I vecchi

Un racconto

Tarderà un po’, mi ha chiamato affannata come al solito: “Aspettami, arrivo al massimo tra mezz’ora”.
Le conosco bene le mezz’ore di Giulia, ormai.
Vuol dire che dovrò rassegnarmi ad attenderla un bel po’, ma non ho fretta.
Compro il giornale e poi mi rendo conto che questa bella e nuova stazione di Torino non ha una sala d’aspetto.
Certo, i binari sono più importanti delle poltrone, ma una stazione è anche il cuore vitale di una città: se non ci sono negozi, bar, ristoranti, sale d’attesa, è solo un guscio vuoto, ed è esattamente questa l’impressione che mi fa oggi Porta Susa, anche con il sole che cerca disperatamente di riscaldare le travi metalliche ghiacciate dalla nevicata di ieri.
Alla fine mi siedo su delle panchine che trovo al binario uno; sono fredde, e il culo mi si gela subito.
Mi tiro su il cappuccio del giaccone, stringo la sciarpa, metto i guanti e mi rannicchio per conservare il calore il più possibile.
Potrei andare a cercare un ristorante, o un fast food, ma sono stanco; il viaggio da Roma è stato lungo, e preferisco starmene qui a leggere.
Non ho neanche finito il primo articolo, che la mia attenzione viene distolta e lo sguardo attirato da una figura che scende piano le scale.
Piano, è un eufemismo. Pianissimo. Nel silenzio generale e nella vuotezza dei binari senza treni questa figura compare nel fotogramma della mia mente un po’ per volta, fino a diventare preponderante.
E’ una signora anziana. Vecchia, più che anziana, molto vecchia.
Ha un giubbotto beige, dei pantaloni di velluto verdi e degli stivali foderati di pelliccia, non saprei dire se vera o finta.
Alle mani due guanti grigi di lana, con le punte di un grigio più chiaro.
In testa indossa uno zuccotto di lana bordeaux e degli occhiali con la montatura sottile e dorata.
Se non fosse per i colori abbinati in maniera assordante potrebbe definirsi quasi elegante.
Eppure c’è qualcosa di lei che mi ricorda una barbona; non può essere l’abbigliamento, e neanche lo sguardo, che è serio ma intelligente.
Ecco, ora capisco: è l’incedere incerto, una spalla più bassa dell’altra, i piccoli passi attenta a non inciampare, la testa china come in un gesto di umiltà, ma più probabilmente dovuta all’incapacità di molti vecchi di camminare eretti.
Non riesco a distogliere lo sguardo, ne seguo ogni piccolo movimento, ogni gradino che riesce a scendere, ogni respiro, ogni colpo di tosse che la fa sobbalzare.
Infine conquista il suo traguardo: arriva sulla piattaforma e si dirige decisamente verso di me.
In parte maledico di essermi seduto sulla prima sedia disponibile, ma d’altronde non potevo prevedere questo evento.
Provo un grande imbarazzo, perché con il mio sguardo ho indagato e scrutato questo pezzo della sua vita, per quanto piccolo, e ora lei viene verso di me, come se avesse sentito il mio richiamo, penso; come se volesse sgridarmi, temo.
Invece quando arriva il suo sguardo è corrucciato, ma cordiale:
– Arriva qui il treno per Milano? –
Non lo so, a dire il vero. So che il mio treno è passato per Milano, ma non so dove e quando ne partirà uno.
Le vorrei consigliare di guardare i tabelloni luminosi, ma sospetto che per lei sia complicato alzare la testa.
Potrei offrirmi di andare a vedere io, ma prima che il mio cervello decida cosa fare lei è già in marcia, passetto dopo passetto, verso una figura lontana, seduta come me, ma molto distante dalle scale.
Appoggio nuovamente la schiena alla sedia, mi rendo conto solo ora di quanto fossi in tensione.
Chiudo gli occhi.
E’ da quando sono piccolo che mi chiedo cosa hanno in testa i vecchi.
A dire il vero, da ragazzino la parola “vecchi” non aveva un grande significato: i nonni erano persone create così, già anziane, e avevano solo un dovere nella vita: aiutare i genitori e viziare i nipoti.
Il fatto che potessero morire, e ad un certo punto morirono effettivamente, non era contemplato, perché essere “vecchi” non era per me un passaggio, un’evoluzione, ma uno stato permanente di alcune categorie di esseri umani, che erano nati così e così sarebbero rimasti per sempre.
Solo i bambini cambiavano e crescevano. Così credevo.
Una volta adulto, quando la magia dell’essere vecchi era svanita per sempre, mi sono chiesto più volte: “che cosa pensano i vecchi della vita”?
Magari ringraziano il loro dio per ogni giorno in più che gli viene donato?
Oppure pianificano viaggi, l’esplorazione di nuovi territori del corpo e della mente, incuranti del tempo che potrebbero o non potrebbero avere?
O invece lasciano che la malinconia li pervada, guardano i giovani con un misto di tenerezza e invidia, pensano alle cose che non hanno fatto, o che hanno fatto male, e permettono al rimpianto di prendere possesso della loro anima?
I vecchi mi sono sempre sembrati dei fortini inespugnabili: man mano che gli anni passano, si chiudono in se stessi, fortificano la loro corazza, e non permettono più al mondo che li circonda di penetrare la loro anima.
Alcuni diventano eccessivamente severi, altri inutilmente ridicoli, tutti indifferenti.
Non si preoccupano più, i vecchi, di quello che gli altri pensano di loro: è finito il tempo dell’imbarazzo e delle giustificazioni; dei sensi di colpa e della morale.
I vecchi sono rocce che si staccano dallo scoglio, libere di affondare senza l’obbligo di dover rimanere insieme.
Non devono sostenere più nulla.

Ho ancora gli occhi chiusi quando il rumore dei tacchi si fa strada nella mia testa.
Quasi sicuramente mi sono addormentato, perché tutti questi pensieri non girano nella mia testa quando sono sveglio.
Non sono mai stato un grande filosofo, probabilmente mi sono dovuto addormentare per elaborare qualcosa di più profondo.
Apro gli occhi ma non li giro verso le scale: guardo a sinistra cercando la vecchia, che ormai non c’è più. Il treno per Milano alla fine non è arrivato, e lei è persa chissà dove nella sua ricerca.
Giro infine la testa solo quando sento la voce squillante di Giulia che mi chiama:
– Papà! Papà! Eccomi! Scusa il ritardo, ma ho dovuto chiudere una cosa importante prima di uscire dall’ufficio. –
Mi giro e la guardo. Mi sorride.
Madonna come è bella. Non la vedo mai, ma ogni volta mi sembra che sia sempre più alta, e più magra e più giovane della sua età.
– Scusami tanto, spero che tu non abbia preso freddo. Dai, corriamo a casa, le bimbe ti aspettano. –
Non dico niente, alzo piano il collo per farmi dare un bacio. Profuma. Chiudo un attimo gli occhi e mi godo questa invasione dei sensi.
Quando li riapro lei è inginocchiata davanti a me, la gonna che le scopre le ginocchia, e il cappotto lungo che quasi tocca a terra.
Mi prende le mani, e sussurra ora.
– Ti aiuto, vuoi? La macchina è qui davanti, non devi camminare tanto –
Faccio un gesto con la mano, come per dire “ce la faccio”, poi però quando appoggio i palmi alla sedia per tirarmi su sento che le ginocchia mi tremano.
Allora lei mi prende sotto un braccio e mi solleva.
Mi alzo del tutto, con una mano cerco di togliere le pieghe dal mio cappotto.
Mi sistemo il cappello, controllo di avere tutto e mi avvio.
Lei mi prende un braccio, me lo stringe delicatamente, mi si appoggia.
– Facciamo così – mi propone – andiamo sotto braccio, come due fidanzati, che ne dici? –
Io adoro questa donna, che sa sempre cosa dire e come dirlo. Mi ricorda sua madre, e sorrido anche per questo.
– Un fidanzato di quasi novanta anni? – le rispondo – Ci può stare, sai? Non mi sono mai sentito così giovane come oggi –
Mi godo la sua risata, i suoi capelli lunghi che oscillano, e cerco di tenere almeno la schiena dritta, mentre piano piano, passo dopo passo, salgo le scale abbracciato a mia figlia.


Torino Vetrina Pasticceria

Photo by rodocarda

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