Il mare

Era il primo di maggio del 1975, il primo giorno che vidi il mare. Me lo ricordo benissimo.
Perché sebbene dal paesino abruzzese dove abitavo il mare non fosse poi così lontano – da nessuno dei due versanti – non c’ero mai stato.
La mia era una vita di paese, limitata al villaggio d’origine e quelli confinanti.
Anche l’Aquila, in teoria solo ad un’ora di pullman, era una destinazione esotica per noi.
Non c’erano soldi, non c’era tempo, non c’era nessuno con una macchina.
Eravamo io, mia mamma e i nonni. Mia madre aveva continuato a vivere dai nonni anche dopo che ero nato io, in quella piccola fattoria che a fatica mandavano avanti in un territorio così aspro.
Lei aveva dovuto crescermi da solo, tra difficoltà di tutti i tipi e l’incredibile ostilità dei paesani che non avevano perdonato a quella ragazza così bella di aver buttato via la sua vita così giovane.
Mio padre, non sapevo neanche chi fosse; mia madre non ne parlava quasi mai, e comunque già allora avevo il sospetto che il suo operato si fosse limitato alla fornitura del seme per poi scomparire nel nulla.
Avevo quasi dodici anni all’epoca, facevo la prima media in un paesino vicino, e tutto sommato la mia vita poteva dirsi felice.
La mamma aiutava i nonni con la fattoria e arrotondava ogni tanto con dei lavoretti a casa delle persone più anziane.
Da mangiare non ci mancava ma non avevamo certo la possibilità di fare delle vacanze, e quindi tutta l’estate ce ne restavamo alla fattoria, magari prendendoci qualche giorno di riposo in più, oppure andando a fare lunghe passeggiate nei campi, e la sera si mangiava spesso insieme ai proprietari delle fattorie vicine e si organizzavano lunghissime partite di pallone, mentre gli anziani si scannavano a briscola e tressette.
L’unica che sembrava non partecipare era lei. Mia madre.
Ma era serena, o almeno così mi sembrava.
Era solita sedersi sui gradini di ingresso della casa a godersi il chiasso che facevano gli ospiti.
Ogni tanto doveva accompagnare al bagno qualche ragazzino che si era sbucciato un ginocchio cadendo e lo faceva sempre con gentilezza e un sorriso.
Ma non potevamo permetterci di andare al mare.
Neanche a casa di un amico che aveva un piccolo appartamento a Tortoreto e che mi invitava tutti gli anni: mia mamma diceva che non potevamo semplicemente andare lì e soggiornare gratuitamente, che avremmo dovuto portare un regalo, dividere le spese e semplicemente non avevamo soldi sufficienti.
Un paio di volte andammo a fare il bagno ad un lago là vicino.
Anche se era abbastanza grande da poter immaginare di essere al mare, con la riva di ciottoli degradanti e le onde sugli scogli, chissà perché non mi dava soddisfazione.
Quell’acqua oleosa che mi scorreva sulla schiena non mi piaceva, e il fatto di vedere le montagne intorno fin dove era possibile guardare non mi faceva per niente sentire di essere al mare.
Ma ero già maturo per la mia età e capivo la situazione, e in fin dei conti avrei avuto tempo per andare al mare, magari dopo laureato, pensavo, fantasticando di comprare una macchina ed essere io a portarci mia madre e non viceversa.
Spesso mi addormentavo con quel pensiero, quel sogno, e chissà perché anche se non lo avevo mai visto il mare esercitava su di me un fascino così grande.
Quella mattina, il primo di maggio del 1975, mia madre mi svegliò che ancora non si vedevano le luci dell’alba.
– Vincè! Svegliati a mamma. Esci dal letto, preparati! –
Aprii gli occhi, vidi che fuori era buio, e dissi:
– Ma mamma, oggi non ci sta scuola! –
Lei mi guardò sorridendo, poi rispose:
– Lo so. Oggi andiamo al mare. –
Il mare! Il mare…
Scattai dal letto e cominciai a prepararmi di corsa.
Correvo per tutta la casa con un sorriso ebete in faccia, e alla fine mi misi davanti alla porta di casa, maglietta, pantaloncini, ciabatte, e una cartella con dentro asciugamano, panini e una bottiglia d’acqua che pesava un accidenti perché era di vetro.
Mia madre mi squadrò, ma ridendo disse solo:
– Andiamo! –
Prendemmo il pullman per L’Aquila, che ci mise una vita perché nel nostro paese il primo di maggio è sacro e non lavora nessuno e dovemmo aspettare quasi un’ora prima che arrivasse un autista assonnato.
Poi da L’Aquila prendemmo un pullman di linea più grande per Pescara.
Il viaggio lo feci attaccato al finestrino a guardare fuori: anche se conoscevo un po’ la mia zona non ero mai stato così lontano da casa, e quei luoghi, seppur famigliari, mi erano sconosciuti.
Quando arrivammo vicino al Gran Sasso rimasi stupito di vederne le cime innevate.
Era stato un inverno rigido, e anche se in basso faceva abbastanza caldo da rimanere solo con la maglietta, la neve non si era sciolta del tutto.
Mi sembrava un miracolo: noi che andavamo al mare e la neve sulla montagna così vicina.
Ogni tanto mi giravo a guardare mia madre, e invariabilmente la trovavo con lo sguardo su di me.
Mi sorrideva, io le davo magari un bacio, e poi mi rimettevo col naso incollato al vetro a guardare la strada che scorreva e a contare le macchine rosse.
Non so perché mi piacevano le macchine rosse, indipendentemente dalla marca.
Il rosso era il mio colore preferito. Dopo il blu, s’intende: il blu del mare.
Quando il pullman arrivò a Pescara non stavo più nella pelle.
Presi mia madre per la mano e la trascinai, anche se non sapevo dove andare.
Probabilmente non lo sapeva bene neanche lei, perché anche se ne sentivamo il profumo non riuscivamo a raggiungerlo, e alla fine, dopo aver svoltato in una stradina, ce lo trovammo davanti.
No. Il lago non era la stessa cosa.
Un’immensa distesa di acqua, con le onde che si alzavano ruggendo.
La sabbia finissima e bianca.
Il vento che ci spingeva verso la riva.
Rimanemmo così, madre e figlio, estasiati per un minuto, poi corremmo insieme verso la spiaggia.
Io mi spogliai al volo e mi buttai in acqua senza pensare alla temperatura.
Abituato com’ero al clima rigido della montagna non avevo certo paura dell’acqua di mare a Maggio.
Feci cenno a mia madre di entrare ma lei disse di no con la testa e si mise seduta su un asciugamano, vicino alla riva.
Non si tolse il vestito, un vestito strano dai disegni improbabili, forse dei fiori stilizzati chissà. Tirava vento ma non si legò i capelli, anche se aveva con sé forcine ed elastici.
Aveva capelli biondi, mia madre, lunghi e sottili, e il vento rapidamente glie li intrecciò, ma lei non ci fece caso.
Continuava a sorridermi con le labbra rosa, sottili ma delicate, su un viso affilato e un mento a punta.
Era snella, nonostante la gravidanza e il lavoro duro, e bella.
Ed era giovane. Non aveva neanche trent’anni quel giorno, mia madre. Una ragazzina.
La giornata passò così, io avanti e indietro dall’acqua, o a correre lungo una spiaggia quasi deserta: poche persone vi si avventurarono, qualche cane che correva dietro a me ogni tanto.
Feci castelli con la sabbia, cacciai i granchi dietro gli scogli, lanciai pietre in acqua, ingerii litri d’acqua salata perché non sapevo nuotare e neanche andare sott’acqua, ma non ci feci caso.
Alla fine mi sdraiai vicino a mia madre a riposarmi e a guardare i granelli di sabbia da vicino, sperando di trovare qualche sassolino prezioso da riportare a casa.
Anche mia madre si sdraiò vicino a me.
Tutti e due con la testa sulle mani e i gomiti a contatto.
– Quando sei venuta al mare l’ultima volta? – le chiesi.
– Mai. – mi rispose con un sorriso che per la prima volta era malinconico.
Io sgranai gli occhi.
– Vuoi dire che anche per te è la prima volta? –
Lei annuì.
– Non sono andata mai molto lontano. Non ho mai visto Roma, Venezia, Napoli. Non sono mai stata al mare. Non ho mai guidato una macchina. Ma se ci credi, sono felice. Perché ho avuto te, e la mia vita è stata perfetta così, non mi è mancato niente. –
Me la strinsi forte, quanto le volevo bene!
Affondai il mio viso nell’incavo delle sue braccia e rimanemmo così, guancia a guancia, per dieci minuti, a goderci il tepore del sole sulla schiena, nelle ultime ore del pomeriggio.
Fu allora che me lo disse.
Con il sorriso sulle labbra, come sempre.
E mentre me lo diceva io piangevo piano, lei si interrompeva e mi asciugava le lacrime con le labbra, e poi ricominciava, e poi si interrompeva di nuovo.
Quando finì, io piangevo ancora e lei sorrideva, ci abbracciammo forte, e così abbracciati raccogliemmo le nostre cose e raggiungemmo il pullman per L’Aquila.

Mia madre morì due mesi dopo, e io rimasi con i nonni: nessun padre si fece avanti per reclamarmi.
Feci il liceo a L’Aquila e l’Università a Roma, e sebbene il mare fosse lì ad un passo mi rifiutai sempre di andarci.
Perché io dopo quel primo di Maggio non ci andai più, al mare.
Trovavo sempre scuse con gli amici e poi con le fidanzate, e c’era sempre un impegno improvviso o un mal di testa lancinante ad impedirmelo.
Il mare non mi vide più per lunghi anni.
Finché infine non fui in grado di trovare un lavoro e di comprarmi una casa proprio lì, davanti a quella spiaggia di Pescara dove mia madre mi aveva portato per la prima e ultima volta nella sua vita tanti anni prima.
Oggi che ho più di cinquanta anni mi piace ancora stare sul balcone a guardare da lontano la spiaggia.
Per rivedere con la mente quella ragazzina di neanche trent’anni seduta sul bagnasciuga, un abito dai disegni improbabili indosso e lunghi capelli biondi intrecciati dal vento, e pensare “Il mare! Il mare…”.

Il Mare_new

Photo by rodocarda

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8 thoughts on “Il mare

  1. Un racconto veramente struggente, il tuo, tenerissimo. In tua madre ritrovo un pudore antico, lo stesso dei miei che non sono mai voluti andare ospiti degli zii al mare, per non disturbare, dicevano, ma in realtà perché non potevamo permettercelo; e la felicità che c’era lo stesso, anche con poco, perché tutti avevano poco e ci bastava; ed anche in quel vestito a colori improbabili, come dici, quegli stampati che andavano di moda, che ora stranamente ogni tanto sembra di rivedere. Persino in quei primi di maggio, dove nessuno lavorava, mi ritrovo.Tua madre sarebbe stata orgogliosa di te.

    • Grazie delle belle parole Giorgio. Sono contento che il racconto ti sia piaciuto e che tu ne abbia colto molte sfumature. Anche se non è esattamente autobiografico (mio papà che è ancora vivo e in salute si è comportato bene 🙂 ) ci sono molte cose mie come facile immaginare, e anche di mia madre che anche se non così giovane se ne è andata troppo presto (lo so, non è mai il momento giusto).
      Se hai curiosità di sapere qualcosa di più reale su questo argomento cerca sul blog il racconto “Mia madre”. Quello sì che è autobiografico, anche troppo.

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