Riflessioni sul fine vita

Sono consapevole che non bisognerebbe ragionare su un argomento così profondo e per certi aspetti misterioso proprio quando sei addolorato per la scomparsa di una persona cara.
In più, non sono certo io, privo di formazione filosofica o teologica, a poter dire qualcosa di rivoluzionario sul mistero della morte.
Ma posso cercare di dire come mi sento IO, e condividere non solo il dolore – che è la cosa più facile – ma anche le riflessioni che ogni evento traumatico come la fine di un’esistenza mi provoca.
Credo che molto di questa voglia di riflettere dipenda dalla mia età.
Quando sei giovane, o addirittura bambino, le morti sono qualcosa di lontano, o addirittura innaturale. 
I nonni, spesso, sono la prima volta in cui ci dobbiamo confrontare con il fatto che ad un certo punto qualcuno a cui vuoi bene non c’è più.
Talvolta, a me è successo, un bambino o un ragazzo della tua età.
Stai male, certo. Ma passa rapidamente, e soprattutto non lascia segni.
Poi prima o poi, possono lasciarti i genitori.
Si soffre molto, come mai nella vita.
Ma in fondo era scritto, ce lo aspettiamo tutti, e quando succede insieme al dolore c’è la consapevolezza che doveva accadere.
Poi però ad un certo punto muore qualcuno e tu sei disperato.
Non abbattutto, addolorato, dispiaciuto.
Disperato. Non riesci a riprenderti. Non dormi, non pensi ad altro, scrivi poesie, racconti, pensi alla persona che non c’è più quasi ogni giorno.
Perché ti ha toccato così tanto? 
Lo so, la risposta è facile, ma la ricacciamo in fondo all’ultimo neurone disponibile, di solito.
Perché potevi esserci tu, al posto suo.
Perché il tempo che hai davanti, ormai è ridotto, meno di quello che hai avuto.
Perché degli anni che ti restano ancora meno sono quelli in cui sarai giovane, forte, appassionato, desideroso di cambiare.
E allora ti fermi e ragioni, e ti chiedi: come mi devo comportare?
Ecco, io sono a questo punto.
Con quale spirito devo affrontare la mia esistenza futura, avendo raggiunto questa consapevolezza?
Ci sono persone che si comportano come se si vivesse in eterno. Continuano come se niente fosse, non si affannano, seguono la stessa routine di sempre, badano alle loro cose, e non si fanno troppe domande.
Sono i più felici, li invidio.
Poi ci sono quelli che hanno la fede.
Hanno paura della morte, ma la vedono in fondo come un passaggio, verso un’altra fase dell’esistenza, e tutto sommato hanno gli strumenti per affrontarla.
In parte invidio anche loro.
Ci sono coloro che usano la morte come un alibi, che interpretano il detto “carpe diem” come una scusa per bruciare la loro esistenza quotidianamente nella ricerca del proprio appagamento personale. 
Questa forma di egoismo non mi piace, devo essere sincero, anche se la tentazione talvolta è forte.
Mi piacerebbe a questo punto dare la mia soluzione, una risposta, un consiglio.
Ovviamente non ce l’ho.
Come tutti brancolo nel buio, e continuo ad avere paura di quello che non conosco.
Però una cosa l’ho imparata, in mezzo a questo dolore.
Che qualsiasi scelta si faccia, in qualsiasi modo si decida di affrontare il cammino che abbiamo davanti, lo dovremo fare insieme.
Io, voi, tutte le persone che vi sono vicine, o anche non vicine, consapevoli che la nostra grandezza è giustificata solo dal fatto di essere una comunità di intenti e di affetti.
Che da soli, per quanto grandi, saremo sempre insignificanti.
Che volere bene non è mai sbagliato. Mai.

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4 thoughts on “Riflessioni sul fine vita

  1. E’ vero che abbiamo bisogno degli altri per condividere il nostro vivere, ma, purtroppo, è altrettanto vero che la solitudine è l’unica consapevolezza della nostra esistenza
    Questo non è un mio pensiero, bensì un dato di fatto e la morte ne è la conferma a riprova di un atto che appartiene esclusivamente al singolo individuo:
    Pina Zora

  2. In línea di massima sarei d’accordo con te…..
    Ma poi ricordo quante volte , durante la vita , ho dovuto pensare che alla fine si e’ sempre soli, al mondo…….
    E , allora , non capisco più …..

    Il tuo post e’ molto bello

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