Mia madre


In questo periodo, quindici anni fa se ne andava mia madre.
Ho ricordi di quel periodo un po’ disarticolati, fatti di flash, di alcune immagini vivide e altre sfocate, vuoti di memoria e dettagli precisi.
Ho deciso di cercare di scriverli; per me, soprattutto.
Per fissarli per sempre nella memoria, prima che l’inevitabile scorrere del tempo li consumi.
Se in alcuni punti sembrerò troppo malinconico, vi prego di perdonarmi.
D’altronde, se questo fosse un foglio di carta potreste forse vedere le macchie che qualche lacrima avrebbe provocato spandendo l’inchiostro.
Ma per fortuna questo è solo uno stupido computer.

L’ultimo ricordo che ho di mia madre è un abbraccio.
Strano, considerando che lei – esattamente come me – non era una persona “fisica”, non amava il contatto con gli altri senza motivazione.
Non era una di quelle persone che ti prendono il braccio quando ti parlano, o ti cingono la vita mentre cammini, o ti salutano con due baci sulle guance.
Era ostica, in questo, e io come lei.
Un carattere chiuso, duro. Il suo motto preferito: “Una parola è poca, e due so’ troppe”.
Lasciava che fossero gli occhi a parlare per lei.
Occhi che potevano ridere, talvolta, ma più spesso fulminarti vivo.
Gli occhi delle persone che nella loro vita ne hanno viste tante, occhi di chi si è alzato tutte le mattine alle 4 per lavorare da quando ha dieci anni, occhi che scrutano in lontananza per vedere da dove arriverà la minaccia.
Però quel giorno, l’ultimo in cui l’ho vista viva, mi ha abbracciato.
Chissà.
Mi ricordo ancora la scena, io sulla soglia che stavo andando via, lei in accappatoio, aveva fatto la doccia, i capelli bagnati e tirati indietro.
Un abbraccio che non voleva essere un addio, però lo è stato.

Quando la telefonata è arrivata, ero sveglio, anche se erano già le due o le tre di notte.
Perché queste notizie arrivano sempre con una telefonata, e spesso, spessissimo, la notte, quando il corpo si lascia andare all’oblio, e qualche volta, qualche volta non torna più.
E invece io ero sveglio, e quando il telefono ha squillato lo sapevo già.
Ricordo benissimo l’ansia, la fretta, le bestemmie mentre cercavo la macchina sotto casa e non la trovavo, e poi la corsa inutile attraversando Roma deserta.
Una parte di me pregava, pregava incessantemente un dio in cui non credeva, teneva le mani serrate sul volante e il piede sull’acceleratore, e gridava nella sua testa “ti prego, ti prego, dio, ti prego ti prego”; l’altra invece era serena, consapevole che quel momento era arrivato, che non sarebbe servito a nulla correre, che avrei dovuto accettare il fatto compiuto.
Queste due persone hanno continuato a lottare per tutto il viaggio: mezz’ora, forse meno, fino all’ospedale, poi la corsa nei corridoi, finché sono scomparse entrambe per lasciare posto allo stupore.
Quella è stata l’unica sensazione che ho provato. Stupore.
Di fronte a visi tirati, lacrime, sguardi a terra, io ero stupito.
E quindi è successo veramente. Non sto sognando.
L’unica cosa che ho chiesto: “Come è successo? Come è possibile?”
Non ci sono state lacrime, rabbia, dolore. Quelli sono venuti dopo, per me.
Lo stupore mi ha annichilito, la necessità di capire mi ha catturato e non mi ha mollato per un po’.
Non ho capito, ovviamente, non si capisce mai.
Ma per fortuna prima o poi le lacrime arrivano.
Benvenute.

Di quell’anno infame ricordo soprattutto la sua forte, feroce determinazione a vivere.
La visita con il vecchio luminare che già aveva fatto il miracolo anni prima, le terapie, l’ospedale.
Ho sempre viaggiato molto per lavoro, e quell’anno non è stato da meno.
Spesso, di ritorno dall’aeroporto, passavo a trovarla in ospedale; lei dormiva già, spossata.
Io rimanevo lì qualche minuto, poi me ne andavo.
Quei minuti li potrei contare tutti e riavvolgere e ripetere, erano il tempo della consapevolezza, del passaggio alla maturità.
Erano i minuti in cui ho smesso di essere un adolescente, anche se avevo già più di trentacinque anni.
Erano i minuti in cui ho accumulato dentro di me tutta la malinconia, la serenità, il sentimento che mi porto ancora adesso.
Ho rubato tutto questo a mia madre mentre dormiva, in un letto d’ospedale.
Perché anche se lei lottava ferocemente, io sapevo che non sarebbe servito. Non so come, ma lo sapevo.
E andavo via ogni volta più triste. Lei non lo era.
Anche durante l’ultima visita a cui l’ho accompagnata, quando le ho chiesto di uscire perché volevo parlare guardando dritto negli occhi la persona che l’aveva visitata, non era triste.
Aveva capito che io ero pieno di rabbia per quello che stava succedendo e volevo una parola di conforto, ma avevo paura per quello che mi avrebbero potuto dire.
Quando l’ho raggiunta – mi aspettava ferma, immobile, nell’androne del palazzo – non mi ha chiesto niente, non so neanche se volesse sapere.
Una parola era poca, ma due sarebbero state veramente troppe.

Di mia madre ho pochi ricordi tangibili.
La voce registrata su un nastro.
Un filmino di quasi cinquanta anni fa.
Qualche foto.
Alcuni regali che mi ha fatto e che ancora conservo.
Ma se dovessi dire qual è il ricordo più vivido, direi i suoi capelli.
Che io ho sempre visto per lo più martoriati da colori improbabili, neri, biondi, castani, lisci, ricci, negli ultimi anni quasi del tutto bianchi.
Ma sempre incredibilmente folti, spessi, indomabili.
I capelli di mia madre erano originariamente di un rosso scuro difficile da vedere in giro, ed erano diventati bianchi presto, durante i pochi anni terribili in cui perse il padre, la madre, uno zio amatissimo, una sorella.
Ne porto un ricordo genetico qua e là, sul viso: se mi facessi crescere la barba, tra peli bianchi e neri spunterebbero delle piccole chiazze rosse sulle guance e ai lati della bocca; da giovane, quando portavo la barba, mi piaceva molto questa barba nera striata di rosso, lo stesso colore dei suoi capelli.
Quando alla fine mi sono fatto coraggio e sono andato a vedere il suo corpo, adagiato su una bara, pietosamente rivestito, non ho riconosciuto niente di mia madre in quel contenitore di carne implosa.
Non c’era niente di lei nei lineamenti sofferenti, e ho smesso subito di guardare.
Ma i capelli no.
I capelli erano sempre quelli, sempre folti, ribelli, spessi.
Me li sarei voluti portare via, e abbandonare il resto al suo triste destino, poi mi sono limitato a girarmi e ad andarmene.

Quello che mi rende più triste, oggi, è la consapevolezza che le persone normali pian piano scompaiono dalla memoria collettiva.
Oggi siamo in pochi a ricordarla: noi, i figli; mio padre.
I suoi fratelli non ci sono più, forse i nipoti.
La memoria delle persone comuni dopo quindici anni è ormai irrimediabilmente svanita, e forse è giusto così, non saprei dirlo.
Di mia madre però io ho davanti tutti i giorni gli occhi che lei ha passato a me e io a mia figlia, che non ha conosciuto.
Occhi belli ed espressivi, occhi di velluto.
Il segno che tutto sommato non siamo esistiti invano.

Renata

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6 thoughts on “Mia madre

  1. Molto bello come quasi tutte le cose che scrivi. Mi ha colpito il commento finale sul fatto che pian piano si perde la memoria collettiva delle persone normali. E’ un pensiero che mi ha sempre angosciato, ma anche la conclusione e’ giusta: si rivive in parte nei figli e nei nipoti. Tua madre e’ stata una grande persona, che come tante si è sacrificata quasi totalmente per i figli e la famiglia. Love.

  2. Ho un ricordo di tua madre che forse anche tu condividi.
    Erano i tardi anni ’80, quando eravamo imbarcati nell’impresa di produrre il bollettino del SIG fantascienza. Un pomeriggio avevamo lavorato fino all’ora di cena, io stavo salutando e ripartivo verso casa quando a qualcuno, forse a te, forse a lei, venne l’idea: ” Perché non ti fermi a cena?”.
    Io sono sempre stato schivo, era tardi, non volevo disturbare; ma voi insistevate, e alla fine dissi di si.
    Tua madre creò come per magia delle cotolette alla milanese con contorno di patatine fritte, il mio piatto preferito!
    Ma non fu solo per quello che le ricordo: fu l’entusiasmo, la passione, oso dire l’amore con cui lei preparò quella cena improvvisata e magnifica per i suoi figli.
    Si, perché quella sera tua madre fece sentire un po’ suo figlio anche me…

  3. Toccante il tuo racconto e le tue riflessioni..sai ho perso anch’io mia madre due anni fa per una brutta malattia: leucemia..e nel tratto in cui dici che della tua non riconoscevi più nulla tranne i capelli…, io ho avuto la stessa sensazione quando ho visto mia madre distesa nella bara..la malattia oramai l’aveva dilaniata…il carattere fisico predominante in lei erano i suoi splendidi occhi verdi, durante tutto il calvario della malattia mi ci sono aggrappata, infilata, con tutte le forze dentro quei suoi occhi ..era l’unica cosa che me la rendeva presente e riconoscibile, ci sono tante sensazioni in questo tuo scritto che ci accomunano, anche per ciò che riguarda la memoria..la mia tristezza più profonda è che venga dimenticata e può succedere non da noi figli naturalmente ma dalla gente comune che l’ha conosciuta e incontrata, per questa ragione cerco di ricordarla il più possibile prima a me stessa e poi attraverso tutto ciò che mi ha lasciato come eredità..li suoi consigli, il suo coraggio..e tutto ciò che mi ha trasmesso con la sua esistenza. Penso che i morti cessano davvero di vivere nel nostro cuore nel momento esatto in cui li dimentichiamo e finchè lasciamo che loro ci abbraccino in qualche modo con un ricordo, una lacrima, un pensiero allora la loro vita viene in qualche modo onorata.
    Ti abbraccio Rodolfo.
    Giusy

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