Il ricordo di te

Sono due anni che Renato non c’è più.
Ogni giorno mi stupisco di come questa perdita mi abbia colpito, e sconvolto nel profondo.
Eppure alla mia età ho già subito perdite importanti, dovrei avere gli strumenti per gestire il dolore e il rimpianto.
Ma non so perché, quest’uomo perbene che ci ha abbandonato ha lasciato un solco che non si rimargina.
Certo, eravamo colleghi, e amici, questo conta.
E per un lungo periodo confidenti: credetemi, è molto difficile per uomini adulti aprirsi veramente tra di loro, senza che ci sia competizione o ironia o qualche altro stupido meccanismo a rovinare tutto.
Io credo tuttavia che questa mancanza dipenda dal fatto che Renato era una persona che tutti, indistintamente, amavano.
Bastava conoscerlo, ed era così, molto semplicemente, in maniera naturale.
Raramente ho conosciuto esseri umani in grado di catalizzare così tanto affetto da parte di persone così diverse tra di loro, ma tutte concordi nell’indicare in lui il centro gravitazionale di una specie di affetto cosmico.
E non è un caso se le persone che ha lasciato hanno stretto in molti casi amicizie importanti, o hanno consolidato quelle esistenti.
Lui era così, e a me oggi va di ricordarlo raccontando qualcosa, prima che le memorie di una persona speciale svaniscano per me insieme al passare degli anni.
Questo, Renato, è il mio ricordo di te.

L’ultima volta che ci siamo visti avevo meno di 50 anni.
Per essere precisi, cinquanta anni meno un giorno, era venerdì 26 Luglio 2013.
Era l’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze, io avrei raggiunto la famiglia al mare per festeggiare con loro, e tu ti preparavi per quel viaggio in montagna.
Come al solito hai aperto la porta del mio ufficio, in piedi sullo scalino anche se eri molto più basso di me mi guardavi dall’alto in basso, e non dicevi niente, la faccia parlava chiaro: “Mi sono rotto, andiamo a pranzo?”.
Io devo aver cincischiato, perché mi hai fatto una foto, che poi hai pubblicato, una delle tante.
Poi siamo andati a pranzo con Paolo, abbiamo parlato delle solite cose, di donne.
A te il calcio non interessava, e del lavoro ne avevi abbastanza, quindi non c’erano altri argomenti che noi tre potessimo affrontare con serietà.
Tutto sommato è stato un addio sereno, non abbiamo discusso, non ci siamo intristiti, abbiamo parlato d’amore. Quale argomento migliore, prima di non vedersi più?

Anche se eri in azienda da prima di me, praticamente non ti avevo mai visto fin quando non sei stato catapultato nello stanzone in cui eravamo già in 5.
Eri in castigo, avevi osato andare in rotta di collisione con un capo che ti vessava, e ti avevano confinato in quel limbo a metà tra la tecnologia e il contrabbando che si chiama marketing.
Pensavano di averti fatto una cattiveria, e a dire il vero per chiunque altro sarebbe stata una cattiveria, ma non per te.
Nella tua personalissima priorità dell’esistenza il lavoro era molto in fondo alla lista. E sebbene fossi consapevole delle angherie a cui eri sottoposto, non te ne curavi più di tanto.
Avevi una vita intensa, intricata, piena di amici, di amore, di cose da fare.
Non era così importante per te fare carriera e anche quando ti misero come capo un ragazzo che avevi assunto tu, il sorriso non ti mancò mai.
Lo raccontavi più come aneddoto che come argomento per provare astio.
Andava bene così, non erano quelle le cose importanti.

Eri incazzoso. Incazzosissimo. Cazzo se eri incazzoso. Non ho mai conosciuto una persona capace di prendere d’aceto improvvisamente come te.
Se ti facevano girare le palle non ce n’era per nessuno.
E dato che non eri una persona violenta, le tue incazzature di fatto si concretizzavano nel prendere e andartene.
Non eri né tipo da fare a botte, né da insultare, né da usare sarcasmo.
Semplicemente se ti facevano incazzare eri capace di non parlare più con quella persona.
Te l’ho visto fare con me, e con persone a cui volevi decisamente più bene.
Ma allo stesso tempo avevi una caratteristica unica, che non ho mai trovato in nessun uomo adulto e dubito che ritroverò in qualcun altro, men che meno in me stesso: sapevi chiedere scusa.
Se ti accorgevi che durante una discussione, anche accesa, l’altro aveva ragione, eri capaci di ammetterlo, anche dopo uno o due giorni.
Con me lo hai fatto almeno un paio di volte.
Eri orgoglioso per le tue cose, ma non stupidamente orgoglioso come la maggior parte delle persone.
Questo mix incredibile di incazzatura facile e tenerezza faceva di te una persona speciale.

Non ho mai capito la tua infatuazione per le religioni alternative, per i santoni, per la spiritualità.
Ho sempre pensato che fossero più o meno delle truffe né più né meno come le religioni tradizionali e tutto il resto.
Però eri l’unica persona di mia conoscenza che credeva in qualcosa e ne parlava con passione senza voler fare proselitismo.
Non avevi l’atteggiamento supponente e sufficiente di chi ha visto la luce.
Non te ne fregava gran che se chi ti stava vicino decideva di avvicinarsi allo stesso percorso; a te faceva stare bene e questo bastava,
Hai conosciuto in questo percorso persone meravigliose, che ti hanno fatto stare bene, e questo te l’ho sempre un po’ invidiato.
Mi avevi solo consigliato di leggere un libro, a dire il vero un tomo gigantesco. Lo avevo comprato, poi però non so che fine ha fatto e quando te ne sei andato ne ho comprato un’altra copia.
Non l’ho letto, e non credo che lo farò, spero mi perdonerai.

Poco prima di andartene eri in tensione per una cosa particolare. Che a ripensarci mi viene da ridere.
Un uomo della tua età, che si preoccupa per una cosa del genere.
Avevi un saggio. Di ballo.
Anche questo non l’ho mai capito, io che adoro la musica ma odio muovermi.
L’idea che un uomo della tua, della nostra, età possa provare piacere a ballare vestito in maniera quanto meno atipica, e che sia in ansia per il saggio di fine anno, mi faceva ridere.
Però tu ci tenevi, eccome.
Me ne avrai parlato un milione di volte, e mi hai anche chiesto consiglio. A me. L’uomo più ansioso dell’universo.
E poi mi ricordo che eri contento, perché alla fine era andato tutto bene, e ho visto anche un paio di video.
A me sembravi ridicolmente contento, ma con te non c’era modo di provare sentimenti negativi, quindi ero felice. Anche se pensavo e continuo a pensare che il ballo sia per giovinastri tatuati.

Per il mio cinquantesimo compleanno mi hai mandato un messaggio, affettuoso e ironico.
Poi non ho avuto più tue notizie direttamente se non da chi ti stava vicino in quei giorni terribili.
Pensavo che avrei avuto rimpianto di non essere venuto, e invece no: posso fare finta che sei andato in vacanza, e che prima o poi tornerai.
Non ho dovuto vedere la tua sofferenza, l’impotenza dei medici, il dolore di chi ti vuole bene.
Mi è bastato il giorno del funerale, ho visto così tanto dolore, e affetto, che mi potrebbero bastare per un’altra vita.

Ho un unico rimpianto, colpa mia e tua: non siamo riusciti ad andare insieme a trovare Carla, che ci aveva lasciato giusto un anno prima di te.
Lo abbiamo detto tante volte, abbiamo stampato la mappa della sua tomba, abbiamo preso l’impegno e poi disdetto in continuazione.
Ma sai, quando si è vivi e felici di esserlo non si pensa mai che non ci sarà tempo.
E invece qualche volta tempo non c’è, o non ce n’è più.
E’ una lezione che sappiamo a memoria, ma qualche volta preferiamo dimenticarcene.

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5 thoughts on “Il ricordo di te

  1. Io non ho avuto il piacere di conoscere Renato (scusatemi, non ne ricordo il cognome). L’ho incontrato su fb semplicemente come tuo amico. Ho visto alcune foto in cui era ritratto insieme a te. Ci incrociavamo nel commentare i tuoi post, quasi sempre scherzosamente, spesso attribuendo reciprocamente dei “mi piace” ai nostri commenti, talvolta scambiandoci battute e controbattute. Negli ultimi due anni, ogni volta che occasionalmente accennavi a lui, ne parlavi in modo tale da farmi rimpiangere di non averlo mai conosciuto di persona. Come oggi. Non mi vergogno di dire che mi hai commosso.

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