Sefi e io

Omaggio a Orhan Pamuk.
Ho recentemente avuto il piacere e la gioia di leggere “Il Museo dell’Innocenza”, dello scrittore e Premio Nobel turco.
Uno dei libri più belli, sognanti, sorprendenti mai letti.
Una storia d’amore difficile, bella, sofferta, ai limiti dell’autoflagellazione.
Mi è piaciuto così tanto che ho voluto (indegnamente) scrivere un omaggio a questo capolavoro.
Se vi interessa leggere altri racconti simili, potrete trovare nei link seguenti un omaggio a Osvaldo Soriano, a Cormac McCarthy e a Stephen King.

Quando conobbi Sefi ero sposato con Diana da più di tre anni.
All’epoca vivevamo ancora nella casa dei miei nonni in Viale delle Medaglie d’Oro, un appartamento degli anni trenta, con i soffitti altissimi e molte stanze buie.
Non c’erano terrazzi, e le finestre che davano a Nord non riuscivano a illuminare tutta la vastità di quel vecchio appartamento, tranne un piccolo studio d’angolo, che aveva la fortuna di aprirsi su due lati del palazzo e che avevo adibito a mio spazio personale.
Tuttavia Diana, che era al terzo mese di gravidanza, mi aveva già fatto capire che quella stanzetta, per quanto piccola, era la più luminosa della casa e che sarebbe andata al bambino o alla bambina che sarebbe nato da lì a qualche mese.
Rassegnato ma allo stesso tempo felice (credevo) a cedere la mia stanzetta e il mio microcosmo al mio primo figlio passavo un sacco di tempo più del solito nello studio, quasi a goderne il più possibile prima dell’inevitabile trasloco.
Sistemavo le mie cose, gettavo via quello che ritenevo ormai superfluo, leggevo nella poltrona vicino ad una delle finestre, lavoravo al computer.
Non so perché, tuttavia, la nostalgia di quella stanzetta mi avesse preso così forte, prima ancora di abbandonarla.
In fondo, era sempre casa mia, mi dicevo. Ci starà mio figlio. E ci passerò ancora un sacco di tempo.
La verità è che i preparativi per l’abbandono di quella stanza erano il primo segno che la mia vita adulta sarebbe cambiata per sempre; che la spensieratezza di una vita senza responsabilità sarebbe stato un ricordo; che da lì a pochi mesi un’altra persona avrebbe contato su di me, per molto, molto tempo, e non avrei potuto passare neanche un secondo delle mie giornate senza tenerlo a mente.
Avevo già passato i trentacinque anni, un’età in cui molti uomini sono già padri da tempo, ma non ero sicuro di essere pronto.
Lo stesso matrimonio con Diana lo avevo accettato, forse subìto, ma non esattamente desiderato.
Stavamo insieme dal liceo, eravamo la coppia perfetta per antonomasia, i nostri genitori erano diventati amici, era impensabile che non ci sposassimo.
Ed era impensabile che non avessimo dei figli.
Intendiamoci: io ero contento, felice anche, di questo figlio.
Allo stesso tempo sentivo che la mia giovinezza, la mia libertà, la mia spensieratezza se ne andavano per sempre, senza che avessi veramente e compiutamente vissuto come volevo.
Passare sempre più tempo in quella stanza diventò per me un modo di rimanere attaccato alla mia vita precedente, cercando di non pensare a come sarebbe cambiata dopo.
Trovavo tutte le scuse per uscirne il meno possibile, una cosa urgente da fare al computer, carte da rivedere, fotocopie di documenti; avevo addirittura riesumato il vecchio ingranditore e passavo le notti a stampare vecchie foto in bianco e nero pur di non uscire dallo studio.
Ad un certo punto cominciai a dormire nella stanza, su un vecchio divano, coprendomi unicamente con una copertina.
Mia moglie non fece caso a questa stranezza, o almeno non diede a vederlo.
Cominciai a dormirci un paio di volte a settimana, magari se ero uscito con degli amici, o se avevo fatto tardi in ufficio, poi tre, quattro, e alla fine non dormii più nel mio letto.
Mi rendevo conto che il mio comportamento poteva essere catalogato nel migliore dei casi come eccentrico, e più probabilmente come patologico.
Avevo orari strani, che non si conciliavano bene con il lavoro e con gli impegni della gravidanza di Diana: più di una volta rimasi in piedi tutta la notte, poi dormivo sì e no un’ora, andavo al lavoro, tornavo il pomeriggio, accompagnavo mia moglie ad una visita solo per addormentarmi nella sala d’aspetto, suscitando l’ilarità dei presenti e la rabbia di Diana.
Comprammo una cameretta su misura, che ci avrebbero consegnato dopo un mese, nel frattempo feci degli scatoloni con tutte le mie cose come se dovessi cambiare casa, e smontai tutti i mobili, tranne la scrivania del computer e il vecchio divano, che sarebbe andato via insieme ai trasportatori che avrebbero consegnato la cameretta.
Senza la libreria, una poltrona, la televisione e altri oggetti inutili lo studio sembrava più grande, e questo acuiva il mio rimpianto.
Cominciai a percorrerlo in tondo, come per misurarlo con sempre maggiore precisione.
Guardavo le pareti e non riuscivo a staccare gli occhi da esse.
Verificavo il segno lasciato da un quadro, le crepe dei chiodi, i graffi dei mobili, il parquet annerito dove batteva il sole e chiaro dove la libreria lo aveva protetto.
Dopo un po’ conoscere a memoria l’interno di quella stanza non mi bastò più.
Cominciai a guardare fuori dalle finestre, in particolare quella che dava sul lato ovest del palazzo, dove proprio d’angolo c’erano un bar, e una panetteria, e subito dietro, quasi invisibile dalla mia finestra, un negozietto che vendeva vestiti alla moda di bassa qualità, per ragazzetti squattrinati.
Cercavo di capire come appariva quel mio mondo chiuso in una stanza dal di fuori, se qualcuno si chiedeva chi vivesse là, cosa faceva, se parlavano di me e della mia vita, se sapevano chi ero.
Passavo parecchio tempo a quella finestra, e cominciai a riconoscere la gente del quartiere; alcuni abitavano nel mio palazzo, altri erano vecchi amici dei nonni, altri ancora erano negozianti, impiegati, semplici passanti.
Il bar in particolare attirava una clientela fissa, e avevo imparato a catalogare gli avventori per fasce orarie: la mattina presto quelli che facevano colazione prima di andare in ufficio o a lavorare nei cantieri.
Fino alle undici, i pensionati che stazionavano anche ore all’interno del bar.
Poi quelli che venivano per un panino, un aperitivo, una pausa caffè.
Nel pomeriggio alcune signore che prendevano tè o caffè prima dello shopping o dopo aver portato i figli a scuola o a ginnastica o a catechismo o a qualsiasi altra attività.
La sera giovinastri che iniziavano presto ad assumere alcool a buon mercato.
Penso che fu verso la seconda settimana che osservavo il mondo fuori dalla finestra che mi accorsi di Sefi.
Ovviamente non sapevo si chiamasse così.
Probabilmente quando la notai non fu la prima volta che la vedevo veramente.
Dal momento in cui misi a fuoco la sua esistenza la vidi tutti i giorni, ed è probabile che l’avessi vista anche i giorni precedenti e quelli prima ancora; solo, la mia mente non aveva registrato la sua presenza.
Arrivava sempre dalla via principale, quella che non potevo vedere bene dalla mia finestra, e girava l’angolo di scatto, per poi entrare nel bar.
Qualche volta quando la luce era favorevole riuscivo a vederla all’interno del bar nonostante il riflesso: prendeva un caffè e lo beveva al banco, sempre da sola. Qualche volta un cornetto o una pasta.
Poi pagava e usciva a fumare una sigaretta.
Se il tempo era brutto si riparava con un ombrello marrone, bruttissimo, che io odiavo perché non mi permetteva di vederla.
Ma per fortuna era ormai primavera e pioveva pochissimo, e quasi mai quando Sefi arrivava per il suo caffè mattutino.
Non la vidi mai parlare con nessuno, e che io sappia nessuno cercò di rivolgerle la parola.
Tranne me, quando lo feci, cioè.
Sefi era una ragazza carina ma non bellissima, alta, magra, sofisticata, i capelli biondi raccolti in una coda ordinatissima, uno sguardo serio ma tranquillo.
Vestiva elegante ma non ostentato, tipico delle donne di gusto che non hanno una disponibilità economica pari alla loro eleganza.
Avrà avuto vent’anni, ma che dico: aveva vent’anni, lo so bene, quando la conobbi.
Vent’anni, vent’anni fa.
E’ per questo gioco dei numeri del destino e del tempo che mi sono deciso a raccontare la nostra storia.

Bastarono tre giorni di osservazione per sapere tutto di Sefi.
Cioè, in effetti solo quello che potevo dedurre dalla mia finestra al lato ovest del palazzo: gli orari che faceva (sempre gli stessi), la marca di sigarette (Lucky Strike blu), il tipo di cornetto che preferiva (crema), i vestiti che prediligeva (pantaloni aderenti, giacchina corta, scarpe con un tacco comodo).
Non so perché la mia attenzione si fissò proprio su di lei. D’altronde non era né la ragazza più bella o appariscente del quartiere, né quella dell’età giusta, né posso dire che in quel particolare momento della mia vita – con mia moglie in attesa del primo figlio – fossi alla ricerca di un’avventura.
Posso solo cercare di giustificare il mio comportamento, dopo tanti anni, con il senso di libertà che quella ragazza mi comunicava, che associavo allo studio, agli orari ormai da bohemienne, e che mi sembrava negato dalla nuova vita che mi avrebbe catturato per sempre dopo la nascita di mio figlio.
Mi sentivo in gabbia e chissà perché quella ragazza incarnava il mio desiderio di fuggire via.
Ma via da dove, poi?
Io amavo quel posto, la mia stanza. No, avrei voluto nei miei sogni che Diana scomparisse all’istante, per abitare da solo in quel grande appartamento e invitare Sefi per un caffè, una chiacchiera tra amici – le avrei detto – e poi avremmo cenato, e forse, dico forse, saremmo diventati amanti e io sarei stato felice.
Capisco bene che questi ragionamenti possono sembrare quelli di una persona sull’orlo della follia, e forse lo erano; forse stavo per impazzire al pensiero che la mia vita si stesse incanalando in una direzione che mi sembrava opposta a tutto ciò che desideravo.
E più cercavo di convincermi che stavo facendo le cose giuste, più tutto mi sembrava insensato.
Ma ero un vigliacco, non avevo il coraggio di mollare tutto, di inimicarmi i miei genitori, di perdere un figlio che doveva ancora nascere, solo per inseguire un sogno; non avevo avuto il coraggio di dire di no quando avrei potuto farlo – evitare di sposarmi con Diana – e non lo avrei certo avuto ora che stava per nascere un bambino.
E allora mi ero creato un mondo, circoscritto quanto si vuole – la mia stanza – in cui però potevo rifugiarmi per sfuggire al mondo reale e alle sue responsabilità; ma man mano che il tempo passava, e la prospettiva di abbandonare lo studio diventava sempre più concreta, cercavo un’altra via d’uscita.
Sefi comparve proprio in quel momento e fu una boccata d’ossigeno per me che annaspavo sotto il pelo dell’acqua.
Certo, avrei dovuto saperlo che non esistono scappatoie facili, che pensare di sfuggire anche solo per un momento alla mia vita senza avere le palle per farlo veramente sarebbe stato impossibile, che certe pietre non vanno sollevate per vedere cosa c’è sotto. Perché quello che trovi potrebbe anche non piacerti.
E invece bastarono tre giorni per ritrovarmi al bar, dieci minuti prima dell’arrivo di quella ragazza, per poterla osservare da vicino.
E lei arrivò, puntuale. Chiese un caffè. Macchiato, al vetro. E un cornetto con la crema.
Mangiò il cornetto prima di bere il caffè. Con calma. Io la osservavo rapito. Da vicino era molto più giovane e carina di quanto avessi potuto intuire.
Aveva una pelle chiarissima, così come gli occhi, di un celeste slavato, che però non mi dispiacevano. La voce delicata, ma ferma.
Pagò e uscì per la sua sigaretta.
La seguii.
Non fumo, non avrei potuto usare quella scusa per rivolgerle la parola, ma in quel momento ero abbastanza fuori di testa per non cercare di mascherare il mio interesse per quella ragazza.
Mi avvicinai e la guardai; lei mi scrutò attraverso il fumo come se fosse allo zoo, al recinto degli scimpanzé in particolare.
– Mi chiamo Marco. Ti ho visto nei giorni scorsi venire a prendere il caffè, e volevo conoscerti – le dissi a bruciapelo senza darle la mano o fare altri gesti formali.
Continuò a guardarmi senza parlare, poi finì la sigaretta, la schiacciò sotto la punta di una scarpa e se ne andò via senza parlare, lasciandomi da solo, immobile, confuso.
Il giorno dopo non scesi, ero tramortito dalla mia inutile audacia e dalla reazione di lei.
Per la prima volta dopo molto tempo rimasi seduto sul divano, a pensare.
Perché ero andato lì? E perché mi ero fatto avanti in quel modo? E perché lei non mi aveva risposto?
Ero in uno stato di totale confusione, mia moglie non capiva perché non le parlassi quasi più, mi vedeva tutto il giorno chiuso in quella stanzetta e credo che non aspettasse altro che il momento in cui fosse arrivato un altro essere umano a dare un po’ di vita a quella casa.
In ogni caso non potevo evitare di rivederla, Sefi intendo, e così la mattina dopo la attesi nuovamente nel bar.
Quando arrivò non diede segno di avermi riconosciuto o anche solo avermi visto.
Prese un caffè, senza cornetto stavolta, e andò a fumare.
La seguii, e come due giorni prima mi misi vicino a lei.
Lei mi fissò di nuovo, poi disse:
– Io so chi sei. Ti ho visto che mi guardavi da dietro la finestra. Saranno almeno dieci giorni che sbirci –
Diventai rosso e gli occhi mi si fecero liquidi per la vergogna.
Mi sentii come un bambino che viene colto sul fatto, che viene sgridato.
Non profferii parola, e per quanto fossi attratto da lei avrei voluto scappare via.
– Non ti preoccupare – disse mentre spegneva la sigaretta – non mi ha dato fastidio. Sono abituata a essere guardata per strada e non me ne curo. Tu sei solo un po’ più ostinato. –
Andò via senza aspettare una replica che comunque non ci sarebbe stata: ero rimasto di sasso.
Ancora una volta quella ragazzina era riuscita a smontare con la sua indifferenza tutta la mia (forse insana) passione.
E ancora una volta cercai rifugio nella mia stanza per riordinare le idee e cercare di capire cosa mi succedeva.
Ecco, potrei dire ora, ma solo perché sono venti anni che ci ragiono, che nel tentativo di scappare dalla vita che qualcuno aveva predisposto per me avevo cercato un luogo, degli oggetti, delle pareti in cui rinchiudermi. Ma sapevo che sarebbero venuti a stanarmi anche lì, che non mi avrebbero mai permesso di essere libero, che anche quel piccolo spazio e i sogni che vi facevo era destinato a scomparire.
Sefi era arrivata per dimostrarmi che un’altra vita era possibile; che c’erano altri spazi, altri amori, altri luoghi.
La mia vita non sarebbe stata sempre quella che volevano i miei genitori, i miei amici, i miei colleghi, mia moglie, i miei figli.
Io potevo scegliere.
E avevo scelto Sefi. Dovevo solo trovare il modo di spiegarglielo.
Se pensate che questi siano ragionamenti senza senso, senza un filo conduttore, oggi come oggi non potrei darvi torto.
Allora mi sarei ribellato, avrei detto che ero convinto della mia passione per una ragazza molto più giovane di me, che neanche conoscevo.
Vi avrei detto senza alcun dubbio che lei era la strada per un’esistenza nuova, in cui il libero arbitrio avrebbe soppiantato la tirannia delle convenzioni.
Oggi so che mi sbagliavo, ma vedete, anche quello che successe dopo mi convinse ancora di più che ero nel giusto: non c’è niente di peggio, per un pazzo visionario (perché quello ero all’epoca) di vedere confermate le sue pazzie.
Ed è proprio ciò che accadde.

Quando la mattina dopo andai al bar attesi invano per una mezz’ora, ma Sefi non arrivò; feci qualche giro per i negozi accanto ma non la vidi.
Tornai al bar e ancora non c’era. Guardai per terra, fuori, cercando di riconoscere il segno del suo rossetto su qualche mozzicone di sigaretta ma non mi sembrò di vederlo.
Improvvisamente il pensiero di non rivedere più una ragazza che neanche conoscevo mi aveva gettato nella disperazione.
Con le mani nei capelli mi diressi verso casa e cominciai a cercare le chiavi nella tasca della giacca, ma quando alzai gli occhi lei era lì, sotto casa mia, la sigaretta accesa in bocca, e mi guardava dritto negli occhi.
Mi bloccai sui miei passi senza sapere che dire: mi sembrava un miracolo, il cuore mi batteva all’impazzata, avrei voluto rapire quella ragazza per poterle parlare e raccontare tutto quello che mi passava per la mente, allo stesso tempo avevo paura che anche una sola parola potesse rompere quell’incantesimo.
Fu lei a spezzare quell’imbarazzante silenzio per fortuna:
– Noi ci siamo già visti. Una quindicina di anni fa. Io ero una bambina e tu eri già grande. Mi portò mio nonno al lavoro. Lavorava per voi, per tuo nonno intendo. E quel giorno eri lì anche tu: sei stato carino, mi hai fatto giocare, poi sono andata via. Mio nonno mi ha parlato spesso del tuo, mi ha detto che era una brava persona, un gran lavoratore. Di te invece sosteneva che eri intelligente ma senza polso. Che tuo nonno finché c’è stato e i tuoi genitori dopo hanno sempre deciso per te. –
Non ricordavo nulla di quell’episodio, ma era probabile. Mio nonno amava stringere rapporti quasi di amicizia con i suoi collaboratori, e anche mio padre.
Io no, facevo il mio lavoro ma non mi interessavano i colleghi.
A dire il vero ripensando alla mia vita fin dai tempi del liceo mi chiedevo che cosa mi interessasse veramente.
Non avevo grandi passioni, facevo quello che andava fatto, ero tollerante, mi facevo trascinare senza oppormi né impormi, ma sì, ero un uomo senza polso.
E solo da poco me ne stavo accorgendo, perché avevo capito che avrei perso anche l’unica qualità che avevo: la leggerezza, la spensieratezza, la capacità di volare sopra ai problemi senza farmi coinvolgere.
La mia mente era presa da un turbinio di pensieri, le parole di quella ragazza mi avevano colpito, mi aveva messo a nudo, aveva tratteggiato perfettamente il mio carattere.
Me ne rimanevo lì, preso tra il desiderio di parlarle, e lo sconvolgimento interiore.
Fu ancora una volta Sefi a parlare per prima, e ancora una volta un’altra persona decise per me.
– Hai un posto dove andare? Se rimaniamo qui prima o poi qualcuno ci vedrà insieme. A casa mia c’è mia madre e immagino che casa tua sia esclusa –
Prima di sposarmi i miei mi avevano comprato un piccolo appartamento in Prati, dove avevo vissuto anche con Diana per qualche mese prima del matrimonio.
Neanche cinque minuti dopo ero in macchina con Sefi, anche se non sapevo ancora come si chiamava, e stavamo andando verso il mio appartamento, senza parlare.
Sempre senza parlare entrammo; le stanze erano buie e un po’ polverose ma il letto era rifatto dall’ultima volta in cui avevo mandato qualcuno a fare le pulizie.
La presi per mano, io tremavo per l’emozione mentre lei sembrava tranquillissima; andammo in camera da letto e facemmo l’amore.
Se dovessi spiegare oggi come sia possibile che due persone che neanche si conoscono finiscano a letto alla prima occasione, direi che da parte mia c’era sicuramente una grande attrazione fisica per una ragazza giovane e bella, ma soprattutto l’idealizzazione di Sefi come via d’uscita alla mia situazione.
Per quanto riguarda lei, beh, lei non aveva le stesse mie motivazioni. Ma rimane il fatto che fu lei a volerlo, non ci sono dubbi, e io seguii, come sempre.
Dopo un po’ che eravamo sdraiati a guardare il soffitto mi chiese se poteva accendersi una sigaretta.
Sapevo che se mia moglie fosse mai venuta in questo appartamento avrebbe capito subito che c’era stato qualcuno, ma non me ne importava. Anzi, forse avrei anche avuto piacere che lo scoprisse.
Dissi a Sefi che poteva fumare quanto voleva.
Mentre lo faceva mi girai su un fianco a guardarla. Lei non si sottrasse ai miei sguardi, semplicemente sembrava non glie ne importasse niente.
Fumava guardando avanti a sé, sbuffando verso il soffitto.
Io ne osservavo i lineamenti delicati, la pelle fresca, la carnagione chiara, e le labbra esangui.
I capezzoli erano color fragola, il seno piccolo, l’incavo della clavicola profondo per la magrezza, le dita lunghe.
Mi stavo innamorando di lei, non c’erano dubbi, e già fantasticavo su come avrei potuto fare per vederla ancora, magari comprarle una casa, stare con lei quando potevo, farla entrare in azienda e permetterle di mantenersi da sola.
Le chiesi di dirmi qualcosa di lei; mi disse che si chiamava Sefi, che frequentava Economia e la mattina rimaneva in casa a studiare.
Usciva solo un paio di volte per un caffè, per sgranchirsi le gambe e fare una passeggiata.
Le dissi che non avrebbe più avuto bisogno di laurearsi, che avrei pensato a lei, che non doveva preoccuparsi più di niente.
Mi guardò con un leggero sorriso, mi diede un bacio sulla guancia, e si alzò, iniziando a rivestirsi.
– Te ne vai già? – chiesi tirandomi su dal letto – vengo anche io, ti do un passaggio –
– No, grazie, preferisco fare una passeggiata –
– Quando ci possiamo rivedere? Domani? Che ne dici? –
– Non lo so, ora. Vediamo. Te lo faccio sapere. Stai tranquillo, ci rivedremo. – promise.
E mantenne la sua promessa, oh se la mantenne!
Ci vedemmo quasi tutti i giorni, per un periodo di almeno tre mesi, che dico, di ottantadue giorni: lo so benissimo perché li ho contati uno ad uno.
E mentre la pancia di mia moglie cresceva, lo studio veniva occupato dai mobili per il bambino e la mia casa mi sembrava sempre più una prigione, le ore passate con Sefi nel mio vecchio appartamento erano per me la gioia più grande, i momenti più belli degli ultimi anni, o forse di tutta la mia vita.
Per ottantadue giorni mi incontrai con lei, facemmo l’amore, le comprai regali, la ricoprii di vestiti, gioielli, libri.
Fantasticammo, o meglio fantasticai, di una vita con lei.
Una vita parallela, si intende, perché avevo ben chiari i miei doveri verso Diana e il bambino, ma allo stesso tempo volevo vivere la mia storia con Sefi pienamente.
Un giorno, l’ottantaduesimo giorno appunto, Sefi fu più dolce del solito, lei che non era mai particolarmente passionale, anzi, che prendeva tutto con un certo signorile distacco: i miei sentimenti, i regali, e anche il sesso.
Invece quel giorno, l’ultimo giorno felice della mia vita, Sefi fu appassionata come non mai, e quando infine ci sdraiammo, la abbracciai per manifestarle la mia gratitudine e il mio amore.
Lei però era ritornata la Sefi di sempre, un po’ distaccata, silenziosa mentre fumava, pensosa.
Poi improvvisamente disse:
– Sono incinta –
Se c’è una cosa che ricordo nitidamente, è la differenza di sensazioni che provai quando fu mia moglie a comunicarmi di essere incinta e quando lo fece Sefi.
L’annuncio di mia moglie per quanto atteso perché era un po’ che provavamo ad avere un bambino quasi mi terrorizzò: la concretizzazione delle mie paure mi prese comunque alla sprovvista, e sebbene fossi contento sapevo che niente sarebbe stato come prima.
Con Sefi fu diverso invece. In quel momento scoppiavo di felicità, Sefi mi avrebbe dato un figlio, e sarebbe stato il figlio di un amore libero, sincero, senza ipocrisie, senza convenzioni sociali, ciò che avevo sempre desiderato.
Le dissi ridendo quanto ero felice, quanto quella notizia mi sembrava bellissima, le dissi che le sarei stato vicino, che non l’avrei lasciata sola, che avrebbe avuto gli specialisti migliori, e che avrei subito comprato un appartamento dove lei e il bimbo avrebbero potuto vivere serenamente e dove io li avrei raggiunti ogni volta che fosse stato possibile.
Non dovete stupirvi se in quel momento io credevo veramente che una vita del genere non solo fosse possibile, ma addirittura accettabile da parte di Sefi.
D’altronde quanti esempi anche famosi c’erano stati? De Sica non aveva due famiglie?
E quel cantante, cose si chiama, quello piccoletto, non viveva con due mogli?
Io ero seriamente convinto che avrei potuto essere felice con Sefi senza fare del male a mia moglie, ai miei genitori, a nessuno insomma.
La mia vita stava per diventare un viaggio bellissimo ed entusiasmante.
Sefi spense la sigaretta e mi guardò con un disprezzo che non dimenticherò mai.
Quella ragazza aveva il potere di farmi sentire una merda con un solo sguardo.
Ma stavolta non si limitò a guardarmi, perché parlò, e quello che disse distrusse istantaneamente il castello di sogni che mi ero appena costruito da solo.
– Un appartamento, dici? Tu vorresti che io vivessi come una puttana da quattro soldi in un appartamento, in attesa che tu ti liberi dalla tua mogliettina e vieni a soddisfare le tue voglie? Pensi che mio figlio debba avere meno diritti del figlio di quella là? Credi di potermi scopare quando vuoi, di potermi mettere incinta e poi lavartene le mani sistemando tutto con due medici e un appartamento? No bello mio, le cose non funzionano così. Ora io e te non siamo più due amici che vanno a letto insieme. Noi avremo un figlio. Capisci quello che ti dico? Un figlio, e io voglio che questo figlio abbia tutte le stesse opportunità di quell’altro, il suo fratellastro. Per cui tu dividerai il tuo patrimonio a metà, e farai le cose per benino, se non vuoi che tua moglie venga a sapere tutto, e tu sia costretto a farlo comunque –
Ero stupefatto, mi veniva da piangere.
– Ma perché? Perché mi fai questo? – chiesi, quasi implorai.
– Perché quelli come te, come tuo padre e tuo nonno, pensano di poter avere tutto, di poter comprare con i soldi la vita degli altri. Pensate di essere perbene, di essere generosi, di fare solo del bene, ma vi prendete le vite degli altri e le distruggete. Quando tuo nonno licenziò il mio, dopo quasi quaranta anni di lavoro, lui lo pregò di dargli ancora qualche mese, un anno, perché la nonna stava male, e avevano bisogno di soldi, ma tuo nonno, lo stesso che amava circondarsi dei suoi dipendenti per far vedere quanto fosse generoso, non lo ascoltò neppure. E tu fai lo stesso. O pensi di poterlo fare. Mi vuoi trattare come una mantenuta, ma io non sono come mio nonno, non sono debole. Io ti dimostrerò quanto sei egoista nel modo più semplice, colpendoti nella tua volgare ricchezza. E forse riuscirò anche a fare di te un uomo migliore –

Potete solo immaginare quanto sia forte e intensa la caduta da uno stato di sublime felicità a uno di profonda disperazione.
Solo un minuto prima fantasticavo sulla vita insieme ad una donna che amavo e un minuto dopo la stessa donna era diventata la più grande minaccia al mio equilibrio.
Pensavo a cosa avrebbe detto mia moglie: sicuramente mi avrebbe rovinato, avrebbe chiesto il divorzio e non mi sarebbe rimasto nulla.
E i miei genitori mi avrebbero tolto dall’asse ereditario in favore di mio fratello minore, che scalpitava per avere un ruolo nelle nostre aziende.
E chi avrebbe voluto continuare a frequentarmi? I miei amici si sarebbero vergognati di me, avrei dovuto forse addirittura cambiare città.
Improvvisamente quella che pensavo fosse una prigione ora mi appariva come un porto sicuro dove rifugiarmi.
E Sefi, la donna che amavo e che avrei voluto venerare per tutta la vita, solo una ricattatrice senza scrupoli.
Ero dilaniato, stretto tra la paura di perdere tutto, e quella di perdere Sefi.
Per questo piansi mentre le stringevo le mani intorno al collo e la uccidevo insieme al bambino che portava in grembo.
Quando smise di respirare attesi che cominciasse ad imbrunire, poi la avvolsi in una coperta e scesi direttamente in garage.
Guidai fino al litorale, riempii un sacco di plastica per la spazzatura di pietre e gettai il corpo in mare.
Piansi mentre la abbandonavo, e piansi mentre tornavo a casa guidando mentre il sole era già tramontato da un pezzo.

Dopo venti anni che io sappia il corpo di Sefi non si è mai trovato.
Nessuno ha collegato a me la sua scomparsa, non sono stato mai contattato dalla polizia, né dai suoi famigliari; apparentemente lei non aveva parlato di me con anima viva, né lo avevo fatto io.
Ho ancora l’appartamento in Prati, quello dove ho passato ottantadue giorni felici con Sefi.
Dopo tanti anni abbiamo deciso di venderlo: mio figlio, il più grande, andrà a Milano per fare l’università e abbiamo convenuto che non ha senso tenere sfitto un vecchio appartamento, meglio usare i soldi per comprarne uno a Milano.
Proprio ieri sono andato a togliere le ultime cose, era parecchio tempo che non ci passavo.
Mentre facevo il giro per essere sicuro di aver impacchettato tutto lo sguardo mi è caduto su uno zoccolo della parete di quella che era la camera da letto, dove io e Sefi avevamo passato momenti felici (o almeno così credevo).
Incastrato in una piccolissima fessura c’era un mozzicone di sigaretta, o meglio un frammento.
Lo presi, e inconfondibile c’era il segno delle labbra di Sefi.
Lo guardai a lungo, poi lo annusai, cercando di ritrovare anche solo per un momento le sensazioni di quei giorni.
Infine, non senza un briciolo di rimpianto, lo gettai via.


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7 thoughts on “Sefi e io

  1. Posso cliccare due ‘like’?
    E’ un’eccezione che sia riuscita a leggere un post così lungo. Non sapevo se parteggiare per Sefi, per Diana o per lui. Pur immaginando come sarebbe finita, ha catturato subito il mio interesse; e lo rileggerò pure, a scopo didattico : cosa diamine passa per la testa ai maschi?
    Ho letto in parte ‘il mio nome è Rosso’, non ricordo com’è che l’abbia lasciato in sospeso. Forse proverò a riprenderlo. Di sicuro, avendo un po’ di tempo, leggerò gli altri tuoi omaggi.

  2. Che dire? Trttico perfetto per poter confermare cio’ che gia’ avevo subdorato negli altri due racconti.
    Non conosco l’autore che citi; leggo moltissimo ma la letteratura e’ talmente vasta che, a volte, solo alcuni incontri possono svelarti nuovi orizzonti.
    Ritornando a noi, anzi a te, caro Rodo, posso solo aggiungere che da adesso in poi saro’ una tua “follower” tuo malgrado! 😀
    Ancora complimenti e, come si dice in questi casi?
    “Buona china?” 😀

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