Il ragazzo

La scomparsa di Gabriel Garcia Marquez ci ha privati per sempre di uno dei più grandi narratori di mondi mai esistiti. Ho letto molti suoi libri, e mi sono immerso nei suoi personaggi più e più volte. Ho scritto questo indegno omaggio per salutarlo e ricordarlo.

Era il tramonto di una fredda ma tersa giornata di primavera, quando il ragazzo entrò in paese.
Probabilmente era di passaggio ma finì per rimanere per sempre.
A quell’ora, saranno state quasi le otto, i bravi abitanti di Puerto Rubio erano nelle loro case, chi a cenare con un piatto di minestra ricavata facendo bollire a lungo dei fagioli secchi; chi a sfogare sulla propria moglie le frustrazioni di una vita dura; qualcuno seduto sulle vecchie assi di legno delle povere case, a masticare carrube per far passare la fame.
Fu propriò così che il nonno di mio nonno vide arrivare il ragazzo.
Lo chiamava così, mi hanno raccontato, perché da lontano, il sole alle spalle, la corporatura snella e agile, il passo cauto ma deciso, sembrava un giovane uomo in cerca di avventure.
Solo quando si avvicinò, e salutò il nonno di mio nonno con un cenno della mano senza fermarsi, egli si avvide che non era così giovane come aveva creduto in un primo momento: questa che stava vivendo era almeno la trentesima primavera della sua vita, e in quella parte del mondo a trent’anni non si è più ragazzi da un pezzo.
Ma il mio avo, e tutta la mia famiglia si sono sempre riferiti a lui come “il ragazzo”
Neanche Puerto Rubio era un paese, se vogliamo.
Quattro case malandate lungo una strada, una chiesa in calce bianca, un emporio e un bar: questa era la Puerto Rubio di allora.
Non aveva neanche un fiume o un’insenatura per giustificarne il nome, frutto probabilmente di qualche malinconia dei primi abitanti per altri luoghi, lontani.
Tutto il paese lavorava per la stessa persona: Don Antonio, il proprietario di migliaia di ettari coltivati a granturco, di migliaia di capi di bestiame, di Puerto Rubio, e per quanto ne sapevano gli abitanti del villaggio anche del mondo intero.
Era il giovedì prima di Pasqua, e da settimane le donne erano in fermento, per preparare i festoni, le decorazioni e i vestiti per sé, per le figlie da marito, e per quei buzzurri dei loro mariti.
Le festività pasquali, e i giorni successivi, erano il periodo in cui tipicamente gli abitanti di Puerto Rubio esageravano con l’alcool, mettevano incinte le loro mogli, e combinavano i matrimoni.
Il ragazzo arrivò all’emporio, e chiese dove fosse possibile dormire per la notte.
Il gestore dell’emporio, che come il bar e qualsiasi esercizio commerciale nel raggio di cento chilometri era di proprietà di Don Antonio, si offrì di affittare al ragazzo un letto costituito da un’asse di legno e un materasso fatto di paglia tenuta insieme da strisce di cotone.
Il ragazzo accettò, e fu così che la mattina dopo, di buon’ora, mentre prendeva un caffè, vide arrivare in paese Don Antonio, accompagnato dalla figlia Esmeralda.
Il signore e padrone di Puerto Rubio era vedovo; aveva sposato una donna di rara bellezza, e di origine tedesca, che gli aveva dato quest’unica figlia, anch’essa di una bellezza fuori dal normale.
Dal padre aveva ereditato la pelle scura, e i capelli neri.
Dalla madre l’altezza, le labbra rosse e carnose, e gli occhi azzurri come il lapislazzuli.
Nessuno degli abitanti di Puerto Rubio, nelle rare occasioni in cui la giovane accompagnava il padre, osava fissarla o anche semplicemente guardarla per più di un secondo.
Un paio di temerari avevano assaggiato la frusta degli sgherri di Don Antonio, il quale aveva per la figlia progetti di altro tipo, e non gradiva che quegli straccioni posassero lascivamente i loro occhi sulla fanciulla.
Ma il ragazzo, un forestiero che forse aveva visto ben più di Puerto Rubio nella sua vita, non sapeva tutto questo.
Guardò Esmeralda. Eccome se la guardò, e – che dio abbia pietà della sua anima – lei guardò lui.
Scese dal cavallo, che l’uomo dell’emporio si affrettò a prendere in custodia, e si diresse all’interno del negozio non senza aver fatto un sorriso al ragazzo, che salutò la giovane con un tocco della tesa del cappello.
La scena non sfuggì a Don Antonio, che si avvicinò al ragazzo.
Il paese sembrava essersi fermato.
Tutti erano immobili, in silenzio, il fiato sospeso.
Anche il nonno di mio nonno era presente, e raccontava che non poteva neanche respirare.
Sapete, lui era uno di quelli che aveva osato guardare Esmeralda, e le dieci frustate che Don Antonio gli aveva fatto comminare lasciarono per sempre il loro segno sulla sua schiena.
Arrivato a dieci centimetri da sul viso, senza che il ragazzo abbassasse lo sguardo, Don Antonio chiese sprezzante:
– E tu chi sei? –
Il ragazzo sorrise. Non era un sorriso di sfida, né ironico. Era il sorriso di chi ha visto già molti uomini violenti, dittatori, sbruffoni.
Era un sorriso che sembrava dire: “guardami, sono in pace con me stesso, perché non lo sei anche tu?”
Sfortunatamente era un sorriso che fece irritare moltissimo Don Antonio, il quale senza preavviso mollò un manrovescio al ragazzo, che cadde a terra sanguinante da una guancia, dove l’anello d’argento di Don Antonio gli aveva lasciato un regalo.
– Tra poco sarà Pasqua, e Nostro Signore ci ha insegnato il perdono – disse Don Antonio guardando il ragazzo sdraiato nella polvere, che si toccava la guancia con una mano, e fissava sbigottito l’uomo.
– Per questo non ti farò frustare. – continuò il signorotto – ma giuro sulla Vergine Maria che se ti azzarderai di nuovo a posare quegli occhi laidi su mia figlia, mi implorerai tu stesso di usare la frusta –
Senza attendere risposta si avviò verso l’emporio.
Gli abitanti di Puerto Rubio, in parte spaventati e in parte dispiaciuti di non aver assistito all’esibizione della frusta degli sgherri di Don Antonio, si affrettarono a dileguarsi, lasciando solo il ragazzo, ancora sdraiato a terra.
Alla fine si rialzò, rimase qualche minuto in piedi, serio, guardando in lontananza verso le montagne che si vedevano da decine di chilometri di distanza, e infine entrò nel bar.

Nessuno vide più il ragazzo fino alla sera del giorno di Pasqua.
Molti ritenevano che i consigli di Don Antonio avessero avuto il loro effetto; altri dissero di averci parlato, e che sarebbe dovuto ripartire comunque.
Altri ancora erano sicuri che si fosse nascosto nelle grotte fuori dal paese.
In ogni caso, presi com’erano dai preparativi per la festa, tutti si dimenticarono di lui, compreso Don Antonio.
Non se ne dimenticò Esmeralda però, che passò due giorni a chiedere informazioni su di lui alle sue ancelle e servitrici, ma nessuno le seppe dire nulla.
Alla messa di Pasqua Don Antonio e la figlia, bellissimi nei loro lussuosissimi vestiti, erano come sempre in prima fila per ricevere la benedizione dal Vescovo.
La funzione durò molto, e al termine tutto il paese si avviò verso la residenza di Don Antonio, dove si sarebbe tenuta la tradizionale festa, con cibo, canti e balli offerti dal magnanimo signore e padrone di quelle terre.
Esmeralda avrebbe unicamente ballato con giovani pretendenti di ricche famiglie vicine, e Don Antonio avrebbe valutato se fosse finalmente giunto il momento di combinare il matrimonio di sua figlia.
Il ragazzo comparve ad un angolo della casa, vicino ad un muretto con dei coppi dipinti di colori vivaci e una birra in mano.
Furono in molti a sostenere di averlo visto, ma quando la voce si sparse, lui non era già più lì.
Lo aveva invece notato Esmeralda, che si avvicinò a lui eludendo per un momento il controllo delle sue servitrici.
– Pensavo fossi andato via impaurito – le disse lei sorridendo.
Il ragazzo la guardò serio.
– Non posso più allontanarmi da te, ormai. –
Anche lei si fece seria.
– Cosa sei venuto a fare? – gli chiese.
Stavolta fu lui a sorridere.
– A portarti via con me. Stasera –
Lei gli piantò gli occhi azzurri nelle pupille, lo scrutò a fondo per vedere cosa c’era dietro quell’espressione spavalda.
– Potresti morire, per questo, lo sai. – gli sussurrò.
Lui annuì, abbassando per un momento lo sguardo, come per riflettere.
Poi lo rialzò, deciso.
– Lo so. Se tu vieni con me, ora, può darsi che morirò. Ma se tu non vieni, morirò lo stesso. E sarà una morte lunga, dolorosa, e piena di rimpianti. –
Le porse le mani, e lei le prese senza smettere di guardarlo negli occhi.
Si trovarono dopo poco sul giaciglio di paglia e cotone, a celebrare l’amore tra un uomo e una donna, l’amore che spezza i sigilli e rompe le barriere.
E fu così che Esmeralda conobbe gli uomini, grazie ad un ragazzo che passava per caso in un paesino polveroso.
Per caso?
Il nonno di mio nonno diceva, quando raccontava questa storia, che il destino e il caso sono due cose diverse, e che in quello che legò i due ragazzi non c’era nulla di casuale.
Forse lo diceva con una punta di invidia, chissà, ma io credo che ci credesse veramente.
Fatto sta che la mattina dopo, quando gli abitanti di Puerto Rubio rinvennero dai fumi dell’alcool, sulla grossa croce al centro della piazza issata per le feste pasquali, abbracciato al Cristo morente c’era il ragazzo, inchiodato alle assi di legno come Nostro Signore e frustato a morte.
Nessuno osava dire nulla.
Piano piano tutto il paese si riunì nella piazza, a osservare il ragazzo, senza avere il coraggio di tirarlo giù.
Fu un urlo a squarciare il silenzio.
Esmeralda correva, i piedi nudi nella polvere, verso il centro della piazza, dove il ragazzo aveva pagato caro l’amore per lei.
I paesani si allontanarono di qualche metro, per fare spazio alla giovane.
Lei arrivò davanti al corpo martoriato, e improvvisamente tacque.
Lo guardò per qualche minuto.
Non le scendevano più lacrime.
Si girò e guardò negli occhi gli abitanti di Puerto Rubio.
Il nonno di mio nonno amava raccontare che il blu degli occhi di Esmeralda era insopportabile da guardare, quella mattina.
La ragazza, sempre continuando a fissare tutti, estrasse un coltello da una tasca del vestito, e prima che chiunque potesse fare nulla, se lo conficcò nello stomaco e dopo pochi secondi cadde a terra esanime.

Oggi Puerto Rubio è una cittadina di diverse migliaia di abitanti, e l’alcalde è un uomo simpatico.
Mi ha dato accesso a tutto l’archivio, custodito in perfetto ordine, ma da nessuna parte compare la storia di Esmeralda e del ragazzo, né pare sia mai esistito un Don Antonio così potente.
La mia famiglia vive a Puerto Rubio da generazioni, e io sono il primo che abbia mai studiato e che sia andato a vivere in città, ma torno spesso e ogni volta cerco tracce di questo racconto che fin da bambino mi ha appassionato e avvinto.
Ho sempre pensato che di generazione in generazione la storia avesse cambiato versione, e che ormai non sia più quella raccontata originariamente dal nonno di mio nonno, ma mi sono convinto che in qualche modo ci sia un fondo di verità.
Eppure finora tutte le mie ricerche sono state vane, non ci sono tracce della storia d’amore disperata tra Esmeralda e il ragazzo.
Ma non mi voglio arrendere. Questa storia mi piace molto, e vorrei che da qualche parte trovare traccia della bella Esmeralda, che tanto aveva affascinato il nonno di mio nonno.
E poi, nessuno mi ha saputo spiegare i miei occhi color lapislazzuli.

macondo


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