L’amico americano

Mio padre mi telefona raramente, e quasi mai quando sono in ufficio: non vuole disturbare, dice, e sa che ho una vita incasinatissima, tra il lavoro, la famiglia, i viaggi continui, e il poco tempo libero.
Per questo, quando vedo comparire il suo numero sul cellulare rispondo subito, anche se sono in riunione; faccio un cenno ai colleghi ed esco dalla stanza.
Quando i genitori arrivano ad una certa età ogni loro telefonata ti mette in agitazione, e mio padre ha superato quella certa età già da un bel pezzo.
– Dimmi, come stai, tutto bene? – esordisco.
– Sì, ciao, tutto bene…- mi dice esitante – Ti ho disturbato? –
– Non ti preoccupare, ero da ore in un’inutile riunione, dimmi pure –
– Senti…- fa una pausa – dovrei chiederti un favore –
Mi metto in allerta, il tono della voce mi dice che è una cosa importante, penso subito a ospedali, analisi. Cose così, allegre.
– Certo, papà, dimmi pure, se posso… –
– Ecco, vorrei chiederti di portare un pacchetto ad un mio amico. Lo farei io, ma non mi sento tanto bene, poi ho questa mezza influenza che mi perseguita…-
– Ma certo, non c’è problema, quando glie lo devo portare? – chiedo.
– Domani – è la risposta secca, perentoria, non negoziabile.
Resto un attimo in silenzio.
– Papà, domani è sabato – tento di protestare – e ho promesso a Laura e alle bambine che saremmo andati in bici, poi la sera abbiamo un impegno, e domenica siamo invitati fuori Roma da quei nostri amici del mare, te li ricordi? –
Silenzio. Non mi lascia scampo.
Sospiro.
– Va bene, senti che facciamo – dico cedendo senza lottare – passo stasera da te dopo l’ufficio, prendo questo pacchetto, e glie lo porto domattina presto. Tanto se è un tuo amico e ha la tua età sarà già sveglio dalle cinque…dove abita di preciso? – chiedo tranquillo.
– In Francia – è la risposta, inattesa.
Non so se incazzarmi o ridere del fatto che mio padre è riuscito a prendermi off-guard, come direbbero gli americani.
Opto per una via di mezzo.
– Cioè, tu mi stai chiedendo di andare domani in Francia, solo per portare un pacchetto ad un tuo amico. Che evidentemente non può aspettare. E non lo puoi spedire? E poi chi glielo dice a Laura? –
Mio padre esita un attimo, prima di rispondere.
– No, non può aspettare – dice – non ha ancora molto da vivere, e se avessi potuto spedire questo pacchetto, non te l’avrei chiesto, no? Poi senti, tua moglie capirà, spero, e non mi sembra di chiederti mai niente –
Era vero.
Stretti in una morsa tra una vita frenetica in ufficio e gli impegni famigliari, spesso ci dimentichiamo dei nostri genitori, e ce ne ricordiamo solo quando hanno qualche problema.
Ed effettivamente mio padre non mi chiedeva mai aiuto, era autosufficiente, aveva i suoi amici, le sue cose, la sua vita.
– Ma chi è questo amico francese, di cui non ho mai sentito parlare? – gli chiedo.
Sono curioso, ora.
– Non è francese, ma americano, e non ne hai mai sentito parlare perché non te ne ho mai parlato. È una lunga storia, hai tempo per sentirla? –
– Certo – rispondo, tanto la riunione non era così interessante – raccontami tutto –
– Beh – attacca – inizia quando io e la mamma andammo negli Stati Uniti, pochi mesi prima che morisse, ti ricordi? Tu eri al liceo, mi pare, e lei voleva tanto vedere New York. Anche se era già un po’ debole, partimmo per un mese, facemmo un bel giro, New York ovviamente, una settimana, poi Boston, le Cascate del Niagara, Washington, Philadelphia e non ricordo che altro.
Lei poi volle andare ad Atlantic City per provare il brivido del gioco d’azzardo, e così girammo anche il New Jersey.
Mentre tornavamo indietro, avremmo preso l’aereo il giorno dopo, decidemmo di passare per un paesino caratteristico di cui aveva letto sulla guida, non ricordo neanche il nome, e ci inoltrammo all’interno.
All’epoca non esistevano i navigatori satellitari, e dovemmo affidarci ad una mappa, ma ovviamente ci perdemmo in una specie di foresta.
Non ci saremmo preoccupati, se non fosse che improvvisamente, senza alcun preavviso, la macchina che avevamo noleggiato si spense.
Era pomeriggio tardi, non passava nessuno, avevamo l’aereo il giorno dopo, e non sapevamo neanche dove fossimo.
Aprii il cofano, più per scena che per altro, sai bene che non ci ho capito mai niente di meccanica. Lo sapeva anche tua madre, ed era preoccupata, e poi era stanca.
Vide sul ciglio della strada una cassetta delle lettere e mi chiese di andare a chiedere aiuto.
‘Ma sei matta?’ provai a dirle ‘chissà chi ci abita in questo posto sperduto nel nulla, magari mi sparano appena mi vedono, oppure ci fanno a pezzi e ci congelano per l’inverno’.
Però sai bene che scherzare con tua madre era inutile, e anche opporsi alla sua volontà. Così mi incamminai per il vialetto alberato, sarà stato forse mezzo chilometro, finché non arrivai ad una specie di casetta quasi completamente immersa tra gli alberi.
Vidi una luce ma quando mi avvicinai alla porta era spenta.
C’era una specie di campanello, e lo suonai. Nessuna risposta.
Suonai di nuovo, ero sicuro che ci fosse qualcuno, avevo visto la luce e sentito del movimento.
Niente.
Normalmente sarei andato via, ma era tardi, avevo una moglie malata in macchina, un aereo da prendere, e poi rispetto ad oggi ero più giovane ed incosciente, e così mi feci prendere dalla rabbia e cominciai a picchiare sulla porta urlando ‘Aprite! Cazzo vi ho visto, aprite questa cazzo di porta!’
Dopo qualche secondo la luce si riaccese, sentii il chiavistello girare e la porta si socchiuse.
‘Che c’è?’ chiese in inglese una voce maschile e profonda. ‘Siamo in panne con la macchina, mia moglie sta male e dobbiamo tornare in Italia’ spiegai.
La figura dietro la porta rimase in silenzio per un po’, poi prese delle cose dietro la porta e uscì.
Era un uomo alto e robusto, più o meno della mia età, da quel poco che potevo giudicare; vestito come un cowboy, jeans e camicia di flanella, e in testa un berretto da baseball che gli copriva il volto quasi completamente, se si eccettuavano degli occhi verdeazzurro che sembravano brillare da sotto la visiera.
Senza una parola mi precedette lungo il vialetto, ed arrivammo alla macchina. Non salutò la mamma, ma diede un’occhiata nel cofano. Poi lo chiuse e mi fece segno di spingere.
Insieme, con la mamma ancora dentro, portammo la macchina verso la villetta, ma dentro una specie di garage.
‘Ai miei tempi ero bravo con i motori’ ci disse.
Poi prese degli attrezzi, lavorò per pochi minuti, e mi chiese di riprovare. La macchina si accese senza il minimo problema.
‘Si era semplicemente staccato il tubicino della benzina’ disse ‘Forse una buca, chissà. Ora l’ho sistemato alla bene e meglio, poi ci penserà la società di noleggio’.
Tua madre era notevolmente sollevata, e anche io. ‘Posso pagarle il disturbo? Non so come ringraziarla, lei ci ha letteralmente salvati’
L’uomo fece un gesto chiaro, poi sembrò ripensarci.
‘Tornate in Italia?’ chiese. Annuii. ‘Anche io parto domani. Forse mi potreste fare un favore.’
‘Certo’ risposi ‘tutto quello che vuole.’
‘Le vorrei affidare dei documenti che non posso portare con me. Vede…io da domani cambio vita. Ho deciso di andarmene da questo paese, anche se lo amo, di cambiare nome, rifarmi una nuova esistenza. Però ho delle cose che vorrei portare con me. Le foto dei miei genitori, il mio vero passaporto, delle lettere, insomma cose a cui sono affezionato, ma che non devono viaggiare con me. Se qualcuno mi perquisisse la mia nuova identità durerebbe poco. Invece se li portate con voi, vi contatterò appena mi sarò stabilito per farmeli spedire. Che ne dite?’
Esitai.
L’uomo mi sembrava istintivamente una persona perbene, ma la cosa che mi proponeva era chiaramente illegale, e non avrei voluto immischiarmi. D’altro canto ci aveva aiutato ad uscire da una brutta situazione…insomma, gli dissi di sì, e portai il pacchetto con me. Ma da allora non l’ho più sentito. Fino ad ora –

Seduto su una poltrona, in una saletta del mio ufficio, ascolto stupito questa storia che mi sta raccontando mio padre.
L’americano che affida a mio padre le uniche testimonianze della sua vita passata e che poi scompare per oltre trenta anni, è una storia troppo bella per non essere seguita fino in fondo.
– Ma come mai non si è fatto più sentire? E come ha fatto a ritrovarti proprio ora? – chiedo, improvvisamente interessato.
– A quanto pare non ha più ritrovato il foglietto con il mio nome e indirizzo, e non sapeva come cercarmi. Si ricordava solo il nome di battesimo. E solo ora ha provato a rintracciarmi su facebook –
– Vuoi dire – chiedo incredulo – che solo dal nome di battesimo è riuscito a trovarti su facebook? E poi come ha fatto a riconoscerti, se ti ha visto solo una volta? –
Sento un leggero sospiro.
– Beh, qualche informazione ce l’aveva: l’età approssimata, per esempio. Non sono molti gli ottantenni che girano su facebook. E poi ha riconosciuto tua madre. Ho messo una sua foto di quando ci siamo sposati, e l’ha riconosciuta. Evidentemente lo aveva colpito. Era bella, lo sai. –
Annuisco, anche se lui non può vedermi, come se fossimo nella stessa stanza.
– Insomma mi ha contattato – continua mio padre – e mi ha detto che non mi aveva cercato prima perché pensava che in questo modo qualcuno avrebbe potuto scoprirlo. Ma ora è malato, non gli resta tanto da vivere, e ha scoperto che non gli resta nulla della sua vita passata, se non le cose che io conservo ancora dopo trenta anni, e mi ha chiesto di fargliele riavere. Non vuole che glie le spedisca, vuole essere sicuro che arrivino nelle sue mani. Ma io non posso andare, non me la sento, anche io non sono più un ragazzino. Per questo ti sto chiedendo, per favore, di farlo tu –

Mentre bevevo una coca, seduto su un sedile di business class – l’unico che avessi trovato disponibile acquistando il biglietto solo la sera prima – ripensai alla storia che mi aveva raccontato mio padre, e che mi aveva così colpito.
A mia moglie, invece, aveva colpito il fatto che per l’ennesima volta le avessi dato buca per imprecisati impegni, e forse stavolta avevo versato la classica goccia nel vaso, ma avrei affrontato il problema al mio ritorno.
Al momento mi sentivo attratto e incuriosito dalle vicende di questi due uomini, che si incontrano per pochi minuti e dopo oltre trenta anni, come se avessero viaggiato in una macchina del tempo, si ritrovano per riprendere un discorso.
Si riparlano come vecchi amici, si scambiano favori, si raccontano le loro storie.
Nella vita talvolta si creano legami più profondi e duraturi del tempo che vi dedichiamo: possiamo passare ore, giorni, anni con una persona, e non provare mai per lei nessun sentimento; oppure ci si può stringere la mano una sola volta, e capire che si può essere amici per sempre.
Alla fine, ero contento e orgoglioso di essere lo strumento che avrebbe definitivamente cementato questa amicizia, e mia moglie l’avrebbe capito. O forse no, ma al momento non mi importava.

Atterrai a Nizza, e presi l’auto a nolo. Mi aspettavano ancora un paio d’ore fino a Moustiers Sante-Marie, una cittadina del Verdon dove avrei pernottato.
Inizialmente pensai di fare tutto in giornata, ma come tentai di accennare la cosa a mia moglie si scatenarono le ire funeste del pelide Achille, e decisi che a quel punto tanto valeva concedermi una giornata di vacanza.
Mio padre prese accordi con il suo amico, che mi aspettava la mattina di domenica, in un paesino sperduto in montagna, che neanche il navigatore conosceva.
Non avevo un numero di telefono, solo un indirizzo, e comprai una cartina della regione per essere sicuro di non perdermi.
A Moustiers Sante-Marie cenai in uno splendido ristorante sotto un costone di pietra e vicino ad una cascata.
Passeggiai, feci delle foto, presi un pastis in un bar del centro, insomma passai una delle serate più belle degli ultimi tempi, e segretamente ringraziai mio padre per avermi costretto a venire fin qui.
La mattina dopo mi svegliai prestissimo; la vista dall’albergo era spettacolare: le gole del Verdon in lontananza, il fiume che scendeva fino alla cascata, le casette arroccate, il silenzio.
Feci colazione con un cornetto al burro, marmellate, torte, caffè. Non era quello il momento di pensare alla dieta.
Ripartii dopo aver chiesto indicazioni al gestore dell’albergo, che non sapeva gran che di quel paesino, ma comunque, tra le istruzioni che avevo e la cartina, mi indicò la strada per lui più semplice.

Impiegai più di un’ora, la strada diventò prima una stradina, poi un sentiero asfaltato male.
Si inerpicò su per una montagna, attraverso tornanti, discese impervie, tunnel strettissimi, e mi chiesi più di una volta come facessero a portare i rifornimenti a questi disgraziati, soprattutto in pieno inverno.
In un paio di occasioni la macchina slittò, e quando finalmente arrivai le mani mi facevano male per lo sforzo di tenere stretto il volante.
Il paesino era poco più di un borgo, forse qualche decina di case, immaginai che non potessero viverci più di due o trecento persone.
Come in tutti i borghetti francesi o italiani, c’era una sola strada di accesso, rigorosamente in salita, e con una porta in pietra, a testimonianza di qualche signorotto d’epoca che aveva comandato sui poveri contadini della zona.
Non sembrava ci fosse nessuno in vista, per cui, come da istruzioni, imboccai decisamente la stradina sotto la porta, ma dopo pochi metri trovai la strada sbarrata dai cavalli di frisia, e un gendarme che mi faceva cenno di fermarmi.
Accostai, e abbassai il finestrino.
Il gendarme mi salutò militarmente, e mi chiese libretto e patente.
Nel mio traballante francese chiesi:
– Non si può passare? –
– Al momento no, stiamo facendo dei lavori. Dove è diretto? Forse le posso indicare una strada alternativa –
Gli diedi il foglietto con le istruzioni, e gli spiegai dove dovevo andare.
Lui mi guardò fisso per qualche secondo, poi mi ridiede il foglietto e mi fece cenno di attendere.
Si allontanò di qualche metro e fece una telefonata con il cellulare. Vidi che annuiva, poi chiuse e tornò da me.
– Può proseguire per la strada, seguendo le sue istruzioni. Le auguro un buon soggiorno – mi disse, poi spostò i cavalli di frisia e mi fece cenno di passare.
Rimasi un po’ interdetto, ma proseguii.
Le istruzioni dicevano di attraversare il paesino, poi di continuare per due chilometri e infine ad una rotatoria – una delle tante rotatorie che piacciono tanto ai francesi – svoltare a destra, infine prendere un viottolo di campagna in mezzo a un filare di cipressi.
Mentre seguivo la strada leggendo il foglietto, diedi un’occhiata al paese.
Sembrava di essere ancora nel medioevo: nessuna insegna moderna, nessun supermercato, o negozi di elettronica. L’unica concessione alla modernità, un bar tabacchi.
Tutto in pietra, tutte le case nello stesso stile, poteva essere tranquillamente un borgo del presepe di San Gregorio Armeno, ma riprodotto in scala 1:1.

Superai il paesino, seguii la strada, e infine arrivai ad una villetta immersa nel verde, circondata da un bosco di faggi, con un bellissimo giardino all’italiana di fronte all’ingresso.
Il cancello era chiuso, e non c’era un citofono. Scesi dall’auto, guardai in mezzo alle sbarre, quando improvvisamente il cancello cominciò ad aprirsi.
Risalii in macchina, ed entrai, lasciandola accanto ad un’altra automobile, sotto una tettoia di vimini e plastica verde.
Mi avvicinai all’ingresso, e prima che potessi bussare una signora sui sessanta anni, molto bella, magra ed elegante, uscì a ricevermi.
– Buongiorno – mi disse in francese – io sono la moglie. Grazie di essere venuto, noi…aspettavamo da tanto tempo questo momento. Lui ci tiene molto, e sono felice che suo padre abbia trovato il modo di farla venire qui –
– Di niente – risposi – alla fine anche per me è stato un piacere, ho fatto un bel viaggio e sto conoscendo posti nuovi e molto belli –
Dopo i convenevoli, entrammo in casa.
La luce del mattino non filtrava molto, e le luci erano spente, e questo dava alla casa un aspetto un po’ spettrale; attraversammo un lungo corridoio, finché non arrivammo in un salone molto grande, con preziosi mobili in legno e delle grandi finestre, ma con le tende tirate.
Lui era già lì, seduto su una sedia a rotelle, nella penombra. Una coperta gli scaldava le gambe, e un cappello da baseball calato sulla fronte gli copriva il volto, proprio come mi aveva raccontato mio padre, e proprio come la descrizione che ne aveva fatto, i suoi occhi verdeazzurro, anche se resi liquidi dall’età, brillavano anche da sotto il cappello.
I capelli erano ancora folti, ma completamente bianchi, ma per il resto non era più l’uomo che mio padre aveva conosciuto: era magro, magrissimo, e si vedeva che faticava anche solo a stare seduto. La malattia, probabilmente.
Gli strinsi delicatamente una mano, e non sentii altro che ossa fragili e pelle raggrinzita.
Gli diedi il pacchetto.
Lui lo tenne tra le mani, appoggiandolo sulle gambe per un po’, prima di aprirlo.
Dentro c’erano delle foto, raccolte in dei piccoli album di pelle, qualche libro in edizione economica, dei taccuini, dei documenti, un passaporto con l’emblema degli Stati Uniti.
Poche cose, ma evidentemente preziose per quest’uomo alla fine della sua vita.
Nessuno diceva nulla, mi rendevo conto di vivere un momento magico nella vita di queste persone, e mi sentivo anche abbastanza a disagio: ero alla fine solo un estraneo che aveva avuto accesso per una serie di eventi casuali alla parte più intima di una famiglia.
Stavo per salutare e andarmene, quando una ragazza entrò con un vassoio. C’erano dei bicchieri d’acqua, dei caffè, dei biscotti.
L’uomo mi fece cenno di sedermi, e sentii la sua voce per la prima volta, mi parlò in inglese.
– Questa è una delle mie figlie, si chiama Josephine. Ha venti anni, studia a Parigi, ma in questo periodo ha deciso di stare un po’ con noi – disse guardandola con affetto – L’altra, la più grande, Therese, è in California per un master. Ma sta tornando, dovrebbe arrivare domani. Così avrò tutta la mia famiglia con me, e grazie a tuo padre, anche alcuni ricordi che temevo di avere perso –
Presi il caffè, e un paio di biscotti. Ero curioso, così chiesi:
– Come mai si perse il numero di mio padre? Eppure doveva essere importante per lei, se dopo tutti questi anni lo ha cercato solo per avere queste cose. –
L’uomo guardò la moglie, che gli fece un impercettibile cenno affermativo.
– Fu colpa di Edward – disse
Il mio sguardo interrogativo lo fece sorridere, perché ovviamente non avevo idea di chi fosse questo “Edward”.
– Edward era il mio migliore amico, forse l’unico vero amico che avessi. Lo conoscevo dai tempi dell’asilo ed eravamo rimasti in contatto sempre, anche quando le nostre vite erano andate in direzioni diverse. Quando decisi che non ce la facevo più, e che volevo cambiare vita, nome, continente, tutto, fu lui ad aiutarmi. Organizzò tutto lui, e se sono qui, se ho conosciuto mia moglie, e se ho potuto vivere più di trenta anni tranquillo, in un posto magnifico, dove tutti mi conoscono e proteggono la mia privacy –
Sgranai gli occhi.
Il gendarme! Ecco perché avevano sbarrato la strada, e poi l’avevano riaperta. Volevano essere sicuri che io fossi atteso.
– Vedo dai tuoi occhi che hai avuto modo di testare personalmente quanto i miei concittadini tengano a me e alla mia famiglia – sorrise.
– Comunque sia, Edward pensò a tutto – continuò – ma per essere certi che potessi scomparire senza destare sospetti, mi fece passare diversi mesi al sicuro nella casa in cui mi ha incontrato tuo padre. Nel frattempo lui venne qui, sua madre era originaria di questo paese, trasferì dei fondi, acquistò questa casa, prese contatti con le autorità locali, cercò qualcuno che potesse procurarmi documenti falsi, insomma fece tutto quello che io non potevo fare. Mi disse poi che avrei dovuto lasciarmi tutto indietro, che per sicurezza non dovevo avere con me tracce del mio passato, e che una volta stabilito qui non avrei dovuto contattare più neanche lui. Ma io ci tenevo a queste cose, e stavo cercando un modo di portarle con me, quando il destino si è presentato sotto le vesti di un signore italiano in difficoltà, tuo padre. Diedi a lui il pacchetto, e mi segnai i suoi riferimenti. Però la mattina dopo, quando arrivò anche per me il momento di partire, commisi l’errore di mettere le mani in tasca e il foglietto mi cadde a terra. Edward lo raccolse, e andò su tutte le furie. Mi chiamò irresponsabile, mi disse che stavo mettendo a rischio tutto per quattro foto e due quaderni, insomma, litigammo ferocemente –
L’uomo fece una pausa, tossì, prese un sorso d’acqua, poi riprese.
– Mi disse che avrebbe contattato lui tuo padre, e che avrebbe trovato il modo di farmi avere quel pacchetto quando avesse ritenuto che i tempi fossero maturi. Prese il foglietto con l’indirizzo, e ci salutammo. Io partii, ed Edward morì pochi giorni dopo in un incidente d’auto: la sua macchina prese fuoco, e così il foglietto con il nome e l’indirizzo di tuo padre si perse. Io mi stabilii qui, conobbi mia moglie per caso, era la figlia di una signora che veniva ad aiutarmi per le pulizie. Ci sposammo con una grande festa a cui partecipò tutto il paese, ma di cui non si seppe nulla, ebbi due figlie; e ora che sono vecchio e stanco mi è venuta voglia di rivedere la mia famiglia, i miei genitori intendo, non la moglie e i figli che avevo negli Stati Uniti, quelli no: se sono scappato via, è anche per colpa loro. Ma avevo conservato vecchie foto di mio padre e mia madre, di me bambino, i miei quaderni di scuola, cose così. Cose a cui un vecchio si affeziona stupidamente. E che ora, grazie a te e a tuo padre posso toccare di nuovo –
Di nuovo il silenzio calò nella stanza, ma ora tutti sorridevano; la moglie aveva un luccichio negli occhi, preludio di qualche lacrima, ma si vedeva che erano tutti felici.
Anche io mi sentivo leggero, felice di aver fatto una cosa bella, di aver preso parte a questa avventura nel tempo e nello spazio, e sorridevo insieme a loro.
Mi alzai per andarmene e iniziai a salutare, quando l’uomo sulla sedia a rotelle alzò una mano.
Mi fermai.
Prese il vecchio passaporto, e me lo porse.
– Questo non mi serve. Quando lo misi insieme alle altre cose pensavo che avrei avuto nostalgia della mia vita passata, ma non sapevo che avrei incontrato una donna che mi avrebbe fatto felice, e che mi avrebbe dato due figlie meravigliose. Non sono più quell’uomo lì, da molto tempo, e ora lo so per certo. Per cui a me non serve più. Ma voglio regalarlo a te e a tuo padre. Come ricordo della nostra amicizia, profonda anche se fugace, e come ringraziamento. E penso anche se che se un domani sarete mai in difficoltà, potrà anche tornarvi comodo per mettere insieme qualche soldo –
Concluse strizzandomi uno dei suoi begli occhi verdeazzurro, e me ne andai con questo vecchio passaporto in mano, un po’ confuso, a dire il vero.
Solo quando uscii con la macchina e il cancello si chiuse dietro di me, la curiosità prese il sopravvento e decisi di aprire quel vecchio documento.
La foto era di quell’uomo, sì, ma molto più giovane. Con gli stessi occhi verdeazzurro, gli stessi folti capelli, ma neri.
E sì. Forse avremmo potuto anche farci qualche soldo, ma sono sicuro che mio padre avrebbe preferito tenere per sé la storia del suo amico americano, quello il cui nome era stampato a grandi lettere sotto la foto.
Elvis Aaron Presley.

Villa nel verde

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23 thoughts on “L’amico americano

  1. Io e Valeria lo abbiamo letto insieme, nel computer. Ci è piaciuto molto!. Una bella storia ben descritta e con l’alea di essere vera. Complimenti. Sei proprio bravo. Un abbraccio. Valeria e papà

  2. E’ un racconto, credibile e verosimile. Una bella storia narrata bene.Belli i personaggi, vuoi forse perchè ho un debole per gli uomini che invecchiando mantengono gelosamente i loro ricordi, come tu escrivi nel tuo racconto. Bravo.

  3. Imbarazzantemente colpita ed affondata. La dovizia di particolari descrittivi, per una volta, non cede il passo alla noia.
    Un racconto da leggere tutto d’un fiato, con la voglia di ricominciarlo ancora, per non perderne le sfumature.
    Sara’, ma questa credo che questo sia il tuo migliore modo di esprimerti, nulla togliendo alla tua bravura come fotografo.
    Grazie di avermelo segnalato.
    Ripassero’ volentieri. 🙂

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