Lorenzo

Non sempre i racconti sono favole a lieto fine.

Dei giorni precedenti non ricordo nulla.
Di quando mi hanno chiamato dopo l’incidente, la corsa all’ospedale, i medici, le persone che mi abbracciavano, le medicine.
Niente.
Non ricordo nulla neanche della preparazione dei funerali, non ci ho pensato io, non so neanche come ho fatto a farmi trascinare in chiesa.
Eppure questo me lo ricordo, che ero là.
Seduto in prima fila, la testa tra le mani, senza il coraggio di guardare le bare, sovrastate da due foto enormi, completamente coperte dai fiori.
Ho passato tutto il tempo rannicchiato su me stesso, mani che mi toccavano in continuazione, che mi carezzavano i capelli, lacrime che mi bagnavano e si fondevano con le mie.
Le parole del prete, completamente perse nel nulla.
Un’ora, dieci ore, non saprei dire quanto sia durata la funzione.
Sarebbe potuta andare avanti per sempre, tanto non c’era niente dentro di me in grado di stabilire una relazione con il mondo esterno.
Ero seduto, mi tenevo la testa, e piangevo.
Il mio organismo non sapeva fare altro. Piangere e non pensare.
Mi resi conto che la messa era finita solo perché le stesse mani che prima mi carezzavano tentarono di sollevarmi.
Riuscii solo a tirare su la testa mentre le bare venivano portate via e le persone presenti si allontanavano lentamente, nessuno che avesse il coraggio di avvicinarmi, protetto com’ero dai miei parenti.
Non sapevo cosa avrei fatto, ma non volevo andare da nessuna parte.
Non c’era nessun luogo in cui avrei potuto vivere.
L’idea di morire anzi mi cominciava a sembrare liberatoria; ora che mi era entrata in testa, prendeva forma e mi appariva ogni momento sempre più desiderabile.
E poi, improvvisamente, questo ragazzino neanche tanto alto, biondino, gli occhi celesti, serio, si piazzò davanti a me.
Lo conoscevo, sapevo che si chiamava Lorenzo, e se il mio cervello avesse avuto in quel momento spazio per qualcosa che non fosse la fine della mia esistenza, forse avrei potuto anche richiamare altri particolari dalla mia memoria.
La madre era in piedi dietro di lui, le mani sulla bocca, senza avere il coraggio di fermarlo.
Lui mi guardò serio, non sembrava accorgersi del mio stato.
– Io Giulia l’avrei sposata – disse.
Per un momento, che forse durò un secolo, non so, non fui in grado di dire nulla e mi limitai ad annuire.
Poi, chissà da dove, trovai la forza di rispondere:
– Troverai di sicuro una ragazzina da sposare, vedrai –
Lui sembrò riflettere per un momento a questa triste, ma sicura verità, poi senza replicare si girò e andò via prendendo la mano della madre che mi salutò con tristezza, come per scusarsi.
Io rimasi impietrito a guardare quel bambino che si allontanava.
E’ incredibile, pensai, è incredibile quanto si può imparare da un piccolo uomo.
Quanto universo c’è nelle mani di ciascuno di noi.
Solo allora, finalmente, riuscii a sorridere e ad alzarmi da quella panca.


Chairs in Manhattan Church

Cattedrale di “St. John the Divine”, New York – Foto di Rodolfo Cardarelli


Annunci

6 thoughts on “Lorenzo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...