lei l’ha letto? – chiese alla ragazza.
– No, volevo solo sapere l’argomento, non so cosa ci sia, o perché Alessandra se ne fosse interessata. –
– Allora immagino che dovremo farlo noi – disse Graziosi alzandosi.
Mentre si avviavano all’uscita, il Maresciallo si girò verso la ragazza che era rimasta seduta:
– Chiaramente quello che ci siamo detti è sotto segreto istruttorio. Sarebbe meglio che stavolta tenesse sotto controllo la sua curiosità –
La ragazza arrossì e annuì in silenzio.

Decisero di fermarsi a prendere un caffè a Mestre. Avevano saltato il pranzo, e non avrebbe avuto senso tornare di corsa a Treviso.
Si sedettero, e Graziosi cominciò a sfogliare distrattamente il volume. C’erano interrogatori, arringhe, decine di testimoni, nomi e cognomi in grande quantità.
Non riusciva a capire cosa ci avrebbe potuto trovare Alessandra di interessante, e per quale motivo si dovesse interessare al traffico di droga, o meglio, di un processo sul traffico di droga.
Però sapeva una cosa: l’esperto di dati, numeri, nomi era Di Capua, per cui senza dire una parola gli passò il volume, e continuò a bere il suo caffè.

Dopo cena si ritrovarono al bar dell’albergo di Treviso dove alloggiavano.
Di Capua si presentò con il volume, un blocco pieno di appunti, e il pc portatile.
Si vedeva che aveva lavorato sodo, ma la sua faccia non prometteva grandi cose.
– Facciamo il punto – iniziò Graziosi – Abbiamo una ragazza, di buona famiglia, apparentemente senza problemi o scheletri nell’armadio. Va quasi tutti i giorni a Mestre a lavorare in un grande studio legale, e un giorno viene uccisa da qualcuno che fa in modo di eliminarla senza clamore. Fidanzato ed ex-fidanzato, che per inciso sono fratelli, non hanno motivi apparenti e possono produrre alibi credibili. Altre piste non ne abbiamo. Però esce fuori che si interessava ad un processo per traffico di droga. Leggiamo il volume e… –
– …e niente – finì per lui Di Capua – Il processo ha coinvolto una piccola banda di malavitosi locali, rinforzati da un paio di calabresi che fornivano la materia prima. Un paio di cavalli spacciavano vicino ad un liceo, da loro si è risalito al piccolo boss del quartiere, arrestati, processati e condannati. Fine della storia –
– Nessun riferimento ad Alessandra, o a qualcuno che la potesse conoscere? –
– Per quello che ho potuto ricostruire, no. Questi erano tutti personaggi di poco conto, il processo non è neanche arrivato sulla prima pagina de “La Tribuna”, insomma uno di quei classici casi in cui la Polizia deve fornire qualche risultato, e arresta personaggi di poco conto che vengono rimpiazzati in poco tempo. Come questo possa arrivare fino ad Alessandra, non l’ho ancora capito. –
Graziosi si fermò un attimo, mentre finiva di bere un amaro.
– Una vendetta trasversale per fare uno sgarbo al padre? – azzardò Di Capua.
– Mmmm…non mi torna. Questo Sindaco è da anni che imperversa e rompe le palle a destra e sinistra, perché proprio ora? e comunque dietro la facciata “law and order”, non ha veramente intaccato i grandi poteri, leciti o illeciti. Fossi un criminale anzi, lo manterrei al potere per i prossimi cento anni. –
Chiuse gli occhi, un po’ per la stanchezza, un po’ per permettere ai suoi pensieri di formarsi senza costrizioni. Erano in un vicolo cieco, e se non volevano passare i prossimi mesi ad analizzare minuziosi indizi e possibili fili che non avrebbero portato da nessuna parte, dovevano trovare rapidamente il bandolo della matassa.
Di Capua aveva incrociato nomi, fatti e relazioni del processo, inclusi testimoni, pubblici ministeri, giudici a latere, impiegati e cancellieri.
Non aveva trovato nulla che potesse portare ad Alessandra, neanche blandamente.
E allora perché aveva chiesto di vedere un archivio di processi penali? perché proprio quel volume? che cosa stava cercando?
Poi improvvisamente, spalancò gli occhi.
Aveva messo a fuoco la cosa che non gli tornava, e Di Capua se ne accorse e si fece attento.
– Senti Di Capua – attaccò Graziosi – noi ci ritroviamo con un un unico misero indizio. Questo indizio ce lo ha fornito una ragazza, di cui non sappiamo gran che. Non sappiamo quanto fosse amica di Alessandra, se ci ha detto tutto quello che sapeva, e soprattutto: non siamo andati con lei a prendere questo volume. –
Di Capua strabuzzò gli occhi.
– Vuole dire, Marescià, che la ragazza ci avrebbe detto una cazzata? e che io ho lavorato tutto il pomeriggio a vuoto? – era veramente incazzato.
Graziosi si morse un labbro.
– Può darsi, Di Capua, può darsi. E comunque lei si aspetta di aver finito con noi, e io credo che se invece facciamo un salto a trovarla di nuovo, forse potrebbe uscire qualche cosa di interessante –
– Ma perché una ragazza giovane, una praticante in uno studio così prestigioso, un avvocato, dovrebbe mentire? lei sicuramente non c’entra niente, abbiamo controllato gli alibi di tutti nello studio. Perché avrebbe dovuto mentirci e portarci fuori strada? –
Graziosi si alzò, e disse:
– Ho una mezza idea, ma andiamocelo a far dire da lei. Andiamo a trovarla a casa –

Dire bugie è un’arte difficile.
Molti di noi sono in difficoltà anche quando dicono la verità, e manifestano tutti i sintomi della menzogna.
Perché? perché tutti noi abbiamo degli scheletri nell’armadio, e anche se in quel preciso momento prevale la sincerità, la paura che si vadano a toccare luoghi o argomenti indesiderati è sempre presente.
Nessuno ha la coscienza veramente, completamente pulita.
Paradossalmente, pensava Graziosi, per questo motivo era così difficile capire le persone che interrogava, perché a prima vista sembravano tutti colpevoli.
Ma quello che per gli altri era un ostacolo spesso insormontabile, per lui era diventato lo strumento per risolvere i casi più intricati; perché lui aveva la capacità di capire le persone.
Una capacità che a volte malediceva, quando ad esempio sarebbe stato comodo abbandonarsi ad un amore superficiale, e invece si costringeva a scavare, scavare, finché non trovava quello che non andava.
Oppure che lo faceva andare in giro con un appuntato taciturno e serioso, evidentemente unica persona di cui non aveva ancora trovato bassezze morali.
E se dire la verità ad un Carabiniere esperto era difficile, mentire, e mentire reiteratamente, era quasi impossibile.
La ragazza era stata brava, si disse, ma era come un giocatore di scacchi alle prime armi: era riuscita a vedere solo poche mosse, ma il Gran Maestro aveva più pazienza, più esperienza, più lucidità, e la partita era segnata.
Aveva improvvisato, pensò Graziosi, ma se dire bugie premeditate era difficile, per imbastire una recita all’impronta ci voleva un animo malevolo e un’intelligenza totalmente dedicata all’inganno; e la ragazza non aveva nessuno dei due.
Quando bussarono alla porta – il terrore di tutte le persone con la coscienza sporca, trovarsi due Carabinieri che ti bussano alla porta senza preavviso a tarda sera – e si qualificarono, lei aprì, ed era già pallida, con le labbra tremule.
E quando Graziosi senza preavviso le disse:
– Siamo venuti a chiederle perché ci ha mentito –
lei fece l’unica cosa che fanno i bambini quando vengono sorpresi con le mani nella marmellata: scoppiò a piangere.

Ci volle qualche minuto, per riprendersi, e finalmente quando furono tutti seduti in salone, su dei vecchi divani probabilmente un regalo dismesso di qualche amico a giudicare dalle condizioni, in mano un caffè, la ragazza fu pronta a parlare.
– Alessandra non venne da lei per chiederle di un processo, vero? –
Iniziò Graziosi dicendo una cosa ormai scontata, per rompere il ghiaccio.
La ragazza fece di no con la testa.
– Ma perché ci ha raccontato quella storia, e ci ha parlato del faldone – chiese Di Capua che non riusciva a capire – bastava ci dicesse che non ne sapeva niente e probabilmente avremmo chiuso lì la faccenda –
La ragazza non rispose, si limitò a mordersi un labbro, e Di Capua stava per insistere quando Graziosi spalancò gli occhi e si girò verso il suo vice facendogli segno di aspettare.
Poi si sporse verso la giovane Avvocato, e disse con un tono più sommesso, quasi un mormorio:
– Claudia, lei stava cercando di proteggere qualcuno, vero? di sviare la nostra attenzione –
Lei ricominciò a piangere, e fece di sì con la testa.
Di Capua trattenne il respiro.
– E’ il suo capo? il capo di Alessandra? – chiese Graziosi quasi a botta sicura: ne aveva viste di queste situazioni, la giovane praticante che intratteneva una relazione con il suo capo. Ovviamente solo nelle canzoni di Venditti le segretarie con gli occhiali si fanno sposare dagli avvocati, ma nella vita reale spesso ci vanno a letto.
Lei fece ancora di sì.
– Però vede, Claudia – continuò Graziosi – per volerlo proteggere ora l’ha messo nei guai, perché ci fa sospettare di lui. E a questo punto se vuole veramente che noi scopriamo la verità, ci deve dire tutto. E la prima cosa è: aveva una relazione con Alessandra? è per questo che lei lo voleva tenere fuori da questa storia? perché pensa che l’abbia uccisa lui? –
– No! No! non è per questo! – quasi urlò la ragazza – non avevano una relazione, o meglio…lui avrebbe voluto, la tartassava, ma lei aveva una storia con un tizio di Treviso, e non gli dava spago. Alessandra era bella, molto più bella di me… – abbassò gli occhi, imbarazzata.
– E quindi visto che lei non gli dava soddisfazione, il nostro stimato Orrù si rivolse alla seconda scelta – commentò aspro Di Capua.
Mettere gli interrogati in difficoltà, fare saltare gli schemi, provocare rabbia, imbarazzo, qualsiasi sentimento negativo che potesse farli parlare. Questa era la tattica che usavano, e anche se non l’avevano certo studiata sui libri all’università, sapevano che funzionava, e funzionò anche stavolta.
– Certo, io ero il ripiego – disse amara la ragazza – ma anche se lui non mi fila più di tanto, e si limita a venire a letto con me quando ne ha voglia, io lo amo, e sono sicura che non è stato lui, non c’entra niente con l’assassinio di Alessandra! –
– Va bene, Claudia – riprese Graziosi – crediamo che lei sia sincera. Ma allora ci deve dare una risposta molto semplice: perché lei voleva proteggere il suo capo? perché ha pensato che potessimo sospettare di lui, se non aveva una relazione con Alessandra? –
La ragazza rimase in silenzio, sapeva che non aveva alternative ormai, che doveva raccontare quello che sapeva, ma si sentiva come sull’orlo del baratro, e voleva attendere ancora un attimo, prima di buttarsi giù.
I due aspettavano pazienti, fissandola, sapevano che avrebbe detto tutto, dovevano solo attendere.
– Alessandra venne da me, non sapeva che noi avevamo una relazione, e mi disse che lo aveva visto alla stazione di Treviso parlare con il Capotreno. Lui non l’aveva vista perché lei era già sopra, ma le era sembrato strano, perché lui vive a Venezia, e che cosa stava a fare a Treviso, in quegli orari poi, a parlare con il Capostazione? Allora aveva cominciato a fare caso alle persone, e aveva visto che il Capostazione a turno si fermava sempre a parlare sulla banchina o sul treno con le stesse due/tre persone, e in un paio di altre occasioni aveva anche rivisto Orrù, e non riusciva a capire il perché –
Ciò detto, abbandonò la testa sul petto, con la vergogna che aveva imporporato il suo viso.
Graziosi si alzò e Di Capua lo seguì.
– Grazie Avvocato, ci è stata molto preziosa. Non ci serve alto, il resto ce lo dirà l’Avvocato Orrù, anche se sospetto di sapere il seguito della storia. Lei però è consapevole che il suo comportamento ha gravemente ostacolato le nostre indagini, e ci ha fatto perdere tempo prezioso, e anche se il suo “fidanzato” non risulterà colpevole, potremmo non essere più in grado di risalire all’autore dell’omicidio per causa sua. Chiamerò quindi la stazione locale dei Carabinieri, che la trarranno in arresto. Voglio anche essere sicuro, glie lo dico con franchezza, che lei non avverta il suo uomo. Passerà la notte al Comando, poi probabilmente domani uscirà, ma dovrà affrontare un processo, e probabilmente anche cambiare mestiere –
Uscirono non appena arrivarono due Carabinieri a prendere in consegna la ragazza. Non parlarono durante il tragitto per l’albergo, non c’era molto da dire, andarono a dormire, consapevoli che forse la giornata successiva avrebbe segnato una svolta nelle indagini.

Rispetto alla prima volta in cui aveva guardato da quella finestra, il tempo si era guastato, e la laguna era un unico, uniforme strato di nebbia lattiginosa che non lasciava intravedere la bellezza del panorama.
Sereni si era acceso il solito sigaro, ma si vedeva che era nervoso.
– Non capisco perché vuole rivedere uno dei miei Avvocati, e questa cosa non mi piace. Questa convocazione è irrituale, e voglio vederci chiaro. – disse il massiccio Avvocato con la sua voce stentorea.
Graziosi gli parlò senza distogliere lo sguardo dalla finestra, anche se in realtà non vedeva niente.
– Avvocato, posso convenire con lei che la convocazione è irrituale. A questo punto ci vorrebbe un interrogatorio in piena regola, con un difensore presente. Ma – e si girò per guardare negli occhi il titolare dello studio – lei sa bene che ci sono forze altrettanto importanti della legge. Ad esempio, la stampa. Che potrebbe interessarsi molto, e probabilmente lo farà comunque, a quello che succede nel suo studio, a partire dal fatto che gli Avvocati si scopano o tentano di scoparsi le praticanti –
Sereni sussultò, il primo colpo era andato a segno.
– Poi – continuò Graziosi – non credo che il Sindaco di Treviso sarebbe molto contento di sapere che lei ha ostacolato in qualche modo, invece di collaborare, le indagini sulla morte di sua figlia. Ma come? proprio lei che si era offerto così gentilmente di metterci a disposizione i suoi “migliori elementi”, vuole proteggere uno che forse può darci qualche indizio, o che addirittura potrebbe essere il colpevole? –
L’Avvocato Sereni aveva troppa esperienza per non sapere quando una causa è già persa in partenza.
– Cosa suggerisce di fare? – chiese, accettando la sconfitta.
– Chiami Orrù, adesso, qua, nel suo studio. Noi lo interroghiamo in sua presenza, e lei eventualmente sarà il difensore garante della correttezza dell’interrogatorio, e se necessario lo aiuterà per tutelare i suoi diritti –
Sereni alzò il telefono senza staccare lo sguardo da Graziosi.
– Faccia venire Orrù nel mio studio. Subito –
Attaccò, e i tre rimasero in silenzio finché, un minuto dopo, non bussarono alla porta e la segretaria fece entrare l’Avvocato Orrù Tiberio, del foro di Mestre.
– Mi cerc… – iniziò a dire poi si paralizzò alla vista dei due Carabinieri, Di Capua nella sua divisa di ordinanza che faceva sempre un certo effetto, soprattutto ai malandrini.
– Siediti – ordinò Sereni senza cordialità nella voce – il Maresciallo ti vuole fare qualche domanda, e io, come tuo amico, capo e avvocato, ti consiglio di rispondere sinceramente.
Graziosi non si perse in preamboli.
– Avvocato Orrù, lei fa abitualmente uso di cocaina? prima che risponda le faccio presente che come forse saprà la Polizia Scientifica possiede qui a Mestre un laboratorio molto attrezzato, e se la sua risposta non sarà soddisfacente, mi basterà portare un suo capello per avere la risposta –
– Beh…insomma… – balbettò l’uomo guardando il suo capo che lo fissava come se volesse bruciarlo vivo – è capitato che a qualche festa… –
– Forse non ha capito bene. La domanda era semplice e necessità solo di una risposta secca: sì o no – interruppe Di Capua, con un fare astioso che in parte sorprese anche Graziosi.
Il fatto è che pochi mesi prima un suo cugino a Napoli aveva perso la vita per una storia di droga, e da allora era molto meno comprensivo verso i reati connessi agli stupefacenti.
Orrù capì l’antifona, e rispose:
– Sì, sono un consumatore abituale da un paio di anni –
Sereni sprofondò nella poltrona, disgustato.
– Ma perché mi fate questa domanda? che cosa c’entra con Alessandra? e poi il consumo di droga non è un reato – rispose con aria quasi di sfida.
– No, certo, non lo è. Ma dato che Alessandra prima di morire l’aveva vista più volte in alcune situazioni poco chiare, credo che lei faccia parte di un giro di spaccio tra Treviso e Mestre, e che non sia solo un consumatore, ma che abbia aiutato e consigliato chi porta la droga da queste parti. Perché altrimenti poteva tranquillamente rifornirsi da qualche cavallo locale, invece di andare a Treviso a parlare con il Capostazione. Per questo motivo adesso noi la arresteremo, e oltre che all’associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti, la faremo incriminare anche per l’omicidio di una testimone scomoda –
Orrù sbiancò, le labbra divennero pallide, gli occhi sembravano uscirgli fuori dalle orbite.
– No! io non ho ucciso Alessandra, non sapevo neanche mi avesse visto! è vero, ho aiutato degli…amici…a gestire il trasporto della cocaina, in cambio di una fornitura gratis, perché qua – e guardò Sereni con odio – non guadagno abbastanza, nonostante mi faccia il culo per sedici ore al giorno. Ma no, io non avrei mai ammazzato Alessandra. Io…insomma io mi ero invaghito di lei, ma non ne voleva sapere, non le avrei mai fatto del male! –
Quando i Carabinieri del Comando locale lo portarono via in manette, non senza essersi stupiti del superlavoro che questi due gli stavano fornendo, Graziosi e Di Capua rimasero soli con Sereni.
– E adesso? caso chiuso? – chiese l’Avvocato.
– Non dovrei dirlo, perché lei in fin dei conti anche se informalmente rappresenta l’imputato, ma francamente no, non penso sia stato lui. Avevamo già controllato gli alibi dei suoi dipendenti, e il suo era solido. E poi non mi convince l’idea di uno che se ne frega di essere visto a Treviso, e poi ammazza una donna solo perché è una testimone. Mancano delle motivazioni solide. Comunque vedremo – e così dicendo si congedarono e andarono a riprendere il treno per Treviso.

Sul treno, fu Di Capua a sollecitare il chiarimento.
– Insomma Marescià, lei non pensa che sia stato l’Avvocato? –
Graziosi guardava fuori dal finestrino, si girò per parlare con il suo vice che gli era seduto di fronte.
– Ne sono quasi certo. La cosa più ironica è che la Polizia di Treviso ha mollato nei guai la Polizia Ferroviaria perché stanno investigando sul traffico di droga, e poi tutto si svolgeva sul treno! Evidentemente il Capostazione del treno regionale prendeva in consegna la merce e la portava fino a destinazione. Chi poteva sospettare di lui? Poi Orrù, altro insospettabile, prendeva il tutto in consegna e lo dava ai pregiudicati, che non potevano certo farsi vedere in stazione, mentre lui poteva circolare liberamente. Insomma, un giro di incensurati al servizio della mala. Abbiamo fatto un favore alla Polizia, e ci divertiremo a prenderli bonariamente per il culo per questo, ma per quanto riguarda l’omicidio di Alessandra, siamo più o meno al punto di partenza –
– E che si fa allora? –
Graziosi ci pensò un attimo, poi rispose:
– In mancanza di idee migliori, ripartiamo dal suo uomo. E’ quello con l’alibi più traballante, e anche se non sono convinto che possa essere stato lui, da qualche parte dovremo ricominciare a guardare –

Scesero alla stazione di Treviso, e con loro somma sorpresa trovarono il Sindaco ad aspettarli, insieme con la Polizia, il Comandante Regionale dell’Arma, il Prefetto, il Capo della Polizia Ferroviaria, e un paio di fotografi.
– Eccoli! – gridò il Sindaco Ronchi – eccoli qua! –
Si avvicinò e abbracciò i due Carabinieri imbarazzatissimi.
Li strinse per le spalle mentre i fotografi immortalavano il solenne momento. Neanche la morte della figlia poteva far dimenticare al Sindaco Ronchi che la politica è fatta di comunicazione.
– Voglio ringraziarvi, a nome mio personale e di tutta la città di Treviso, di avere assicurato alla giustizia l’uomo che ha così barbaramente assassinato mia figlia, e incidentalmente di avere anche sgominato una banda che era riuscita a stabilire un profittevole traffico di droga tra Treviso e Venezia. Grazie! –
Finito il discorsetto, e fatte altre foto con tutti i protagonisti, il Sindaco si appartò con i due:
– Voglio dirvi: di qualsiasi cosa abbiate bisogno, chiedetemi quello che volete, io vi sono debitore in eterno. E non ve lo dico da Sindaco, ma da padre – e fece per asciugarsi una lacrima.
Graziosi si schiarì la voce.
– Ehm…la ringrazio signor Sindaco, ma il nostro lavoro è la nostra unica fonte di soddisfazione – disse con una faccia tosta, che neanche Di Capua riuscì a trattenere un mezzo sorriso, ma Ronchi non si accorse del sarcasmo.
– Bravi! Bravi! fa piacere vedere che al giorno d’oggi le Forze dell’Ordine sanno ancora esprimere valori che fanno onore al Paese! –
E dopo questa ultima esternazione, più che altro a favore della stampa, andò via seguito dal codazzo di leccapiedi e potentato vario.
Rimasti soli, Di Capua chiese:
– Perché non gli ha detto la verità? –
– Non sarebbe servito a niente, ci avrebbe solo messo in difficoltà e impedito di procedere senza clamore. E poi ci potrebbe anche fare comodo. Se il vero assassino pensa di essere al sicuro, forse riusciremo a stanarlo –
Così dicendo, si avviarono a prendere la macchina di servizio.

Andrea Merlo era dove l’avevano lasciato, nella sua officina, e trafficava con una moto.
Quando lo chiamarono, e si girò, notarono un grosso ematoma tra l’occhio sinistro e lo zigomo.
Graziosi si avvicinò, lo toccò, e l’uomo si ritrasse per il dolore.
– E questo? non mi dica che è caduto perché l’avverto subito, non ci crederei –
– Ho avuto un diverbio con mio fratello – disse – è venuto qua, abbiamo litigato, e mi ha dato un cazzotto in faccia – concluse raccontando i fatti.
– E lei glie lo ha restituito? – chiese Graziosi.
– No, non l’ho fatto. Lui sta peggio di me per la morte di Alessandra, e non aveva senso trasformare la nostra ruggine in una rissa –
– D’altronde – si intromise Di Capua – non sarà stato piacevole scoprire che la tua ex fidanzata se la faceva con tuo fratello – concluse assestando il suo solito colpo basso.
Merlo non si scompose.
– A dire il vero non è per quello, che è venuto a litigare. Sembrava impazzito, mi accusava di averla uccisa io. Continuava a ripetere “me l’hai ammazzata! me l’hai ammazzata!”, finché non si è sfogato con un pugno, e io l’ho lasciato fare –
– E l’ha ammazzata lei? – chiese con tranquillità Graziosi.
– No. Non l’ho ammazzata io. Io l’amavo. Lei anche. Era la donna della mia vita. Vorrei ammazzare me stesso, ora, ma sono un debole e non ne avrò la forza – rispose guardando il Maresciallo dritto negli occhi.

Andarono via senza aver concluso niente, ma se non altro era emerso un particolare interessante: la rabbia del fratello, l’Ingegnere, era sintomo di qualcosa di più profondo.
Decisero di tornare alla fabbrica dei Merlo, e fare una nuova chiacchierata con l’Ingegnere.

Stavolta l’uomo lo ricevette a casa dei genitori, che abitavano in una piccola palazzina senza pretese, nonostante tutti i soldi che dovevano avere, vicino al capannone principale. Probabilmente per loro la famiglia e la fabbrica erano la stessa cosa.
Il Commendatore, come tutti chiamavano il capofamiglia, era un uomo grosso, ignorante, un gran lavoratore, e si vedeva che nonostante ormai avesse passato tutte le cariche al figlio, era ancora lui che sulle cose di famiglia, e quindi della fabbrica, aveva l’ultima parola.
Infatti fu lui a sostenere di fatto la conversazione, mentre il figlio, l’Ingegnere, ascoltava in silenzio. Probabilmente non era la prima volta che doveva subire la personalità del padre.
– Accomodatevi pure – fece un cenno ai due il Commendatore, senza alzarsi dalla poltrona. L’età e la mole, uniti ad una certa mancanza di educazione, gli suggerirono di rimanere seduto. Vi faccio portare un caffè –
– Maria! porta due caffè per i signori – urlò.
Dalla porta comparve una donna minuta, silenziosa, che poteva essere la donna di servizio, ma che non lo era.
– Vi presento mia moglie. Una donna di casa, dedita ai figli e al marito. Non come quella là – disse riferendosi ad Alessandra.
Mentre scambiavano due parole di circostanza, Graziosi si guardò intorno, e vide una casa modesta. Quella era gente attaccata ai soldi, che non li spendeva volentieri, che avrebbe voluto morire con il conto in banca gonfio. Avevano mobili in arte povera, di buona fattura ma certo non costosi, divani di stoffa, anche le tazzine sembravano comprate all’Ikea.
Graziosi prese il caffè, ringraziò la signora Maria, che rimase in piedi vicino allo stipite della porta – probabilmente pronta a prendere altre ordinazioni, pensò il Maresciallo – poi si rivolse all’Ing. Merlo.
– Perché è andato da suo fratello a litigare? – chiese
– Perché è un coglione! – sbotto il Commendatore, rispondendo al posto di suo figlio.
– Scusi? – chiese Graziosi.
– Ma certo! è andato a fare il gradasso con il fratello adesso che quella puttana è morta, mentre prima, quando quello se la trombava facendo ridere tutto il paese, stava zitto a piangere nella sua cameretta! il mona! –
Graziosi si rivolse di nuovo all’Ing. Merlo:
– Quindi lei sapeva che Alessandra stava con suo fratello! –
– Ma certo che lo sapeva! – rispose ancora una volta al posto del figlio il Commendatore – ma cazzo, è un paesino di tremila anime qua, e Treviso non è molto più grande! tutti sanno tutto, e lo prendevano per il culo a questo coglione. Il fratello gli aveva rubato la morosa, e lui ci stava male, povero cocco! perché non ha i coglioni, ecco. Il fratello ce li ha, ma è un vagabondo, un nullafacente. Non ha mai avuto voglia di lavorare, quello. Pensa solo alla figa, e alle moto, e voleva i soldi per mettere su una squadra di corse. Ma va in mona! gli ho detto! vieni in fabbrica a lavorare, se g’hai bisogno di soldi. Piuttosto che darli a te, faccio Amministratore Delegato quel debosciato di tuo fratello, gli ho detto, che almeno una cazzo di laurea a calci in culo l’ha presa. E così ho fatto! –
Graziosi era esterrefatto, anche se in parte affascinato, di fronte alla scena che aveva davanti.
Aveva pietà del povero Ing. Merlo, cresciuto all’ombra di un padre padrone, innamorato di una donna che non lo contraccambiava, umiliato in privato e in pubblico da un fratello scapestrato che gli aveva portato via l’unica cosa preziosa della sua vita.
– Sì, lo sapevo – disse infine l’Ingegnere – sapevo che stava con mio fratello, e mi sono dovuto sottoporre a delle sedute di terapia. Sono stato anche in una clinica specializzata per qualche settimana. Questo mi ha aiutato a dimenticare. Ora sono sereno. Quando mi avete fatto vedere il tatuaggio, ero sincero, non lo avevo mai visto, però sì, sapevo di Andrea ed Alessandra, ma me lo volevo dimenticare –
– Ecco! quindi mio figlio non è stato, potete tornarvene a casa. Noi siamo una famiglia per bene, qui si lavora e basta, mia moglie – e indicò la Signora Maria, che continuava ad assistere alla scena senza dire nulla, come probabilmente aveva fatto migliaia di volte durante il matrimonio con questa specie di uomo delle caverne – mia moglie ed io siamo sposati da quaranta anni, andiamo tutte le domeniche a messa, abbiamo tirato sue due figli, anche se uno, zio cane, è un po’ uno stronzo e uno un coglione – disse guardando di nuovo l’Ingegnere – ma non abbiamo cresciuto degli assassini. Siamo gente perbene noi! andate a cercare il colpevole in mezzo a tutti quei marocchini, negri, albanesi, meridionali, senza offesa eh!, che ci rompono i maroni dalla mattina alla sera, che ci rubano in casa, ci violentano le donne, che vengono qua e vogliono anche un lavoro, ma che cazzo di lavoro vuoi, che non ce l’ho per gli italiani, figurati se mi prendo uno zingaro! –
Di Capua si era afferrato alla poltrona per impedirsi di saltare al collo del Commendatore.
Graziosi aspettò con pazienza che l’uomo finisse la sua tirata, per chiedergli a bruciapelo:
– Commendator Merlo, lei tiene armi in casa? –
L’uomo rimase a bocca aperta alla domanda, e anche suo figlio ne fu colpito.
– Armi? Certo, non vi ho appena detto che qua è pieno di delinquenti? e poi a me me piase de andare a caccia, con gli amici. Ho una collezione di fucili che il Beretta se la sogna! – rise orgoglioso.
– Anche pistole? pistole di piccolo calibro? – insistette Graziosi.
– Che cazzo vuole dire con questo? sì, ho anche pistole, anche di piccolo calibro, tutte registrate, tutte per uso personale. Ma se insiste, io la faccio buttare fuori da un inserviente, mica mi frega un cazzo che siete Carabinieri. Vi ho detto che noi siamo persone perbene, mio figlio ha un alibi di ferro, e anche io era in casa con mia moglie, che potrà confermare, vero Maria? –
Si rivolse verso la moglie, che però non fece neanche un cenno.
– Stia tranquillo, Commendatore. Suo figlio, anzi, i suoi figli, sono innocenti. Nessuno dei due avrebbe mai ucciso Alessandra; a modo loro, l’amavano entrambi. Se fosse morto Andrea, avremmo di sicuro sospettato l’Ingegnere qua presente. Ma non avrebbe mai e poi mai ucciso Alessandra, anche se lo aveva fatto soffrire come un cane, perché l’amava troppo. E se non bastassero i suoi racconti, ce lo conferma il fatto che sia andato dal fratello a prenderlo a pugni, non perché avesse scoperto, come pensavamo noi, che era l’amante di Alessandra; no, questo lo sapeva già. Ma perché ha pensato che potesse essere stato lui, Andrea, a togliergli per sempre l’amore della sua vita. No, l’Ing. Merlo non ha ucciso Alessandra Ronchi –
– Però – continuo Graziosi alzandosi dalla poltrona – se parliamo di alibi, caro Commendatore, il suo a dir poco vacilla – disse guardando negli occhi l’uomo, che per la prima volta sembrava incapace di parlare.
– Intanto la testimonianza di sua moglie varrebbe meno del due di coppe, in tribunale – continuò Graziosi – e poi lei ci fa un po’ più ingenui di quello che siamo. Forse lei e i suoi amici vi siete raccontati troppe barzellette sui Carabinieri. La verità è che noi non ci fidiamo mai degli alibi che ci vengono forniti, e li controlliamo sempre. E lei, il giorno e l’ora in cui Alessandra è stata uccisa, non era affatto a casa con sua moglie. –
Si fermò un attimo, per vedere la reazione sulle facce dei presenti. La Signora Maria, che evidentemente era stata indotta dal marito a mentire, sapeva che Graziosi aveva ragione, e abbassò leggermente il capo; l’Ingegnere guardò improvvisamente il padre con uno sguardo rabbioso, e il Commendatore era diventato rosso, forse di frustrazione, per essere stato messo in difficoltà.
Di Capua si godeva la scena: sapeva che quando Graziosi imboccava la strada giusta era inarrestabile, e a questo punto lui poteva limitarsi ad occuparsi dei dettagli, tipo arrestare i colpevoli, riempire moduli, cose così.
– Lei, caro Commendatore – riprese Graziosi – ha reso falsa testimonianza, e ha indotto sua moglie a fare altrettanto. Questo è un reato, che le sarà contestato. Ma ora mi interessa dirle, anche se lo sa già, perché ci ha mentito. Lei quel giorno non era con sua moglie. Era con un’altra donna, una delle tante che qua in zona praticano l’antica professione del meretricio, una che lei incontra regolarmente, e con cui spreca una parte dei soldi che possiede, invece di investirli, che so? in divani nuovi, oppure in una squadra corse per suo figlio – Graziosi era spietato, ora, ma provava un certo ribrezzo per quell’uomo e il suo stile di vita, infarcito di razzismo, ipocrisia, e luoghi comuni.
Il Commendatore ascoltava con una faccia che fece temere a Di Capua un infarto imminente.
– La signorina in questione – continuò Graziosi – ci ha confermato che lei era molto impegnato in quel momento, e dato che non ci sembrava rilevante per le indagini, non glie lo abbiamo contestato, all’inizio. Ora però ci sembra che abbia importanza, e soprattutto, caro Commendatore, che la qualifichi come padre e come essere umano. Evidentemente noi “meridionali” saremo anche dei poveracci in cerca di lavoro, ma qui da lei l’ipocrisia, il perbenismo, la costruzione delle facciate che nascondono affari sporchi, non sono cambiate molto dai tempi di “Signore e signora” – si fermò un attimo, disgustato.
– Ma alla fine vede – ricominciò la sua arringa Graziosi – a noi della sua vita privata non interessa nulla, e se lei non ci avesse mentito, facendoci anche la paternale, non l’avremmo neanche citata. A noi interessa solo una cosa: assicurare alla giustizia l’assassino di Alessandra. Perché Alessandra Ronchi, che ha dovuto subire come i suoi figli l’invadenza di un padre ignorante e violento, non era una puttana. Alessandra Ronchi era una ragazza perbene, che non amava l’Ingegnere qua presente, e che ha rinunciato ai soldi e all’agiatezza che lui poteva offrirle, per andarsi a mettere con Andrea: uno spiantato, un vagabondo, come l’ha definito lei, ma un uomo di principi, che non è sceso a compromessi con la sua famiglia. Alessandra e Andrea, caro Commendatore, sono gli unici angeli puliti di questa faccenda sporca, in cui la merda si trova ad ogni angolo. Alessandra era una giovane donna, che rifiutava di andare a letto con il suo capo per fare carriera, e che anzi, anche da morta ci ha aiutato a metterlo in galera e a sgominare una rete di spacciatori. Alessandra, caro Commendatore, era molto migliore di tutti voi. E perché è stata uccisa allora? e da chi? –
Si fermò per bere un bicchiere d’acqua. Ora nessuno osava neanche fiatare.
– Da chi, è facile. Da una persona che la odiava. Perché questo delitto, più che premeditato, è stato meditato. Ragionato, pensato, organizzato. Non da un killer prezzolato, come abbiamo pensato all’inizio. Non lo avrebbe fatto in quel modo, con quell’arma, e prendendosi quel rischio. Non un omicidio di impulso, di passione, no; sono altri i modi in cui gli uomini ammazzano le donne oggetto del loro desiderio. Alessandra è stata uccisa da una persona che conosceva, perché non si è ribellata. Si è fidata. Una persona che aveva visto spesso, e che addirittura ha fatto sedere vicino a lei. Una persona fredda, che è riuscita a mantenere la calma prima e dopo, ed andare via senza essere notata. E perché? Perché è stata ammazzata, se era una persona così perbene? Se nessuno aveva veramente un motivo per chiudere la sua vita così presto? Per colpa sua, Ingegnere – disse Graziosi guardando il figlio stupefatto – per il dolore che lei ha provato, per le notti insonni passate a piangere, per la clinica, per la vergogna, l’umiliazione. Perché anche se lei come dice suo padre forse è un coglione, anche se suo fratello è meglio di lei, anche se è una persona fragile, debole, senza carattere, lei, Ingegnere, per sua madre è sempre suo figlio, e una madre non tollera vedere i suoi figli soffrire così. –
Tutti si girarono verso la Signora Maria, che era rimasta immobile attaccata allo stipite, e anche stavolta, come in tutti gli anni in cui aveva dovuto subire le angherie del marito, anche come aveva fatto mentre puntava l’arma alla tempia di Alessandra e le toglieva la vita, anche stavolta non mosse un muscolo.
Il Commendatore, immemore degli anni e della sua stazza, si alzò in piedi di scatto, e prese le spalle della moglie scuotendola, mentre lei non opponeva resistenza.
– Maria! cosa dice questo pazzo? diglielo tu, che non è possibile, tu non faresti male ad una mosca, non puoi essere stata tu! diglielo, ti prego! –
La donna scansò il marito e fece un passo avanti.
– Sono d’accordo con lei, Maresciallo. Alessandra non era una puttanella qualsiasi, ed era una persona perbene. Ma non aveva idea di cosa vuole dire avere dei figli, crescerli e vederli soffrire. Lei aveva rovinato la vita di mio figlio, lo stava umiliando, e sono sicura che avrebbe fatto lo stesso con Andrea. Io non ho resistito quaranta anni con questo uomo, sopportando la sua violenza, i suoi tradimenti, la sua tirchieria, non ho retto tutto questo tempo per vedere tutto distrutto da una ragazza che non sa neanche cosa vuole dalla vita. Alla fine questa era la scelta: lei, o la mia famiglia. E io non ho avuto dubbi –
Non disse altro, nessuno disse altro, non ce n’era bisogno.

Graziosi e Di Capua rimasero qualche minuto fuori dal capannone dei Merlo, dopo che ancora una volta i Carabinieri avevano portato via una persona in manette passata sotto le cure dei due.
Non c’era molto da aggiungere, avevano risolto il caso, ma ne erano rimasti disgustati, e ora non vedevano l’ora di tornarsene a casa.
– A che ora c’è il treno per Roma? – chiese Di Capua distrattamente.
Graziosi lo guardò fisso, poi disse:
– Per qualche mese, basta treno. Prendiamo un aereo. Succedono brutte cose a chi prende il treno –

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