Angelo Custode

Improvvisamente mi sveglio, e capisco che è ancora notte fonda.
Tengo gli occhi chiusi cercando di riaddormentarmi, ma invano.
Non sono emerso nello stato di dormiveglia, no; sono passato direttamente dal sonno all’acutezza dei sensi, e questo non mi fa ben sperare sulla possibilità di continuare a riposare.
Sono infastidito, mi aspetta una giornata pesante e quelle seguenti non saranno meglio: un viaggio di lavoro, notti fuori casa, cene da solo.
Apro gli occhi al buio, tanto so che non riprenderò sonno facilmente.
Il suono regolare e lento proveniente da mia moglie mi dice che dorme profondamente.
Dalla camera dei bambini arrivano i loro respiri: ho imparato a distinguerli, e ad ascoltarne uno per volta, se voglio. Capacità di genitore, utili per controllare la cucciolata in ogni momento.
Sbircio l’orologio: le 4.07.
Rimango supino, quando improvvisamente mi rendo conto che a parte il respiro di mia moglie e dei bambini non ci sono altri suoni: la casa sembra immersa in una bolla di silenzio.
Niente rumori dei vicini, niente radio per la strada, niente auto lungo il vialone trafficato, niente sciacquone di qualche anziano insonne, niente di niente.
Cigola leggermente una serranda, ma è solo un attimo, e poi il silenzio si riprende il suo spazio.
E’ quando tutti i peli del mio corpo si rizzano all’istante che percepisco nettissima la sensazione di non essere solo, solo con la mia famiglia.
Mi metto seduto di scatto sul letto, e poi mi alzo, a piedi nudi, cerco di non fare rumore.
Vado prima nella camera dei bambini, mi fermo, ritto, al buio, apro i sensi al massimo, ma non mi sembra di percepire nulla.
Torno indietro, prendo il corridoio, e comincio a camminare piano, appoggiando appena i piedi, i peli sempre ritti sulle braccia, sulle gambe, sulla nuca.
Sudo freddo, e bagno la maglietta in pochi secondi.
A qualche metro di distanza, vedo una luce che emerge dalla porta della cucina: è fioca, non brilla, scura quasi come la notte, di un altro colore rispetto a quella della lampadina, tremolante, ma è una luce.
Se possibile vado ancora più piano, il cuore mi batte all’impazzata nel petto, ma non ho paura, stranamente.
Entro in cucina, appoggio una mano al frigorifero, e lui è lì.
È seduto, con delle scarpe di pelle lise, un paio di pantaloni di fustagno marroni, e la sua giacca a quadri di colore indefinito.
Mi guarda, ha un sorriso amichevole, forse leggermente ironico.
Non so come sia possibile che il cuore passi istantaneamente da duecento battiti al minuto a zero, ma è quello che mi succede.
Mi dice:
– Devi partire anche oggi, vero? –
Non sono sicuro di sentire delle parole, ma è quello che mi dice.
Annuisco, non ho il coraggio di parlare.
Lui contrae la bocca leggermente in una smorfia, poi scuote la testa molto lentamente. Sembra un rimprovero.
– Non andare, rimani qui. Hai ancora molte cose da fare. Tanto io ti aspetto, non ti preoccupare, dove potrei andare? – e mi strizza l’occhio con un gesto di intesa, che ho visto molte volte.
È in questo esatto momento che svengo, afferrandomi alla tovaglia e trascinando a terra con me tutto quello che c’è sopra.

Quando mi sveglio sono nel mio letto; è ancora buio ma vedo qualche bagliore lontano filtrare dalla finestra.
La luce della camera da letto è accesa, mia moglie è in piedi e mi guarda, una mano sulla bocca; è spaventata.
I ragazzi cercano di entrare, sembrano spaventati anche loro, mia suocera li tiene lontani.
Il mio medico mi sta dando degli schiaffi leggeri, mentre mi punta una luce negli occhi, mi guarda le orecchie, mi tasta il polso.
È chinato su di me:
– Rob? Ci sei? Mi senti? Guardami, ci sei? –
Ad un tratto lo metto a fuoco e faccio cenno di sì.
– Che è successo? – domando.
Si rialza.
– Sei svenuto. Niente di grave, credo. Sospetto un calo di pressione: ti sei alzato dal letto di colpo, sei andato magari in bagno e il tuo organismo ha compensato male. Forse sei un po’ stressato; può succedere. Ti prescrivo delle analisi, ma non sono preoccupato; te ne stai un paio di giorni a casa, e vedrai che non si ripeterà. –
– Ma io devo partire, ho un volo oggi pomeriggio, domani una riunione importante…-
Lui mi guarda, poi alza le spalle.
– Non sei un ragazzino, e per me non hai nulla di serio. Preferirei che riposassi, ma se questo impegno è questione di vita o di morte per me puoi andare, se te la senti. Decidi tu –
Lo guardo, guardo mia moglie che ha ancora la mano davanti alla bocca, poi cedo, mi rilasso e chiudo gli occhi.
– Penso che un paio di giorni a casa mi faranno bene – dico.
Mentre mia moglie accompagna il medico alla porta, inizio a piangere sommessamente.
Piangerò tutto il giorno, qualche volta da solo, qualche volta con mia moglie, che non capisce ma percepisce il mio disagio, anche se non mi chiede niente.
Ogni tanto sonnecchio, per lo più penso. E piango.
Ma quando la sera guardo il telegiornale, e scopro che il volo per Londra, quello su cui ero prenotato e che avrei dovuto prendere, è precipitato dopo il decollo, mi si stringe il cuore ma non piango più, ho finito le lacrime.
Alzo gli occhi al cielo, anche se “cielo” non è il luogo a cui penso in questo momento.
Ti ringrazierò quando ci rivedremo, penso.

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