Ferrara

Un altro racconto vagamente ispirato alle atmosfere de “Il museo dell’innocenza” di Pamuk.

Piazza del Castello a Ferrara ha molti accessi, ma secondo me il più bello è quello che da Corso Martiri della Libertà porta verso il lato est.
La strada a un certo punto curva ad angolo retto e si allarga diventando piazza, senza che il turista si accorga della differenza finché non è ormai troppo tardi, e il castello si staglia imponente davanti ai suoi occhi.
Lì, a quel punto, tutti sostano un attimo in ammirazione prima di avvicinarsi ulteriormente, scattare una foto, o fermarsi per un caffè.
Se invece andate avanti tenendo la vostra sinistra, e vi infilate sotto gli archi, noterete una pietra a terra, di marmo, che contrasta con il rosso dei mattoni.
Dietro la pietra, su uno dei mattoni più bassi, ci sono due lettere. Staccate, senza punto, chiaramente delle iniziali.
Sono state incise con la punta di un coltellino svizzero. Lo so perché le ho incise io.
Sono “G” e “A”.
Che vuol dire “Giulio” e “Anna”. Ma anche “Gioia” e “Amore”.
Oppure “Gusto” e “Armonia”, e così via.
Abbiamo passato forse un’ora a trovare parole che si legassero ai nostri nomi, io e Anna.
Era la prima volta che venivamo qua, e chissà perché questa città ci ha ispirato questo gioco infantile, anche se non eravamo più due ragazzi, nel 1989.

In Corso Giovecca, se ci fate caso, vicino all’Università, c’è ancora un negozio di abbigliamento, principalmente di accessori.
Ci entrai di istinto, senza preavviso, trascinando Anna riluttante.
Era estate, e a Ferrara faceva un caldo pazzesco, l’umidità era intollerabile, e Anna girava con una canottiera microscopia, che metteva anche più in risalto, se possibile, il suo seno.
Inevitabilmente, tutti gli uomini che incontravamo gettavano una fugace occhiata a quel capolavoro di armonia e sensualità.
E io schiumavo.
Anna non se ne dava cura, era indifferente agli sguardi degli uomini; lo è sempre stata, ma io no.
Io ribollivo.
Alla fine vidi il negozio e ci entrai, trascinandola quasi di peso.
Le comprai un foulard; lo scelsi io perché lei era inferocita, non tollerava questa mia manifestazione di gelosia di altri tempi, e come suo solito in questi casi aveva smesso di parlare e di sorridere.
Ecco. Quando Anna era arrabbiata non sorrideva più. Per me, la punizione più grande.
Ma ormai era tardi per tornare indietro, perciò comprai il foulard; il più delicato, leggero possibile, e le chiesi di indossarlo.
Lei lo annodò al collo senza guardarmi e lo sistemò in modo da coprire la scollatura.
Poi uscì, sempre senza rivolgermi la parola, e camminò un metro avanti a me per tutto il pomeriggio.
Poi a cena cominciò a sciogliersi, parlammo un po’, io cercai di scusarmi senza dirlo veramente, a modo mio, lei fece qualche sorrisetto alle mie battute, poi quando uscimmo mi diede la mano.
In albergo si chiuse in bagno per molti minuti. Mi chiesi se stesse male, ma non venivano rumori.
Credo stesse pensando: pensando a cosa doveva fare di me.
Poi evidentemente decise che tutto sommato mi avrebbe potuto sopportare, perché uscì con un gran sorriso e il foulard ancora al collo.
E niente altro addosso.

A Ferrara è quasi impossibile mangiare male.
Ci siamo stati ormai almeno una ventina di volte in questi anni, e abbiamo provato molti locali, dal ristorante di livello al pub, alla pizzeria.
Ma se volete mangiare bene, in un ambiente famigliare, circondati da sorrisi e buona musica, il posto da visitare assolutamente è “Al Granducato”.
E’ un ristorante che non era segnato neanche nella guida quando ci siamo andati la prima volta.
In un vicolo, con un insegna metallica fuori e un menù esposto, lo scegliemmo solo perché passavamo di lì e perché non c’eravamo ancora mai stati.
All’interno i tavolini sono disposti lungo le pareti di sale che sembrano corridoi, per quanto sono lunghe e strette.
Non è certo un locale per grandi feste, più per una cena intima.
Scegliemmo la prima volta un tavolo da due vicino alla parete sinistra di una sala, talmente vicini ad un altro tavolo, dove mangiava una famiglia, da costringere la cameriera ad ancheggiare a destra e sinistra per districare un posteriore di dimensioni generose.
Mangiammo tortelli di zucca con semi di papavero, una tagliata di manzo, e bevemmo sangiovese romagnolo.
Scambiammo molti sorrisi e chiacchiere con il tavolo vicino e con la cameriera, Silvana, che come scoprimmo in seguito era la proprietaria e che diventò nostra amica, tanto da venire a trovarci a Roma più di una volta.
Non fu mai contenta dei ristoranti in cui la portavamo nella capitale; troppo pesante il cibo per lei.
Per dimostrarcelo ogni volta che tornavamo a Ferrara ci faceva trovare qualche piatto nuovo, o magari lo stesso di sempre con qualche variazione.
Eravamo contenti di questa dimostrazione di forza, che non faceva che aumentare il nostro piacere di cenare lì.
Quando i bambini cominciarono ad essere più grandicelli qualche volta la tradimmo per una pizzeria, o un fast food, ma non rinunciammo mai di passare a salutarla.
Anche stamattina ho fatto un salto: stava aprendo il locale, non mi aspettava, non l’avevo avvisata, ma è stata felice di vedermi, e abbiamo chiacchierato un po’ tenendoci le mani.

Perché Ferrara?
Perché qui ci siamo conosciuti, per caso. Io ero in giro per lavoro, e lei in vacanza con il suo fidanzato dell’epoca.
Ma le cose non andavano poi tanto bene tra di loro se andava in giro per la città da sola mentre lui era affaccendato in non so quale compravendita di antiquariato, e se fu sufficiente una chiacchiera casuale per decidere di andare insieme a vedere la villa che aveva ispirato “Il giardino dei Finzi-Contini” e scambiarci i numeri di telefono.
Per questo a Ferrara decidemmo di passare il primo week end insieme quando lei lasciò il suo fidanzato, solo un mese dopo esserci conosciuti.
A Ferrara siamo tornati ogni anno, magari anche solo per una notte.
Quando decidemmo di sposarci non volevamo un matrimonio pieno di gente sconosciuta, parenti lontani che non vedevamo mai e non avremmo mai più rivisto, persone da invitare perché una volta i loro figli avevano invitato i nostri genitori al loro matrimonio, colleghi, conoscenti e vicini di casa.
Volevamo una cerimonia intima e sobria.
Scegliemmo perciò di sposarci a Ferrara, di venerdì, per poter poi passare il fine settimana qui, da soli.
In questo modo al nostro matrimonio furono presenti solo cinquanta invitati, i più importanti; grazie a Silvana ci sposò il sindaco in persona, e lei chiuse il ristorante per permetterci di festeggiare con i nostri amici e parenti in tutta tranquillità.
Poi, per un caso della vita o del destino, fu a Ferrara che trovammo l’unico specialista che seppe curare mio padre, il quale passò qui gli ultimi due anni di vita.
Ferrara è un crocevia delle nostre esistenze, insomma.
Non è la nostra città, ma è un luogo che ci è caro, un luogo di sentimenti, un rifugio per l’anima e per il corpo.

Ed è a Ferrara, davanti al castello, che aspetto Anna.
Da solo.
Non ho voluto nessuno, neanche i ragazzi.
Questo è il nostro posto, e lei starà qui.
E anche io, un giorno.

Ferrara-Castello

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