Una favola vera

Una favola a lieto fine? Chissà…:-)

Le favole sono favole, si sa.
Nessuno crede veramente che povere fanciulle spiantate vengano impalmate da ricchi e meravigliosi principi vestiti in calzamaglia turchese, solo per le loro virtù e la loro delicata bellezza.
Ma talvolta anche nella vita di tutti i giorni accadono storie che potremmo benissimo ritrovare in un libro dei fratelli Grimm.
E invece sono vere. Verissime.
Ve ne racconterò una, e mi dovete credere, perché l’ho vista con i miei occhi.

A Roma ci sono tre aeroporti civili.
I due più grandi, Fiumicino e Ciampino, sono abilitati al traffico civile di linea e privato, e gestiscono milioni di passeggeri ogni anno. In questi scali la gestione del traffico aereo è un compito impegnativo e complicato e occupa centinaia di persone in turni continui.
Ma c’è anche un piccolo aeroporto, usato per lo più per il decollo di piccoli aerei privati, e di jet executive che portano i VIP che richiedono riservatezza.
E’ l’Aeroporto dell’Urbe, e ha il non piccolo pregio di trovarsi al centro della città.
I controllori di volo non hanno molto da fare, devono gestire solo voli con atterraggio a vista, e solo di giorno. Parliamo di poche decine di voli a settimana, non di più.
Per questo i controllori dell’Urbe sono scelti tra i vecchi dinosauri, mentre i giovani rampanti finiscono a fare carriera nel caos di Fiumicino.

Uno di questi controllori dell’Urbe, lo chiameremo Francesco per tenere segreta la sua identità, lo conosco da molti anni.
Era uno dei più bravi controllori di Fiumicino, ma aveva il difetto di mandare a quel paese troppo spesso i suoi superiori, chiaramente incapaci ma raccomandatissimi, e alla fine si è ritrovato in uno squallido ufficio con moquette antiquata, un solo monitor a fosfori verdi come non se ne vedono più da millenni, e un microfono che gli dà la scossa ogni volta che lo tocca.
Di solito fa i turni la mattina, dalle 7 alle 12, e nelle giornate più impegnate gestisce quattro o cinque tra atterraggi o decolli, il resto del tempo lo passa guardando film su un portatile.
In particolare film di Naomi Watts, la sua attrice preferita.
Ho smesso di andare al cinema con Francesco perché vuole vedere solo film di Naomi Watts, è la sua ossessione, e non si limita a guardarli: li commenta ad alta voce e finisce sempre che dobbiamo litigare con gli altri spettatori.
Si è quindi attrezzato con un pc multimediale e se li vede in ufficio, così li può commentare quanto vuole, e vederseli e rivederseli continuamente.

Insomma, la vita lavorativa di Francesco è ormai consolidata, tra pochi voli e molti film.
O meglio: gli stessi film, molte volte.

Quanto vi sto per raccontare è successo non molto tempo fa, il giorno esatto non lo posso dire, ma vi basti sapere che era una bella giornata, a Roma.
Il cielo era limpido, non c’era vento, e alle dieci di mattina l’avvicinamento di un Gulfstream all’Aeroporto dell’Urbe sembrava essere semplice routine.
Francesco guardò il vecchio radar, scrutò il cielo, controllò il programma della giornata, e diede l’OK al pilota di procedere all’avvicinamento.
Quando mancavano cinque minuti all’atterraggio, riguardò distrattamente i piani di volo, e per un attimo smise di respirare.
La comunicazione diceva letteralmente “Arrivo ore 10:00 Gulfstream IV provenienza Nizza, Francia. Si richiede gestione VIP per Sig.ra Naomi Watts”
La “gestione VIP”, che praticamente veniva attivata per il 90% dei voli in arrivo all’Urbe, consisteva in una macchina con i vetri oscurati, che veniva guidata fino sotto la scaletta e accompagnava la VIP fino ad un taxi o un’auto noleggiata, in attesa a soli duecento metri.
Questo inutile trasbordo, dovuto alle norme di sicurezza aeroportuali, dava comunque da mangiare ad un vecchio autista prossimo alla pensione, che per uno stipendio neanche tanto magro si limitava a percorrere quei duecento metri qualche volta a settimana.
Francesco prese il cellulare e fece il numero di Giuliano, l’autista.
– Sono Francesco. Ti devo chiedere un favore. –
L’autista rispose da dentro la macchina, era già pronto.
– Dimmi, ti devo portare da qualche parte? –
– No. Devi far guidare la macchina a me, oggi. – disse risoluto.
L’autista rimase in silenzio per qualche secondo.
– Per me non c’è problema – rispose alla fine – ma al controllo chi ci sta? Mica ci posso andare io! –
Francesco rispose pronto:
– Posso tranquillamente lasciare l’ufficio per dieci minuti. Lo faccio sempre anche quando devo andare al bagno. Non ci sono voli previsti, e se fosse necessario tornare indietro per qualche emergenza, in due minuti sono in cabina –
– Va bene, se ci tieni tanto… – concluse Giuliano.
Sì, cazzo. Ci teneva tanto Francesco.
Naomi Watts era lì, a pochi minuti da lui e aveva la possibilità di vederla da vicino, magari anche salutarla.
Ci teneva, eccome.
Era innamorato di quella donna.
Non era l’attrice più brava o più bella che avesse visto al cinema, e neanche dal vivo. Gli era capitato di vedere da vicino donne di straordinario fascino, eppure per qualche motivo quella signora di oltre quaranta anni gli faceva un effetto che non riusciva a spiegarsi.
E ora, seduto al volante della macchina di Giuliano, parcheggiato a bordo della pista, aspettava ansiosamente che il Gulfstream atterrasse.
Lo vedeva in lontananza, aveva già abbassato i carrelli, spostato i flap, e non doveva trovarsi a più di cento metri d’altezza.
Con un rumore secco le ruote poggiarono a terra e il calore generato dai jet fece tremolare l’aria intorno alla pista, mentre il piccolo aereo rollava verso la zona di parcheggio.
Francesco mise in moto il motore dell’auto, e con un largo giro si preparò a raggiungere il lato della scaletta.
Parcheggiò la macchina vicino all’aereo che si stava fermando, e scese.
Il portellone del Gulfstream si aprì, e quando i capelli biondi della donna, sorridente nel suo vestito rosso fuoco, sporsero dall’ombra, a Francesco sembrò che il cuore si fermasse.
Lei si guardò intorno, poi i suoi occhi si posarono sui suoi, gli sorrise e iniziò a scendere, facendo attenzione ai gradini.
Lui fece un piccolo passo, l’emozione che gli tagliava le gambe.
Il rumore probabilmente era già presente in lontananza, ma Francesco era troppo preso dagli occhi della donna per percepire altro, e fu solo quando il piccolo ultraleggero fu a meno di cinquanta metri che si accorse del motore e della puzza di fumo.
Si girò, e vide che il piccolo velivolo aveva completamente perso il controllo e stava puntando decisamente verso di loro, anzi, verso di lei.
Mi dice Francesco che non pensò a nulla in quel momento, i suoi muscoli, seppure appesantiti dalle lunghe ore seduto, scattarono da soli, e si precipitò correndo verso la donna che ormai aveva percorso la breve scaletta e si trovava a terra, una piccola valigetta di Vuitton in una mano, e un soprabito sull’altro braccio.
Gli ultimi due passi Francesco li fece saltando, e riuscì ad afferrare la donna e a gettarla a terra sotto il velivolo un attimo prima che l’ultraleggero attraversasse lo spazio occupato fino ad un millisecondo prima dal suo idolo, il suo amore.
Fu così che Francesco si trovò abbracciato a Naomi, entrambi troppo scossi o confusi per sciogliere quell’abbraccio troppo rapidamente, il cuore che gli batteva ora all’impazzata, e il profumo di lei che si incastonava per sempre nelle sue sinapsi.

Vedete? Ve lo dicevo! Le favole talvolta sono vere.
Ah, beh, certo, il lieto fine non sempre è quello che i lettori o gli stessi protagonisti si augurano, però qui diciamocelo, gli elementi ci sono tutti: la principessa in pericolo, il drago che sputa fuoco, l’umile servitore che le salva la vita, l’abbraccio improvviso.
E l’amore che trionfa.
Sì, l’amore ha trionfato in questa storia, come nelle favole.

Lo si legge negli occhi di Francesco, quando va al lavoro la mattina, e nella bella foto che campeggia sulla sua scrivania: Naomi raggiante, l’Oscar in mano, il suo compagno vicino, e una dedica scritta con il rossetto: “Al mio amico Francesco, io e mio marito ti saremo sempre grati per la felicità che ci hai regalato”.

Non è una bella storia?

Gulfstream

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4 thoughts on “Una favola vera

  1. Mi sono divertito moltissimo. Anche Naomi, quando gliel’ho fatto leggere, non è riuscita a contenere le risate. Ne ha stampato subito una copia, l’ha incorniciata, e adesso la tiene accanto all’Oscar e alla mia fotografia nella sua camera da letto.
    PS con buona pace di Stefano Benni e Douglas Adams, sei appena diventato il mio scrittore preferito!

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