I prossimi mesi

Un racconto d’amore?

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Chi avesse visto quel pomeriggio l’Ing. Giulio Serrani non avrebbe notato nulla di strano nel suo comportamento.
In effetti egli come tutti i giorni varcò il portone del palazzo in cui abitava, salutò la portinaia e andò deciso verso l’ascensore.
Mentre attendeva che l’ascensore arrivasse guardò verso l’alto.
Era una sua abitudine, che non sapeva spiegarsi: mentre l’ascensore arrivava il suo sguardo era sempre rivolto verso il soffitto dell’androne; una volta entrato, durante la salita verso il quinto piano teneva lo sguardo basso ai piedi.
Non c’erano motivi apparenti per questo comportamento, solo un’abitudine che aveva preso da bambino, quando si vergognava di incrociare lo sguardo con altre persone, soprattutto adulti.
Ecco, se qualcuno quel pomeriggio fosse salito con lui e fosse stato a conoscenza di questa sua abitudine avrebbe effettivamente potuto notare qualcosa di strano: per tutto il percorso dal pianoterra al quinto piano l’Ing. Serrani fissò senza abbassare lo sguardo la sua immagine allo specchio.
Quello che vide sembrò rassicurarlo: la figura che si rifletteva era quella di un uomo di mezza età, alto, con un portamento tonico e giovanile per la sua età, i capelli pettinati accuratamente, gli occhiali anni ’50, la borsa di pelle in una mano e il soprabito su un braccio.
L’abito marrone intonato con le scarpe, la camicia bianca, la cravatta di un colore morbido, tutto contribuiva a dare l’impressione di normalità.
Anche il colorito olivastro della pelle e l’espressione severa ma tranquilla emanavano sicurezza di sè.
Arrivato che fu al quinto piano, anche l’Ing. Serrani cominciò a crederci, la sua immagine lo aveva rassicurato; chiuse con decisione ma senza fare rumore la porta dell’ascensore e si avviò con passo tranquillo verso la sua porta di casa.
Fu solo al momento di inserire la chiave nella serratura che le sue sicurezza crollarono tutte insieme: la mano gli tremava così tanto che ci vollero diversi tentativi e l’uso di tutte e due le mani per riuscire nell’operazione.
L’uomo che si chiuse la porta di casa alle spalle era un uomo diverso rispetto a quello che si specchiava nell’ascensore solo pochi secondi prima, l’ostentata normalità scomparsa.
Lasciò cadere la borsa sul pavimento, si tolse gli occhiali, lanciò il soprabito e la giacca su una poltrona e si diresse di corsa in bagno, dove vomitò senza sosta per diversi minuti.
Si rialzò con il sapore aspro dell’acido gastrico in bocca e gli occhi pieni di lacrime, e mise la testa sotto l’acqua incurante del fatto che camicia, cravatta e pantaloni si stavano bagnando irrimediabilmente.
Dopo qualche minuto trovò la forza di rialzarsi e si diresse verso la cucina, dove si versò un bicchiere abbondante di un amaro dolciastro – l’unico prodotto alcoolico che possedesse – e se lo scolò d’un fiato, tossendo di brutto prima di prenderne un altro.
Con il bicchiere pieno in mano recuperò la borsa di pelle e finalmente si lasciò cadere su una poltrona, bevendo più lentamente ed estraendo una cartellina bianca.
Avrebbe voluto aprirla per leggerne di nuovo il contenuto, ma lo conosceva a memoria e preferì buttarla a terra.
Chiuse gli occhi per un momento sperando di tranquillizzarsi, ma la sua mente gli proiettò sulla retina l’immagine dello specialista che aveva incontrato solo poche ore prima.
Un medico preparato, così gli avevano detto; il migliore nel suo campo, si diceva; uno che aveva fatto miracoli e forse era così.
Ma anche un vigliacco, uno che non aveva il coraggio di chiamare le cose con il loro nome; e solo quando lui gli fece la domanda direttamente ebbe il coraggio di dire quello che pensava.
Non subito, a dire il vero.
– Quanto tempo? – gli aveva chiesto Giulio.
– Mah, è difficile dirlo. Come sa ogni organismo reagisce in maniera differente, poi come le dicevo ci sono alcune molecole che stiamo sperimentando e che potrebbero essere combinate con la terapia che le ho consigliato, e quindi… –
– Dottore, non ho tempo per le cazzate. Quanto tempo? Ho bisogno di una risposta chiara. – lo interruppe Giulio guardandolo dritto negli occhi.
Il luminare cominciò a sudare e a torcersi le mani. Evidentemente non riteneva che dare brutte notizie fosse suo dovere, e preferiva di gran lunga elencare i successi durante prestigiosi seminari che non le sconfitte, ma non potè evitare la domanda.
– Tre mesi. Più o meno, ovviamente, ma sarei stupito se arrivasse a sei. –
– E di questi quanti in ragionevole buono stato? –
– Questo è veramente impossibile dirlo, ma per esperienza nei casi terminali le cose accadono alla fine abbastanza rapidamente. Direi che può contare su un paio di mesi di buona salute, poi non posso fare previsioni. –
Giulio ringraziò, pagò l’onorario e uscì con la sua borsa di pelle e il suo soprabito per dirigersi verso casa e ritrovarsi su una poltrona, brillo per un banale amaro.
Improvvisamente torno in sé, riaprì gli occhi e si guardò intorno. Viveva in una casa ordinata, come d’altronde era lui. Tutto aveva un posto, nella sua casa come nella sua vita, e aveva impiegato una vita per mettere cose, persone e sentimenti nei loro scomparti.
Tre mesi. Non riusciva a mettere a fuoco questo concetto, gli sembrava…senza senso.
L’idea che la sua esistenza stesse per terminare, così presto e così improvvisamente, era qualcosa che la sua mente si rifiutava di razionalizzare.
Terminò il bicchiere di amaro e se questo lo aiutò a calmare i nervi di certo non migliorò la sua capacità di pensare in maniera razionale.
Certo si disse, ci sono persone che muoiono improvvisamente, che muoiono giovani, che muoiono di stenti o di morte violenta, che soffrono per tutta la vita.
Ma erano ALTRI. Non erano LUI.
Eppure doveva accettare il semplice e ineluttabile fatto che stava per morire. Non oggi, non domani, e forse neanche tra tre mesi come aveva predetto il luminare vigliacco, ma sarebbe successo presto. Prestissimo.
Tutto sommato una parte del suo cervello era incuriosito, poteva osservare da posizione privilegiata la reazione di un essere umano razionale di fronte ad un evento così drammatico.
La sensazione durò un attimo, poi realizzò che avrebbe di gran lunga preferito continuare a vedere queste reazioni al cinema o leggerle nei romanzi, e non viverle in prima persona.
Si maledì per non essere una persona diversa: non beveva, non fumava, non si drogava, non frequentava ambienti ambigui.
Non aveva insomma nessun modo per sfogare la propria rabbia e la propria depressione distruggendo la propria esistenza in maniera clamorosa.
Avrebbe potuto lanciarsi dal balcone, come quel famoso regista.
Accarezzò l’ipotesi poi si disse che appunto quello era famoso, e molto vecchio, aveva avuto tutto il tempo del mondo per vivere la sua vita e sistemare le sue cose. Se lui si fosse gettato di sotto avrebbe anche dovuto lasciare qualche dettagliata spiegazione sul perché e sul percome, per evitare di sembrare un pazzo squilibrato, cosa che gli stava a cuore forse quanto la sua salute.
E poi anche se non aveva figli aveva delle cose da sistemare, persone da avvisare, conti aperti da chiudere.
Tre mesi per una vita di oltre 50 anni, sono troppo pochi per riuscire a tirar tutti i fili che ogni esistenza inevitabilmente lascia appesi, e lui era troppo razionale per lasciare questo mondo senza almeno provarci.
Doveva però iniziare subito, si disse, fare una lista delle cose da fare, priorità, persone, luoghi.
Si alzò, animato da questo obiettivo, per dirigersi nello studio e accendere il computer, quando qualcosa lo fece fermare sui suoi passi.
Ci sono persone che devo avvisare, è vero. E ci sono persone a cui devo pensare.
Ci sono fondi da allocare, case da vendere, oggetti da regalare.
Ma ci sono anche persone che NON devono sapere.
Persone per le quali sono scomparso in vita e voglio scomparire anche in morte, pensò.
La prima è lei. La mia ex moglie.
La donna che mi ha rovinato economicamente e psicologicamente.
Ho impiegato dieci anni per cancellarla, e non voglio rivederla ora.
Non voglio morire pensando a lei e non voglio che lei pensi a me quando muoio.
Questa improvvisa reminiscenza della sua vita passata frenò i suoi piani.
Si disse che tutto doveva essere fatto in silenzio, senza clamore, chiedendo a tutti riservatezza, in modo che lei non venisse a saperlo.
Anzi avrebbe fatto in modo che venisse a saperlo dopo, in modo da provare rimorso e sensi di colpa.
Ammesso che ne fosse capace, cioè.
Una donna che lo aveva tradito, non solo fisicamente ma nell’animo, che era capace di urlargli il suo amore ma allo stesso tempo di andare a letto con un altro, di dirgli che voleva continuare a vivere con lui, ma nel frattempo accumulare beni e danaro per un futuro senza di lui.
Una donna che quando aveva trovato la forza di mandare via, piangeva e si dibatteva, ma poi aveva mandato un avvocato terribile che lo aveva spolpato.
Una donna soprattutto che non aveva saputo dargli figli e che lo aveva tradito in un’età in cui rifarsi una vita era ormai impossibile.
La donna che gli faceva maledire se stesso per averla incontrata ed essersi innamorato di lei e di amarla ancora.
La odiava, pur amandola, ma l’odio era più forte e per questo voleva punirla.
Avrebbe usato la sua malattia e la sua morte per punirla.
Chissà, forse si sarebbero incontrati di nuovo, nell’aldilà se esisteva o in un’altra vita, ed egli avrebbe tratto qualche sottile piacere nel sapere che lei aveva sofferto di questo.
Non si sentiva particolarmente bene nel provare questi sentimenti, era una persona a modo che non aveva mai fatto del male volontariamente a nessuno, ma aveva sofferto troppo e in fondo, si disse, stava per morire: che obblighi poteva avere verso la società e verso la morale?
Nessuno, si rispose da solo, e si avviò verso lo studio.

Le settimane successive furono molto impegnative per Giulio, gli sembrava di non avere abbastanza tempo per tutto ed era effettivamente così.
In ufficio – lavorava da sempre per una multinazionale del petrolio – cominciò pian piano ad allentare i ritmi, finché non fu costretto a parlare con il suo capo pregandolo di non spargere la voce: non voleva assolutamente incontrare sguardi compassionevoli ad ogni angolo.
I suoi amici più stretti seppero tutto quasi subito; organizzò qualche cena in cui cercò di veicolare la notizia senza enfasi e senza drammaticità, in fin dei conti era una persona pragmatica e passato il primo momento di sconforto riuscì a gestire la situazione con relativa tranquillità.
Con sua sorella fu più difficile.
Era la sua unica sorella, e a parte suo nipote l’unico vero parente rimasto. O almeno quello di cui gli importasse qualcosa, se si escludevano un paio di cugini che non vedeva da trenta anni e per quanto ne sapeva potevano essere già morti da un pezzo.
Lei la prese male; come l’avrebbe presa sua madre, pensò.
Si disperò, chiese se c’era niente da fare, si offrì di chiamare un suo amico chirurgo che magari conosceva qualcuno: insomma le solite cose.
Giulio la lasciò sfogare, l’abbracciò, piansero insieme e quando valutò che si fosse calmata abbastanza le disse cosa avrebbe voluto fare.
Avrebbe venduto tutto quello che possedeva tranne la casa dove abitava e trasferito tutto in un fondo a nome del nipote, con la clausola che potesse ritirare tutto solo dopo la laurea.
La casa l’avrebbe invece lasciata alla sorella che ne avrebbe disposto come meglio credeva.
Le avrebbe lasciato le password dei suoi account email, facebook, instagram, twitter, insomma la sua vita on line, così come i cellulari.
Lei avrebbe dovuto gestire il passaggio e decidere che farne, Giulio si fidava di lei.
Quando lui le diede una busta con tutte le password, lei ricominciò a piangere, non poteva farci nulla, e lui le passò un braccio intorno alle spalle.
Poi le diede una chiavetta usb.
– Qui c’è tutta la mia vita – le disse – La mia rubrica, l’elenco delle persone da contattare, documenti, foto, tutto quello che ho potuto mettere insieme facilmente. Il resto lo troverai a casa. –
La baciò e tornò a casa sua, felice di aver sistemato anche questo.

Più di due mesi passarono senza che le avvisaglie del male si facessero vive.
Forse erano le medicine che prendeva tutti i giorni coscienziosamente, forse le giornate ancora piene, fatto sta che si sentiva in perfetta forma e per certi aspetti anche con il morale abbastanza alto.

Poi una sera mentre si riposava guardando distrattamente una partita in televisione squillò il telefono.
Lo teneva sempre a portata di mano perché ogni giorno, in ogni momento, c’era sempre qualcuno che voleva sapere come stava, se si sentiva bene, se aveva bisogno di qualcos, e lui non se la sentiva di scomparire; anche se francamente avrebbe fatto a meno di tutte quelle attenzioni.
Ma era consapevole dei suoi obblighi e quindi non si sottraeva all’abbraccio affettuoso, anche se asfissiante, di coloro che gli volevano bene ed erano in pena per lui.
Per cui rispose sovrappensiero, senza neanche guardare il display.
Pronto? –
Ci un momento di silenzio, poi una voce femminile, che conosceva bene.
– Come stai? Ti disturbo? –
Giulio non rispose subito.
Il suo istinto fu di chiudere immediatamente la conversazione ma la rabbia che gli salì immediatamente dal profondo dello stomaco era un sentimento troppo intenso per essere ignorato, e mentre la rabbia saliva il suo senso di responsabilità fluiva copioso dal cervello, razionalizzando migliaia di anni di evoluzione della società in cui lui viveva.
Le due spinte opposte si incontrarono all’altezza della laringe e fu così che Giulio emise un suono strozzato:
– Ciao, dimmi. –
La voce uscì più carica di emozione di quanto avrebbe voluto; sperava di risultare freddo e distaccato, di dire qualche frase di circostanza e di liquidarla. Invece la voce si arrochì, e dimostrò chiaramente, se ce ne fosse stato bisogno, che lei era ancora presente nella sua mente.
In quel momento Giulio sperava ancora che lei non sapesse nulla e che la telefonata fosse casuale, magari per qualche pendenza ancora inevasa.
Ma era un ingegnere, non credeva alle coincidenze.
– Ho saputo…della malattia…e anche se non ci crederai mi dispiace tantissimo, sono senza parole, vorrei fare qualcosa per aiutarti ma temo di aver già fatto anche troppo. Però ti prego di credermi, qualsiasi cosa io possa fare per te lo farò volentieri. –
– Anche morire? – chiese lui amaro.
Lei esitò e rimase in silenzio per qualche secondo.
– Giulio, io so che mi odi, e so anche che me lo sono meritato. Pensi che se io morissi tu vivresti meglio questo tempo che ti rimane? pensi che se io soffrissi quello che hai sofferto tu la tua vita migliorerebbe? pensi che se io morissi prima di te questo ti consentirebbe di affrontare il tuo viaggio più serenamente? Non ti sto chiedendo perdono, non so neanche se esista un modo per farlo, se sia giusto o se è quello che voglio da te. Ti sto dicendo che so quello che stai passando e che ti sono vicina con il cuore come forse non ti sono stata mai, e che anche se immagino che avrai un sacco di persone disposte ad aiutarti, io sono qui. Se c’è una cosa che posso fare per te la farò. Non te lo sto dicendo per mettere a posto la coscienza, sai bene che la mia coscienza ha una sua idea tutta particolare di cosa sia bene e cosa male, ma te lo dico perché ti voglio bene – sì ti voglio bene – sei una persona che nella mia vita è stata importante e vorrei aiutarti. Tutto qua. –
Il tono della voce di lei si era alzato e si era fatto concitato, probabilmente nella speranza di convincerlo che la sua offerta era sincera, o forse solo per la frustrazione di una situazione senza via di uscita.
Alla fine il momento che Giulio temeva era arrivato; aveva sperato che lei non venisse a sapere nulla e non doversi confrontare di nuovo con il passato, soprattutto ora che per lui non sarebbe esistito un futuro; avrebbe voluto spendere tutte le sue energie per lasciare la sua vita in maniera ordinata, e serena; credeva che non pensare equivalesse a dimenticare, ma evidentemente non era così.
Anche in punto di morte la mente umana rifiutava di farsi comandare dalla volontà, e lui semplicemente non poteva scegliere a cosa pensare: era schiavo del suo stesso corpo, così come il suo corpo era schiavo della malattia che lo consumava.
Era così disperato di questa impotenza, che mentre la donna che una volta era stata sua moglie attendeva pazientemente una sua risposta pensò seriamente per la prima volta a farla finita subito.
Poi tirò su col naso, perché stava piangendo, e in tono sommesso le disse:
– Vieni qua. E fai l’amore con me. –
Se lei fu sorpresa di questa richiesta non lo diede a vedere perché l’unica cosa che disse fu:
– Sono da te tra mezz’ora –

Quando Giulio aprì la porta la donna che gli si parava davanti portò istintivamente la mano alla bocca e gli occhi le si riempirono di lacrime.
Lei non aveva idea che la malattia fosse ad uno stadio così avanzato, e l’uomo che la guardava tristemente era solo una vaga reminiscenza di quello che trenta anni prima l’aveva conquistata durante un’estate caldissima passata in Grecia insieme a tutti i compagni di università.
Era magrissimo, la pelle bianca, le occhiaie profonde, i capelli scomparsi.
Lui abbassò gli occhi vergognandosi di se stesso, ma lei gli prese la mano, la baciò delicatamentee poi se la portò sul seno, per fargli capire che il suo era stupore e non repulsione.
Lo prese per mano e lo guidò verso la camera da letto, la stessa dove avevano diviso gioie – poche – e dolori – molti – del loro matrimonio.
Quando lei si spogliò, in silenzio, il desiderio di lui riaffiorò dai meandri della memoria e si ricordò di quanto amasse quel corpo florido, che gli anni avevano reso solo appena più morbido.
E si rese conto che non solo il suo corpo ricordava il corpo di lei, ma anche il suo stomaco ricordava benissimo perché l’aveva voluta e sposata, e improvvisamente gli sembrò che tutti i motivi per cui si erano separati fossero irrilevanti, anche i suoi tradimenti, i soldi che gli aveva sottratto, il rifiuto di avere figli.
Oggi lui sentiva di aver fatto un errore a passare più di dieci anni della sua vita senza di lei.
Per questo l’amò con disperazione, non perché stava per morire, ma perché si era rifiutato di vivere per troppo tempo.
Lei fu gentile, e delicata, e morbida.
Lui si stancò presto e subito dopo dovette chiudere gli occhi e aspettare che la stanza smettesse di girare, poi non resistette più e si alzò vomitando.
Quando lei cercò di aiutarlo lui le fece cenno alzando una mano che tutto andava bene, poi andò in bagno, finì di vomitare e si sciacquò la bocca.
Prima di tornare in camera da letto andò in cucina e prese due bicchieri di tè freddo.
Quando tornò la trovò seduta su letto, ancora nuda, ma con lo sguardo corrucciato e preoccupato.
Giulio si sforzò di sorriderle, le porse il tè, poi si sedette accanto a lei.
Lei lo guardò di sbieco mentre beveva un po’.
– Come ti senti? – gli chiese.
Lui annuì, sempre con quel sorriso forzato sul volto.
– Adesso bene. Le crisi di vomito sono frequenti ormai, non è stata colpa di…insomma, diciamo che mi capita comunque. Mi passano rapidamente anche se non sono piacevoli. –
L’imbarazzo ora che tutto era finito era evidente. Passarono diversi secondi in cui i due si guardavano un po’ di sottecchi bevendo il tè, lei nuda, lui con un paio di pantaloncini che ormai gli stavano troppo grandi.
– Che cosa farai adesso? cosa vuoi che faccia? – chiese infine lei con la voce che tradiva la speranza di poter continuare a stargli vicino; se per affetto, nostalgia o senso di colpa questo lui non riuscì a stabilirlo.
Lui posò il bicchiere e finalmente si girò verso di lei per guardarla bene in viso.
Era serio ora.
– Ci sono cose che non si possono cancellare. Per quanto io oggi abbia capito di amarti ancora, e di aver desiderato questo momento per dieci anni non posso dimenticare quanto male mi hai fatto e quanto ho sofferto per causa tua. –
Lei cominciò ad incupirsi, sperava in un discorso diverso.
Lui percepì il suo disagio e le prese le mani.
– Non ti preoccupare, non ti voglio tediare con uno dei miei discorsi pieni di livore e rancore che hai già sentito tante volte, anche se so che stavolta ascolteresti senza replicare, anche solo per pietà e rispetto. –
Lei cominciò a negare ma lui la zittì.
– Ti prego, non c’è più bisogno di finzioni tra di noi. Forse non ce n’era bisogno neanche prima, ma adesso a maggior ragione. Oggi mi hai reso felice, veramente. In fondo era quello che ho sempre desiderato anche se lo negavo a me stesso. Anche se ti maledicevo in privato e ti insultavo in pubblico. Anche se dopo di te non ho più avuto nessuna donna che mi abbia reso felice, o infelice. –
Si fermò un attimo, per essere sicuro che lei lo stesse ascoltando con attenzione, e fu contento quando vide che lo guardava con una profondità e un affetto che forse non aveva mai visto nei suoi occhi.
– Ho negato a me stesso questo desiderio per dieci anni, e non avrei avuto mai il coraggio di confessarmelo se non fossi stato male e se tu non mi avessi chiamato. Di questo ti ringrazio. Mi hai dato una gioia immensa. Ma vedi, i desideri se ne tirano dietro altri, e mentre fino a qualche minuto fa ero sicuro che non ci fosse niente di più bello che tenerti di nuovo tra le braccia ora c’è qualcos’altro che voglio da te. –
Lei sembrò essere a disagio.
– Giulio… – disse – tu sai che io mi sono risposata…ti voglio bene ma non posso tornare ad essere tua moglie…mi ha fatto piacere oggi, è stato bello, ma ora devo tornare a casa. Ti starò vicino come potrò e come vorrai, ma non puoi chiedermi di tornare con te –
Lo stupore che si disegnò sul volto di lei quando Giulio scoppiò a ridere fu così comico che egli aumentò se possibile il tono della sua risata, e solo quando questa si mischiò alla tosse e a un accenno di vomito cercò di calmarsi, aiutato da lei che gli porgeva il bicchiere anche se contrariata da questo scoppio improvviso di risa.
Quando si fu calmato, ma sempre con un sorriso sulle labbra, la guardò con tenerezza come si guarda un bambino che non capisce.
– Scusami, non volevo ridere, ma non ho potuto trattenermi. –
Lei abbozzò un sorriso, non capiva cosa stesse succedendo ma voleva cercare di essere carina con lui.
– Vedi – riprese Giulio con un tono condiscendente che la irritò un po’ – quando tu hai chiamato io ero arrabbiato. No, di più: ero disperatamente infuriato, così tanto che avrei voluto buttarmi dalla finestra pur di non sentirti. Perché quando hai chiamato mi hai preso di sorpresa e io ero chiuso nella mia stupida e inutile rabbia decennale nei tuoi confronti, non avrei potuto reagire diversamente. Poi la tua voce ha risvegliato dentro di me quello che pensavo di aver seppellito per sempre: la tenerezza, l’amore, il desiderio di te. E qualcosa è cambiato. E’ stato come…come passare da una follia all’altro, la follia dell’odio e la follia dell’amore, in pochi secondi. E quando ti ho visto ho capito che il desiderio avrebbe vinto su tutto: ti volevo, e ti avrei voluto anche nei dieci anni in cui non ti ho avuto. –
Lei gli carezzava delicatamente una gamba mentre lui parlava, era contenta.
– Ma quando abbiamo finito – continuò lui – e io ho cominciato a vomitare, un terzo incomodo si è insinuato dentro di me: la consapevolezza di quello che mi aspetta, e improvvisamente non solo l’odio ma anche l’amore sono svaniti. Un uomo che sta per morire non può permettersi di provare sentimenti così netti e assoluti. La morte è il momento del giudizio, di guardare a ciò che si è fatto e di esprimere una sentenza sulle proprie azioni. In questo senso io sono stato fortunato perché sapere quando morirò mi ha dato la possibilità di fare questo passaggio con serenità e attenzione. E l’ho fatto credimi: ho ripensato a tutto, sistemato tutto, mi sono pentito dei miei errori, e ho gioito delle cose belle. Ma mancava una cosa, anche se non lo sapevo. Mancavi tu. Io ti avevo cancellato, ti volevo evitare, volevo che tu non esistessi più. Poi però sei ricomparsa, e in poco tempo ti ho odiato, e poi ti ho riamato. –
Si fermò. Lei ne approfittò per interrompere il flusso del suo discorso che gli risultava difficile da seguire.
– E adesso? – domandò.
Lui la guardò con intenzione.
– E adesso ti ho giudicato. Per tutto quello che sei stata per me. E ho finalmente deciso che non meriti di sopravvivermi. –
Disse queste parole mentre con una forza inaspettata infilava un coltello da cucina affilatissimo nello sterno di lei fino a perforarle il cuore e un polmone e farlo uscire dalla parte opposta, tagliando due costole e inondando il lenzuolo di sangue che usciva a fiotti dal corpo nudo di lei e dalla sua bocca.
Lei morì all’istante, con gli occhi sgranati per lo stupore.
Lui lasciò il coltello facendo afflosciare il suo cadavere sul letto.
La guardò per un istante, poi si alzò con calma, aprì la porta-finestra del salone e si lanciò dal quinto piano senza dire una parola.

Fiori Giapponesi

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