Ricordi di viaggi

Non so se questo sia un racconto, o una storia, o che.
Ma oggi va così.

Ero in macchina stamattina, la temperatura era fresca, ma all’interno faceva un po’ caldo.
Non avevo voglia di accendere l’aria condizionata; stavo andando piano, e così ho aperto il finestrino.
Improvvisamente sono passato dal rumore attutito dell’abitacolo al graffiare degli pneumatici sull’asfalto e al vento che entrava sibilando mettendo pressione alle orecchie.
L’asfalto aveva un odore particolarmente intenso, quasi di bruciato, come se lo avessero appena steso.
I campi, distanti poche decine di metri, emanavano un flusso di odori cui l’erba, il concime, gli alberi, si alternavano e si mischiavano in continuazione.
E senza preavviso sono stato investito di ricordi di viaggi lontani, nel tempo ma anche nella memoria.
Ricordi che non affioravano più alla coscienza da molto, molto tempo.
Ricordi di viaggi estivi, in tre o in quattro stipati dentro una cinquecento.
Noi, i bagagli dappertutto, per terra in braccio, sul portapacchi.
Il cane sotto il sedile.
Il caldo opprimente e i finestrini sempre aperti, gli stessi odori, il vento che spostava la macchina.
Un viaggio di soli cento chilometri verso il mare, che poteva durare ore, non si arrivava mai, la cinquecento carica che arrancava, il traffico imponente su una strada insufficiente, mia madre aggrappata al volante, decisa ma inesperta.
Un viaggio che quando finalmente si arrivava e si prendeva possesso della casa spesso era già pomeriggio, e io non capivo perché non si potesse andare subito al mare, c’erano un sacco di cose da fare, bagagli da disfare, la spesa, i grandi che volevano riposare, qualche volta zii più anziani o cugini più piccoli da accudire, ma io volevo andare subito al mare.
Un mare che era ricorrenza di amicizie, di bagni in un’acqua pulita, di stabilimenti balneari poveri, senza aperitivi, tramezzini, rustici, gelati artigianali e non, cinquanta tipi di birre.
Stabilimenti balneari in cui dovevi aspettare le undici per avere una pizzetta rossa, che veniva solennemente annunciata dall’altoparlante, e allora dovevi correre, perché non è che ne facessero poi tante, ma quando la mangiavi era buona, calda, croccante, salata.
Stabilimenti dove tutti gli anni incontravi gli stessi amici, che magari vivevano nella stessa città ma che vedevi solo due mesi l’anno, perché a Roma in quegli anni da Garbatella a Montesacro era un viaggio, e i viaggi si facevano d’estate.
Stabilimenti dove la musica di giorno era un juke box con gli Abba, o Renato Zero, e la sera gruppi improbabili come i “Pittura Fresca” o gli “Apogeo”, imitatori di imitatori, annunciati anch’essi dall’immancabile altoparlante verso le cinque del pomeriggio, perché ovvio, si stava al mare tutto il giorno, non c’era altro da fare.

Poi ad interrompere i miei pensieri è arrivato il raccordo, ho dovuto accelerare, alzare il finestrino, accendere l’aria condizionata, e i ricordi sono tornati al loro posto.
Ho pensato: quanto sono vecchio.
E poi: ma quanto sono stato giovane.
E felice.


Spiaggia vintage

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