Un caffè al giorno: la vergognosa tragedia di Prato

Ho letto stamattina l’articolo di Adriano Sofri sul rogo a Prato del capannone di cinesi.
Mi ha messo un senso di angoscia profonda; non solo, ci mancherebbe, per la morte di sette persone.
Ma perché – a differenza della Thyssen, dove, con tutti i limiti, c’erano comunque diritti, prevenzione, responsabilità – qui parliamo di sfruttamento, di virtuale segregazione, sia dai propri connazionali, che dagli italiani.
Di gente che lavora per un euro l’ora.
Vi rendete conto?
UN EURO L’ORA.
Lo voglio scrivere grande, perché si capisca qual è ormai il valore della vita umana, il prezzo di un caffè.
Il famoso “caffè al giorno”, che riecheggia in tutte le pubblicità di servizi inutili, che ti puoi comunque permettere perché, che cazzo vuoi che sia “un caffè al giorno”.
E invece questi disgraziati non potevano, non possono permettersi di bere “un caffè al giorno”.
Perché per guadagnare abbastanza per poter comprare un caffè, dovevano lavorare un’ora, e per riuscire a comprare qualcosa da mangiare, dovevano metterne insieme quindici o sedici, di questi stramaledetti caffè giornalieri.
E noi?
Noi soffriamo, ma in fondo continueremo a comprare cappotti a duecento, cinquecento, mille euro, cappotti che sono costati quindici caffè al giorno a un povero disgraziato, segregato in un capannone, con le sbarre alle finestre per non scappare.
Oggi dovrebbe essere la giornata della vergogna, per noi “italiani”, perché mentre discutiamo di porcellum, di pedonalizzazioni, di “dove andiamo a mangiare la pizza stasera”, delle vacanze sulla neve, e di tante belle cose di cui abbiamo riempito la nostra esistenza, permettiamo che a Prato, uno sputo dalla sontuosa e civilissima Firenze, cinquantamila schiavi lavorino per noi.
Non abbiamo neanche più l’alibi della lontananza.
Eh, già, perché che cazzo, se stanno in Indonesia, a Shangai, in Thailandia, in Laos, che ne posso sapere io?
Perché mi dovrei preoccupare se l’iPhone viene fatto schiavizzando qualche migliaio di cinesi?
Poi, diciamocelo, se a ‘sti benedetti bambini non gli facciamo fabbricare i palloni, magari si drogano, no!?
Invece questi stanno QUA. A Prato. Sotto gli occhi di tutti.
Delle autorità che lamentano di non avere abbastanza risorse per i controlli.
Della politica che li sfrutta perché intendiamoci, producono e tanto e fa bene al territorio.
Dei proprietari dei capannoni, che quando affittano, magari a caro prezzo, chiudono un occhio, anzi due, anzi pure le orecchie, e non sentono i kapò cinesi che mettono le sbarre e costruiscono loculi in cartapesta per farci dormire gli operai, hai visto mai volessero andarsi a svagare. Magari a prendersi un caffè.
Ai purchase manager delle aziende tessili, agli intermediari, ai rivenditori, che guardano giustamente al profitto come unico parametro decisionale, e non si chiedono come sia possibile fare un cappotto con diciannove euro, comprarlo a cento e rivenderlo a trecento, senza che qualcuno muoia nel processo.
E anche nostri, che facciamo finta di non sapere perché i prezzi delle cose che compriamo sono infinitamente più bassi, a parità di potere di acquisto, di quaranta anni fa, quando comprare un cappotto era una scelta meditata di lungo periodo, e non una moda stagionale.
Non smetterò di prendere il caffè, no.
Ma sono sicuro che oggi sarà più amaro del solito, il mio caffè del giorno.

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