JFK Assassination – The Umbrella Man

La celebrazione del cinquantenario dell’omicidio di JFK sarà certamente l’occasione per dare nuova linfa a tutte le teorie sull’omicidio che non accettano l’idea del single shooter.
Tutte le cospirazioni hanno bisogno di un cospiratore, e l’uomo soprannominato “The Umbrella Man” era perfetto per la parte.
E’ uno degli episodi meno conosciuti, ma non per questo meno interessanti, della caccia ai “veri” assassini di JFK.

Thanks to F.R. Rossi for sharing.

Se fossimo in un romanzo di Stephen King, Umbrella Man sarebbe comparso all’improvviso sulla scena del crimine catapultato da un buco spazio temporale, o proiettato da un universo parallelo in cui un pistolero è alla ricerca di una torre.
Se fossimo in un film di 007, Umbrella Man sarebbe un supercattivo, che nasconde dentro il suo ombrello nero un’arma supertecnologica per sparare al Presidente e poi scappare senza essere visto.
Se fossimo in un film di Wim Wenders, Umbrella Man sarebbe un angelo che tenta fino all’ultimo di avvertire JFK del suo imminente destino.
Ma qui, e ora, Umbrella Man è stato protagonista di una storia incredibile.
Come detto da lui stesso molti anni dopo, se il Guinness dei Primati dovesse stabilire un record per l’uomo più sbagliato al momento più sbagliato nel posto più sbagliato nella storia dell’umanità, Umbrella Man risulterebbe senza ombra di dubbio il numero uno con grande distacco su tutti gli altri candidati.

Il giorno prima di quel fatidico 22 Novembre 1963 a Dallas piovve. Molti temevano per la parata del giorno dopo, in cui era previsto che il Presidente degli Stati Uniti passasse tra la folla a bordo di una decappottabile.
Ma già alle 9 di mattina il cielo era terso e azzurro, come solo il cielo autunnale dopo la pioggia sa essere, e gli organizzatori, i servizi segreti, la stampa, tirarono un sospiro di sollievo.
E’ possibile che il bel tempo di quel giorno, che permise alla decappottabile di far girare il Presidente e sua moglie senza tettuccio per le vie di Dallas, ne abbia a tutti gli effetti decretato la morte; ma se fosse piovuto, indipendentemente dal fatto che JFK fosse sopravvissuto o meno, Umbrella Man non sarebbe diventato un caso per gli amanti della teoria del complotto.

Già, perché in quella splendida giornata di sole, proprio mentre il corteo Presidenziale lasciava la Dealey Plaza, e rallentava per passare sotto la finestra dov’era appostato Lee Harvey Oswald, proprio in quel momento in tutta Dallas c’era una sola persona con un ombrello aperto.
E non era in un posto qualsiasi.
Era sul Grassy Knoll, vicino ad un segnale stradale, ritto in piedi come un fuso.
E il suo ombrello non era già aperto, come potrebbe far pensare ad un gesto di pazzia.
No, il suo ombrello si aprì proprio nel momento in cui il Presidente passava davanti a lui, e i proiettili cominciarono la loro danza mortale.
Era The Umbrella Man.

Di tutte le teorie complottistiche susseguite alla necessariamente incompleta relazione Warren, quella più accreditata sostiene che almeno uno dei tre proiettili che furono esplosi quel giorno venne sparato  di fronte  al Presidente, e non da dietro.
Per cui, se anche Lee Harvey Oswald fosse stato uno dei colpevoli – e ci sono tesi che sostengono la sua innocenza tout court – non sarebbe stato l’unico.
Questa teoria, che appare supportata dalle immagini del famoso filmato Zapruder, sostiene che la testa del Presidente all’impatto col proiettile fatale fu spinta all’indietro, e questo sarebbe compatibile con un proiettile sparato frontalmente.
Dal Grassy Knoll, cioè.
Da dove stava appostato The Umbrella Man.

Molti tra i sostenitori della teoria del multiple shooter non erano concordi sul ruolo di Umbrella Man.
Alcuni, i più fantasiosi, sostenevano che sotto l’ombrello ci fosse un fucile mascherato o al limite una cerbottana che sparò una sostanza con lo scopo di paralizzare il Presidente e renderlo un bersaglio più facile.
Altri invece ritennero che Umbrella Man aprì il suo ombrello solo per segnalare il momento migliore per sparare. Una specie di laser puntato su JFK, cioè.

E’ un fatto che Umbrella Man aprì e richiuse il suo ombrello; che si sedette sul Grassy Knoll dopo la fine degli spari; che infine si diresse verso il Texas School Book Depository, da cui Oswald aveva esploso tre colpi.
Tutto questo è documentato dai filmati, dalle foto, e dalle testimonianze.

Ma chi era Umbrella Man? Che ruolo ebbe, se ne ebbe uno, nell’omicidio più famoso della storia moderna? E perché, se era uno dei cospiratori, mise a rischio la sua vita usando un ombrello nero, perfettamente visibile e anomalo quel giorno, quando avrebbe potuto usare mille altri modi per sparare o per fare un segno?

Per quindici anni The Umbrella Man fu oggetto di supposizioni, teorie, analisi, ma su una cosa tutti sembravano d’accordo: in qualche modo c’entrava con l’omicidio di JFK e ritrovare lui poteva significare sciogliere una volta per tutte i dubbi che permeavano l’omicidio del Presidente.

Probabilmente, vista anche la versione ufficiale e a tutt’ora l’unica accreditata del single shooter, la ricerca di Umbrella Man non fu così intensa.
Ma nel 1978 un giornalista di nome Josiah “Tink” Thompson, che aveva scritto un libro sul delitto – uno dei tanti – ebbe l’idea che sorprendentemente si rivelò vincente nella sua semplicità: fece un appello a The Umbrella Man affinché si facesse avanti.
E così egli fece.

Alla fine The Umbrella Man nel 1978 si recò a Washington a testimoniare davanti a una Commissione Parlamentare, e portò il suo ombrello nero, quello originale, che si vede nelle foto.
Si chiamava Louie Steven Witt, e aveva 38 anni il giorno dell’omicidio di JFK.
E aveva un bizzarro, ma perfettamente valido motivo per portare con sé ed aprire al passaggio di JFK il suo ombrello nero: voleva protestare contro la politica di Joe Kennedy, padre di JFK, che nel 1938 da Ambasciatore a Londra aveva appoggiato un governo britannico troppo debole col nazismo, guidato da Neville Chamberlain.
Chamberlain era solito portarsi sempre dietro un ombrello nero e questo era diventato in qualche modo un simbolo di protesta.
Per questo motivo The Umbrella Man aveva con sé un ombrello nero, e lo aprì al passaggio di JFK.
Era una protesta. Contro il padre del Presidente. Quasi venticinque anni dopo i fatti che coinvolgevano Joe Kennedy. Ma egli era sicuro che JFK avrebbe visto l’ombrello nero aperto, e avrebbe capito. Era il suo unico obiettivo.
Infatti Umbrella Man non scappò dopo l’omicidio; rimase lì, poi si alzò, seguì la folla verso lo School Depository, e poi se ne andò probabilmente a casa.
E per quindici anni ignorò di essere l’oggetto delle più fantasiose e complesse teorie del complotto per l’assassinio di JFK.

Questa incredibile e interessante storia ci fa capire come spesso è più facile cercare il complotto dove non c’è o portare avanti astruse e complicate teorie, dimenticando che nelle cose degli esseri umani spesso vale la teoria del rasoio di Occam: la natura predilige le spiegazioni semplici.

E che come dice Tink Thompson in una bellissima intervista, qualsiasi cosa, se guardata abbastanza da vicino, può mostrare un comportamento anomalo.

The Umbrella Man non ha ucciso JFK. Questo è certo.
Ma ci ha regalato una bella storia da raccontare.

Questo è il link al filmato del NY Times in cui Tink Thompson racconta la storia di Umbrella Man. Vale la pena guardarlo, fidatevi.
NY Times – The Umbrella Man



umbrella

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