Otto marzo – Una giornata particolare

Un racconto per l’otto marzo, indegnamente ispirato ad un capolavoro del cinema italiano.

Mentre saliva le scale del vecchio palazzo l’Ing. Felicetti sudava leggermente.
Non tanto per lo sforzo – ormai ci era abituato dopo tanti anni che abitava al quarto piano senza ascensore – piuttosto perché come tutte le persone timide che prendono infine una decisione sentiva forte ad ogni passo la tentazione di scappare, e solo con un grande sforzo di volontà riusciva ad imporsi di andare avanti.
Eppure non avrebbe dovuto avere paura di lei, di Valeria.
Erano nello stesso condominio da anni, anche se non nello stesso palazzo, ma ormai si conoscevano bene perché si erano incontrati alle riunioni periodiche, al mercato, nell’androne, insomma erano conoscenti, se non amici.
Non aveva mai pensato – osato? – di invitarla fuori, anche se lui era divorziato da tempo e lei apparentemente single; tutto sommato non aveva voglia di un rifiuto e la sua autostima nei rapporti con l’altro sesso era già ai minimi storici, non avrebbe sopportato di doverla poi incontrare quasi tutti i giorni se lei non avesse accettato di cenare con lui.
Una parte della sua testa gli diceva che queste elucubrazioni erano ridicole, ma la sua sanità mentale passava anche per la capacità di evitare troppi rischi, in questo campo.
Dopo il fallimento del suo matrimonio aveva evitato accuratamente di impelagarsi di nuovo in una storia seria; d’altra parte non aveva neanche la personalità per una vita da playboy, per cui alternava uscite con donne improbabili, tra cui due sue colleghe molto brutte che avrebbero voluto sposarlo, a serate da solo davanti alla TV, pizza coca e partita.
E ora eccolo qua, mentre saliva le scale come uno sherpa si inerpica su per l’Himalaya: ad ogni gradino la tensione saliva ed ad un certo punto si chiese “Ma chi me l’ha fatto fare!?”.
In realtà lo sapeva di chi era la colpa.
Di quel collega della contabilità che davanti alla macchinetta del caffè gli aveva detto: “Per l’otto marzo ho deciso che porterò a mia moglie un mazzo di rose rosse e andremo a mangiare il sushi in un ristorante giapponese che a lei piace moltissimo”.
Aveva sorriso, ma chissà perché questa cose lo aveva messo di malumore.
Forse perché lui non aveva nessuna donna a cui regalare dei fiori per l’otto marzo; e poi anche perché in fondo lui lo odiava, l’otto marzo.
L’aveva sempre considerata una ricorrenza svuotata del suo vero significato, una delle tante feste che si erano trasformate in un’opportunità commerciale, con i venditori di mimose agli angoli delle strade, i ristoranti pieni di coppie apparentemente felici o di gruppi di donne in libera uscita, e negozi che offrivano qualsiasi cosa avesse un cuore appiccicato sopra.
Però allo stesso tempo gli sarebbe piaciuto poter essere banale come gli altri.
E allora aveva pensato a Valeria.
Intendiamoci, si disse mentre faticosamente scalava un altro gradino, non è che Valeria fosse una qualsiasi.
Era la sua donna ideale. Punto.
Lo aveva deciso già molto tempo prima.
Aveva l’età giusta: sui quaranta, perfetta per un cinquantenne come lui; era colta, amava la letteratura, il cinema e la musica classica; era bella, di una bellezza non appariscente ma efficace, con i capelli lunghi e lisci, il corpo snello e il sorriso sempre presente.
Era di buon carattere, cordiale, affabile.
Insomma era la donna che non era stata sua moglie e che lui avrebbe desiderato, e solo la paura di un rifiuto l’aveva tenuto lontano.
Fino ad adesso, cioè.
Passò davanti ad un finestrone chiuso e si specchiò.
Il mio carattere, questo cazzo di carattere mi frega, pensò.
Non era un uomo da buttare, questo no.
Era alto, lineamenti regolari, intelligente, cordiale.
Ma era timido. E introverso. E impaurito dalle donne e scottato dalla vita. Tutto questo lo aveva reso un solitario. Solitario e malinconico.
Questo cazzo di carattere, si ripeté, mentre saliva l’ultimo gradino che portava al pianerottolo di Valeria.
Si fermò per un minuto o giù di lì davanti alla sua porta, la mimosa incartata in una carta argentata in una mano e l’altra mano in tasca.
Si disse che un rifiuto non avrebbe cambiato nulla nella sua vita ma che sarebbe stato peggio non aver tentato.
Sapeva bene che non era così: entrare nel cuore di una donna non era come giocare a dadi e sperare di fare il doppio sei, ma questo astruso ragionamento lo aiutava ad andare avanti e suonare il campanello, cosa che fece rimanendo in attesa.
Devo sorridere? si chiese.
Rimanere serio? Fare una battuta?
Era nervosissimo, e se lei avesse tardato ancora qualche secondo ad aprire sarebbe forse scappato via.
Invece il rumore di passi felpati all’interno si fece più forte e percepì che la donna aveva appoggiato l’occhio allo spioncino.
Poi lentamente la porta si aprì, ma non del tutto.
Lei lo guardò, sorrise, tenne fissi gli occhi sui suoi ma si capiva che aveva sbirciato la mimosa.
– Ciao! Come stai? – chiese in un tono scanzonato – Ti serve qualcosa? –
“Sì, te”. Avrebbe voluto chiedere, ed era vero: aveva bisogno di una donna come Valeria, e ora che la vedeva vicino alla porta di casa sentiva il profumo del focolare domestico come non aveva mai percepito in vita sua.
Amava quella donna, ma soprattutto quello che rappresentava per lui e che poteva diventare.
Questa consapevolezza gli diede sicurezza ma non fino al punto di essere avventato.
– Oggi è l’otto marzo, la festa della donna. Io a dire il vero non l’ho mai amata, ma ho pensato che fosse una buona scusa per invitarti a cena fuori – concluse di un fiato.
Lei lo guardò stupita per un attimo, poi sorrise, abbassò per un attimo la testa e la rialzò per parlare, ma prima che potesse dire una parola da dentro l’appartamento una voce femminile interruppe il silenzio:
– Valeria, tesoro, hai fatto? Quando arrivi? Sto prendendo freddo inutilmente… – la voce era giovanile, carica di significato, e senza possibilità di fraintendimento.
– Arrivo! un attimo! – gridò Valeria girando il viso verso l’interno dell’appartamento.
Poi tornò a guardare l’uomo, che aveva il volto terreo per la consapevolezza e l’imbarazzo.
Lei corrugò le labbra e alzò le spalle, nel gesto universale che implica “Mi dispiace”.
Lui fece per andare via ma lei lo fermò prendendogli un braccio.
– Anche tu mi piaci – sussurrò per non farsi sentire – ma non in quel modo. Nessun uomo mi piace in quel modo. Ma se non fossi la donna che sono non avrei avuto dubbi: stasera sarei uscita con te, molto volentieri. Ti prego, non mi evitare più. Ho capito che lo fai, sai!? ma io ho voglia di stare con te…solo non come un’amante. Ho provato, sai!? Ma non è la stessa cosa. Non c’è il cuore, e senza il cuore, non vale niente –
Poi fece una pausa e riprese.
– Il mio cuore è di là – e fece un cenno con la testa per essere più chiara – ed è un cuore felice. Non potrei darlo a nessun altro. –
Concluse con un sorriso ampio, e le mani aperte.
Lui fece un sorrisetto. Chissà da dove uscì questa smorfia all’Ing. Felicetti, così carica di intesa., non sapeva neanche di essere capace di questa empatia, in un momento in cui si sarebbe voluto sotterrare.
Però fatto sta che annuì, poi guardò la mimosa, ci pensò un attimo e la porse a Valeria.
– Anche se non uscirai mai con me, non in quel senso, sei sempre la donna che più ammiro. Questa l’ho comprata per te e voglio che tu la prenda. –
Lei non se lo fece ripetere, l’afferrò e la tenne stretta.
– Non ti dispiace se la condividerò con un’altra donna, vero? In fondo è anche la sua festa. –
L’uomo annuì in risposta al sorriso di lei, poi si avviò per le scale mentre lei chiudeva la porta, piano, pensierosa ma felice.
Le mani ormai libere in tasca uscì dal portone.
Guardò in alto, un gesto istintivo, per vedere se sarebbe piovuto.
Decise di no e si avviò per una passeggiata, stranamente, stupidamente allegro.


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6 thoughts on “Otto marzo – Una giornata particolare

  1. Era stato si’ rifiutato , ma per forza maggiore…

    Bel racconto ; anch’io non do all’8 marzo tutta quella importanza che pretende di avere , ma se un uomo venisse ad invitarmi a cena con un bel mazzo di mimose, accetterei senz’altro…

    ( …non e’ vero, perché sono già impegnata , ma cosi , mi pare un gesto carino anche se un po’ furbetto…)

    • Una persona gentile con un mazzo di mimose fa sempre piacere, penso 🙂
      Avevo scritto un paio d’anni fa un altro racconto sull’8 marzo, un po’ più drammatico, quest’anno ho pensato di alleggerire un po’ i toni…:-)

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