Il Gruppo Fotografico

Letture per le vacanze: racconto lungo.
Un giallo del Maresciallo Graziosi.

Quando Di Capua entrò nell’ufficio del suo capo, lo trovò chinato sulla scrivania, intento a guardare una macchinetta fotografica da tutte le parti, nel tentativo di riuscire a compiere una qualche operazione.
Il Maresciallo Graziosi si rigirava quell’oggetto di plastica nero tra le mani, toccando pulsanti, ruotando ghiere, e smadonnando a denti stretti, ma non fece cenno di aver visto il suo vice arrivare.
– Maresciallo, mi dispiace disturbarla, ma dobbiamo andare a Via Nazionale, è scomparsa una persona – disse Di Capua, sempre rimanendo sulla soglia.
Graziosi non diede segnali di aver udito, e continuò a guardare la macchinetta, appoggiando ora l’occhio al mirino, ora invece guardando dalla parte dell’obiettivo, ruotando contestualmente una ghiera con l’indice.
– Ziliani – disse Graziosi senza alzare gli occhi.
Occhi che invece partirono a Di Capua verso il cielo. Sapeva che Graziosi avrebbe detto così, e sapeva anche cosa avrebbe ribattuto lui.
– E’ Ziliani che ha chiesto il nostro aiuto – ribattè Di Capua.
Ziliani era un Carabiniere che eufemisticamente Graziosi non stimava, e che solo grazie ad una sequenza impressionante di calci in culo, nonostante le cazzate che aveva inanellato in venti anni di carriera, era riuscito a tornare a Roma e addirittura prendere in carico un distaccamento vicino a Piazza della Repubblica, o Piazza Esedra come la chiamano i romani.
Graziosi alzò un attimo lo sguardo, poi riprese a trastullarsi con la macchinetta.
Di Capua attese pazientemente un altro minuto, poi si avvicinò, ruotò la leva On/Off in posizione “On”, e la macchinetta si accese con un lieve sibilo.
Graziosi guardò con stupore il suo vice, poi mise l’occhio nel mirino, premette delicatamente il tasto per scattare la foto, e l’obiettivo con un leggero rumore ruotò a sinistra e destra per poi fermarsi.
– Ah, ecco perché non riuscivo a mettere a fuoco – commentò Graziosi mentre girava per la stanza con la macchinetta incollata all’occhio – e se alzi gli occhi al cielo ti mando sparato a fare le multe sull’Aurelia – disse a bruciapelo alzando lo sguardo sul suo vice, e bloccandogli all’istante la rotazione dei bulbi oculari.
– A mio nipote hanno regalato per la comunione questo oggetto, e mia sorella mi ha chiesto di darci un’occhiata e di spiegargli come funziona, e non ho avuto i coraggio di dirle che l’ultima macchinetta che ho comprato era una polaroid a colori di una trentina di anni fa… – continuò il Maresciallo mentre lo sguardo andava dal menù del piccolo monitor della macchinetta, al manuale di istruzioni.
– Maresciallo… – insistette Di Capua – Ziliani ci aspetta, credo che dovremmo andare… –
Graziosi posò la macchinetta e si raddrizzò.
– Senti Di Capua, per quanto mi riguarda, Ziliani può andare a farsi fottere. Ogni volta che lo incrocio, sono rogne, e ogni volta tenta di farsi bello alle mie spalle o di mettermi nella merda. Digli che sono morto, o gravemente ustionato, e che non posso neanche mettere il culo sul sedile della macchina. A Via Nazionale se vuoi ci vai tu, io non mi muovo neanche se me lo ordina il padreterno –

Per quanto sia noto che i fotoni viaggino alla ragguardevole velocità di trecentomila chilometri al secondo, la lingua di Graziosi fu più veloce dei segni disperati che Di Capua gli stava facendo con gli occhi e con le mani.
– Lasciamo stare Nostro Signore, che ha sicuramente cose più importanti di cui occuparsi, Graziosi – disse il Colonnello entrando nella stanza – lei a Via Nazionale ci andrà perché glie lo dico io. E per quanto io sia d’accordo che Ziliani è uno stronzo, lei ci andrà proprio per questo, perché altrimenti il suo esimio e raccomandatissimo collega farebbe fare una figura di merda a tutta l’Arma, e io invece voglio evitarlo –
Graziosi rimase ammutolito per qualche secondo, poi cercò di darsi un contegno ignorando la gaffe di poco prima.
– Ma, Colonnello, noi non siamo attrezzati per cercare persone scomparse, non abbiamo un team dedicato, le attrezzature tecniche, le competenze. E poi, mi scusi, di tutte le caserme di Roma, proprio a me deve toccare di andare a infognarmi con Ziliani? – tentò di protestare.
– Graziosi, non mi faccia incazzare. Ziliani ha tutto quello che serve, con tutte le persone che si perdono nel centro di Roma! Da lei mi aspetto buon senso, intelligenza e tenacia. Non le chiedo di portare i walkie-talkie. E poi – disse con un sorrisetto – se lei fosse meno bravo, non chiederebbero proprio di lei. Provi a risolvere meno casi, e magari la eviteranno come fanno con Ziliani. Ah, no. Giusto. In quel caso, io la caccio. Per cui vada e mi faccia una cortesia: faccia sembrare Ziliani una persona intelligente. –
Il Colonnello uscì dalla stanza, lasciando Graziosi intento a fissare Di Capua come se volesse bruciarlo vivo. Ed era proprio così.
Poi, rassegnato, senza dire una parola, uscì dal suo ufficio seguito dal suo Vice.

In macchina Graziosi continuava a giocherellare con la macchinetta fotografica di suo nipote, mentre Di Capua guidava in silenzio.
Arrivati a Porta Pia, il Maresciallo decise che aveva fatto pagare abbastanza al suo vice la figuraccia col Colonnello, e gli chiese:
– Come mai scompare una persona e si muove tutto il comando dell’Arma? –
– E’ la moglie del Capogruppo al Senato di quel partito, come si chiama, quello delle libertà… –
Graziosi si fermò un attimo, poi disse:
– Mi sa che non la cerco. A me quei quattro cialtroni mi stanno un po’ antipatici, e poi mio nonno era comunista –
Di Capua rise alla battuta.
– Marescià, non ci stanno più i comunisti; e lei tiene un senso del dovere grosso come un autobotte, per cui secondo me lei la cerca eccome, ‘sta signora –
– E mi sa che c’hai ragione, Di Capua – concluse mestamente Graziosi, rinunciando a capire qualcosa della macchinetta e guardando fuori dal finestrino per godersi lo spettacolo della fontana dell’Esedra controluce.

Di Capua parcheggiò proprio davanti al Palazzo delle Esposizioni, una monumentale struttura bianca a metà di Via Nazionale, che ospita mostre, presentazioni, eventi, film, e in generale funziona da polo culturale per la zona intorno al Quirinale, insieme alle Scuderie Papali, orientate principalmente a esibizioni di arte figurativa classica.
I due scesero dall’auto, e alzarono istintivamente lo sguardo verso la scalinata che portava all’ingresso, dove due enormi fotografie di donne statuarie, e per di più nude, annunciavano la mostra di un noto fotografo tedesco, famoso per le sue modelle dalle gambe chilometriche.
In mezzo alle fotografie, impettito nella divisa di ordinanza che Graziani rifuggiva più della pistola, stava Ziliani, cappello in mano e sorriso falso, anch’esso di ordinanza.
Quando gli fu a portata, tese la mano verso Graziosi, che la strinse senza convinzione.
– Grazie di essere venuto, caro collega –
Collega un cazzo, pensò Graziosi, ma ricordò il simpatico discorsetto del Colonnello e si trattenne.
– Di niente – disse Graziosi stringendogli la mano controvoglia – Mi puoi riassumere la situazione? –
– E’ scomparsa una donna. Da un’ora. Non ha con sé la borsetta con cellulari e documenti, non soffre di perdite di memoria, non ha l’Alzheimer o demenza senile, non ha litigato col marito, né con le persone con cui si trovava e che abbiamo trattenuto. Insomma ha detto che andava al bagno e ora non si trova più –
Graziosi rifletté un attimo.
– E non è strano che una persona scompaia e dopo pochi minuti viene già allertata l’Arma? Nella mia esperienza di solito la famiglia aspetta ore prima di rivolgersi a noi –
– In questo caso c’è stata una concomitanza di eventi. La suocera, la madre del Senatore Leonori, si è sentita male, e il Senatore ha cercato di mettersi in contatto con la moglie, ma i cellulari squillavano senza risposta. Poi finalmente una persona gli ha risposto, e ha detto che la signora era al bagno da dieci minuti. L’hanno cercata dappertutto, ma non l’hanno trovata. Si sono allarmati, e hanno richiamato il marito, il quale ha subito chiamato noi. E poi te, certo, attraverso il Colonnello – sorrise Ziliani.
La sua voleva essere una vaga insinuazione, ma alle orecchie di Graziosi suonò chiaramente quella che era: un insulto; voleva sottolineare che se non fosse stato per il Colonnello, lui non avrebbe mai partecipato ad un’indagine così prestigiosa.
Ma Graziosi non diede segno di aver percepito. A lui non importava nulla del prestigio, dei riconoscimenti personali, il suo unico interesse era di capire: capire le persone, capire le cose che gli succedevano intorno, capire come migliorare l’ambiente in cui viveva rimuovendo gli elementi di disturbo.
Si considerava uno che risolveva problemi, come quel famoso personaggio di un film americano, solo che lui lo faceva seguendo la legge.
E del prestigio o meno di un’indagine non sapeva che farsene.
– Va bene, andiamo, non perdiamo tempo. – rispose.
Ziliani fece strada, e condusse i due attraverso la libreria del Museo, alla quale si accedeva, oltre che dalle sale, dall’esterno, per un’entrata laterale del Palazzo situata vicino alla cassa.
Alla parte opposta della libreria c’era in realtà un’altra uscita, che però non conduceva all’esterno ma alla caffetteria, un locale lungo e disadorno con tavoli di plastica bianca e sedie anonime.
Alla fine di quel locale una porta si apriva in un piccolo cortile esterno – altri tavoli, di metallo grigio stavolta – circondato dalle mura di altri edifici e da qualche albero.
La sensazione di poter godere del fresco in un giardino segreto al centro di Roma era a dire il vero magnifica.
Sedute a due tavoli quadrati affiancati sei persone, due uomini e quattro donne, con l’aria imbarazzata e a disagio.
Sui tavoli un gran numero di macchinette fotografiche, obiettivi, borse e altre attrezzature.
Graziosi guardò con fare interrogativo Ziliani il quale gli spiegò sbuffando:
– E’ un gruppo di appassionati di fotografia, di cui la signora scomparsa fa parte. Per questo ci sono tutte quelle macchinette –

Il Maresciallo si trovò di fronte a sei paia di occhi che lo fissavano con stupore, e anche se era abituato al nervosismo dei testimoni gli sembrò che fossero un po’ troppo colpiti, poi capì: avevano visto la macchinetta fotografica del nipote, che teneva ancora in mano.
Graziosi infatti, distratto dell’indagine, aveva piazzato un pollice proprio sul vetro dell’obiettivo, e i sei fotografi avevano provato un brivido collettivo al pensiero del lavoraccio da fare per rimuovere dalla delicata superficie il grasso naturale della pelle.

Ignaro della sua figuraccia Graziosi si guardò intorno.
A parte i sei, e i Carabinieri intenti alla rilevazione degli elementi di indagine, la piccola zona all’aperto del bar era vuota.
Era uno spazio abbastanza angusto ma piacevole, pochi tavolini compressi tra un lato del Palazzo e alcuni edifici storici del centro di Roma. Il cielo si poteva vedere, ma era un ambiente poco luminoso per via dei muri alti almeno trenta metri.
Sopra le loro teste, al secondo piano del Palazzo delle Esposizioni, delle impalcature metalliche nuovissime segnalavano dei lavori in corso: a differenza di qualsiasi altra zona di Roma, le norme per i lavori edili al centro erano severissime e rispettate a causa delle frequenti ispezioni.
Graziosi fece un giro per farsi un’idea del luogo, poi si sedette al tavolo dove attendevano silenziosi i sei testimoni.
Nessuno parlò, erano chiaramente a disagio e un po’ spaventati per essersi improvvisamente trovati in quella situazione.
Un piacevole pomeriggio di chiacchiere e foto si era trasformato in un incubo, con Carabinieri dappertutto e una loro amica scomparsa.
Graziosi li guardò per qualche secondo.
Sembravano tutte persone perbene, nessun ragazzino nel gruppo, erano uomini e donne adulti, o anche più che adulti, che condividevano evidentemente una passione. Erano vestiti in maniera non formale, come si addice a dei fotografi, ma comunque di buon gusto.
Rinunciò in ogni caso a farsi un’idea troppo definita dalla prima impressione; aveva imparato in tanti anni di lavoro che spesso anche le persone più innocenti di questo mondo possono custodire segreti inconfessabili e se messe sotto pressione sono capaci dei delitti più efferati.
In questo caso tuttavia la situazione sembrava più semplice: la donna era scomparsa, e loro erano dei testimoni. Una volta sentite le loro versioni, erano sostanzialmente inutili, e potevano essere rimandati a casa.
– Qualcuno mi sa dire come faccio a rivedere le foto scattate con questa macchinetta? – chiese Graziosi a bruciapelo.
I sei spalancarono gli occhi.
Probabilmente anche un bambino di sei anni saprebbe come rivedere le foto su una digitale, ma andava considerato che il Maresciallo Graziosi per certi aspetti era ancora un uomo dell’ottocento: niente smartphone, niente computer, niente macchinetta digitale, niente tv satellitare.
Si crogiolava in questo snobismo antitecnologico, e per dirla tutta era convinto che ogni essere umano venga dotato di un certo numero di neuroni e a lui servivano per le indagini, non li poteva certo sprecare per altre cose.
Uno dei due uomini, quello più vicino a lui, che aveva una macchinetta della stessa marca giapponese, prese dalle mani di Graziosi l’apparecchio, lo accese e poi spinse un tastino con una piccola freccia.
– Ecco, in questo modo compaiono le foto scattate, e muovendo questa ghiera può andare avanti e indietro – disse paziente.
Le foto che comparvero erano tutte sfocate e per lo più storte, tranne una in cui Graziosi si ritrovò magicamente a fuoco, con il naso enorme e gli occhi incrociati; stava evidentemente cercando di capire come far funzionare quell’oggetto e aveva inavvertitamente scattato una foto.
Il Maresciallo si vergognò un po’, ma ringraziò educatamente. Poi si ricompose e si rivolse al gruppo.
– Qualcuno mi vuole raccontare cosa è successo? –
Uno dei due uomini, un tizio sulla cinquantina con dei baffi folti e spioventi, che si qualificò come Aristide Melchiorri aggrottò la fronte, poi rispose in maniera sgarbata:
– L’abbiamo già detto al suo collega – e indicò Ziliani – che ha anche preso appunti. Vorremmo andare a casa, che senso ha raccontare la stessa storia a tutti quelli che arrivano? e poi non ci fanno neanche avvertire a casa, ci hanno sequestrato i cellulari –
Graziosi arrossì leggermente dalla rabbia, ma si contenne.
Guardò Ziliani, che si godeva la scena.
Non gli aveva detto che ai sei erano stati sequestrati i telefoni, né che avesse già appunti delle deposizioni.
Li avrebbe interrogati lo stesso, ma avrebbe tenuto conto dello stato d’animo.
– Abbia pazienza – rispose Graziosi conciliante – sono stato appena chiamato a coordinare questa indagine, e anche se il collega ha già raccolto dei dati ho bisogno di farmi un’impressione di prima mano. Per quanto riguarda i cellulari, appena terminata questa chiacchierata, vi saranno restituiti. Adesso, posso avere un vostro resoconto dell’accaduto? –
– Non c’è molto da dire – intervenne una ragazza un po’ più giovane degli altri – eravamo qua a chiacchierare. Sabrina ha detto che sarebbe andata a cercare un bagno ed è entrata nel bar. Forse non ci saremmo neanche accorti che mancava da molto se il telefono non avesse iniziato a squillare insistentemente. Alla fine abbiamo risposto, era il marito in preda al panico, aveva bisogno di parlare alla moglie. Sono andata io a cercarla mentre ero ancora al telefono con lui. In bagno non c’era, allora ho detto che lo avrei richiamato, ho attaccato e insieme agli altri abbiamo guardato ovunque, ma niente. Per cui abbiamo richiamato il marito, che è un politico importante e ha detto che si sarebbe subito attivato per cercarla. Noi siamo rimasti qui, non sapevamo che fare, ma neanche dieci minuti dopo è arrivato il vostro collega – indicò Ziliani – che ci ha subito ordinato di non muoverci e ci ha preso i cellulari. –
Graziosi rimase pensoso per qualche secondo. Si scambiò un paio di occhiate interrogative con Di Capua, che interpretò i suoi dubbi e intervenne:
– Lei mi sta dicendo che il marito non ha neanche voluto attendere qualche minuto, fare una telefonata a casa, verificare gli ospedali, e ha subito allertato i Carabinieri? – chiese Di Capua alla ragazza.
– Ecco! Lo dicevo, io, che mi sembrava strano! – intervenne una signora di mezza età, agitata – ma ti pare che una si assenta per qualche minuto, e subito devi chiamare i Carabinieri? Senza offesa, eh!? – disse rivolta a Di Capua che aveva istintivamente alzato gli occhi al cielo – magari ha incontrato qualcuno che conosce, oppure si è ricordata una cosa improvvisa, o ha avuto un malore, che ne so!? tutto questo casino per che cosa? e noi qua, sequestrati senza neanche poter chiamare a casa! –
A queste parole, tutti e sei intervennero, le voci che si accavallavano, nel tentativo di chiarire che loro, di stare lì, proprio non ne potevano più.
– Calmi, signori, state calmi – disse Graziosi cercando di tranquillizzarli – Vi ho detto che tra poco vi lasceremo andare. Ma vi faccio notare che la signora manca apparentemente da quasi due ore e non si hanno più sue notizie, quindi il marito tutto sommato aveva ragione di preoccuparsi. La verifica degli ospedali sono sicuro che l’ha già fatta il collega qui presente, vero Ziliani? – chiese a bruciapelo.
Ziliani diventò rosso, e Graziosi ebbe un fremito di piacere. Poi si ricordò che il Colonnello si era raccomandato di non far fare una brutta figura all’Arma, e fece un cenno a Di Capua.
– Fatti dare dal collega la lista degli ospedali contattati e vedi se ti viene in mente qualche altra idea –
Il suo vice capì al volo, e preso Ziliani sotto un braccio entrò nell’edificio per fare rapidamente l’operazione di verifica che il loro collega aveva colpevolmente trascurato.
Non che Graziosi si aspettasse nulla: l’aveva fatto più per dare una stoccata a Ziliani che con la speranza di ottenere qualche risultato.
Tranne rari casi di perdita di memoria o di persone ai margini della società era praticamente impossibile che una persona venisse trasportata in ospedale senza che la sua identità fosse identificata rapidamente. A quest’ora se la signora fosse stata in ospedale qualcuno avrebbe già avvisato il marito.
Graziosi fece un cenno ad un Carabiniere, che si avvicinò.
– Per favore, ridai i cellulari a questi signori e permettigli di fare una telefonata. Segnati i numeri se non lo hai già fatto, in modo che in caso di necessità possiamo tracciare queste telefonate. Vi dò cinque minuti per avvisare le vostre famiglie – disse rivolto ai sei – poi vi chiedo di pazientare e di riconsegnare i telefoni al collega qui presente. Ma vi garantisco che andrete a casa a breve. Ah! un’altra cosa, dovrete consegnare anche le vostre macchinette fotografiche, potrebbero servirci le foto scattate qui dentro –
I sei protestarono vivacemente, evidentemente le loro macchinette erano molto più importanti dei cellulari.
Mentre la cacofonia saliva, una dei sei, una gentile signora dall’apparente età di cinquantacinque anni, mise una mano sul braccio di Graziosi in maniera molto materna e gli disse:
– Non c’è bisogno che prendiate le macchinette, basta che vi consegniamo le schede su cui sono salvate le foto e le macchinette ce le potete lasciare. Sa, un paio di noi ci lavorano con la fotografia, niente di che, qualche servizio, matrimoni e insomma, le macchinette ci servono. –
Graziosi arrossì di nuovo. La sua ignoranza nel campo era abissale.
– E queste schede le posso mettere nella mia macchinetta per guardare le foto? – chiese.
La signora rise di cuore.
– Non tutte – spiegò – lei ha una Nikon, ma altri hanno delle Canon, e i file non sono completamente compatibili. Poi, su quello schermino, non si vede gran che. Io poi che sono presbite, non riesco neanche a capire se sono a fuoco. Le consiglio di installare un software di postprocessing fotografico sul suo PC e di guardare le foto su uno schermo grande. E poi così le può anche catalogare, modificare…insomma lavorare – concluse con un sorriso.
In certi momenti più di altri Graziosi apprezzava il fatto di aver scelto Di Capua come suo vice. Se non altro perché lo tirava sempre fuori dalle secche nel momento giusto.
Era appena rientrato e si accorse che il suo capo non aveva capito gran che.
– Certo, il software ce lo abbiamo installato in ufficio – intervenne – prendiamo solo le schede SD e ve le riconsegneremo dopo averle copiate sull’hard disk – concluse con un sorriso, ignorando lo sguardo di Graziosi, colpito da tanta sapienza.
Il Maresciallo prese per un gomito Di Capua e lo portò in un angolo, e gli chiese sottovoce:
– Gli ospedali? –
– Niente, ho sentito quelli qua vicino, comprese un paio di cliniche private, e Ziliani ha dato disposizione a uno dei suoi di continuare anche allargando il raggio d’azione, ma secondo me…-
– Lo so – lo interruppe Graziosi – è solo un tentativo –
– Come procediamo? interroghiamo separatamente i sei? – chiese Di Capua.
– Non so, mi sembra una perdita di tempo. Se erano tutti insieme confermeranno la versione della loro amica. Magari nei prossimi giorni, se dovessimo sospettare un rapimento, cosa che al momento non possiamo escludere. Piuttosto, hai sentito il ragazzo del bar? –
– Sì, mentre Ziliani telefonava gli ho fatto qualche domanda. Ha detto che la signora gli ha chiesto dove si trovava il bagno, e lui glie l’ha indicato. Poi non ricorda di averla più vista, quindi coincide con la versione dei fotografi –
– Già – disse Graziosi sovrappensiero. Si vedeva che stava ragionando, ma evidentemente le sue idee non portavano da nessuna parte, perché alla fine disse:
– Facciamoci un giro, vediamo dov’è questo bagno –
Si incamminarono attraverso il bar, dove Ziliani stava discutendo con un suo sottoposto, lo salutarono con un cenno e usciti nella libreria girarono a destra, passando attraverso degli scaffali stretti, fino ad arrivare ad un piccolo slargo da dove, ancora a destra, si entrava attraverso dei metal detector nella zona museale. Proprio lì, a sinistra, c’erano i bagni.
I due entrarono in quello delle signore e per scrupolo anche in quello degli uomini, attenti a non toccare niente, ma non notarono nulla che attirasse la loro attenzione.
Usciti dal bagno proseguirono per il corridoio, invece di tornare indietro, e verificarono che da quella parte era possibile solo accedere ad un’uscita secondaria, con le porte di sicurezza che si aprivano solo verso l’esterno. Di questo ne furono certi, perché una volta usciti non riuscirono a rientrare, e furono costretti a tornare indietro verso l’ingresso principale.
Si ritrovarono infine di nuovo nel piccolo spazio all’aperto, senza grandi idee su come proseguire.
Avrebbero lasciato che Ziliani e la sua squadra procedessero con le attività standard per i casi di scomparsa di persona, che però – come sapevano – solo nel dieci per cento dei casi portavano risultati concreti.
E qui purtroppo c’era anche da gestire un marito ingombrante, il che non avrebbe né facilitato le ricerche, né tanto meno la gestione politica dell’indagine.
Graziosi era assorto in questi pensieri, quando improvvisamente il quadro che si delineava davanti a lui gli sembrò incoerente. Sfocato, avrebbero detto i fotografi.
C’era qualcosa che non andava, il suo istinto glie lo stava suggerendo a livello inconscio, ma non riusciva ad afferrare l’elemento chiave.
Toccò il gomito a Di Capua, e gli sussurrò per non farsi sentire:
– Non ti sembra che ci sia qualcosa di strano in questa situazione. La storia di questa tizia che va al bagno e scompare, e non si trova più da nessuna parte…cosa c’è che non va, secondo te? –
Di Capua stette in silenzio qualche secondo, poi cominciò a ragionare a voce alta.
– Non lo so Marescià, effettivamente tutto è troppo tranquillo; una prende e scompare così…però a volte succede, sa? Magari noi pensiamo chissà a quale evento e questa semplicemente se ne è andata con un amante, oppure ha cambiato vita perché non sopportava più il marito…guardi che di cose così ne… –
– La borsetta! – esclamò Graziosi interrompendo il suo vice – Ha lasciato tutto. La macchinetta, la borsetta, i cellulari, il giacchino, tutto. Ma una donna che va in bagno, non lascia MAI la sua borsetta. –
Anche Di Capua si fermò a considerare l’ipotesi.
– Effettivamente…se doveva andare in bagno… –
– Ma certo! – disse Graziosi che aveva presso il suo solito abbrivio – questo esclude sicuramente che la signora dovesse veramente andare in bagno, ma anche che possa aver avuto un malore o una perdita di memoria. No, guarda, l’istinto mi dice che è così: lei si è alzata perché doveva fare qualcosa, e nella frenesia non ha preso la borsetta. Se fosse andata al bagno, sarebbe venuta a prenderla. Se si fosse sentita male, avrebbe avuto dei sintomi prima. No, io non credo che la troveremo a vagare per la città senza memoria. E’ da qualche parte, dove lei o qualcun altro vuole che sia. E la cosa a questo punto mi preoccupa –

Di Capua afferrò al volo il filo del ragionamento del suo capo.
– Eccerto, Marescià! Se ha lasciato la borsetta è evidente che non voleva andare al bagno. E però ha detto a tutti che andava lì, pure al barista. Quindi aveva qualcosa da fare qui, e non voleva che nessuno lo sapesse –
– Esatto – concluse Graziosi – oppure qualcuno da incontrare e se riusciamo a capire questo abbiamo qualche elemento per trovare la signora –
Mentre i due proseguivano la loro discussione eccitati dall’aver trovato un indizio, si avvicinò Ziliani.
– Ora che si fa, Graziosi? Il marito sta per arrivare, ha appena chiamato e noi non abbiamo uno straccio di idea. Come intendi procedere? – disse con un sorriso.
In fondo Graziosi lo sapeva che sarebbe successo: Ziliani avrebbe cercato di scaricare su di lui un eventuale fallimento, pronto a prendersi il merito di un possibile successo; e ora che i guai erano in arrivo scaricava rapidamente la patata bollente.
– Vedrai che qualche idea ci verrà, stai tranquillo. Quando il marito arriva mandalo pure da me, non ti preoccupare. Nel frattempo mandiamo a casa questi signori. –
Non fece in tempo a raccogliere le proteste di Ziliani, perché Di Capua gli fece segno di avvicinarsi dalla porta del bar.
Graziosi si scusò e raggiunse il suo vice, che gli parlò all’orecchio.
– Marescià, tra la libreria e l’uscita c’è una porta di servizio. Ho provato ad aprirla e non è chiusa a chiave. Forse c’è un’altra uscita –
– Bravo Di Capua! sarai del Napoli, ma sei forte! – scherzò il maresciallo – Andiamo a vedere –
I due si incamminarono verso l’uscita del bar e fermarono un addetto che era rimasto nel negozio.
– La porta qui dietro – disse Graziosi indicando una parete – conduce verso qualche uscita? Chi la usa? –
– No, da quella parte non ci sono uscite. Di solito è chiusa a chiave perché non è a norma, ma dato che ai piani superiori non si può accedere dalle scale per via dei lavori agli uffici, la usiamo in questo periodo per andare nell’archivio della libreria se ci servono faldoni, fatture, o altra documentazione amministrativa. –
I due ringraziarono e si avviarono lentamente verso la porta.
– Prima di entrare, ragioniamo. Non conduce a nessuna uscita, non è custodita, l’addetto non la vede dalla sua postazione. Il posto perfetto per nascondersi o per un incontro furtivo. –
Di Capua annuì, poi disse:
– Marescià, non mi piace ‘stu fatto. Se non poteva uscire, perché non è ancora tornata? –
Graziosi non disse niente, aveva avuto anche lui la stessa, bruttissima, sensazione. Guardò il suo vice, poi aprì la porta.
Dopo un breve corridoio delle scale interne conducevano ad un’altra porta, che si apriva in un ufficio vuoto. Poche stanze ricavate da uno spazio nell’area espositiva, da cui erano separate probabilmente solo da un tramezzo.
La porta principale era chiusa, come gli aveva detto l’impiegato.
Perlustrarono le stanze ma non videro nulla di strano.
Nella stanza che si affacciava sull’esterno del bar la polvere e il gesso coprivano i teli di plastica messi a protezione dei mobili.
La porta-finestra era aperta.
I due si guardarono, poi uscirono fuori.
Quel lato del palazzo era coperto dalle impalcature metalliche, disposte ad angolo acuto verso l’alto per evitare che i calcinacci cadessero sulle persone che consumavano al bar.
Appena due metri a sinistra, appoggiata su una delle impalcature, gli occhi aperti verso il cielo e le braccia spalancate come un cristo piangente, la donna che stavano cercando giaceva morta.
Graziosi si accovacciò per esserne sicuro tastando il polso e sentendo il cuore, poi si rialzò.
– Torniamo giù. Dobbiamo avvertire la scientifica e prendere a calci in culo Ziliani –

Graziosi era nero quando incontrò di nuovo Ziliani nel locale bar.
Il suo omologo stava dando indicazioni ai suoi per far partire una ricerca in grande stile, e per darsi un tono urlava ordini secchi neanche fosse stato un Feldmaresciallo tedesco.
Il Maresciallo si avvicinò e con fare mellifluo chiese:
– Che fai Ziliani, dai inizio alla grande caccia all’uomo? –
L’altro percepì il pericolo nelle parole di Graziosi e rispose cauto:
– Certo. Se vogliamo avere qualche speranza di risolvere il caso rapidamente dobbiamo setacciare tutto il centro. Ho fatto già predisporre copie della foto della signora, e interrogheremo tutti quelli che ragionevolmente possono averla vista. Poi passeremo anche agli annunci e alle conferenze stampa. Se non dovessimo avere risultati in tempi brevi, dio non voglia, faremo un passaggio anche a “Chi l’ha visto”. È la prassi –
– Perché qui, siamo sicuri, la signora…come si chiama, Leonori mi pare no!? non c’è, giusto? –
– Graziosi, che cazzo vuoi? Non capisco, che dici? Certo che non c’è, abbiamo cercato dappertutto. –
– In tutto il palazzo? – chiese Graziosi con la voce che saliva di tono.
Ziliani lo guardò torvo.
– Che intendi dire? Certo, in tutto il palazzo. Cioè qui a piano terra. Perché le esposizioni ai piani superiori sono chiuse per i lavori, e non c’è modo di salire. Inoltre c’è un circuito televisivo e il custode ha riguardato le immagini. Nessuno è salito o sceso dai piani superiori. E l’unico punto non coperto dalle telecamere è la zona bar, con l’uscita che ha preso di sicuro la Leonori –
– Benissimo, sono contento che tu abbia fatto il tuo lavoro scrupolosamente. Quindi il cadavere che io e Di Capua abbiamo appena trovato al piano di sopra, sai quel piano al quale era impossibile accedere? sì proprio quello, ecco si vede che è di qualcun altro. Certo…strano. Era vestita proprio come la signora Leonori, e le somigliava proprio, ma se tu mi dici che non può essere salita, chi sono io per contestare le tue affermazioni? –
Ziliani era diventato pallido, e sembrava sull’orlo di un colpo apoplettico.
– Come? Dove…-
– La porticina – disse spietato Di Capua, che era di poche parole ma caustiche.
– Ma è chiusa, l’ho chiesto al custode…-
– E non hai provato ad aprirla. Né a chiedere a qualcun altro – chiese impietoso Graziosi.
Ziliani non rispose, e Graziosi si allontanò, seguito dal suo vice.
– Aspetta, che fai ora? – Ziliani era disorientato.
Graziosi si voltò, e disse sprezzante:
– Vado a vedere la reazione dei suoi amici. Ah, se nel frattempo dovesse arrivare il marito fammi un favore, non gli dire niente. Questo è un caso di omicidio ora, e credo sia meglio che se ne occupi chi ha qualche competenza, cioè noi – detto ciò si avviò verso l’esterno del bar.
– Minchia Marescià, ma voi a quello lo odiate proprio – disse Di Capua.
– No Di Capua, io non odio nessuno. Ma uno così non ci dovrebbe proprio diventare Carabiniere, e men che mai capo di una stazione. Anche se non la porto mai, io ci tengo a questa divisa, e mi mette di malumore ogni volta che incontro qualcuno che non la merita –
Si fermò quindi davanti al tavolo, dove erano ancora seduti i sei amici, che smisero di parlare all’arrivo di Graziosi.
Il Maresciallo sorrise, poi disse:
– Ho una bella e una brutta notizia per voi. La bella notizia è che potete tornare a casa. Vi saranno restituiti i vostri cellulari e le macchinette senza le schede – attese un attimo guardando la reazione di sollievo dei sei, poi continuò – La brutta è che abbiamo trovato la vostra amica –
La signora che lo aveva aiutato prima si sedette, una mano sulla bocca, presagendo qualcosa di brutto; gli altri si zittirono completamente, finché uno dei due uomini, quello che non aveva parlato finora, chiese:
– E come sta? Dov’era finita? –
– Era qua vicino. E non sta tanto bene. In effetti, è morta –
Graziosi sapeva che i primissimi istanti dopo uno shock erano quelli in cui anche il bugiardo più allenato rivelava qualcosa dei suoi pensieri, e le persone normali di contro non riuscivano a trattenersi dall’esternare i propri sentimenti. Osservò pertanto con attenzione insieme a Di Capua le reazioni alla notizia.
La donna più anziana mise di nuovo la mano davanti alla bocca e iniziò a piangere.
Gli altri, chi più o chi meno, manifestarono espressioni di shock, e per lo più iniziarono a parlare tutti insieme, chiedendo tutti le stesse cose: “Come è successo? Come è possibile? Ma chi? Come? Quando?”
Graziosi alzò una mano per zittirli, e quando i sei ripresero il controllo si sedette vicino a loro per cercare di tranquillizzarli.
– Ora non è il momento di rispondere a queste domande, anche perché, non ve lo nascondo, di grandi risposte non ne abbiamo neanche noi. Vi chiediamo quindi di andare a casa, di non lasciare la città nei prossimi giorni, e di tenervi pronti a sostenere un interrogatorio in caserma quanto prima. In linea di massima non avrete bisogno di un avvocato, sarete convocati come testimoni, ma trattandosi di un caso di omicidio potreste ritenere di volerne convocare uno. E’ un vostro diritto, e non vi sarà negato. –
Si alzò e concluse.
– Per il momento potete andare –
I sei fotografi ripresero le loro cose, le macchinette che nel frattempo gli erano state restituite, le borse, e andarono via in silenzio a capo chino.
Quando furono usciti, Ziliani arrivò, scuro in viso, e affrontò di petto Graziosi.
– Non ho capito – attaccò – qui c’è stato un omicidio, e tu lasci andare sei potenziali sospettati o comunque testimoni oculari così! Senza neanche interrogarli? –
Graziosi sbirciò Di Capua: già con gli occhi proiettati al soffitto rispose al posto del suo capo, che si limitò a fissare Ziliani con le palpebre a mezz’asta, indice di insofferente disprezzo.
– L’omicidio c’è stato ormai ore fa, e finora lo abbiamo trattato come una sparizione. Non abbiamo perimetrato il luogo, disposto intercettazioni, effettuato perquisizioni personali – Di Capua sottolineò la parola “abbiamo” per far capire che in realtà si riferiva a Ziliani – A quest’ora se qualcuno voleva nascondere o annacquare delle prove ha avuto tutto il tempo. Meglio lasciarli andare tranquilli. Nel frattempo abbiamo già fatto mettere i loro telefoni sotto controllo, per questo glie li abbiamo restituiti, e visti i loro profili non pensiamo vadano da nessuna parte. Preferiamo seguirli da lontano, piuttosto che spaventarli. Di solito così funziona meglio – concluse con un sorrisetto ironico.
Ziliani avvampò.
– Va bene, ma prendo nota che la responsabilità della decisione è vostra. Se tra quei sei ci fosse l’assassino e voi lo aveste fatto scappare, sarà meglio che…-
-…che la prossima volta dai un’occhiata in giro – lo interruppe Graziosi – Ora noi ce ne andiamo in ufficio a lavorare sul caso; se abbiamo novità ti chiamiamo. Fai bloccare il perimetro dell’edificio e appena Desiati arriva fammi inviare i primi risultati – concluse.
– Non aspettate il medico legale? – chiese stupito Ziliani.
– No – disse Graziosi – al momento non ci interessa tanto sapere come è stata uccisa la donna, quanto capire perché si trovava lì, come ci è arrivata, chi l’aspettava. Cose così – terminò avviandosi seguito dal suo vice.
Non fece in tempo ad uscire sulla scalinata bianca che dà su Via Nazionale, che una macchina blu con il lampeggiatore e la sirena spiegata si fermò con uno stridio insopportabile di freni davanti all’ingresso.
Un uomo alto e corpulento ne uscì, e iniziò a correre su per i gradini a due a due, vanamente inseguito da due guardie del corpo.
Di Capua guardò il suo capo e disse:
– Marescià, preparate i popcorn, sta per iniziare lo spettacolo –
Graziosi fece un sospiro rassegnato, poi andò incontro all’uomo e lo bloccò prima che potesse varcare la soglia del museo.
L’uomo, non riconoscendo in lui un rappresentante delle forze dell’ordine, lo guardò con rabbia, e le guardie del corpo fecero per intervenire, per cui Graziosi ritenne opportuno qualificarsi.
– Maresciallo Graziosi, caserma Nomentano. Il museo è inaccessibile al momento, è in corso un’indagine – disse facendo finta di non capire chi fosse l’uomo che aveva bloccato.
– Lei forse non sa chi ha appena fermato. Sono il Senatore Leonori, e mia moglie è scomparsa, e spero che abbiate delle informazioni per me, o quanto è vero iddio vi faccio trasferire tutti a Caserta –
Di Capua all’idea di avvicinarsi a casa fece un mezzo sorrisetto, spento sul nascere dall’occhiata bruciante che gli riservò Graziosi.
– Senatore, la prego di non entrare – disse in tono conciliante Graziosi lasciandogli il braccio – abbiamo delle novità, ma preferirei parlarne in privato, e magari davanti ad un caffè.
Così dicendo guidò il Senatore di nuovo dentro il museo e lo fece accomodare su una sedia, mentre ordinava un caffè.
Quando il politico fu più calmo, decise di dargli la notizia:
– Abbiamo ritrovato sua moglie, ma mi duole doverle comunicare che l’abbiamo trovata ormai morta. Pensiamo sia stata uccisa. A breve il medico legale ci darà conferma, ma non credo ci siano dubbi. Pertanto ora l’indagine è diventata di omicidio, e siamo noi a condurla –

L’uomo rimase di sasso; il caffè in mano, la bocca aperta, gli occhi spalancati. Non mosse un muscolo per un tempo lunghissimo, poi posò la tazzina lentamente, e senza dire una parola prese il cellulare dal taschino.
Cercò un contatto, poi lo portò all’orecchio:
– Sì sono io. Devi venire subito a Via Nazionale. Certo. No, vieni solo. Mentre vieni, chiama il tuo amico all’Agenzia, sì quello che sta alla redazione politica, digli che farò una dichiarazione a breve. Vieni qui e poi ti spiego – attaccò.
Graziosi e Di Capua guardarono l’uomo con un certo disgusto, perché anche in quel momento la prima cosa a cui aveva pensato era di chiamare un collaboratore per gestire i rapporti con la stampa, ma lui non sembrò accorgersene. Forse ci era abituato, al disgusto che causava.
Il Senatore Leonori si alzò, poi chiese con fare sgarbato:
– Dov’è mia moglie? Voglio vederla –
Graziosi lo fissò negli occhi. Voleva stabilire l’autorità il prima possibile, perché sapeva che con il Senatore tra i piedi l’indagine sarebbe stata difficile e se avesse ceduto in quel momento non avrebbe più ripreso in mano le redini.
– Mi spiace, non è possibile – disse con cortesia, ma con fermezza – Intanto perché non è un bello spettacolo, poi perché c’è un’indagine per omicidio in corso e finché non arriva il medico legale non possiamo toccare nulla e nessuno può avvicinarsi al cadavere – concluse in tono conciliante, sperando che l’uomo capisse.
Ovviamente non capì. Era troppo abituato a comandare e a sentirsi osannato da portaborse, lacchè e questuanti per afferrare il senso della realtà.
– Forse non ci siamo capiti, Capitano – disse.
– Maresciallo – precisò Graziosi.
– Maresciallo, allora. Io sono un Parlamentare della Repubblica, e se le chiedo di vedere il cadavere di MIA moglie, lei me lo farà vedere, e anche subito. Ci siamo capiti? Oppure dovrò chiamare immediatamente il Capo Di Stato Maggiore dell’Esercito e farle capire l’antifona. –
In questi momenti Graziosi ringraziava iddio, o chi per esso, per il mestiere che faceva, per la legge, la democrazia, e un po’ anche per Di Capua; perché mentre lui guardava fisso con aria di sfida il Signor Parlamentare, fu Di Capua a parlare:
– Lei è un sospettato e in quanto tale non può avvicinarsi alla scena del delitto. E’ la regola, e non la può cambiare neanche il Presidente della Repubblica – disse secco.
L’uomo diventò rosso, gli si gonfiò il collo, e Graziosi fece istantaneamente un mezzo passo indietro per paura che esplodesse e gli sporcasse la camicia di sangue. Ma ovviamente non successe.
– Voi…voi… – faceva fatica a parlare – come osate sospettare di me? Io sono un Senatore, una persona perbene, e in più ero a cento chilometri di distanza quando mia moglie è scomparsa, come potrei essere stato io? –
– Senatore – riprese Graziosi – noi non stiamo dicendo che sia stato lei. Le stiamo dicendo che in un caso come questo i coniugi sono i primi su cui si focalizzano le indagini per cercare di capire se ci siano stati dissapori, problemi di soldi, e così via. Quindi non ci sembra il caso che lei lasci tracce sulla la scena del delitto, tutto qua – cercò di dare un tono conciliante alla brutta notizia – Però le assicuro che non appena saranno completate le prime indagini e l’esame autoptico lei sarà il primo, e se lo desidera l’unico, a vedere sua moglie –
L’uomo impallidì a queste parole, e apparve per la prima volta invecchiato. O forse semplicemente dimostrava la sua vera età, senza tentare di mascherarla con un giovanilismo un po’ ridicolo.
– Volete dire che le faranno l’autopsia? che la taglieranno a pezzi? –
Ancora una volta fu Di Capua a venire in soccorso del suo capo.
– Non la taglieranno a pezzi, Senatore. Ma cercheranno di capire se si sia trattato di un omicidio, come crediamo noi; oppure un farmaco, un malessere, un incidente insomma. Ma è necessario, altrimenti potremmo non sapere mai chi le ha fatto del male, è anche suo interesse scoprire la verità, no!? –
Il Senatore annuì stancamente, poi si alzò e andò via accompagnato da un portaborse.
Disse solo:
– Fatemi sapere – prima di uscire nuovamente dal palazzo.

Quando Graziosi entrò nell’ufficio che Di Capua divideva con altri due commilitoni era chiaramente nervoso.
Gli chiese con fare brusco a che punto fosse con l’analisi delle schede, e anche se erano passati solo dieci minuti da quando erano rientrati si capiva che aveva ricevuto qualche telefonata.
Di Capua era sicuro che Graziosi avesse arginato qualsiasi richiesta di intromissione nelle indagini, ma evidentemente lo stress era stato abbastanza forte da trasparire dall’atteggiamento del Maresciallo.
Di Capua senza dire una parola prese il portatile e si diresse verso l’ufficio di Graziosi.
Sedutosi alla scrivania, il Maresciallo si appoggiò allo schienale per guardare meglio.
– In questi pochi minuti non ho fatto in tempo a fare un’analisi approfondita – iniziò Di Capua – Mi sono limitato a scaricare il contenuto delle schede, eliminare i contenuti non rilevanti, e creare una cartella per ognuno dei sette con le loro foto dentro –
– Sei sicuro che non ci fossero foto di altri eventi che possano esserci utili in qualche modo? – chiese Graziosi.
– Non mi sembra. In realtà solo due delle schede contengono altre foto, quelle della Signora Leonori e di uno dei due uomini, tale Aristide Melchiorri, il più giovane. Ma sono foto fatte in giorni e luoghi completamente diversi e non ci sono persone, solo paesaggi. Gli altri avevano usato schede “vergini”, riformattate –
– Riform..che? – chiese Graziosi che non amava trovarsi in difficoltà con la tecnologia ma che doveva ammettere di non sapere gran che di schede, hard disk e quant’altro.
– Erano state cancellate prima dell’uso in modo da poter contenere più foto – spiegò Di Capua.
– Ah, capisco. Quindi se pure c’erano delle foto, ora sono andate perdute – concluse il Maresciallo.
– Non necessariamente – disse Di Capua – possiamo provare a vedere successivamente se si riesce a ricostruire qualche file, ma per il momento ho pensato fosse più importante guardare le foto più recenti. Se serve possiamo mettere sotto sequestro i PC dove conservano il loro materiale fotografico, ma se qualcuno pensa di avere materiale compromettente non è poi così difficile farlo sparire. –
– Ecco. Quindi mi stai dicendo che o troviamo qualcosa su queste schede oppure non abbiamo niente in mano –
Di Capua non rispose, si limitò ad aprire una ad una le cartelle, e a mostrare al Maresciallo le immagini in sequenza.
Ogni cartella riportava il cognome di uno dei sette fotografi.
Di Capua aprì quella della vittima, poi successivamente le altre sei cartelle contrassegnate “Melchiorri”, “Sabatini”, “Derenzis”, “Rossi”, “Corvale”, e “Milani”.
Le foto erano più o meno tutte dello stesso tenore. Riprendevano i sei in varie pose, mentre bevevano, talvolta in due o tre, chi mentre fumava una sigaretta, qualcuno da una parte, qualche bel primo piano; alcune foto erano un po’ storte, altre leggermente sfocate, ma nessuna sembrava indicare nulla che fosse diverso da una riunione tra amici.
Man mano che Di Capua sfogliava le foto, a Graziosi riusciva sempre più difficile mantenere l’attenzione; si era fatto un po’ tardi ormai ed era stanco, e guardare decine di foto di persone che non conosceva, una addirittura morta poi, non era il modo migliore per rimanere sveglio.
Stava per proporre a Di Capua di fare una pausa per un caffè, quando improvvisamente si drizzò in piedi, e puntò il dito sullo schermo:
– Fermo, fermo! aspetta, torna indietro – gridò-
Stavano guardando le foto di Emilio Rossi, l’uomo più anziano del gruppo.
Di Capua si fermò e riprese le foto precedenti, in cui si vedevano i sette in posa sorridenti.
– Ingrandiscila a tutto schermo, per favore – chiese Graziosi e Di Capua obbedì prontamente.
– Guarda questa foto – disse Graziosi – non ci vedi nulla di strano? – lui aveva intuito qualcosa da quella semplice foto, ma gli serviva Di Capua come sparring partner per i suoi ragionamenti; per metterli a fuoco meglio, usando un termine appropriato al caso.
Di Capua la guardò, la ingrandì ulteriormente, la esaminò con cura, ma alla fine non ne cavò niente.
– No, Marescià, mi scusi, ma non ci trovo nulla di strano – concluse confuso.
– Non capisci? – disse enfaticamente Graziosi – E’ la foto di tutti e sette! Vuol dire che qualcun altro deve avergli fatto questa foto! C’erano altre persone nel bar! –
Di Capua ragionò un attimo su questa informazione, poi timidamente tentò di confutare la tesi del suo capo.
– Beh Maresciallo, non è per essere presuntuoso… – iniziò a dire.
– Vai, vai, Di Capua, non avere paura, dì quello che pensi, lo sai che ti ascolto sempre – lo incoraggiò Graziosi.
– …ma queste sono macchinette sofisticate, tutte dotate di autoscatto. Che ci vuole a farsi una foto tutti insieme, anche se non c’è nessuno? – concluse.
– No, non mi convinci – disse Graziosi sorridendo – intanto non ho visto nessuno treppiede, come avrebbero potuto farla? –
– Avrebbero potuto appoggiare la macchinetta su un tavolino – ragionò Di Capua.
– Vero – ammise Graziosi – Ma guarda qua: intanto ci sono due foto dei sette, una orizzontale e una verticale, e vediamo…ecco, guarda l’orario! Sono state fatte a pochi secondi di distanza l’una dall’altra, vuol dire che qualcuno ha ruotato la macchinetta e ne ha scattata un’altra. E poi la prima foto è leggermente sfocata, e i piedi tagliati. Di Capua, questi saranno pure dilettanti, ma queste foto le ha fatte un incapace. No, io credo che sia stato qualcun altro. Qualcuno che era al bar con loro. Forse abbiamo trovato un testimone – concluse Graziosi.
– Ma, Marescià – provò a insistere Di Capua – Magari la foto se la sono fatta fare dal barista. E poi, mi scusi, se c’era qualcun altro allora potrebbe essere anche l’assassino, non trova? –
Graziosi scosse la testa.
– Direi di no – spiegò – Vedi, se c’era qualcun altro, perché nessuno dei sei ce ne ha parlato? Perché Ziliani li ha interrogati male? Può darsi. Ma per quanto Ziliani sia un cretino non posso pensare che nessuno di loro sei abbia avuto l’idea di darci questa informazione, soprattutto dopo che si è scoperto il corpo della Signora Leonori. Dici che la foto potrebbe averla fatta il barista? Mah, è possibile, ma ne dubito. Ci hanno detto chiaramente, e lui lo ha confermato, che il servizio al tavolo non era attivo, e che si sono dovuti portare le cose da soli su un vassoio. No, io credo che il barista non c’entri nulla e che per un motivo che non riesco ancora a capire, i sei ci hanno mentito in blocco. Ma possiamo toglierci il dubbio domattina, andando a parlare con il barista, e a sentire Desiati – concluse Graziosi.
– Desiati? – chiese stupito Di Capua.
Desiati era il responsabile dell’Ufficio Anatomia Patologica dell’Università ed eseguiva praticamente tutte le autopsie per conto del Comando dell’Arma. Era famoso per essere molto bravo, ma uno stronzo senza pari, e ogni volta che Graziosi aveva a che fare con lui erano scintille.
Il fatto che Desiati il giorno dopo fosse già pronto a discutere il caso, significava che il Senatore Leonori aveva fatto le sue telefonate.
Graziosi fece un sorrisetto, al pensiero di Desiati che doveva lavorare tutta la notte e insieme a Di Capua uscì per andarsene a casa.

La mattina dopo alle 9 erano già lì.
In realtà non era veramente necessario, ma sapevano che Desiati aveva lavorato tutta la notte e provavano un sottile piacere a vederlo in condizioni disumane, e potersi approfittare di lui senza che potesse opporre resistenza.
Quando aprì la porta del laboratorio era uno straccio, tanto che a Graziosi fece quasi pena, ma scacciò subito la sensazione non appena si ricordò di tutte le volte in cui Desiati gli aveva fatto sudare sangue per la minima cortesia.
– Quindi? – chiese Graziosi senza tanti giri di parole.
Desiati lo guardò torvo, ma rispose a tono.
– Strangolata. Uomo direi, per la pressione esercitata; dalla posizione delle mani destrorso, mani abbastanza grandi. Tutti gli esami tossicologici sono negativi: non aveva malattie, non aveva bevuto, non aveva preso droghe, nessuna medicina se si eccettua un farmaco per la stabilizzazione della pressione sanguigna. Insomma, è morta perché un tizio l’ha ammazzata a mani nude, fine della storia. –
– Hai altre analisi di cui aspetti i risultati? –
Desiati fece un gesto di fastidio.
– Sì, certo – rispose di malavoglia – i soliti. Tutte le colture cellulari necessitano di un tempo variabile dai due giorni alle quattro settimane. Di norma, a meno che non si sospettino malattie, o la scena del delitto non dia indicazioni in tal senso, non si fanno; e ti dico molto chiaramente che non le avrei fatte neanche in questo caso. La situazione è chiara e il cadavere ci dice già tutta la verità, tranne il nome dell’assassino cioè, e quello è compito tuo – guardò maliziosamente Graziosi mentre pronunciava questa frase – Ma dato che ho ricevuto forti pressioni, ho deciso di procedere con le colture, anche se in questo caso saranno senz’altro inutili – concluse Desiati.
– Hai mandato avanti anche la ricerca di Ebola? – chiese Graziosi.
Desiati spalancò gli occhi.
– Che vuoi dire? –
– La Signora Leonori – spiegò Graziosi – era appena stata in Africa e aveva avuto dei giramenti di testa con febbre alta. Avevano pensato ad un virus della famiglia di Ebola, ma poi l’allarme era rientrato. Però ora il marito vuole saperne di più –
Desiati si appoggiò stancamente ad una sedia.
– Non me lo avevano detto – sussurrò disperato – Allora tutte le colture sono inutili, dovrò predisporne altre e mi ci vorranno altre due ore di lavoro almeno, e sono sfinito. Graziosi, tu porti sempre belle notizie, eh!? – disse guardandolo con odio.
– Mi spiace Desiati, ognuno ha le proprie croci. Comunque ti ringrazio, mi hai dato informazioni importanti. Fammi sapere quando hai il resto delle analisi –
Quando i due uscirono dall’Istituto di Anatomia, Di Capua si affrettò a chiedere:
– Marescià, ma quando ha saputo di questa storia dell’Africa? –
Il sorrisetto di Graziosi gli rivelò tutto prima ancora che parlasse.
– Ma quale Africa, Di Capua! Non ho resistito a far lavorare Desiati un altro po’. Lo so, sono stato un po’ stronzo, ma se lo merita. E ora andiamo dal barista –

Arrivarono a Via Nazionale; il Museo non aveva riaperto e non avrebbe riaperto.
I nastri gialli circondavano ancora l’area perimetrale e due Carabinieri stazionavano davanti all’ingresso per gestire le proteste dei turisti che avrebbero voluto entrare, o che addirittura avevano già pagato il biglietto.
I due si fecero strada e all’interno trovarono Ziliani che li aspettava. Evidentemente la figuraccia del giorno prima non aveva lasciato traccia nei suoi neuroni perché venne incontro ai due sorridendo.
– Stamattina presto abbiamo setacciato tutto l’edificio e non abbiamo trovato niente altro. Non ci sono dubbi: è stato uno di quei sei ad uccidere la moglie del Senatore Leonori, per cui basterà interrogarli come si deve per far uscire la verità. – disse in tono trionfante.
– Li vuoi interrogare tu? – chiese mellifluo Graziosi
Ziliani spalancò gli occhi: non si aspettava certo questa disponibilità da parte del suo collega ma era troppo stupido per capire che Graziosi lo stava prendendo in giro.
– Perché no!? – disse, già pregustando i titoli sui giornali e il ringraziamento del Senatore – Se a te non spiace, ovviamente. Li ho già interrogati ieri e credo di averne capito le personalità, e questo è un punto a nostro favore che possiamo sicuramente sfruttare. –
Di Capua alzò gli occhi al cielo, come se dovesse aprire un ombrello in previsione della pioggia battente.
Che puntualmente arrivò.
– Certo, certo – disse Graziosi – figurati! Quando li interroghi di nuovo però, prova a capire chi era la persona che gli ha scattato una foto e perché non ci hanno detto chi è stato. –
Ziliani rimase di sasso mentre Graziosi lo guardava fisso negli occhi, un sopracciglio inarcato. Poi Ziliani diventò rosso e Graziosi si allontanò senza dire nulla.
Fu Di Capua ad assestare il colpo finale:
– Magari stavolta li interroghiamo noi, eh!? – disse facendo l’occhietto al povero Ziliani.
Arrivati al bar, cercarono l’uomo che era di turno il giorno prima e lo trovarono nel retro a leggere un giornale.
Si alzò di scatto, quando vide i due militari, e si scusò:
– Dovrei preparare dei panini, ma non si sa ancora se il Museo riaprirà in tempo e quindi stavo aspettando che mi dicessero qualcosa –
– Non si preoccupi – disse Graziosi con un gesto della mano – Piuttosto: è lei che ieri ha fatto una foto al gruppo dei fotografi di cui faceva parte anche la Signora Leonori? –
Il barista scosse la testa.
– No, io non saprei neanche come usare una macchinetta fotografica, e comunque ieri c’ero solo io e non potevo allontanarmi dal bar. Tanto è vero che le cose che hanno ordinato le sono venute a prendere da soli. –
– Allora sarà stato quell’altro cliente – chiese Graziosi a bruciapelo, fissando il barista per capire se gli mentiva.
– Quale altro? – chiese il barista confuso.
– L’altro cliente che era fuori con i sette fotografi, magari in un tavolo vicino – insisté Graziosi.
– Ma quale dei quattro? – chiese il barista.
Ora fu il turno di Graziosi di spalancare gli occhi, e domandare:
– Quattro? –
– Sì, certo. Al tavolo a sinistra, appena usciti sul terrazzo, c’erano quattro persone, due uomini e due donne; forse sarà stato uno di loro. Ma non ho visto, non le saprei dire chi. Tra l’altro da qui non riesco a vedere bene nessuno dei due tavoli –
– E mi scusi – chiese Graziosi che si stava arrabbiando – Non poteva dircelo prima? Sa che ci ha fatto perdere del tempo prezioso? Questa è un’indagine per omicidio, non stiamo mica giocando! –
L’uomo arrossì, poi disse:
– Ma, veramente ho cercato di dirlo al suo collega, quello che ieri è arrivato per primo, ma non mi ha ascoltato. Mi ha detto che del viavai di questo bar non glie ne importava niente, che lui doveva trovare la Signora Leonori e che il resto non interessava… –

Il primo istinto di Graziosi fu di uscire di corsa e uccidere Ziliani con le sue mani, ma l’indagine non avrebbe fatto passi avanti e lui si sarebbe trovato a dividere la cella con qualche criminale che magari aveva anche contribuito a far arrestare.
Ricacciò non senza fatica il pensiero nei meandri del cervello e si sedette con Di Capua a confabulare.
– Di Capua, qua stiamo nella merda. Ziliani ha incasinato tutto fin dall’inizio; abbiamo dei potenziali testimoni e non sappiamo neanche chi siano, nessuno ha visto niente, il marito a quanto pare ha un alibi di ferro. Potremmo interrogare di nuovo i sei, ma senza neanche un minimo indizio sarebbe quella che gli americani chiamano una fishing expedition. Gettare l’amo e sperare di pescare qualcosa. E’ il modo migliore per farsi del male, in un’indagine del genere. E di non concludere un cazzo. –
– A questo punto Marescià abbiamo solo due possibilità: trovare un legame tra i sei e la Leonori, e rintracciare i quattro avventori dell’altro tavolo, nella speranza che ci possano fornire qualche informazione. Per la prima parte me ne occupo io, anzi, se non le dispiace vado subito in ufficio a fare qualche ricerca, e già che ci sto verifico pure qualcosina sul marito. –
– Vai, vai pure – disse Graziosi soprappensiero – al resto penso io. Ah! mi raccomando: cautela con il Senatore Leonori. Quello ci fa saltare in aria alla prima cazzata –
Di Capua salutò con un cenno di intesa, e si avviò verso l’uscita.
Graziosi si alzò, e uscì sul terrazzo. Si sedette al tavolo dove i sette amici avevano brindato, poi a quello da dove presumibilmente era stata scattata la foto.
Non sapeva come uscire dall’impasse.
Il bar e la sua entrata erano le uniche zone di tutto il Palazzo senza telecamere di sorveglianza, proprio perché era possibile accedervi senza dover passare per le esposizioni museali. Nessuno ricordava chi fossero quei quattro. Certo, avrebbe potuto chiedere ai fotografi, ma se come sospettava uno o più di loro aveva qualcosa da nascondere non avrebbero detto nulla che potesse farli riconoscere.
Camminava lentamente, sembrava che stesse riflettendo intensamente ma in realtà non aveva nessuna idea, nessun pensiero concreto, nessun filo a cui aggrapparsi.
Improvvisamente si fermò.
Un accenno di idea si stava formando nella sua testa, era ancora un embrione, non ancora un pensiero formato, ma lasciò che crescesse piano piano, finché diventò un sospetto, e poi una speranza.
Corse fuori dove Ziliani stava ancora impettito esponendosi ai flash dei fotografi di cronaca, lo prese bruscamente per un braccio e gli chiese:
– Ziliani, ma tu, i video della sicurezza li hai guardati? –
Ziliani spalancò gli occhi, due occhioni neri dietro i quali si intravvedeva un preoccupante vuoto pneumatico.
– Beh…no… – rispose – Gli ha dato un’occhiata uno dei miei, ma tanto l’ingresso del bar… –
– Sì sì, lo so – lo interruppe Graziosi – Ma intendo dire: il resto degli ambienti era monitorato. Qualcuno ha controllato le registrazioni? –
L’ansia gli si leggeva negli occhi.
– Oddio…controllato, controllato…no, direi di no – rispose sempre più intimidito Ziliani.
Graziosi lo fissò negli occhi a lungo, digrignando i denti, poi si diresse verso la guardianìa del Museo, seguito da Ziliani che arrancava farfugliando:
– Ma perché ora vuoi guardare le registrazioni…ma cosa speri di trovarci…ma in fondo un’occhiata glie l’abbiamo data… –
Graziosi non rispose, e quando arrivò dalla guardia giurata di turno, chiese di vedere le registrazioni del giorno del delitto.
L’uomo senza una parola avviò un programma sul suo PC, selezionò una data, poi chiese senza particolare empatia:
– Tutto il giorno? –
– Inizi dalle 16, mi faccia vedere dieci minuti, poi vada indietro alle 15.30 e mi faccia vedere altri 10 minuti e così via all’indietro –
L’uomo lo guardò incuriosito, ma non protestò e fece come gli era stato detto.
Il monitor era diviso in otto parti, ognuna delle quali mostrava una zona del Museo con una telecamera grandangolare che variava inquadratura con movimenti lenti; probabilmente le telecamere perlustravano lo spazio con un andamento programmato.
Come Ziliani aveva detto, e come Graziosi sapeva, nessuna delle telecamere mostrava il percorso che portava dall’ingresso laterale del Museo fino al bar, inclusa la terrazza.
Graziosi si concentrò comunque sulle immagini e le guardò cercando di non perdere nessuna traccia dei filmati.
Arrivati al filmato delle 15, dopo qualche minuto gridò:
– Fermo! – puntando il dito sullo schermo.
La guardia giurata bloccò l’immagine.
Graziosi ordinò:
– Mi faccia vedere solo quello che succede nella telecamera 6, ma inizi qualche minuto prima per favore –
L’uomo obbedì senza parlare.
Le immagini, ad una buona risoluzione, passarono a tutto schermo e finalmente Graziosi vide quello che cercava: quattro persone, due uomini e due donne, che attraversavano l’atrio del Museo e andavano verso la zona cieca del bar.
– Per favore, mi faccia subito una copia alla migliore risoluzione possibile di questa telecamera, da questo momento fino alle 16, grazie – chiese alla guardia giurata.
Mentre l’uomo trafficava con un masterizzatore, Ziliani prese coraggio:
– Graziosi – chiese con voce flautata – io proprio non capisco. Chi sono queste persone, e perché vuoi vedere cosa fanno? –
Il Maresciallo si girò e lo guardò con disprezzo.
– Senti Ziliani, alla fine tu rimani sempre un rappresentante dell’Arma, ed è solo per il buon nome dell’istituzione se tento ancora di farti entrare qualcosa in testa, visto che ce l’hai occupata solo da arresti e interviste –
Ziliani arrossì violentemente.
– Il barista non ha cercato di dirti che c’erano altre persone? – continuò Graziosi – Beh, si dà il caso che questi quattro secondo me sono proprio quelli che erano ad un tavolo vicino ai sette, e che gli hanno pure fatto una foto, e magari hanno visto qualcosa che ci può aiutare a trovare l’assassino della Leonori. O almeno, questa è la traccia che sto seguendo. Ma ovviamente se tu hai idee migliori sono pronto a sentirle –
Senza attendere risposta prese il DVD dalla guardia giurata e se ne tornò in ufficio.

Graziosi e Di Capua passarono le due ore successive a guardare le immagini della videocamera numero 6, l’unica che avesse immortalato i quattro.
Segnarono accuratamente su un notepad i tratti caratteristici che riuscirono ad identificare e fecero degli ingrandimenti dei visi, almeno dove si riusciva a vedere qualcosa.
Delle due donne ricavarono dei primi piani accettabili, ad una risoluzione che permetteva delle copie di buona qualità.
I due uomini invece indossavano dei cappelli, uno zuccotto da marinaio uno e un cappello da baseball l’altro, e dato che le telecamere erano posizionate a circa due metri e mezzo di altezza non si riusciva a distinguerne bene i lineamenti.
Scelsero dopo alcune discussioni un paio di fotogrammi e li portarono all’ufficio tecnico per un passaggio al software di riconoscimento dei volti, nella speranza che fossero già inseriti nel database; in alternativa avrebbero dovuto diramare le foto a tutte le pattuglie e le centrali, nella speranza – alquanto vana – che venissero riconosciuti.
A Graziosi sembrava che il proverbiale ago nel pagliaio fosse uno scherzo, rispetto a questo caso.
Fu Di Capua a portare le foto al collega del settore informatico.
– Devi passarle nel software per il riconoscimento volti – chiese gentilmente il vice di Graziosi, facendo capire tuttavia l’urgenza della richiesta.
Il Carabiniere prese distrattamente le foto, gli diede un’occhiata, poi disse:
– Io ci provo ma con questo cappellino da baseball non si vede praticamente niente, non ci sono praticamente speranze di tirarci fuori qualcosa –
– Penso anch’io – disse Di Capua rassegnato – speriamo almeno che le donne siano schedate –
– La moglie di Esposito di sicuro, l’altra non so, ma se sono amiche, facile… – ridacchiò il carabiniere.
Di Capua sulle prime non capì e guardò il collega con gli occhi velati di chi fatica a far arrivare un concetto al cervello.
– Chi sarebbe questo Esposito? e sua moglie? è una di queste donne? –
Il Carabiniere si spiegò meglio con un gesto spazientito:
– Certo. Esposito è questo con lo zuccotto. Franco Esposito, vecchia conoscenza, e sua moglie è questa donna mora qua con il cappotto rosso, vedi? –
Di Capua improvvisamente si fece frenetico.
– Aspetta, aspetta un attimo! Mi stai dicendo che tu sai chi è quell’uomo? e quella donna? –
– Come no!? Lui è l’ultimo esponente di una stirpe di delinquenti specializzati nel prestito a strozzo, ma siccome ha studiato un minimo, si è buttato nel ramo finanziario “pulito”; in pratica fa lo stesso mestiere del padre ma più in grande e infatti è stato già condannato un paio di volte per truffa, ma non si sa come, attraverso prestanome o altro, riesce sempre a rimettere in piedi l’attività. La moglie è un ex-battona, ripulita anche lei, che si dà delle arie da gran signora solo perché hanno un sacco di soldi. –
– Ti ringrazio collega, sei stato utilissimo, facci avere subito tutto quello che hai su questi due! –

Quando Graziosi seppe chi era l’uomo inquadrato dalle telecamere seduto con i suoi amici vicino ai sette, stranamente non ne fu contento.
Di Capua, che gli aveva portato la notizia entusiasticamente, se ne risentì un po’; pensava che il Maresciallo avrebbe esultato alla notizia che uno degli uomini e sua moglie avevano un nome, e a breve anche un indirizzo, invece il suo capo rimase in silenzio per un po’.
Solo quando Di Capua gli chiese timidamente:
– Maresciallo, ma non le sembra una buona notizia? –
Il graduato si riscosse.
Guardò Di Capua da sotto in su, poi annuì.
– Sì, sì, certo…alla fine è una buona notizia. Ma per un quesito a cui troviamo risposta se ne aprono altri cento. Che ci fanno un delinquente abituale e la lui non proprio irreprensibile moglie in un Museo? E proprio il giorno in cui ammazzano una persona? Guarda caso è lui, o un suo amico, a fare le foto ai sette. Tra questi la moglie di un Senatore, la morta, e tutti borghesucci in libera uscita. Come è possibile che le vite di queste persone si incrocino e proprio il giorno in cui una di queste muore, ammazzata per di più? Di Capua, qua c’è qualcosa di veramente strano. Non ho capito ancora di cosa si tratti, ma ho intenzione di scoprirlo, o almeno di provarci. Manda una pattuglia a prelevare questo Esposito con la moglie e i suoi amici, e vediamo di farci una chiacchierata – concluse Graziosi, il tono di voce più concitato e lo sguardo più vivo, ora che aveva cominciato a mettere a fuoco l’operazione.

Si erano fatte ormai le quattro del pomeriggio, e mentre i suoi colleghi cercavano i testimoni per convocarli al comando, Graziosi andò alla macchinetta per prendere un caffè; pensava che l’attesa sarebbe stata lunga.
Stava oziosamente girando il caffè con un cucchiaino di plastica quando un rumore di passi risuonò alle sue spalle; un presentimento gli fece percepire che quel rumore non prometteva niente di buono, ma non fece in tempo a prepararsi al peggio che la voce di Ziliani risuonò stentorea e rinfrancata in tutta la caserma.
– Ah! Eccolo qua! Maresciallo Graziosi, proprio lei cercavamo! – disse, calcando la voce su quel “cercavamo”, che lasciava intendere un sacco di cose, che erano diverse persone a cercarlo, non per dargli un premio, e soprattutto che erano una squadra, di cui evidentemente Graziosi non faceva parte.
Si girò lentamente per affrontare il suo omologo, quando rimase a bocca aperta nel trovarsi di fronte oltre a Ziliani e al Senatore Leonori anche il Ministro dell’Interno, accompagnati da un accigliatissimo Colonnello che evidentemente non era presente per sua scelta.
Graziosi non riuscì a spiccicare parola per diversi secondi, quando i quattro uomini, seguiti da un paio di portaborse, si fermarono davanti a lui.
Che lui sapesse, dei Ministri in una caserma dei Carabinieri, tranne quando venivano a loro volta arrestati, non si erano mai visti; anche tutti gli altri colleghi e civili presenti in caserma fecero capolino per godersi la scena.
Graziosi alla fine cercò di uscire dall’imbarazzo in maniera un po’ goffa:
– Posso offrirvi un caffè? –
Leonori fece un passo avanti, scansando Ziliani che sia era piazzato con le mani sui fianchi alla maniera del buonanima, con un sorriso un po’ ebete sulla faccia; invece il Senatore non rideva, anzi.
– Graziosi, non siamo venuti fin qui con un Ministro della Repubblica per giocare alle signore – disse sprezzante, facendo arrossire il Maresciallo – Vogliamo capire a che punto sono le indagini e fare subito una riunione operativa. Possiamo metterle a disposizione le migliori risorse dello Stato, a partire dal Maresciallo Ziliani qui presente che la affiancherà nelle indagini. Il Signor Ministro poi ha dato ordine che lei abbia un canale privilegiato per la gestione del caso –
Graziosi gettò rassegnato il caffè e fece strada al gruppetto:
– Possiamo andare nella mia stanza, vi faccio strada – disse sotto lo sguardo torvo del Colonnello.

La riunione iniziò e finì rapidamente, e come sospettava Graziosi era stata soltanto una prova muscolare del Senatore Leonori che aveva voluto dimostrare di poter arrivare ai massimi vertici delle istituzioni.
Graziosi non era tipo da farsi intimidire, né condizionare, ma dovette sorbirsi anche la ramanzina del Colonnello, che in sostanza gli chiedeva risultati e glie li chiedeva rapidamente.
Lui garantì che le indagini proseguivano coscienziosamente, il che era vero, ma dimenticò di precisare che non aveva uno straccio di un indizio e che annaspava alla disperata ricerca del bandolo di quella che sembrava un’inestricabile matassa.

Andati che furono tutti i suoi non graditi ospiti, attese il ritorno di Di Capua lavorando a delle pratiche arretrate che aveva tralasciato negli ultimi giorni.
Solo verso le otto di sera due pattuglie, guidate dal suo vice, tornarono finalmente in caserma con quattro persone, due uomini e due donne, che furono portati in una saletta in attesa di essere interrogati.
Di Capua andò nell’ufficio di Graziosi.
– Li abbiamo trovati a casa, erano stupiti e sembravano sinceri. Non gli abbiamo detto il motivo della convocazione, ma non hanno fatto storie. Evidentemente hanno una certa dimestichezza con l’Arma…-
– Hanno chiesto un avvocato? –
– No, assolutamente –
Graziosi rimase pensieroso. Di solito quando un pregiudicato veniva convocato in caserma la prima cosa che faceva era strepitare e chiedere di parlare con un avvocato. Poi quasi tutti, invariabilmente lasciavano perdere, perché capivano che collaborare era meglio che andare allo scontro, soprattutto quando i Carabinieri cercavano informazioni e in cambio magari chiudevano un occhio su qualche piccolo traffico.
Ma la richiesta dell’avvocato era praticamente una routine.
Invece questi non lo avevano fatto.
Per Graziosi questo significava solo due possibilità: o erano totalmente innocenti, o totalmente colpevoli.
Stava a lui capire quale delle due fosse quella giusta.
Era stanco, la giornata era stata lunga e faticosa, e non aveva tanta voglia di schermaglie.
Per questo appena entrò nella saletta e vide i due uomini e le due donne decise di andare subito al sodo.
Studiò rapidamente delle carte, poi chiese all’uomo con lo zuccotto, Esposito:
– Ha fatto lei la foto? –
L’uomo lo guardò chiaramente senza capire.
– Quale foto, Marescià? –
Graziosi lo scrutò, per capire se lo stesse prendendo per il culo.
– Non eravate ieri al Palazzo delle Esposizioni? e non siete andati al bar? –
Esposito guardò la moglie, che gli ricambiò lo sguardo accigliata, e poi diventò rosso.
Graziosi e Di Capua rimasero sorpresi da questa reazione dell’uomo, che sembrava sinceramente imbarazzato.
– Beh…sì…vede, mia moglie aveva letto su una rivista che c’era la mostra di questo fotografo tedesco, o americano…che faceva le foto alle modelle per le riviste, e siccome un nostro amico ha messo su da poco una rivista, lei voleva andare a chiedere a questo fotografo se…insomma poteva farle due foto per la rivista…-
– Ma chill’è muort! – sbottò Di Capua – ma poi, che si mette a fare le foto a voi? –
Esposito era sempre più in difficoltà, e la moglie sempre più incazzata.
– Eh adesso lo sappiamo anche noi…ma io glie lo avevo detto ad Adelaide, ma perché le foto non te le fai fare da Giggino, quell’amico nostro che ha un negozio di Ottica a Via Prenestina, quello te le fa gratis, magari ‘sto tedesco ci costa un occhio della testa, poi ci hanno pure detto che è morto… –
– E’ che mio marito per i cazzi suoi i soldi li spende, ma quando se tratta de famme un piacere improvvisamente je s’accorcia er braccetto – intervenne urlando la mitica Signora Adelaide.
Graziosi alzò una mano e interruppe la discussione.
– Signori – disse con un tono conciliante ma che lasciava intendere che stava perdendo la pazienza – è tutto molto interessante. Ma a noi serve solo sapere chi di voi ieri ha scattato le foto a quelle sette persone e se avete visto qualcosa di strano. –
Fu l’amico di Esposito a intervenire.
– Sono stato io Marescià; si è avvicinato un signore di una certa età, mi ha dato la macchinetta e mi ha chiesto se potevo scattare un paio di foto. Mi ha detto che la macchinetta era già impostata e che dovevo solo premere il pulsante e così ho fatto –
– Quindi voi avete solo scattato la foto? Non avete parlato con quelle persone? Non hanno fatto nulla di particolare? –
– Ma perché vi interessate tanto a quelle foto, Marescià? – intervenne Esposito.
– Perché subito dopo una di quelle persone è stata assassinata, e voi siete tra gli ultimi che l’hanno vista viva –
Improvvisamente si ammutolirono e capirono che la situazione era seria.
Fu la moglie dell’amico di Esposito, gentile Signora Carolina, a intervenire.
– Beh, io ero proprio di fronte a loro, e ad un certo punto una signora si è alzata quasi di scatto, poi un uomo che le era vicino l’ha presa per un braccio e ha cercato di farla sedere. Lei si è divincolata ed è uscita dal bar –
– Era lo stesso uomo che vi ha chiesto di fare la foto? – chiese Graziosi.
– No, questo era quello più giovane – rispose Carolina.
– E dopo che la signora si è alzata e se ne è andata? – insisté Graziosi.
La ragazza ci pensò un attimo, poi rispose:
– Non ho fatto tanto caso alla scena, ho pensato fossero marito e moglie che avessero litigato quindi mi sono disinteressata, però ho visto che lui frugava nella borsa della signora per cercare qualcosa, e poi l’ha riappoggiata stizzito sulla sedia. Per questo ho pensato fossero marito e moglie, e che lui cercasse, che so, le chiavi della macchina, una cosa così –

Dopo averli congedati, Graziosi e Di Capua rimasero nella saletta seduti uno di fronte all’altro, in silenzio.
Fu Graziosi a parlare per primo:
– Allora? che ne pensi? –
– Per me sono stati sinceri. Non c’entrano niente, anzi, ci hanno dato un elemento in più. Secondo me si trovavano lì per caso, e il fatto che siano delle persone note alla forza pubblica non li qualifica automaticamente come colpevoli, fortuna loro che a interrogarli non c’era Ziliani altrimenti li avrebbe già fatti arrestare –
Graziosi annuì.
– Sì, la penso anch’io come te. Certo sarebbe stato meglio trovare subito un bel colpevole brutto, sporco e cattivo, ma a quanto pare dobbiamo andare a rimestare nel torbido di persone apparentemente per bene. La reazione di quel tizio, come si chiama, Melchiorri, fa pensare che tra i due ci fosse qualcosa di più di una semplice amicizia fotografica. E nei verbali degli interrogatori non c’è traccia di questo episodio. Non l’hanno notato? Hanno preferito tralasciarlo per non far sospettare un loro amico? Dobbiamo capirne di più, per il momento però ce ne andiamo a casa, ci vediamo domattina –

Quando a casa Di Capua squillò il telefono, l’appuntato rispose al secondo squillo, e contemporaneamente guardò la sveglia che segnava le 5.03.
Mentre diceva “Pronto?” alzò gli occhi al cielo, non aveva dubbi su chi potesse essere a quell’ora.
– Di Capua, sei sveglio? sono Graziosi, devi correre subito qui in caserma! –
. Marescià, non avevo dubbi che fosse lei. Non è per mancarle di rispetto, ma lo sa che sono le cinque di mattina? – disse con la voce un po’ impastata.
– Ma sì, dai, però non ci stiamo a formalizzare, ti ho mai chiamato a quest’ora? – disse Graziosi spazientito.
– Una ventina di volte almeno, Marescià –
– Vabbè, su, era sempre per cose importanti come questa volta. Ti aspetto tra dieci minuti con il caffè. E, Di Capua… –
– Dica Marescià –
– Se alzi gli occhi al cielo ti mando a lavorare con Ziliani –
– Va bene Marescià – concluse Di Capua, alzando gli occhi al cielo.

Era un Graziosi euforico, con gli occhi rossi e la barba lunga, ma con l’espressione di chi ha trovato una pepita d’oro dopo tanta ricerca, quello che accolse Di Capua con un caffè in mano.
– Maresciallo, ma non siete andato a casa ieri sera? –
– Casa? – chiese Graziosi distrattamente mentre andavano verso l’ufficio – Ma no, che casa, sono rimasto qua tutta la notte. A guardare le foto –
Entrarono nell’ufficio di Graziosi che si sedette al computer con Di Capua al suo fianco.
– Ieri sera prima di andare via ho pensato di dare un’altra occhiata alle foto scattate dai sette fotografi, nella speranza di trovare qualche indizio sul rapporto tra la Leonori e il Melchiorri – attaccò Graziosi – Mi sono messo quindi a guardarle una per una, ingrandendo i particolari, cercando di vedere se ci fossero altre persone, oggetti, movimenti strani. Ho passato ore così –
– E ha trovato qualcosa? – chiese Di Capua che non capiva dove voleva andare a parare Graziosi.
– Niente – rispose questi stranamente entusiasta – Niente di niente. Apparentemente i due non si sono mai parlati, e tranne qualche foto in cui compaiono insieme, perché erano vicini di sedia, non ci sono altri indizi. Non ci sono segnali di stress, sembrano tutti rilassati anche nelle foto in cui manca la Leonori perché è andata in bagno, o comunque dove poi è stata uccisa. Sono tutti sorridenti, si fanno le linguacce, mostrano le macchinette, fanno foto a gruppetti, insomma: niente di diverso da un gruppo di amici che si ritrovano per una merenda e una chiacchiera sulla fotografia. –
Di Capua attese in silenzio, bevendo il suo caffè.
– Insomma ad un certo punto ero frustrato, e non sapevo che fare. Ho preso allora le foto di Emilio Rossi, il fotografo più anziano, quello che aveva dato la sua macchinetta all’amico di Esposito per le foto di gruppo e me le sono riguardate con particolare attenzione per vedere se in quelle due foto ci fosse qualche dettaglio che mi era sfuggito. Niente –
Graziosi guardò Di Capua. Si capiva che aveva trovato qualcosa e si stava divertendo a portare il suo vice verso l’obiettivo pian piano.
Di Capua, in verità ancora mezzo addormentato, non gli diede soddisfazione e allora Graziosi continuò.
– Senza un particolare obiettivo ho cominciato a far andare le foto avanti e indietro, e ad un certo punto ho tenuto il dito premuto sulla freccetta; le foto hanno cominciato a passare in successione veloce sullo schermo –
Mentre parlava, fece esattamente quello che stava descrivendo, e le foto di Emilio Rossi cominciarono a scorrere sullo schermo, non abbastanza velocemente da confondersi ma sufficientemente per creare una specie di effetto filmato.
Graziosi ripeté l’operazione più volte sorridendo.
Infine guardò Di Capua:
– Non noti niente? – gli chiese
Di Capua si concentrò, ma non riuscì a vedere nulla.
– Aspetta – gli disse Graziosi – ti faccio vedere le foto di un altro, diciamo del Melchiorri. –
Fece lo stesso, prima con le foto di Melchiorri, poi con quelle di Rossi.
Di Capua stava attentissimo, era completamente sveglio ora.
– Mi pare…ma non vorrei sbagliare… – iniziò timidamente.
– Dì, dì pure dai – lo esortò Graziosi.
– Ma mi sembra come se nelle foto di Rossi ad un certo punto ci sia come un bagliore, come se avesse scattato un debole flash… –
– Bravo Di Capua! Cazzo, lo sapevo che mi ero scelto l’appuntato più sveglio di tutta l’Arma! – esclamò Graziosi.
Di Capua arrossì al complimento ma non si fece distrarre.
– Però non mi sembra che il flash sia mai stato usato, d’altronde stavano all’aperto… –
– Te lo posso dare per certo. Non è stato usato. Tutte le foto digitali vengono salvate con dei dati, e tra questi c’è l’utilizzo del flash. Guarda: su tutte le foto di Rossi di quel giorno c’è scritto “flash did not flare”, il che vuol dire che il flash non è stato usato. –
Di Capua si impossessò della tastiera e guardò le foto piano piano, una ad una.
– Non riesco a trovare niente – disse alla fine.
Graziosi gli sorrise.
– Perché le stai guardando lentamente – gli disse – Falle scorrere di nuovo –
Di Capua fece come gli aveva detto il Maresciallo e di nuovo comparve ad un certo punto quel piccolo, quasi impercettibile bagliore.
– Non capisco – disse – se il flash non è stato usato e se non ci sono riflessi, come è possibile che vediamo questo bagliore? –
– Te lo spiego subito – gli disse Graziosi accomodandosi meglio sulla sedia. Ormai era pronto a spiegare la sua teoria a Di Capua e confrontarsi con lui – Ho fatto qualche ricerca su internet e ho scoperto che questo effetto si chiama flickering. E’ un termine che usano i fotografi che realizzano dei filmati montando in sequenza molte foto scattate che so, ogni trenta secondi. In questo modo si possono ottenere dei video spettacolari: hai presente quelli in cui si vedono i fiori che si aprono e si richiudono? ecco proprio quelli. Quello che però può succedere è che mentre si scattano queste foto, nell’arco di molti minuti o addirittura ore, possa cambiare la luminosità dell’ambiente circostante, perché il sole tramonta o sorge o si sposta, e quindi ogni foto ha una luminosità diversa. Se le guardi una ad una non ti accorgi di questa variazione, ma se le metti tutte insieme l’occhio percepisce anche piccole variazioni di luminosità. Per questi fotografi infatti il flickering è una specie di virus che cercano di debellare in tutti i modi, con artifici tecnici, post-processamento, e quant’altro –
Di Capua guardò per un momento Graziosi senza capire, poi il suo viso si illuminò, e cominciò a guardare i dati tecnici di ogni singola foto di Rossi.
Graziosi intanto sorrideva, perché aveva capito che Di Capua era giunto alle sue stesse conclusioni, ma gli mancava ancora un pezzo del ragionamento.
Dopo qualche frenetica ricerca, Di Capua si girò verso Graziosi, deluso.
– Non hai trovato niente? – lo esortò il Maresciallo.
– No…a dire il vero no. Niente di strano –
– Vedi, Di Capua, se tu invece di andartene a dormire fossi rimasto qui avresti sviluppato anche tu una cultura fotografica, come ho dovuto fare io nelle ultime otto ore – disse prendendo in giro il suo vice
– Anche io ho cercato la stessa cosa all’inizio – riprese – Ho guardato la sequenza delle foto: le date e l’orario sono consecutivi. Il Rossi, nelle due ore passate al bar, ha scattato un bel po’ di foto, diciamo un centinaio, e sono più o meno intervallate in maniera omogenea, con buchi di qualche minuto al massimo. Poi guarda qua, vedi? ogni foto ha un numero progressivo, DSC197, DSC198, e così via. Ne manca qualcuna, ma credo sia normale, no!? sono foto magari scartate lì per lì. Insomma, non c’è niente di anomalo. Eppure quel bagliore, quella differenza di luminosità esiste. Allora ho cominciato ad isolare le foto intorno al momento in cui si vede il bagliore e alla fine ho trovato le due consecutive: DSC228 e DSC229, quest’ultima scattata circa due minuti dopo la DSC228. In una Rossi scatta una foto alle bottiglie sul tavolo, abbastanza da lontano, nell’altra si vedono solo Derenzis, Corvale e Milani.
L’ultima foto in cui compaia la Signora Leonori…eccola qua, è la DSC221, quella di gruppo verticale. Ora fai attenzione, sono andato a cercare un particolare, perché non mi tornava nulla, ma proprio nulla di questa cosa: il muro a sinistra dei sette, come si vede nella foto fatta dall’amico di Esposito, è molto alto e quindi già dalle quattro tutta la terrazza era in ombra. Tuttavia in fondo ci sono dei merli che si stagliano sui muri, con delle piccole feritoie. La luce filtra e se guardi la DSC228 puoi vedere che qua, su un cespuglio alle spalle del loro tavolo sulla sinistra, c’è una macchietta più luminosa. Nella DSC229 invece la macchia di luce, per quanto piccola, è sul muro a destra. Sai che vuol dire questo? –
Di Capua aveva gli occhi spalancati.
– Che tra una foto e l’altra il sole si è abbassato e spostato, e quindi sono passati ben più di due minuti –
Graziosi annuì.
– Ma come è possibile – riprese Di Capua – se gli orari e la sequenza sono corretti? –
– Queste macchinette sono dei computer ormai, Di Capua. Ho guardato il manuale della macchina di Rossi, e ho scoperto che è un gioco da ragazzi riprogrammare l’orario, e anche il numero sequenziale delle foto. Quindi Rossi ha probabilmente cancellato delle foto, e per non far capire che lo aveva fatto, ha riprogrammato la macchinetta in modo da ripristinare la continuità degli scatti, e no, so già quello che stai per dire, non avremmo dovuto lasciargli la macchinetta, così avrà potuto programmarla di nuovo, ma ormai è fatta. Magari possiamo cercare di ricostruire le foto mancanti – disse speranzoso.
Di Capua scosse la testa.
– Mi sa di no Marescià: se si cancella la scheda le foto si possono riprendere, ma se si riscrive sopra con altre foto è difficile, se non impossibile –
Graziosi si appoggiò alla sedia, comunque soddisfatto.
– A questo punto abbiamo alcuni elementi chiari. Uno, sappiamo che tra la Leonori e il Melchiorri c’era una qualche consuetudine. Erano amanti? oppure c’erano questioni di soldi? da capire, ma penso sia facile trovare il legame. Due, il Rossi ha fotografato qualcosa che non doveva essere visto e si è premurato di eliminarlo, addirittura manomettendo i dati della sua macchinetta. Tre, Esposito e i suoi amici non c’entrano nulla, erano effettivamente lì per caso. Quattro, i sei ci hanno mentito, sanno qualcosa in più e a questo punto dobbiamo strizzarli ben bene. –
– Li facciamo convocare tutti, Marescià? – chiese Di Capua.
– Direi di no – rispose Graziosi alzandosi e stiracchiandosi – cerchiamo di spezzare la catena facendo pressione sull’anello più debole –

Lucia Corvale era una gentile signora, piccolina ma curata, vestita elegantemente ma non in maniera esagerata.
Pochi gioielli, poco trucco, era chiaramente una signora di buona famiglia, e anche la sua parlata, senza cadenze romanesche e con proprietà di linguaggio, lasciava capire che la cultura non le era estranea.
Quando Graziosi e Di Capua entrarono nella stanzetta tremava un po’ per l’emozione e forse la paura, anche se i due si erano premurati di accoglierla non come una delinquente, ma come appunto una gentile ospite.
– Le posso offrire un caffè, Signora Corvale? – chiese gentilmente Graziosi – è il caffè del distributore automatico, mi spiace, ma è buono lo stesso –
– No grazie – rispose lei sforzandosi di sorridere – ne ho già presi troppi da stamattina, e debbo tenere la pressione sotto controllo. Piuttosto, posso sapere per quale motivo mi avete convocato così di urgenza e da sola? Dove sono gli altri? –
Graziosi si odiava per quello che stava per fare, ma sapeva che talvolta la ricerca della verità passava anche per la sofferenza di persone perbene come la Corvale, che però, ormai era chiaro, aveva la coscienza non proprio a posto.
Mise le mani davanti a sé sul tavolo, e fissò la Corvale negli occhi.
– Vede signora, quando vi abbiamo dato la notizia del ritrovamento del cadavere della Signora Leonori, ho guardato attentamente le vostre reazioni. Ognuno di voi ha manifestato il proprio sgomento e dolore nel modo che più si confaceva al proprio carattere, chi più chi meno intensamente. Lei è stata quella che ha espresso un dolore più forte, e non dubito che fosse sincera in questo. Ma deve sapere che per mestiere noi dobbiamo spesso dare queste brutte notizie talvolta anche a genitori, a figli, a mariti o mogli, e abbiamo visto tutta la possibile gamma di reazioni a una notizia drammatica e improvvisa. Il problema, Signora Corvale, non è che lei non fosse sincera nel suo dolore, è che il suo timing era tutto sbagliato. Per essere franchi, lei già sapeva che la Signora Leonori era morta. Ci può dire anche a noi come l’ha saputo? –
Gli occhi della donna, ammutolita, si riempirono di lacrime, finché non si coprì il viso con le mani e prese a singhiozzare senza freni.

Alle tre del pomeriggio Graziosi e il Colonnello si ritrovarono nell’ufficio del Maresciallo.
Avevano iniziato a parlare da pochi minuti, quando Di Capua entrò di corsa.
– Colonnello, Maresciallo, venite di là, dovete vedere cosa sta succedendo –
I tre si diressero precipitosamente in una sala con diversi schermi televisivi e su uno di questi, dietro una specie di cattedra, c’erano Ziliani, il Senatore Leonori e il Ministro dell’Interno che si sedevano davanti ai giornalisti.
Ziliani era raggiante.
Il testo che scorreva sullo schermo diceva: “Ultim’ora: arrestato il presunto assassino della moglie del Senatore Leonori. Si chiama Franco Esposito, un pregiudicato. Si ignorano i motivi, si sospetta un ricatto ai danni del Senatore”.
I tre rimasero allibiti di fronte alle immagini e fu il Colonnello il primo a riprendersi.
– Prendiamo la mia macchina di servizio – disse solo.

Al termine della conferenza stampa, usciti i giornalisti, in sala rimasero, un po’ appartati, solo Graziosi, Di Capua e il Colonnello.
Graziosi richiamò l’attenzione applaudendo lentamente ma sonoramente, in maniera sarcastica, alzandosi in piedi.
Tutte le teste si girarono verso di lui: Ziliani, Leonori, il Ministro, il portaborse di Leonori, l’addetto stampa del Ministero e un paio di guardie del corpo, che si irrigidirono alla vista dei tre Carabinieri.
Ziliani si imbarazzò alla vista del Colonnello, ma sorrise nonostante tutto, era troppo felice di essersi potuto esibilre di fronte alle telecamere e pensava, non senza qualche fondato motivo, che Leonori e il Ministro potevano tornargli utili per un ulteriore avanzamento di carriera.
– Colonnello! – disse Ziliani – grazie di essere venuto. L’ho fatta cercare ma non siamo riusciti a trovarla. D’altronde le cose sono precipitate improvvisamente e data la notorietà del Senatore, e il can can che la stampa stava facendo, insieme al Ministro e al suo addetto stampa abbiamo deciso che la cosa migliore era dare subito la notizia –
– Quale notizia, Ziliani, perdonami? – disse ironico Graziosi – che per l’ennesima volta hai accusato un innocente? o che ancora una volta dobbiamo tirarti fuori dai guai dopo che hai fatto fare una figura di merda all’Arma? o che il Signor Ministro dovrà spiegare al suo collega della Difesa come mai si è fatto coinvolgere in questo papocchio, senza neanche avvertire i vertici? –
Graziosi era furioso e a malapena sentì la mano del Colonnello sul braccio che cercava di calmarlo.
– Caro Graziosi, sappiamo che hai interrogato Esposito, ma ti è sfuggito un piccolissimo particolare – Ziliani cercava goffamente di battere Graziosi sul terreno dell’ironia – Un pregiudicato era presente sul luogo del delitto e tu l’hai lasciato andare tranquillamente, a rischio di inquinamento delle prove. Noi invece pensiamo che un delinquente del suo calibro, che guarda caso va in un museo, ah! un ignorante del genere! e proprio in quel momento uccidono una persona. Che coincidenza, eh!? e poi abbiamo la testimonianza del suo amico – concluse gongolante, pensando di aver assestato la botta finale a Graziosi.
– Quale testimonianza? – chiese Graziosi stupito.
– Ci ha detto che anche lui si è alzato subito dopo la Signora Leonori, dicendo che doveva andare al bagno, e quando è tornato era rosso in viso. Quindi, come vedi, abbiamo tutto, l’opportunità, la situazione, la compatibilità con la modalità di omicidio. Tu invece che fai? Ti trastulli con le foto! Buon divertimento, allora; sai, qui c’è chi lavora seriamente! –
Per qualche secondo rimasero tutti in silenzio, un silenzio reso pesante dall’ira e dall’astio che si respirava, e che fu rotto da Di Capua con una sola parola:
– Movente –
Ziliani lo guardò con odio.
– Lo stiamo cercando di stabilire. Probabilmente un ricatto, soldi, chissà; quando confesserà ce lo dirà lui –
– Quindi non ha confessato – insistette Di Capua.
– Certo che no! Pensate che un omicida pregiudicato confessi subito l’omicidio di una persona così in vista, rischiando di beccarsi come minimo venti anni di galera? Vedrete, l’esperienza mi dice che parlerà presto, ma anche così abbiamo abbastanza pezze d’appoggio per farlo condannare –
Graziosi si girò verso il Colonnello, che gli fece un cenno di assenso.
Graziosi allora fece un passo avanti e si mise proprio di fronte ai tre uomini e ai loro collaboratori come se stesse per declamare un monologo, ed effettivamente era proprio così.
– La mia esperienza, soprattutto nei tuoi confronti Ziliani, mi dice che Esposito stasera dormirà a casa sua e lo Stato dovrà probabilmente rimborsargli i danni. Esposito è un pregiudicato, ma per truffa. La sua specialità è far sparire i soldi. E’ uno strozzino e un ladro, ma non c’è la violenza nel suo curriculum, non è mai stato condannato per omicidi, o rissa, o danneggiamenti, non ha una pistola, non ha armi, ed è sposato con una gentile signora che è vero, una volta faceva la battona, ma ora gli ha dato due figli e sta cercando di rifarsi una vita, interessandosi guarda un po’ anche all’arte. Ma non è questo che interessa ora.
Ora vi voglio raccontare una storia.
E’ la storia di un omicidio certo, quello della Signora Leonori, ma anche una storia di meschinità, di sotterfugi, e di coscienze sporche, sporchissime.
La Signora Leonori amava molto la fotografia e aveva raccolto intorno a sé diverse persone con la stessa passione. Si vedevano ogni tanto, organizzavano gite, mostre, erano insomma un gruppo affiatato. Questa attività costa, ma la Signora Leonori sapeva come finanziarla. Costituisce un’Associazione Culturale e all’interno di questa raccoglie tutte le attività del gruppo fotografico e poi chiede un finanziamento…indovinate a chi? Esatto, al partito del marito, Senatore Leonori –
Il Senatore arrossì a queste parole ma non disse nulla.
– Dato che sarebbe sembrato poco carino che la Signora gestisse i soldi del marito, fu Aristide Melchiorri ad assumere la carica di Presidente dell’Associazione. Era lui che intratteneva formalmente i rapporti con il partito, che gestiva la cassa e aveva il controllo sui fondi. Fondi relativamente piccoli ma ingenti se pensiamo a cosa erano destinati; si parla di centomila euro solo lo scorso anno. Se questi fondi fossero pubblici e la loro destinazione lecita, non è un problema che ci vogliamo porre ora, eventualmente sarà la magistratura a valutare.
Noi sappiamo che Melchiorri sa che la signora deve incontrare qualcuno: non ne conosce il nome, ma sa che ruolo abbia nella sua vita.
Tenta di impedirglielo, addirittura di non farla andare al “bagno”. Non vuole proprio che vada. Oppure vuole che prima parli con lui. Perché? Ho qualche idea ma permettetemi di dirvela dopo. Sappiamo però anche che il Rossi cancella le foto dalla sua macchinetta. Cosa non vuole farci vedere? Ha forse ripreso l’assassino? Non credo, ma andiamo con ordine elencando i fatti, che a voi, capisco, non sono noti. Il Melchiorri segue dopo qualche minuto la Leonori, che non è riuscito a fermare; la cerca ma è già tardi, va sull’impalcatura e la trova morta. Invece di chiamare aiuto che fa? torna giù e dà la notizia agli altri. Rossi ha fatto evidentemente delle foto in cui si capisce che il Melchiorri si è assentato, quindi le cancella. I sei si mettono d’accordo per raccontare una storia credibile ma nel frattempo i cellulari della Leonori suonano: è il marito, il Senatore, e alla fine devono rispondere. Ecco: il Senatore Leonori. Apparentemente l’imputato ideale. Ha un’amante, a dire il vero un paio, e la moglie forse lo ha scoperto. –
Leonori strabuzza gli occhi e per poco non si strozza a queste parole, ma non dice nulla.
– Poi usa disinvoltamente i fondi del partito, non solo per la fotografia. E poi, forse anche lui scopre che la Signora Leonori ha un amante, o magari lo sospetta, e chissà, magari pensa proprio al Melchiorri, con cui la Leonori passa un sacco di tempo –
– Ora basta! io non le permetto di insinuare.. – inizia a protestare il Senatore.
– Aspetti, aspetti Senatore, mi faccia terminare. E stia tranquillo: non sto insinuando niente. Tutto quello che vi racconto qui è documentato e frutto di prove che abbiamo raccolto in questa indagine. Comunque dicevo, il Senatore è perfetto. Certo, ha un alibi di ferro, non può essere l’esecutore materiale dell’omicidio, ma un uomo così potente non ha certo difficoltà a trovare qualcuno che faccia il lavoro sporco per lui. Magari, chissà, lo stesso Esposito! Ma no, non ci siamo. Esposito non è il tipo da uccidere a sangue freddo, e poi, perché la Leonori si sarebbe appartata con un pregiudicato? E poi sapete, io penso di conoscere le persone. E la reazione del Senatore mi è sembrata sincera. No, il Senatore Leonori è innocente. Almeno dell’omicidio della moglie. Ma allora: chi è la persona che la Leonori incontra? e perché i suoi amici fingono di non di sapere che è morta? perché addirittura nascondono che Melchiorri è andato a cercarla? –
Graziosi fece una pausa ad effetto a questo punto e bevve un sorso d’acqua da una bottiglietta. Tutti rimasero ancora in silenzio.
– Vedete signori, quando una persona viene uccisa le motivazioni sono sempre le stesse: soldi, sesso, potere. Tutte le altre motivazioni possono essere ricondotte a queste qua. In questo caso si sono sovrapposte un po’ tutte. Melchiorri sa che la Leonori ha un amante. Non sa chi sia, ma sa che ne è invaghita, e vuole lasciare il marito. Lui cerca di dissuaderla. Oh sì, lo fa in amicizia, per la salvaguardia della famiglia, e tutte queste belle cose, ma in fondo lo fa perché i centomila euro annui che il marito elargisce attraverso il partito finirebbero, e soprattutto, come abbiamo scoperto, non avrebbe più liquidità per coprire i buchi che ha creato, e che lo porterebbero dritto in galera. Ergo per Melchiorri, e anche per gli altri, è importante che la Leonori non lasci il marito, la mucca da mungere. E allora ci siamo chiesti se sia stato il Melchiorri a uccidere la Leonori. Magari pensava che il marito, in ricordo della moglie, avrebbe continuato a erogare i fondi. E’ una possibilità, ma ci sembra troppo flebile. Non crediamo che il Senatore Leonori si sarebbe messo ancora a rischio finanziando il gruppo fotografico; anzi, forse avrebbe anche richiesto una tracciatura della contabilità. In realtà il comportamento del Melchiorri si spiega solo in un modo, che poi ci è stato confermato da un testimone: aveva bisogno di prendere tempo, per andare a casa e far sparire della documentazione. E ha ottenuto l’omertà degli altri semplicemente perché nel corso degli anni tutti avevano beneficiato di una gestione allegra dei fondi: tutte le macchinette ultimo modello, gli obiettivi, i viaggi fotografici, le mostre, tutto era stato finanziato tramite Melchiorri, e tutti ne avevano ricavato qualcosa. E Melchiorri sapeva che se avessero chiamato la Polizia, o i Carabinieri, sarebbero rimasti bloccati, e non avrebbe potuto tornare a casa rapidamente. E’ stato sfortunato, Melchiorri, perché i cellulari della Leonori hanno cominciato a squillare insistentemente, e il display mostrava che il Senatore la cercava, e se non avessero risposto poi tutti si sarebbero chiesti perché. Anche così, se il Senatore non avesse subito telefonato al Comandante dell’Arma, che ha fatto precipitare il buon Ziliani, ce l’avrebbero potuta fare. Che disdetta! Eppure nella sfortuna i fotografi sono stati fortunati. Il buon Ziliani non ha minimamente curato i primi sopralluoghi, troppi particolari sono emersi dopo, e semplicemente avendo cura di rimuovere le foto dalla scheda del Rossi, i sei alla fine se ne sono potuti andare indisturbati.
Se il Colonnello non ci avesse chiesto di affiancare Ziliani nell’indagine, oggi staremmo ancora cercando la Signora Leonori, Melchiorri avrebbe avuto un sacco di tempo per nascondere le tracce della sua gestione, e il vero assassino sarebbe ancora ignoto.
Già, perché in tutto questo, chi è l’assassino?
Beh, sappiamo che è un uomo, ce lo dice il medico legale. Sappiamo che è uno che la Leonori conosce e di cui si fida. Il suo amante, crediamo. Sappiamo che lei lo ama, e che vuole lasciare il marito per lui. Ma se il marito e il Melchiorri potevano avere qualche motivo per ucciderla, perché il suo amante? Che motivazioni aveva per ucciderla? E perché proprio quando lei vuole tagliare i ponti col suo passato per stare con lui? Forse lui non era d’accordo. Ma cosa lo spaventava a tal punto da ucciderla? Al limite, non poteva semplicemente dirle di no? che lui non la amava, che non le importava nulla di lei, che l’aveva semplicemente sfruttata per la sua posizione e ora non aveva nessuna intenzione di vivere con lei? Beh certo, avrebbe potuto dirlo. Ma, vedete, quest’uomo è in una situazione complicata. Sia che accetti la profferta amorosa della Leonori sia che la rifiuti la sua vita come uomo di potere è finita. Perché perderebbe tutto quello che si è costruito in questi anni, con tutti i sacrifici, tutte le angherie sopportate, tutta la gavetta. E allora la uccide. E’ l’unico modo per allontanarla senza farsi coinvolgere. Le dà appuntamento in un luogo in cui lui non dovrebbe essere, per strangolarla senza pietà. Perché vedete, c’è solo una cosa peggio di vivere all’ombra del Senatore Leonori, ed è perdere la possibilità di soppiantarlo, un giorno –
Non appena Graziosi ebbe finito di parlare, tutti si girarono verso il portaborse del Senatore: l’uomo guardò freddamente il Maresciallo e non disse una parola, neanche quando Di Capua gli mise le manette e lo portò via.
– E ora, Signor Ministro, pensiamo a cosa dobbiamo dire alla stampa – concluse il Colonnello.

La sorella di Graziosi lo abbracciò, quando lo vide arrivare. Il nipote, uno sveglio quindicenne, gli venne incontro sorridendo.
– Ciao zio! – gli disse baciandolo sulle guance.
Graziosi sorrise, e prese la sorella sotto braccio.
Poi mise una mano nella zaino, e ne trasse la macchinetta del nipote.
– Oh! grazie – disse la sorella – Sei riuscito a capirci qualcosa? – chiese speranzosa.
Graziosi guardò la macchinetta, poi la sorella, poi scosse la testa e disse mentre le cingeva le spalle:
– No, mi dispiace. Non è roba per me –

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