Tre fratelli – Un giallo del Maresciallo Graziosi

Racconto lungo


Il brutto di vivere in una città come Roma, stava riflettendo tra sé il Maresciallo Graziosi mentre saliva in macchina per andare verso la caserma, era la quantità di omicidi che ogni anno venivano commessi.
Non necessariamente legati alla criminalità organizzata, e spesso neanche alla criminalità spicciola: sembrava invece che il solo fatto di vivere gli uni a contatto con gli altri autorizzasse milioni di abitanti a risolvere in maniera spiccia le loro diatribe.
E la cosa peggiore per un Carabiniere a Roma era di essere bravo a risolvere gli omicidi.
Lentamente, ma inesorabilmente, gli omicidi più eclatanti ti arrivavano tutti addosso, vuoi perché commessi nella tua zona, vuoi perché gli altri colleghi o il Comando si rivolgevano a te disperati quando non sapevano più dove sbattere la testa.
E Graziosi era il più bravo di tutti. Da molto tempo.
Per questo motivo ora si trovava in macchina su Via Nomentana, diretto verso la caserma, invece di essere al mare, o in campagna, o a correre a Villa Ada, o in qualsiasi altro posto dove avrebbe voluto essere di domenica.
Invece quella mattina la sveglia era stata lo squillo insistente del cellulare, e la voce di Di Capua dall’altra parte.
Era bastato un – Buongiorno Marescià – e lui subito aveva risposto: – Arrivo – 
Di Capua non l’avrebbe mai chiamato fuori servizio, a quell’ora, se non fosse stato urgente e importante.
Parcheggiò la macchina nel posto riservato, si guardò allo specchietto controllando che la barba lunga non lo facesse sembrare sporco, ed uscì dirigendosi a passo spedito verso il suo ufficio.
Di Capua era lì, ma oltre al suo vice c’era anche il Comandante della Legione di Roma, e Ziliani, il Carabiniere più incompetente e presuntuoso che l’Arma avesse generato in duecento anni di storia.
Graziosi lanciò uno sguardo di fuoco a Di Capua per non averlo avvertito, questi si strinse nelle spalle come per segnalare che non ci poteva fare nulla.
Graziosi strinse le mani a tutti, prese un caffè che gli porgeva il suo vice e attese.
– Graziosi, la ringrazio di essere venuto – esordì il Comandante. Come se avesse potuto fare altro.
– Il qui presente Maresciallo Ziliani, che come ben sa dirige il distaccamento di Piazzale Clodio, ha richiesto il suo coinvolgimento in un’indagine che si presenta complicata e delicata, e dato che questa richiesta è abbastanza irrituale, ho preferito essere presente personalmente per essere sicuro che lei apprezzi nel modo giusto la richiesta di un collega che la stima –
Graziosi guardò i due senza dire una parola, mentre nella sua testa le parole del Comandante venivano tradotte in una lingua più comprensibile: siamo in un casino, questo coglione di Ziliani non è assolutamente in grado di gestirlo, non possiamo però rimuoverlo perché è un raccomandato di merda, e in qualche modo lo abbiamo convinto a farsi aiutare, ti prego non ci dire di no altrimenti siamo nei guai.
Graziosi guardò Di Capua, che annuì impercettibilmente, poi ricacciò indietro la risposta che avrebbe voluto dare, e si limito a dire:
– Ma certo. Sono a vostra disposizione. Ditemi tutto – 
Il Comandante si permise di espellere finalmente l’aria che aveva trattenuto nei polmoni, mentre Ziliani strinse le labbra fino a farsele diventare bianche.
Poi iniziò a recitare:
– Stamattina, verso le ore 6 e 21, il comando di Piazzale Clodio è stato allertato da una telefonata che giungeva direttamente dal 112. Ci siamo precipitati sul posto, dove la scena che si è presentata ai nostri occhi era oltremodo penosa. Tre cadaveri, disposti a fianco su un unico letto matrimoniale, giacevano senza vita…-
– Mò io di cadaveri pieni di vita non n’agg mai visti – disse sottovoce Di Capua in un mezzo dialetto napoletano, ma non abbastanza piano perché Ziliani non potesse sentirlo e diventare rosso.
– Nessun segno di effrazione, colluttazione, ferite di arma da fuoco o da taglio si evidenziavano ad un primo esame – continuò imperterrito Ziliani.
Graziosi alzò una mano per interrompere il collega.
– I cadaveri sono ancora lì? – chiese, sapendo già la risposta, visto lo zelo di Ziliani.
– Sono stati trasferiti all’istituto di anatomia patologica – rispose questi leggermente imbarazzato – Abbiamo comunque le foto e i rilievi della scientifica. – concluse con un certo orgoglio.
Graziosi annuì, e nessuno sembrava avere nulla da aggiungere.
Il Comandante si dondolò sui piedi poi si rivolse a Ziliani:
– Capitano, potrebbe essere così cortese da recarsi nel mio ufficio al comando centrale e prendere il faldone del caso che troverà sulla mia scrivania? Può poi evitare di tornare qui, la raggiungo a Piazzale Clodio quanto prima – 
Ziliani scattò sui tacchi e usci. Se si accorse che quello del Comandante era un espediente per allontanarlo, non lo diede a vedere.
Appena fu uscito il Comandante guardò Di Capua imbarazzato, poi Graziosi, ma prima che potesse aprire bocca, fu il Maresciallo a parlare:
– Se mi deve dire qualcosa, non deve preoccuparsi di Di Capua. Io ho bisogno di fidarmi di qualcuno e di lui mi fido ciecamente, e se posso permettermi lo faccia anche lei. – 
Il Comandante annuì, poi si sedette, imitato dai due Carabinieri.
– I tre morti, come potete immaginare, non erano tre persone qualsiasi. Due fratelli e una sorella, intanto, il che rende questo caso più inquietante. Non ci sono prove ancora che si tratti di un omicidio, ma io non ho dubbi e la invito a trattarlo come tale, anche se il buon senso vorrebbe che esplorassimo tutte le ipotesi possibili. Poi parliamo della Famiglia Russolillo, forse ne avrete sentito parlare – 
– Il Senatore… – disse Di Capua.
Il Comandante annui ammirato. Il Senatore Russolillo era morto ormai da dodici anni, e non erano molti a ricordarsi di quel vecchio democristiano.
– Esattamente. Già il fatto che i tre figli di un Senatore potente come lo era stato Russolillo muoiano tutti e tre insieme ci fa sospettare che sia un omicidio. Ma vedete: il Senatore non era solo un politico potente, sottosegretario più volte, Ministro senza portafoglio con Andreotti in due legislature. Editore e imprenditore edile. No. Il vecchio Senatore era un uomo della CIA, faceva parte di Gladio e della P2, ed era il tramite degli americani nei confronti della vecchia mafia agricola. Era l’uomo che negli anni del boom economico si era incaricato di proteggere gli investimenti americani nel nostro paese, facendo sì che la mafia non interferisse e che le imprese americane non avessero grossi impedimenti a conquistare il nostro mercato, e in cambio la CIA chiudeva un occhio sulle attività illecite di Cosa Nostra nel nuovo continente, soprattutto in Sudamerica. – 
– Una specie di ambasciatore del male- disse sarcasticamente Graziosi.
Il Comandante fece un gesto di fastidio con la mano.
– Graziosi, non siamo qui a fare la morale al passato. Dobbiamo capire cosa è successo stamattina, e non possiamo ignorare questi fatti. Poi – proseguì con il racconto – con la presa del potere da parte della mafia più violenta la sua capacità di intermediazione diminuì, Gladio fu scoperta, il muro di Berlino cadde, la CIA smise di fare patti con la mafia, la DC si dissolse, insomma il vecchio Russolillo perse buona parte del suo potere, infine si ammalò e morì. –
Graziosi e Di Capua ascoltavano in silenzio.
– Ora – disse ancora il Comandante – tutto quello che vi ho raccontato voi non potete usarlo, e non deve emergere. Ci sono ancora segreti di Stato, e probabilmente ancora persone o organizzazioni gelose della loro riservatezza, che non esiterebbero a commettere omicidi, come già accaduto in passato, per tacitare bocche troppo loquaci. Però dovete esserne a conoscenza. – 
– Vedete –  e qui il tono si fece quasi paternalistico – a noi interessa certamente sapere cosa è successo a quei tre ragazzi. Se sono stati uccisi. Chi li ha uccisi. Ma molto di più, scusatemi il cinismo, ci interessa capire se si stanno muovendo forze sotterranee che pensavamo ormai tranquille. Se si siano rotte alleanze, o formate delle nuove. Noi vogliamo capire se questo episodio è isolato, o se possa essere la punta di un terribile iceberg. Per questo ho chiesto il vostro coinvolgimento. Voglio che gli elementi migliori stiano giorno e notte su questo caso. E voglio dormire tranquillo la notte. O almeno dormire. –

Quando furono soli, Graziosi si sedette alla sua scrivania, tamburellò un minuto con le dita, poi alzò la testa per guardare Di Capua che era rimasto in piedi.
– Da dove iniziamo? –  
Era una domanda retorica, sapeva anche lui qual era il primo passaggio, ma attese la conferma del suo vice, come una coperta di Linus delle indagini.
– Desiati – disse solo Di Capua, e Graziosi assentì in silenzio.

Quando arrivarono all’istituto di medicina legale, prima di bussare nell’ufficio di Desiati respirarono un paio di volte, soffiarono forte, e si prepararono a parlare col patologo.
Desiati era notoriamente il più bravo, preparato, efficiente medico patologo di tutta Italia, ma probabilmente anche il più stronzo.
Aprì la porta del suo ufficio con un panino in mano e un sorrisetto ironico sul viso.
Dopo tanti anni Graziosi ancora si chiedeva come Desiati riuscisse a mangiare sul lavoro, un lavoro che consisteva per lo più nell’essere circondato da cadaveri a vari livelli di squartamento.
E quando si accorgeva che Graziosi diventava pallido per il disgusto, masticava con più gusto, soprattutto se doveva illustrare qualche recente autopsia.
Il sorrisetto invece era una novità visto che Desiati sembrava sempre essere incazzato, soprattutto quando era costretto a parlare con Graziosi, che cordialmente – ricambiato – detestava.
– Carissimo! – esordì Desiati – Mi aspettavo una tua visita, il Comandante mi aveva anticipato che le indagini sui tre Russolillo sono state affidate a te. Vieni, vieni pure! – fece entrare i due che si guardavano intorno circospetti, come se temessero un agguato.
Desiati invece si sedette alla sua scrivania, posò il panino mezza mangiato su un lato, attese che i due prendessero posto e poi giunse le mani davanti al viso, sorridente.
Graziosi fece la sua migliore poker face, Di Capua invece non dovette sforzarsi: c’era nato, con un’espressione impenetrabile.
Dopo qualche secondo di imbarazzante silenzio Graziosi si decise a chiedere:
– Allora? Abbiamo un resoconto dell’autopsia? – 
Desiati continuò a fissarlo con il sorriso che si allargava sempre di più.
Alla fine disse:
– Niente. Non ho trovato niente. Niente di niente. – 
Graziosi si accigliò.
– Che intendi dire esattamente? – 
– Intendo dire – aggiunse Desiati rilassandosi sullo schienale della sua sedia – che i tre non presentano traumi di alcun tipo. Colpi di arma da fuoco, strangolamento, arma da taglio, segno di colluttazione, punture di siringa. Niente. Tranne un livido sul braccio di Augusto, il maggiore, molto probabilmente dovuto ad un prelievo di sangue che potrete facilmente verificare. Gli organi interni sono a posto, d’altronde sono…volevo dire erano tre giovani adulti in ottima salute. – Si interruppe e rimase a guardare Graziosi, il quale sentiva la rabbia salirgli per l’evidente soddisfazione che provava Desiati nel non fornirgli nessun elemento utile.
Di Capua intervenne prima che le cose tra i due si mettessero male:
– Intende dire, Dottor Desiati – che lei non ha idea di che cosa siano morti i tre? Cioè tre persone muoiono in questo modo e lei non ci sa fornire nessun dato utile per le indagini? – 
Desiati arrossì violentemente mentre Graziosi gongolava all’idea dell’insulto implicito che il suo vice aveva inviato al patologo.
– Voglio dire semplicemente – rispose il patologo lentamente e a voce bassa – che l’esame autoptico non ha dato informazioni concrete. Attendiamo il risultato delle analisi del sangue e dei tessuti per fare ulteriori ipotesi. Al momento sono più le cose che posso escludere di quelle che posso confermare. – 
– Bene. Grazie mille. – disse Graziosi alzandosi di scatto per andarsene.
– Non volete sapere i dati tecnici? Ora del decesso, temperatura, posizione relativa… – chiese Desiati stupito.
– Grazie, ma li leggeremo sul reperto. Non vogliamo farti perdere altro tempo. – interruppe Graziosi, sottintendendo “siamo noi che perdiamo tempo qui”.
E uscì senza salutare, seguito dal suo vice.
Quando furono in macchina Graziosi lanciò un paio di parolacce per sfogarsi, poi però riprese la calma abituale.
– In realtà quel cretino di Desiati ci ha detto un sacco di cose. Me ne sono andato per non dargli soddisfazione – disse.
– Beh sì, che se si tratta di omicidio, l’assassino deve aver usato un farmaco o un veleno. – aggiunse Di Capua.
– Certo, ma non solo. – continuò Graziosi – Mettendo da parte per il momento il triplice suicidio, che non voglio escludere ma che vedo improbabile, se si tratta di un omicidio mettendo insieme la scena del crimine e l’esame autoptico possiamo ragionevolmente affermare alcune cose. – E così dicendo accostò l’auto per avere le mani libere. Di Capua riconosceva il momento in cui il cervello del suo capo cominciava a marciare ad una velocità superiore.
– Primo: l’omicida vuole mandare un messaggio chiaro. Un omicidio violento, traumatico, poteva essere confuso con un tentativo di rapina, o una violenza; in questo caso vuole far sapere che li ha uccisi. A chi vuole dirlo? e perché? Secondo: l’omicidio è premeditato. L’assassino ha pensato, pianificato e organizzato il delitto. Quindi è qualcuno che aveva un interesse personale e specifico alla morte di quei tre. Cui prodest? Chi poteva avere un movente? Terzo: le vittime conoscevano l’omicida. Molto bene. Aveva la loro fiducia, poteva avvicinarsi loro senza timore, e trovare l’opportunità di colpire. –
– Quarto – aggiunse Di Capua – deve essere stato in contatto con le vittime nei giorni precedenti per organizzare questo incontro, dato che solo il più grande, Augusto, viveva ancora nella casa che era dei genitori, mentre Fernanda con suo marito ha una villetta appena fuori il raccordo, sulla Nomentana, e addirittura Alessandro viveva a Casal Palocco, a quaranta chilometri da qui. I tre probabilmente non si vedevano tutti insieme tanto spesso. –
Graziosi annuì, poi continuò:
– Insomma il numero di persone potenzialmente colpevoli si restringe di molto. Il problema è che magari di qualcuna di esse non sappiamo neanche l’esistenza – 
Rimise la macchina in moto e si immise di nuovo nel traffico, pensieroso.

La giornata passò senza ulteriori novità. Di Capua come al solito prese in mano le redini della ricerca dati, e cominciò a setacciare dati bancari, telefonate, tracciatura dei cellulari, visure catastali e societarie.
Graziosi si occupò di studiare i dati famigliari dei tre, il loro curriculum, insomma la loro storia personale, per cercare di capire qualcosa in più di tre persone che non avrebbe potuto interrogare, e di chi gli fosse stato vicino negli anni.
Si parlava di migliaia di persone, i tre avevano avuto una vita ricca e movimentata, e non sarebbe stato facile restringere ulteriormente la rosa dei sospettati.
Alla fine i due si salutarono, rimandando al giorno dopo un confronto sulle informazioni in loro possesso.
Stanco per la giornata, che aveva pensato di passare a casa tranquillo, Graziosi parcheggiò l’auto di servizio quasi sotto casa.
Aprì il portoncino esterno che dava alla scala che saliva verso il piano rialzato, dove si trovava l’ascensore.
Si accorse della figura nell’ombra solo dopo aver richiuso il portone e fermò le mani sull’interruttore che azionava le luci delle scale un attimo prima di pigiarlo: Graziosi era un uomo atletico e giovanile ma non era aduso alla violenza e alle colluttazioni, inoltre non portava mai la pistola d’ordinanza e di sicuro avrebbe avuto la peggio se la persona nascosta nell’ombra avesse avuto brutte intenzioni o addirittura fosse stato armato; per questo decise di lasciare le scale al buio, sperando di avere un piccolo vantaggio.
La persona nell’ombra fece un passo avanti e anche se Graziosi aveva capito si trattasse di un uomo, la stazza lo fece sobbalzare.
Era un uomo alto almeno due metri, con una corporatura massiccia, da pugile o rugbista, con un cappotto scuro e una barba nera, e pochi capelli. La voce profonda, adeguata alla gabbia toracica, echeggiò nell’androne:
– Stia tranquillo Maresciallo, non sono qua per farle del male. Se avessi voluto, lei ora non sarebbe in grado di ascoltare le mie parole – 
La voce era calma, minacciosa proprio per il tono volutamente basso e lento.
– Sono venuto solo per assicurarmi che lei abbia il quadro della situazione ben chiaro – continuò l’uomo – Ci sono molte persone, in Italia e all’estero, che vogliono sapere chi ha ucciso i fratelli Russolillo e perché. Le chiedo solo di dire a noi, prima che a chiunque altro, cosa riuscirà a scoprire. – 
– Lei è dei servizi segreti? – chiese Graziosi, sentendosi un po’ stupido a fare il protagonista di un romanzo di spionaggio.
– Come potrà immaginare, non posso dirle esattamente per chi lavoro, ma si limiti a sapere che io sono dalla sua parte, e lei dalla mia. E non sono molti altri che possono dire altrettanto – rispose l’uomo.
– Lei a sua volta potrà immaginare che il risultato delle mie indagini, oltre che ai vertici dell’arma, verrà comunicato solo alla magistratura incaricata – disse Graziosi leggermente irritato. Non amava essere minacciato, neanche velatamente.
L’uomo non rispose subito. Lasciò passare qualche secondo in cui il respiro dei due riempì l’androne silenzioso.
– La capisco e la apprezzo. – disse alla fine – Ma ci vedremo di nuovo, e lei mi dirà quello che sa. Questo è un fatto. – 
Senza aspettare repliche aprì rapidamente il portoncino e uscì, la sagoma massiccia che occupava tutto lo spazio della soglia.
Quando fu andato via Graziosi accese la luce, e da una fugace occhiata alla mano si accorse che stava tremando.
Se fosse paura, rabbia, o preoccupazione, non seppe dirlo, ma l’incontro con quell’uomo gli aveva portato i nervi allo scoperto.
Salì la rampa, prese l’ascensore, e infine entrò in casa chiudendo la porta alle sue spalle.
Ebbe la tentazione di dare una mandata alla serratura ma si trattenne.
Non voleva lasciarsi andare alle paranoie; guardò la porta di casa per un minuto, poi tolse la mano dalle chiavi, e andò in cucina a cercare una bottiglia di vino.

– Ha chiamato Desiati – gli disse Di Capua non appena entrò in ufficio, neanche il tempo di salutarsi.
– E che dice? – rispose distrattamente Graziosi mentre cercava il mouse del suo computer nel disordine della sua scrivania.
– Dice che non è stato di sicuro un suicidio –
Graziosi alzò gli occhi, ora la sua attenzione era massima.
– Continua – incitò il suo vice.
– I tre sono morti per arresto cardiaco, la sostanza che l’ha causato si chiama…aspetti che l’ho scritto qua…sompiramina. E’ un oppiaceo che interviene direttamente sulla capacità di contrazione dei muscoli.  – 
– E non potrebbero averla ingerita di loro volontà? – chiese Graziosi scettico.
– Pare di no. Perché provoca degli spasmi terribili ai muscoli di tutto il corpo. – 
Graziosi rifletté un momento, poi concluse:
– Quindi almeno uno dei tre avremmo dovuto trovarlo in una posizione scomposta. Il fatto che fossero tutti ordinatamente sdraiati sul letto ci dice che un’altra persona deve averli sistemati dopo la morte. – 
– Esatto – confermò Di Capua.
Graziosi si rilassò lasciando andare la schiena sulla sedia, con le mani incrociate dietro la nuca, e le gambe tese sotto la scrivania, con i piedi appoggiati uno sull’altro.
Era una posizione che gli piaceva molto quando doveva pensare, ma lo rilassava così tanto che più di una volta si era appisolato a casa, sul divano, davanti al televisore, in quella posa, per poi svegliarsi nel cuore della notte indolenzito e con le gambe formicolanti.
– E omicidio sia – disse infine – Non che avessi mai pensato ad un’altra possibilità, ma almeno possiamo concentrarci a cercare il nostro killer. A questo punto – continuò, riprendendo la posizione seduta proteso in avanti – dobbiamo capire per chi fosse il messaggio. Perché quello era un messaggio. Una volta capito questo, sapremo anche dove cercare il colpevole. Abbiamo qualche informazione sui tre? – 
Di Capua prese un blocchetto con degli appunti, e aprì un faldone con i dati del caso, che stava già rapidamente diventando un tomo pesante da trasportare.
– Ho raccolto tutte le informazioni biografiche sui tre, i dati bancari, gli elenchi delle chiamate effettuate e ricevute, le visure catastali e societarie, insomma un bel po’ di materiale – 
– Ci stai girando in tondo, Di Capua, vieni al dunque tanto lo so già che hai scartato le informazioni inutili – lo interruppe Graziosi sorridendo.
Di Capua fece finta di essere scocciato alzando gli occhi al cielo, e si divertì a vedere la fronte di Graziosi che si corrugava: il Maresciallo non sopportava quel gesto di insofferenza del suo vice e più di una volta lo aveva fulminato con gli occhi quando lo aveva colto sul fatto.
Anche Di Capua sorrise e continuò:
– I dati aziendali e telefonici sono troppi per poterli visionare in poco tempo. Finora non ho trovato nulla di strano, ma ovviamente dobbiamo chiedere un supporto ai colleghi della finanza perché gli intrecci societari sono troppo vasti per le nostre competenze. In sintesi: il Senatore Russolillo ha lasciato ai tre un sacco di soldi, case e aziende. I tre fratelli sono stati bravi a mantenere in piedi le proprietà del padre e anzi ad accrescere il patrimonio. Si sono divisi abbastanza equamente ruoli e responsabilità, e conducevano una vita apparentemente normale, tra lavoro, famiglia  – erano tutti e tre sposati con figli – e attività varie: beneficienza, sport, viaggi. Insomma, tutto nella norma.  –
– Però? – lo incitò Graziosi.
– Però…anche se la loro vita non presenta particolare increspature, è quella del padre che trovo strana. – 
– Il Senatore Russolillo? Ma se è morto da dieci anni – disse Graziosi stupito – e che fosse un intrallazzone, coinvolto in affari poco chiari tra servizi segreti, mafia e poteri economici, è abbastanza noto. Anzi, mi stupisco come i figli non abbiano seguito la carriera del padre . –
Di Capua era pensieroso.
– Ha ragione Marescià, ma non è di quello che parlavo. Il Senatore si era separato dalla moglie una trentina di anni fa. I figli rimasero con il padre, mantenendo un rapporto blando con la madre, questo fino alla morte del Senatore. Poi, improvvisamente, alla morte di lui, la madre riprese il suo posto nella vita famigliare, addirittura trasferendosi nella villa di famiglia, da cui i tre figli uscirono solo per i rispettivi matrimoni. – 
– E cosa trovi di strano in tutto questo? – chiese Graziosi, attentissimo.
– Beh, per prima cosa, il Senatore aveva vissuto gran parte degli ultimi anni di vita con un’altra donna, che non aveva mai sposato perché il divorzio non era mai diventato esecutivo. Questa donna ha di fatto cresciuto i suoi figli, da quello che ho potuto capire, ed è comparsa insieme a lui in diverse occasioni ufficiali. Possibile che sia uscita dalla sua vita così, improvvisamente? Secondo: i figli non vedevano quasi mai la madre, che a malapena conosceva i nipotini. La donna faceva una vita da gran signora in una casa al mare, a Portovenere. Si occupava di beneficenza, design di gioielli e istruttori di pilates, non necessariamente in quest’ordine. E dato che era ancora la moglie legittima, anche in caso di testamento sfavorevole avrebbe comunque ereditato qualcosa. Infine: perché i figli hanno accettato che la madre rientrasse nelle loro vite, dopo quasi trenta anni di isolamento? Insomma per me è la vita del Senatore che non mi quadra. Quella dei figli mi sembra anche troppo lineare – 
Graziosi rimase parecchi secondi in silenzio. Stava riflettendo sulle informazioni che gli aveva sintetizzato il suo vice, e doveva ammettere che anche a lui tutta la situazione suonava alquanto strana.
– Dov’è ora la seconda “moglie”? –  chiese alla fine.
Di Capua sfogliò i suoi appunti, poi rispose:
– Qui a Roma. Vive in un piccolo appartamento in Via Marmorata, a Testaccio. Da sola, a quanto è dato sapere.  –
Graziosi infine si alzò dalla sedia, si infilò la giacca e disse solo:
– Andiamo a trovarla – 

Il viaggio, perché di un viaggio si tratta a Roma quando si deve attraversare la città, da Via Nomentana a Via Marmorata avvenne quasi in totale silenzio.
Graziosi odiava la musica in macchina: la radio non lo soddisfaceva perché non riusciva a trovare una stazione con i suoi gusti, e comunque era del parere che la musica andasse ascoltata ad alto volume e con gli occhi chiusi, cosa che evidentemente gli sarebbe stata difficile fare guidando.
Poi, per quanto raramente, la radio di servizio gracchiava ogni tanto, e le comunicazioni interne disturbavano comunque il suono, quindi preferiva rimanere in silenzio.
Evidentemente entrambi erano intenti a rimuginare sul caso, perché non parlarono quasi finché non furono in vista di Via Cristoforo Colombo, che attraversarono per dirigersi verso la Piramide Cestia.
Fu Graziosi che improvvisamente chiese a Di Capua:
– Sono passati dieci anni dalla morte di Russolillo. Qualsiasi sia il movente, perché aspettare tutto questo tempo? C’è stato qualche avvenimento particolare nella vita dei tre fratelli, o nelle aziende di famiglia, che possa aver fatto scattare la necessità di eliminarli, secondo te? –
Di Capua scosse la testa.
– No, Marescià, non da quello che sono riuscito a vedere finora. C’è da dire che il materiale è tanto, e qualcosa mi è sicuramente sfuggito, ma la domanda rimane sensata. –
– Perché vedi – continuò Graziosi mentre parcheggiava la macchina di servizio davanti ad un ristorante – sia che si tratti di un movente passionale, sia economico, o politico, dieci anni sono un tempo infinito. Perché qualcuno cova rancore per tutto questo tempo e poi lo fa esplodere improvvisamente, verso tre persone apparentemente innocenti? E se invece l’obiettivo fossero loro, e non il padre, perché questa modalità? E quale sarebbe il movente, o la causa? –
Si fermò un attimo a motore spento, mani sul volante, poi aprì lo sportello per scendere e si girò verso Di Capua:
– Se fossimo in un romanzo o in un telefilm a questo punto ci starebbe bene la frase ‘la polizia brancola nel buio’. Ma in ultima analisi, a noi non ce ne frega un cazzo, siamo Carabinieri! –
Di Capua alzò gli occhi al cielo alla battutaccia del suo capo, che non era proprio tipo da ironia, ma alla fine scese dalla macchina con un sorrisetto e lo raggiunse davanti al portone dove stavano per entrare.

La pulsantiera dei citofoni era in stile anni cinquanta, dorata e perfettamente lucida, con le targhette dei nomi in bianco, come fossero tanti biglietti da visita tutti uguali.
Scorsero le due file un paio di volte prima di trovare il nome giusto: Agata Germana Giulia.
Se non avessero letto il faldone del caso si sarebbero fatti la stessa domanda di tutti: tre nomi e nessun cognome?
Chiaramente Giulia era un cognome di lontanissima origine, molto romano, molto nobile, ma il doppio nome non aiutava a districarsi nel malinteso.
Il portone si aprì dopo poco che ebbero suonato, ed entrarono nell’androne scuro.
Graziosi istintivamente si fece più vicino al muro, memore dell’incontro sgradevole di qualche sera prima.
Senza prendere l’ascensore salirono al secondo piano, dove una porta era già socchiusa e una persona che poteva definirsi anziana ma di ottimo aspetto li attendeva appoggiata allo stipite.
Dal basso Donna Agata sembrava più alta del suo già importante metro e settanta, e l’aria austera che le conferiva un certo portamento – schiena dritta, sopracciglio arcuato – acuiva la sensazione che fosse una donna con cui era meglio non scherzare.
Ma quando arrivarono al piano, un sorriso cordiale si allargò sul viso della donna, che istantaneamente sembrò meno arcigna e più giovane dei suoi quasi settanta anni.
Invitò i due ad entrare, e sebbene avessero avvertito la donna della visita non c’era nessuno ad accoglierli insieme a lei: un amico, un avvocato, nessuno. Segno di sicurezza, o ingenuità, lo avrebbero stabilito in seguito.
Si sedettero in un salottino luminoso, la donna su un divanetto a due posti e loro su due poltrone con schienali altissimi, tutto foderato con stoffa damascata, tutto di ottima fattura ma ormai in cattivo stato.
Era evidente che la donna non aveva più una grande disponibilità economica. Nonostante questo i suoi modi rimanevano quelli di una gran signora.
Fu lei a venire subito al punto, senza tanti preamboli:
– E dunque – esordì con un francesismo, segno di studi esclusivi – sospettate che possa aver ucciso i tre fratelli Russolillo – disse con un tono di voce per niente indignato, quasi divertito all’idea.
Graziosi e il suo vice erano troppo esperti per permettere ad un indagato la gestione di un interrogatorio, e senza scomporsi evitarono di rispondere o anche solo di dare a vedere che la domanda li aveva sorpresi.
Di contro, Graziosi fece una domanda altrettanto diretta, con il tono e la postura che dicevano chiaramente che si aspettava una risposta sincera e immediata:
– Perché alla morte del Senatore lei lasciò la sua casa e i figli? – chiese brutalmente. Aveva capito che la donna era estremamente intelligente e non avrebbe avuto senso lasciarsi andare a schermaglie da film poliziesco di quart’ordine.
Il sorriso cordiale lasciò il posto ad una piega amara della bocca, che improvvisamente restituì alla donna quei 5/10 anni in più che non aveva dimostrato fino a quel momento.
Non era uno sguardo carico d’odio, quello che puntò contro gli occhi di Graziosi, piuttosto un’ombra di malinconia e rimpianto.
Nella sua carriera il Maresciallo Graziosi aveva imparato che le persone si rivelano di più nei momenti di transizione, quando qualcosa le costringe a cambiare improvvisamente; e quello sguardo gli raccontò di quella donna molto più di quello che le avrebbe aggiunto dopo.
Gli disse che non era andata via di sua volontà, ma che non aveva serbato rancore, ma solo rimpianto.
– Io volevo bene ai miei ragazzi – esordì con un filo di voce – Li avevo cresciuti io. Per anni della madre videro solo delle cartoline che mandava da posti esclusivi, pagati dai soldi del Senatore. Sono io che li accompagnavo a scuola, che li curavo quando stavano male, che li consolavo quando soffrivano, che raccoglievo le loro confidenze quando cominciarono ad avere i primi amori. C’ero io il giorno della loro laurea, non la madre, ed ero io che li portavo al mare tutte le estati. E loro ne volevano a me, di bene. Me lo hanno dimostrato in tutti questi anni. Anche il Senatore me ne voleva, ma lui a modo suo. La sua vita politica e la sua indole non consideravano la fedeltà come elemento costitutivo fondamentale della vita a due, e visto il suo ruolo pubblico non era difficile leggere sui giornali dei suoi amorazzi – 
La donna fece una pausa, mentre i due attendevano che riprendesse, senza commentare.
– Ma io, a differenza della prima moglie, anzi della sua unica moglie – aggiunse con un po’ d’amarezza – ho sopportato molto a lungo, perché gli volevo bene e perché volevo bene ai ragazzi. Sua moglie no, preferì abbandonarlo, forse anche come scusa visto che poi non condusse una vita irreprensibile e che la separazione le permise una vita agiata, molto più di quella che faccio io ora – 
Fece un’altra pausa per bere un po’ d’acqua poi riprese di nuovo.
– La verità è che il Senatore era sempre rimasto innamorato della moglie. Anche se andava con altre donne, anche se io ero entrata nella sua casa, l’amore della sua vita era quella donna arida, che lo aveva lasciato senza possibilità di repliche e che lui ha mantenuto per anni. Quando è morto metà delle sue proprietà è andata a lei. A me ha lasciato questo piccolo appartamento. Mi ha trattato come una mantenuta. E anche se in teoria i figli potevano opporsi, quando lei ha preteso di rientrare in quella casa loro non l’hanno ostacolata. In fin dei conti era pur sempre la madre, e io un’estranea. E così, sono andata via io.”
Ci fu un minuto di silenzio, mentre Graziosi assorbiva le informazioni che quella donna aveva fornito spontaneamente, prima che qualcuno riprendesse a parlare.
– Da quello che ci dice – disse cautamente il Maresciallo – lei avrebbe diversi motivi per uccidere i tre fratelli – 
La donna non ebbe reazioni. Si aspettava questa domanda, probabilmente, e comunque era in pieno controllo della situazione.
– Direi di no, Maresciallo. Prima di tutto stiamo parlando di fatti che risalgono a più di dieci anni fa; inoltre, se proprio avessi voluto sfogare le mie ire su qualcuno, lo avrei fatto con quella donna che prima lo ha fatto soffrire lasciandolo, e poi si è venuta a prendere i suoi soldi dopo morto. Perché avrei dovuto uccidere tre persone a cui volevo bene? – 
– Sapesse quanti omicidi vengono commessi in famiglia! – interloquì Di Capua.
Graziosi annuì, poi fece finta di leggere da un documento che si era portato, ma in realtà stava pensando.
Ad un certo punto ebbe come un’intuizione, alzò la testa e chiese:
– Lei ha mai incontrato la moglie del Senatore? – 
Donna Agata non si scompose.
– Certo – rispose – ci sono state diverse occasioni in cui siamo capitate nello stesso posto. Compleanni dei figli, lauree, anche un paio di medaglie del Senatore. Ci siamo sempre limitate a salutarci cortesemente ma freddamente. Non avevamo certo intenzione di fare amicizia. – 
– E recentemente? – insistette Graziosi.
– No, da quando il Senatore è morto e lei è rientrata a casa non l’ho più vista. Non ne ho motivo. Non la odio, ma non la voglio incontrare. Non è colpa sua se il Senatore era ancora innamorato, ma stiamo bene così, ognuna al suo posto. – 
– E i figli? – si inserì Di Capua. Ora l’interrogatorio si era fatto pressante, anche se formalmente ancora su un tono informale.
La donna sospirò, poi fece spallucce.
– Poco – disse infine – e tutti insieme l’ultima volta al funerale del padre. Poi qualche mio compleanno, un paio di volte durante le feste di Natale… insomma: gestire due madri non è una cosa semplice e alla fine hanno optato per quella naturale. Non posso fargliene una colpa. Solo Fernanda mi viene a trovare con regolarità, e ha qualche senso di colpa per come mi hanno trattato, ma anche lei una o due volte l’anno, non di più. – 
Graziosi si alzò, segno che l’incontro era finito.
Mentre si accingevano ad uscire si girò verso la donna e le disse:
– Allo stato attuale lei è una delle persone con abbastanza motivi e opportunità per commettere un omicidio del genere. Le chiediamo di rimanere a disposizione; non abbiamo indizi sufficienti per trattenerla, ma gradiremmo non si allontanasse. E si procuri un avvocato, le servirà di sicuro. – 
I tre si salutarono con educazione, se non con cordialità, e la porta si chiuse dietro Graziosi e Di Capua.
Quando furono in macchina il vice chiese:
– Secondo lei c’entra qualcosa? – 
Graziosi, come raramente gli succedeva, fu titubante.
– Istintivamente direi di no, non mi sembra il tipo, quello che ci ha raccontato pare credibile… – 
– Ma? – lo pungolò Di Capua.
– …ma non ci ha detto tutta la verità. Era preparata all’incontro. Troppo fredda e razionale per una che ha appena perso tre figli adottivi, indipendentemente dal fatto che li abbia uccisi lei o meno. Troppo credibili le giustificazioni, troppo ferme le mani e fisso lo sguardo. Troppo di tutto. Quella donna sa qualcosa in più e non ce lo ha detto e sospetto abbia a che fare con l’omicidio. Voglio incontrarla di nuovo quando avremo qualche altro elemento. – 
E così dicendo mise in moto e partì verso la caserma.

La giornata passò senza altre novità rilevanti.
Graziosi la passò più che altro a seguire i vari TG che ancora erano pieni di notizie sull’omicidio, sulla vita dei tre, sul Senatore, con accorate dichiarazioni di tutti coloro che rilasciano dichiarazioni in questi casi: vicini di casa, colleghi, politici e anche il giardiniere.
Ma nonostante tutta questa valanga di parole l’indagine non fece mezzo passo avanti, né Graziosi riuscì a spremere gran che dai suoi neuroni.
Alla fine quando era quasi buio rinunciò per quel giorno a capirci qualcosa e se ne andò a casa.
Arrivato vicino al suo palazzo decise di non parcheggiare la macchina sotto casa come faceva di solito, ma di farsi un giro nelle strade limitrofe.
Lo fece con cura, strada dopo strada, lentamente, allargando sempre di più il giro, finché non la vide.
Non c’erano dubbi.
Una grossa berlina scura, parcheggiata a spina di pesce in una stradina strettissima in salita, sotto le fronde di un salice, che se Graziosi non fosse stato a caccia di qualcosa non l’avrebbe mai notata.
La classica macchina di servizio di chi lavora per lo Stato, nelle scorte o nei servizi segreti.
Quindi l’uomo era tornato e lo aspettava.
Per un momento pensò di andare in ufficio e prendere la pistola d’ordinanza, ammesso che si ricordasse la combinazione della cassaforte e dove poteva aver messo le pallottole, che da procedura teneva sempre separate.
Poi ragionò che la probabilità di far paura con una pistola a quel colosso erano basse, e ancora più basse erano quelle di colpirlo se lui lo avesse attaccato, perciò decise di lasciare perdere e cambiò strategia.
Arrivò al portone infilò la chiave con sicurezza, come se non avesse sentore di quello che stava per succedere, poi chiuse la porta di scatto e disse:
– Non sono bravo a fare il caffè, ma chiacchierare seduti in cucina è comunque meglio che giocare a fare gli agenti segreti in un sottoscala. – 
Dopo qualche secondo di assoluto silenzio l’uomo spuntò di nuovo dall’ombra, imponente, e senza una parola si diresse con sicurezza verso l’appartamento di Graziosi, arrivò alla porta e la aprì con delle chiavi che teneva in tasca.
Graziosi non si stupì più di tanto, era logico che avessero fatto una ricognizione nel suo appartamento e che in qualche modo si fossero procurati le chiavi per entrare senza farsi notare.
E’ il modo in cui lavorano questi “colleghi”, pensò.
Sempre senza dire una parola i due uomini si diressero verso la cucina, il colosso come se fosse stato a casa di Graziosi decine di volte, e forse era proprio così.
Graziosi mise su una moka, preparò le tazzine, i cucchiaini, il latte e anche un paio di biscotti.
Poi quando finalmente il caffè fu pronto lo versò in un bricco e si sedette.
L’uomo si versò una tazza abbondante di caffè, non mise zucchero né latte, e si rilassò sulla sedia mentre beveva stando attento a non scottarsi la lingua.
Graziosi invece riempì una tazzina, mise un cucchiaino di zucchero, aggiunse un po’ di latte freddo e intinse un biscotto Gentilini nella tazzina, come fosse una minicolazione: non gli piaceva tanto il caffè e allora per farselo andare spesso lo faceva diventare un cappuccino.
– Novità? – chiese l’uomo improvvisamente.
– Tutto tace – rispose Graziosi guardandolo negli occhi.
L’uomo sostenne lo sguardo poi addolcì un po’ gli occhi.
– Non avevamo un accordo? – chiese.
– Non ricordo che questo accordo comprendesse il fatto che lei possa entrare in casa mia quando lo ritiene opportuno. Se lei vuole che io mi fidi me ne deve dare motivo. – rispose secco Graziosi.
L’uomo ci pensò un attimo, poi mise le mani in tasca e allungò le chiavi a Graziosi.
– Non che non possa farne un’altra copia – disse – ma ha la mia parola che nessuno entrerà più in casa sua senza il suo permesso. – 
Graziosi prese le chiavi, le guardò distrattamente, poi riprese il discorso.
– Abbiamo interrogato la compagna del Senatore, Donna Agata. Secondo me non è stata lei, ma non ci ha detto tutta la verità. – 
L’uomo annuì. Poi disse lentamente:
– Ci sono delle cose che io non le posso raccontare. Ma voglio aiutarla perché ci sono anche cose che non so e che vorrei che lei scoprisse. Sono molte le cose che io posso fare nella mia posizione, ma alcune richiedono l’uso formale della legge, e solo lei può arrivarci. Io le dirò qualcosa, ma solo il minimo, e solo per farla guardare nella direzione che mi interessa. Se ci sono altre cose che vuole scoprire ne è libero, a meno che non siano relative a me e all’organizzazione di cui faccio parte, in quel caso sarò obbligato a fermarla, in un modo o nell’altro. – 
A Graziosi la velata minaccia non diede fastidio, non era un uomo che si metteva paura facilmente, e se avesse ritenuto che sapere qualcosa di più di quell’uomo l’avrebbe aiutato nella sua indagine, lo avrebbe fatto.
Ma quello che lo fece imbestialire era la frase “uso formale della legge”.
Non era un ingenuo, Graziosi, ma un idealista sì.
Credeva nei concetti di Giustizia e di Legge, e il motivo per cui un uomo come lui che avrebbe potuto diventare un brillante avvocato o magistrato era invece finito a fare il Carabiniere era proprio questo: esercitare la Legge con Giustizia.
Non esisteva per lui un uso formale o informale della legge, non amava il machiavellismo italico, cercava sempre di essere corretto anche con i criminali più incalliti.
Essere considerato quasi come un attore che recitava un ruolo mentre qualcun altro si arrogava il diritto di decidere in autonomia cosa fosse giusto o sbagliato lo fece incazzare moltissimo.
Ma si contenne. Aveva bisogno di aiuto, lo sapeva, per uscire dal ginepraio di quella indagine che si svolgeva a troppi livelli, per cui a denti stretti si limitò ad annuire.
– Non so se Donna Agata sia innocente o meno del triplice delitto. – riprese l’uomo – ma non si sta vicino ad un uomo potente come il Senatore Russolillo per tanti anni senza condividerne tutto. Le cose belle e le cose brutte. E questo vale anche per la moglie. Le due donne hanno più cose in comune di quanto lei creda. – 
Graziosi non capì bene il significato di queste parole, ma si ripromise di ragionarci insieme a Di Capua, e comunque l’uomo si alzò rapidamente e uscì di casa prima che lui potesse chiedergli altro.
Perché mi ha parlato delle due donne? E cosa potrei trovare di utile per lui guardando in questa direzione?
Con questi pensieri in testa, senza ottenere risposta passò la serata e poi la nottata.

La mattina dopo si svegliò con calma, rinunciò alla corsetta mattutina, fece colazione e andò in ufficio dove gli venne incontro Di Capua eccitatissimo.
– Marescià sono due ore che la cerco, ma il cellulare è staccato! – 
Graziosi diede un’occhiata distratta al suo telefono solo per accorgersi che la batteria era completamente scarica: si era dimenticato di metterlo in carica.
– Vabbè, dimmi – tagliò corto.
– Si ricorda che Donna Agata ci ha detto di aver incontrato la moglie del Senatore qualche volta? insomma sono andato a vedere se esistevano prove di questi incontri. Ovviamente non ho trovato niente relativamente a compleanni e altri eventi ma…guardi questa foto: è stata scattata in occasione della consegna del titolo di Cavaliere al nostro Senatore. – 
E così dicendo porse una stampa a Graziosi che rimase di stucco.
La foto rappresentava un momento conviviale, probabilmente un buffet organizzato subito dopo la nomina, con molte persone in abito di gala.
Vicino ad un tavolo, con in mano un flute pieno di champagne, le due donne ridevano di gusto per qualche motivo, vicinissime, come vecchie amiche.
- Dove l’hai presa? – chiese Graziosi con la bocca ancora aperta.
– Ho verificato eventi pubblici con celebrazioni che riguardassero solo il Senatore, mi sono spulciato gli archivi fotografici di un paio di agenzie ed è uscita questa. – 
Graziosi continuava a fissare la foto senza riuscire a staccare gli occhi.
– Quindi si conoscevano. E anche l’uomo in nero è nella foto. – Graziosi aveva raccontato al suo vice degli incontri nel sottoscala.
– E quindi Donna Agata ci ha mentito – concluse Di Capua – A questo punto che facciamo? La mettiamo di fronte alla sua menzogna? – 
Graziosi scosse la testa.
– No, direi di no. Per due motivi. Il primo è che la foto di per sé non prova nulla, è un’istantanea e anche se ci sono troppi elementi che mi fanno pensare lei potrebbe trovare mille motivi per quel momento. E poi perché è meglio che tutti continuino a crederci all’oscuro, avremo più libertà nelle indagini. A questo punto invece farei la cosa che tutti potrebbero ritenere più scontata. – 
Di Capua capì al volo.
– Andiamo a parlare con la moglie. – 

Non fecero in tempo ad uscire dalla caserma, perché improvvisamente si trovarono di fronte Ziliani.
Rimasero stupiti di vederlo, si erano quasi dimenticati che formalmente il titolare dell’indagine era lui, anche se non ritenevano fosse in grado di scoprire neanche un petardo che gli fosse esploso nelle mutande.
Ziliani inoltre era sempre sinonimo di incazzatura, quindi lo guardarono con sospetto soprattutto perché stava sorridendo.
– Salve! – esordì garrulo.
– Che c’è Ziliani? – disse scostante Graziosi.
– Volevo dirvi che stiamo per incastrare l’assassino, anzi l’assassina. Un paio di verifiche ancora e l’andiamo a prendere. Desiati ci ha dato una mano fondamentale, ho parlato con il Comandante ed è d’accordo a procedere. Volevo ringraziarvi dell’aiuto e chiedervi di non occuparvi più del caso, stiamo per chiudere. – 
Graziosi e Di Capua si guardarono, poi fu Di Capua a intervenire:
– Ha già avvertito le televisioni? – chiese sarcastico.
Ziliani arrossì, segno che l’appuntato aveva fatto centro. Ziliani oltre che incompetente era anche vanesio e appena poteva mostrarsi di fronte alle telecamere non si tirava certo indietro, anzi.
– Ovvio, caro Appuntato – marcò la differenza di grado con un lieve innalzamento della voce – che un delitto così efferato, dei personaggi così importanti, un’indagine così delicata risolta in tempi rapidi siano di grande interesse per la stampa – 
– E quale sarebbe l’aiuto fondamentale che ti ha dato Desiati? – chiese Graziosi.
– Ha fatto analizzare il DNA trovato sul luogo del delitto e ne ha trovato uno che non doveva esserci in teoria così abbondante, dopo dieci anni che l’assassino non frequentava più quella casa. Donna Agata. – 
I due si guardarono, poi rientrarono in caserma, lasciando Ziliani al suo successo.
Quando furono nell’ufficio di Graziosi questi disse sconsolato:
– Stavolta l’ho fatta la cazzata, non ci ho capito niente, ho giocato a fare l’agente segreto, e Ziliani mi ha umiliato – 
Di Capua alzò gli occhi al cielo, e stavolta Graziosi non disse niente.
Il suo vice si appoggiò alla scrivania con entrambe le mani e guardò negli occhi il suo capo.
– Marescià, è chiaro che Donna Agata ci ha mentito, ma questo lo sapevamo già. Però cosa cambia questo fatto? Ziliani ha l’ansia di trovare un colpevole prima che lo facciamo noi, ma io non credo che lei si sia sbagliato, e penso che anche stavolta Ziliani farà una figura di merda; purtroppo la farà fare a tutta l’Arma. – 
Graziosi rifletté a queste parole, poi si alzò di scatto e disse:
– Facciamo una chiacchierata comunque con la moglie, ormai cosa ci possono dire? – 

Arrivarono nella villona stile hollywoodiano del Senatore Russolillo, un portico che sembrava quello della Casa Bianca, e un vialetto d’ingresso degno delle più belle ville di Beverly Hills.
Chiaramente il Senatore buon’anima disponeva di ingenti risorse economiche, e questo forse anche poteva essere in parte la causa della morte prematura dei suoi figli.
Graziosi aveva avvertito la Signora Russolillo che si fece trovare sul portico, elegantissima e bellissima per la sua età, con un sorriso smagliante sulle labbra e porgendo la mano che Graziosi prima e Di Capua poi strinsero delicatamente.
– Eccoci! I nostri investigatori! Mi fa piacere vedervi, anche se come penso sappiate arrivate tardi. Il vostro collega Ziliani è riuscito in poco tempo a trovare il colpevole. Mi dispiace per quella povera donna, evidentemente dopo tanti anni il dispiacere di non poter più far parte della sua famiglia acquisita le ha fatto perdere il lume della ragione. Ma i miei figli andavano vendicati e non c’è nulla di meglio della Giustizia terrena. A quella divina ci penserà il padreterno quando se ne andrà. – 
Finì questo discorsetto con un ampio gesto della mano, poi invitò i due a sedersi e una cameriera di origine sudamericana portò da bere, rigorosamente analcolico per i due, un prosecco per la Signora Russolillo.
– Grazie per averci ricevuti lo stesso Signora – esordì diplomaticamente Graziosi mentre Di Capua si guardava intorno – anche se a quanto pare il caso è risolto ci sono alcuni dettagli che non sono chiari e che vanno sistemati, perché sa, in tribunale poi tutto conta per riuscire ad emettere una sentenza. – 
La donna annuì compita e Graziosi proseguì.
 – Prima di tutto dobbiamo cercare di capire come Donna Agata sia riuscita a convocare i tre fratelli qui allo stesso tempo, e soprattutto senza che lei e il personale di servizio, se ne accorgesse. – 
– Se sta cercando una risposta da me le devo confessare che non ne ho idea, – disse in tono cortese la Signora Russolillo – ma posso dirle che l’opportunità era chiara: io ero fuori in campagna, nella casa che abbiamo dalle parti di Tarquinia, e il personale non dorme qui. Da quando sono tornata nella MIA casa il personale arriva la mattina presto e va via il pomeriggio presto. Non mi servono badanti e non voglio gente per casa la sera. – 
Graziosi annuì, assorbendo la notizia. 
– Vuole sapere se ho un alibi? – chiese la Signora Russolillo vagamente ironica?
Graziosi sorrise.
– No signora. Do per scontato che il collega Ziliani prima di procedere ad un arresto abbia vagliato tutte le alternative, e se lei mi ha citato la sua permanenza a Tarquinia è perché è sicura che possano testimoniare la sua presenza lì centinaia di persone – 
La Russolillo arrossì violentemente, aveva tentato di prendere in giro Graziosi, ma lui ne aveva viste troppe per abboccare così facilmente.
E in una specie di partita di scacchi il Maresciallo colse al volo l’errore dell’avversario per contrattaccare:
– Piuttosto ci dica, in che rapporti era con Donna Agata? L’ha più vista dopo che si è separata da suo marito, o magari recentemente? – 
La donna sbandò, non si aspettava forse una domanda così diretta, ma era comunque preparata e recitò la sua parte, identica a quella di Donna Agata:
– Nessun rapporto, non la odio, lei si è trovata al posto giusto al momento giusto e penso fosse innamorata di mio marito. Peccato che lui fosse ancora innamorato di me, e quando è morto mi ha lasciato tutto, e Donna Agata – come ama farsi chiamare – ha dovuto levare le tende. Mi è capitato di vederla qualche volta, ad eventi ufficiali, compleanni, cose così, e ci siamo salutate per cortesia e per non mettere in imbarazzo il Senatore. Penso di averla vista l’ultima volta una ventina di anni fa. – 
Era l’assist per Di Capua, che non se lo fece sfuggire.
Tirò fuori la foto, e disse:
– A noi risulta, come può vedere da questa foto, che eravate in rapporti cordiali. Questa grande cordialità non coincide con il quadro che lei ci ha fatto. – 
La donna ora era in grande difficoltà.
– Non lo so, magari avevamo bevuto e non eravamo consapevoli, e comunque non capisco cosa c’entri. Avete trovato il colpevole, arrestatelo e fine. Io non ho niente altro da dirvi. – e così dicendo si alzò dalla poltrona in cui si era accomodata, segno che la conversazione era terminata.
I tre si salutarono con un po’ di imbarazzo, poi Graziosi si mise al volante e lentamente si immise su Via Cassia. Di Capua sapeva che il cervello di Graziosi stava cominciando a mettersi in moto.
– Allora – attaccò il Maresciallo – la situazione è questa. Tre fratelli sono stati uccisi, da qualcuno che li conosceva bene. Donna Agata ha mentito, ed evidentemente è stata sul luogo del delitto. Anche la Signora Russolillo ha mentito ma il suo alibi è perfetto, così perfetto che mi dà quasi fastidio. Poi abbiamo l’uomo in nero, che ancora non sappiamo che ruolo abbia nella vicenda e cosa voglia da noi. In teoria inoltre l’indagine è finita qua e quindi non possiamo scoprire più nulla. – 
– Ma infatti Marescià, per una volta tanto, lasciamo a Ziliani l’onore dell’arresto, noi c’abbiamo una decina di casi che abbiamo lasciato in sospeso, facciamoci i fatti nostri – 
Graziosi parve non ascoltarlo.
– Assolutamente no. Donna Agata è innocente. E me non piace quando va in galera un innocente, soprattutto se l’errore lo abbiamo commesso noi Carabinieri. – 
Di Capua alzò gli occhi al cielo, ma se lo sentiva: Graziosi non era il tipo da mollare l’osso, e neanche lui a dire il vero, quindi fece un sorrisetto e disse:
– Per me dobbiamo capire che rapporti c’erano tra le due donne. Se riusciamo a capire questo secondo me possiamo capire molte cose del delitto. Purtroppo i tre testimoni che avrebbero potuto aiutarci sono morti, quindi dovremo fare in altro modo. – 
E questo “altro modo”, come Graziosi sapeva, era l’innata capacità di Di Capua di ottenere dati sugli indagati – grazie ai buoni rapporti che aveva intessuto con tutti gli enti e aziende che potevano fornirglieli, ma soprattutto di saperli interpretare scartando a botto quelli inutili. Spesso analisi che avrebbero richiesto a decine di persone mesi di lavoro erano state chiuse da Di Capua in pochissimo tempo, per la sua capacità di “vedere” le cose importanti e soprattutto di saperle cercare.
– Che volete sapere Marescià? – chiese Di Capua che aveva già capito.
– Voglio capire i rapporti tra le due donne. Fruga dappertutto e quando trovi un legame, anche sottilissimo, andiamo a vedere. Io credo che il fatto che abbiano voluto mascherare la loro frequentazione, anche in un momento così doloroso per entrambe, vuol dire che è importante che non si sappia. E invece io a questo punto voglio sapere. – 
Di Capua annuì e senza replicare andò a lavorare.
Graziosi pensò di tornare a casa, ma era quasi sicuro che ci avrebbe trovato il rugbista – così lo aveva soprannominato nella sua mente – e non voleva incontrarlo ora.
Prese perciò le chiavi della sua stanza in caserma – che non usava praticamente mai – e se ne andò a dormire senza neanche passare a comprare un rasoio o una camicia di ricambio.
Quando la mattina dopo arrivò in ufficio aveva l’aria stropicciata ma si sentiva molto riposato e pieno di energie.
Prese un caffè con Di Capua, che non aveva novità, poi andò alla sua scrivania.
Non aveva fatto neanche in tempo a sedersi che squillò il telefono.
Alzò la cornetta e una voce cavernosa chiese senza preavviso:
– Mi sta evitando per caso? – 
Graziosi si rilassò sulla sedia, quella telefonata gli faceva quasi piacere. Evidentemente il rugbista aveva bisogno di lui, questa era un’informazione interessante.
– Diciamo che mi hanno tolto l’indagine, quindi preferisco evitare questi incontri melodrammatici, se posso evitarlo. – 
L’uomo rimase in silenzio per qualche secondo. Poi riprese.
– Che significa questo? – 
– Che hanno trovato il colpevole, pare sia stata Donna Agata e a breve sarà arrestata. Il caso è chiuso. – 
Stavolta la pausa dell’uomo fu più lunga. Poi disse:
– Allora va bene. E’ finita così. Lei non mi è stato molto utile. Non mi vedrà mai più. – 
E chiuse la telefonata.
Graziosi guardò la cornetta sorridendo prima di appoggiarla lentamente.
“Qualcosa mi dice che non sarà così” penso tra sé e sé.
Ma il suo ottimismo al momento non aveva alcun riscontro. Di Capua non si vedeva, il che stava a significare che non aveva trovato niente, non aveva più accesso alle fonti investigative, insomma non aveva appigli per continuare l’indagine.
Passò davanti alla guardiola del piantone che aveva la TV accesa, e non poté evitare di guardare Ziliani che spiegava alla stampa come aveva incastrato l’assassina dei tre fratelli Russolillo, mentre sotto scorrevano le foto dell’arresto della donna.
Rimase qualche secondo in trance ad ascoltare gli sproloqui del suo collega, quando qualcosa nella sua testa fece “click”, si chiusero dei circuiti e improvvisamente si spalancò uno scenario che diventava interessante.
Tornò di corsa verso il suo ufficio solo per scontrarsi con Di Capua che veniva dalla direzione opposta.
– Marescià, ho trovato qualcosa! – disse il suo vice.
– E io forse ho capito qualcosa – rispose di rimando Graziosi – andiamo nel mio ufficio.
Si sedettero intorno al tavolino delle riunioni, Di Capua con dei documenti in mano.
– Dimmi prima tu – lo esortò Graziosi.
– Nei giorni scorsi ho guardato i conti dei tre fratelli e delle due donne, ma a parte la complessità degli incroci non ho trovato nulla di sospetto. Potrei sbagliarmi, perché il materiale è veramente tanto, ma le assicuro che ho guardato in profondità abbastanza da capire che le carte sono a posto. Adesso invece ho cambiato obiettivo. – 
– Il Senatore. – disse Graziosi pacatamente.
– Esatto, il Senatore. A quanto pare tutto riconduce sempre a lui. Sono partito dall’eredità e ho controllato tutti i beni che sono stati elencati. Tutti gli asset erano inglobati in una serie di società, praticamente tutte riconducibili al Senatore e ai figli in parti uguali, infatti il patrimonio del Senatore è stato dato alla moglie, a parte le briciole a Donna Agata, mentre i figli erano già stati sistemati in vita con quote delle società. –
Graziosi ascoltava attentamente, di sicuro Di Capua stava per tirare fuori la magagna.
Il vice prese una pausa per aumentare l’effetto di quello che stava per dire:
– Tutti gli schemi societari sono simili e tutti i beni, nessuno escluso, sono inseriti nelle società del Senatore. – disse Di Capua.
– Tranne? – domandò con un sorrisetto Graziosi che aveva già capito.
Di Capua ricambiò il sorrisetto ironico del suo capo.
– Tranne UNA. Una società di cui il Senatore aveva una quota minoritaria, inferiore all’1%, e che prevedeva l’usufrutto a sua volta di una società domiciliata in Lussemburgo. Ora, quando il Senatore morì la quota di questa società non venne assegnata esplicitamente e quindi fu assegnata egualmente ai figli e alla moglie, i quali liquidarono quasi immediatamente la loro quota per un controvalore ridicolo. –
– E di cosa si occupava questa società? – la cosa si faceva interessante.
Di Capua stavolta sogghignò.
– Dieci anni fa, alla morte del Senatore, il Lussemburgo era ancora un paradiso fiscale. Leggi che favorivano l’importazione di capitale, segreti assoluti sulle società e sui depositi bancari, insomma era un posto abbastanza sicuro per nascondere i propri beni. Ma oggi grazie alle leggi europee non è più così. E anche se a fatica ho ottenuto le informazioni su questa società. – 
Di Capua prese dei fogli, li sparse davanti a sé e riprese:
– La società gestisce un patrimonio quasi miliardario. Stiamo parlando di migliaia di immobili, quasi tutti in Italia, controllati attraverso società di gestione immobiliari locali. La proprietà è interamente posseduta da una finanziaria lussemburghese. A sua volta la finanziaria è di proprietà di due fondi di diritto sanmarinese – 
– Un bel casino – commentò Graziosi.
Di Capua annuì, poi proseguì.
– Sì decisamente. Dieci anni fa sarebbe stato impossibile capirci qualcosa, ma oggi sono felice di poterle mostrare i nomi dei proprietari di questo patrimonio, che lo gestiscono attraverso una società di persone di San Marino. –
Mise un foglio stampato davanti a Graziosi, il quale lesse, poi alzò gli occhi incredulo, lesse di nuovo e infine si abbandonò sulla sedia.
– Quindi non solo le due donne si conoscono, ma sono in società. E che società. Sono miliardarie. – 
La notizia lo aveva tramortito perché apriva scenari imprevedibili.
– Che si fa ora? – chiese Di Capua, velatamente soddisfatto del suo lavoro.
– Beh – iniziò a ragionare Graziosi – la tentazione sarebbe di capire come hanno messo insieme quel patrimonio, perché lo tengono nascosto, cosa ne sapevano i figli, cose così. In realtà il nostro obiettivo è sempre lo stesso: capire chi ha ucciso i tre fratelli e perché. – 

I due andarono a prendere un caffè, ma evitarono di rimanere in piedi davanti alla macchinetta dell’ufficio e si sedettero ad un tavolino in un bar della zona.
Era raro vedere Graziosi prendere un caffè fuori dall’ufficio, ma aveva bisogno di aria fresca e di ragionare a voce alta.
– Quindi abbiamo il seguente scenario – iniziò mentre metteva lo zucchero nel caffè macchiato – Il Senatore lascia alla moglie legittima e ai figli tutti i beni, almeno quelli palesi. Però la moglie con la seconda compagna hanno una società, di cui evidentemente anche il Senatore e i figli erano a conoscenza, in cui è confluito un patrimonio immobiliare miliardario. Questo spiega in parte perché le due donne cercano di non far trapelare i loro rapporti, ci scommetterei che dal punto di vista fiscale questa catena di società è in grave debito con il nostro Paese. Ad un certo punto, dopo dieci anni, qualcuno uccide i tre figli. La domanda è sempre la stessa: “cui prodest?”. Chi ci ha guadagnato dalla loro morte? Per quale motivo qualcuno li ha voluti eliminare? Non sembrerebbe logico per via di questa società, perché a quanto pare ne erano a conoscenza. A meno che uno dei tre non abbia minacciato di spifferare tutto al fisco in cambio di soldi, ma mi sembra improbabile anche perché i dati che tu hai raccolto ci mostrano che i tre erano ben più che benestanti. – 
Di Capua annuì mentre smadonnava di fronte al caffè: lo chiedeva macchiato, e invece di portarglielo schiumato come da tradizione napoletana ci aggiungevano il latte caldo, e NON era la stessa cosa. Inoltre il bicchiere di acqua gassata a Roma lo doveva sempre chiedere, mai una volta che glielo portassero di loro sponte.
– Poi c’è un’altra domanda: che cosa volevano i servizi? anzi, che cosa vogliono? perché noi di certo non abbiamo trovato ancora gran che. La società, certo, ma scommetto che per loro non è un segreto, anzi, sarei pronto a scommettere che in qualche modo ci stanno anche dentro. Che cosa potevamo scoprire in questa indagine che loro non sono in grado di trovare? e che cosa può essere così importante per qualcuno da uccidere tre persone? tre persone che, come abbiamo appurato, l’assassino o l’assassina conoscevano molto bene? – 
Di Capua alzò gli occhi al cielo, ma siccome Graziosi non capì se era per la sua tirata o per il caffè macchiato, per stavolta lasciò correre.
– Marescià, teniamo troppe domande e poche risposte. Io un’idea ce l’ho: perché non andiamo a riparlare con Desiati? magari ci sono altre cose che non ci ha detto. – 
Graziosi si alzò.
– Buona idea – disse e partirono alla volta dell’Istituto di Medicina Legale.

Quando Desiati aprì la porta una mezz’ora dopo per poco non gli prese un colpo e il panino che stava masticando gli cadde sul pavimento dell’obitorio.
– L’indagine non è chiusa? – chiese senza preavviso.
– Interessante. – disse Graziosi – Cosa ti fa pensare che siamo qui proprio per QUELLA indagine? – 
Desiati arrossì.
- Beh – balbettò – è l’ultima cosa per cui ci siamo visti, e ho pensato… – 
– Hai pensato che siccome ce lo hai messo in quel posto noi ce lo saremmo tenuti e zitti – concluse Di Capua, mentre Graziosi guardava Desiati fisso negli occhi senza scomporsi.
Desiati era chiaramente nel panico, aprì di più la porta e senza una parola si sedette, seguito dai due.
– Stai tranquillo – disse Graziosi – non abbiamo intenzione di prenderti a calci, anche se francamente la tentazione ce l’ho. Ma formalmente l’indagine è di Ziliani quindi non hai violato nessuna procedura. Però ora vogliamo sapere che altro hai trovato sulla scena del delitto – 
– Altro rispetto a che cosa? – chiese sospettoso Desiati.
– Rispetto al DNA di Donna Agata Giulia – 
– Beh, niente – disse Desiati.
I due si guardarono.
– Come “niente”? – chiese Di Capua.
Desiati era sulla difensiva, le domande dei due gli stavano facendo capire che forse aveva fatto una cazzata più grossa di quel che pensava, e per la soddisfazione di mettere nei guai Graziosi ora si trovava sulla graticola.
– Nel senso che Ziliani mi ha chiesto di verificare se il DNA della donna fosse presente, io ho esaminato un po’ di campioni e l’ho trovato dappertutto. – disse con voce sempre più bassa.
Graziosi spalancò gli occhi.
– Vediamo se ho capito – disse con un tono di voce che non prometteva nulla di buono – tu NON hai esaminato la scena in lungo e in largo cercando tracce ematiche, DNA o altri elementi probatori, ma ti sei limitato a rispondere ad una domanda di quel coglione di Ziliani e in questo modo hai fatto arrestare una persona senza sapere se magari sul luogo del delitto ce ne potevano essere state altre? E’ così? Ho ragione? – concluse alzando la voce.
Desiati ora era terreo, consapevole dell’errore.
– Scusami – tentò di giustificarsi – io non faccio l’investigatore, ma analizzo dati, se mi chiedono una cosa faccio quella… – 
Graziosi si alzò di scatto, e per un momento Di Capua temette che il suo capo potesse veramente prendere a calci Desiati, e lo temette lo stesso patologo perché istintivamente si ritrasse sulla seggiola.
Invece il Maresciallo andò verso la porta, poi si girò e disse:
– Tutto. Voglio che analizzi tutto. E voglio i risultati per domani. E solo io. – 
Desiati annuì e i due uscirono dall’Istituto, rossi in viso per la rabbia.

Graziosi rimase in silenzio mentre andavano verso l’auto.
Di Capua cercò di stemperare il clima:
– E così anche stavolta abbiamo arrestato una persona senza prove schiaccianti e il suo avvocato ci farà il culo alla prima udienza. – disse sarcasticamente.
Graziosi annuì ma rimase in silenzio.
Poi appena arrivato in macchina prese il volante tra le mani, si girò verso il suo vice e disse:
– La verità è che questa notizia cancella anche l’unica traccia che avevamo, perché anche se Ziliani è uno stronzo, trovare il colpevole non mi sarebbe dispiaciuto. Adesso dovremo partire di nuovo da zero, con la differenza che abbiamo alzato un polverone tremendo e non riusciremo più a capirci un cazzo. – 
Graziosi raramente usava il turpiloquio, segno che era veramente infastidito.
Ma scoprire che un’indagine era sostanzialmente andata all’aria per colpa dell’insipienza delle persone che lo circondavano era troppo anche per lui.
Tornati in caserma si chiuse nel suo ufficio e non rispose al telefono per ore.
Di Capua, che lo conosceva bene, evitò di disturbarlo, anche perché nonostante continuasse a spulciare le carte della famiglia Russolillo non riuscì a trovare altro di interessante.
Né la società sammarinese sembrava avere legami con il delitto.
Erano ad un punto morto. Di più. Morto e sepolto.
Improvvisamente quando ormai la giornata si trascinava verso una conclusione senza scosse, Graziosi uscì dalla sua stanza e trascinò a forza Di Capua dalla sua sedia verso il computer appoggiato sulla sua scrivania.
– Non dire niente. Guarda solo quello che sto per farti vedere e dimmi che ne pensi. – 
Andò su una cartella e aprì una foto. Era una foto ufficiale del viaggio di Aldo Moro, leader della Democrazia Cristiana ucciso dalle Brigate Rosse più di trenta anni prima, durante un viaggio a Washington. 
La foto ritraeva Moro che stringeva la mano a Kissinger, Segretario di Stato americano.
Il Senatore Russolillo era chiaramente visibile in un angolo della foto.
Di Capua iniziò a dire:
– Non mi risulta che Russolillo lavorasse con la Presidenza del Consiglio all’epoca… – 
Graziosi lo fermò con un gesto della mano.
– Aspetta, aspetta. Guarda il resto prima. – disse
Aprì un’altra foto, in cui vedeva il venerabile Gelli, capo di una organizzazione segreta denominata “P2” che voleva rovesciare il potere democratico del Paese, circondato da un gruppo di persone in giacca e cravatta.
Di Capua la scrutò con attenzione, poi si girò verso il suo capo scuotendo la testa:
– Non vedo Russolillo qua – disse senza capire.
– Non lo vedi perché non c’è – sorrise Graziosi – ma prima di darti altri suggerimenti ti faccio vedere un’ultima foto.
L’ultima foto era uno scatto probabilmente dello stesso evento in cui si vedevano le due donne ridere amabilmente tra di loro, perché la sala era la stessa, ma stavolta si vedeva in primo piano il Senatore, sorridente con un bicchiere di champagne in mano, circondato da un gruppo di imprenditori notissimi, alcuni dei quali avevano poi fatto anche carriera politica fino ad arrivare alle più alte cariche di governo.
Sullo sfondo, sfocato ma chiaramente riconoscibile, un uomo massiccio in abito scuro vegliava sull’evento.
Di Capua rimase di stucco.
– E’ questo il rugbista? – chiese conoscendo già la risposta.
Il Maresciallo annuì, poi aggiunse:
– E ora guarda l’altra foto. – 
L’appuntato prese di nuovo la seconda foto, la scrutò ben bene, poi improvvisamente spalancò gli occhi, puntando un dito su una faccia:
– E’ lui! lo stesso uomo! il rugbista, con molti capelli in più e parecchi chili in meno, ma è senz’altro lui! – 
Graziosi, soddisfatto, annuì.
– Sì, è lui – ammise – Dopo aver spulciato tutte le foto del Senatore e non aver trovato niente, sono andato nell’archivio dell’ANSA per vedere se trovavo ancora foto delle due donne, ed è saltata fuori quella foto. Allora ho fatto una ricerca visiva, ora gli archivi fotografici consentono di trovare le foto simili tra loro o con le stesse persone, e il sistema mi ha dato un migliaio di foto in cui c’erano persone che gli somigliavano. Le ho guardate tutte, una per una, e alla fine ho trovato questa, l’unica altra. A questo punto avevo due pezzi di un puzzle, che però ancora non mi dicevano nulla, ma la presenza di quell’uomo in due eventi così distanti non poteva essere casuale. Ho cercato di nuovo le foto del Senatore nell’archivio storico, ma stavolta sempre con il metodo del riconoscimento del volto, ed è spuntata questa. Non l’avevamo vista finora perché il Senatore non è citato nella didascalia che dice semplicemente “Il Presidente del Consiglio Onorevole Aldo Moro in visita ufficiale a Washington stringe la mano al Segretario di Stato Henry Kissinger”. Nessuna delle persone dello staff visibili nella foto è nominata, quindi la ricerca per parola chiave non poteva darci risultati. –
Di Capua si complimentò con il suo capo, ed era sincero:
– Azz Marescià, e chi vi faceva così esperto! – 
Graziosi rise:
– Ho avuto fortuna e comunque prima o poi ci saremmo arrivati perché le foto erano lì. Si trattava solo di cercarle. – 
– Ma ora che facciamo con queste informazioni? Non capisco cosa c’entrino con il delitto. – chiese Di Capua.
– Secondo me c’entrano eccome, se non altro perché il rugbista è interessato all’indagine. E poi le foto ci dicono alcune cose interessanti: che Russolillo e il rugbista si conoscevano, che quest’ultimo aveva confidenza con Gelli, e che Russolillo era con Moro negli USA pur senza incarico ufficiale. Se sommi tutto questo alla società detenuta dalle due donne hai un quadro perfetto di politica, poteri forti e danaro. Si tratta a questo punto solo di sapere in questo gioco chi fa che cosa, e avremo la persona interessata alla morte dei tre fratelli. – concluse Graziosi per la prima volta ottimista.
– A questo punto l’elemento cruciale diventa il tempo. Perché dieci anni dopo la morte del padre? – si chiese Di Capua.
– Esatto. Perché? Prima di capire “chi” dovremo capire questo. Diamoci da fare. – disse infine alzandosi dalla sua sedia.

Quando la sera arrivò a casa l’uomo lo aspettava fuori dal portone.
Ormai non aveva più senso giocare agli agenti segreti.
Graziosi lo salutò con un cenno del capo, poi insieme salirono le scale ed entrarono nell’appartamento. Come la volta precedente Graziosi mise su un caffè in silenzio e solo quando furono entrambi seduti con una tazza davanti l’uomo parlò.
– So che è stato a far visita al patologo oggi. Qualche novità? – 
Graziosi lo guardò e non rispose, all’inizio, poi a bruciapelo chiese:
– I suoi capi lo sanno che ha fatto parte di Gladio? – 
L’uomo fermò la tazza a mezz’aria, rimase qualche secondo interdetto, poi disse:
– Mi sembrava che noi avessimo un accordo: lei indaga e io chiedo. Non mi pare che il contrario fosse contemplato. – 
Nonostante la risposta astiosa che Graziosi si aspettava, vide che aveva colto nel segno.
Aveva preparato la frase con Di Capua accuratamente, e l’avevano anche provata per sicurezza.
Era per certi aspetti quello che gli americani chiamano un “long shot”, un colpo da lontano ad una preda sfuggente, per lo più destinato a fallire, ma ogni tanto – e questa era di quelle volte – si riusciva a colpire nel segno.
D’altronde i due carabinieri erano abbastanza certi che l’uomo ne facesse parte; in fondo Gladio era un’organizzazione segreta militare strettamente legata alla P2 di Gelli, che ne sarebbe dovuto essere il braccio politico.
Entrambe le organizzazioni avevano l’obiettivo di arrestare la crescita del partito comunista in Italia con tutti i mezzi, leciti ma soprattutto illeciti. Gladio era formata da militari di professione, pronti ad entrare in azione qualora le circostanze lo avessero richiesto. Gelli e la P2 invece puntavano al potere politico.
Insomma, vista la vicinanza con la P2 e l’attuale militanza nei servizi segreti l’ipotesi che il rugbista fosse un uomo di Gladio non era così remota.
Graziosi e Di Capua avevano anche spulciato gli elenchi delle due organizzazioni, ormai pubblici, per vedere se qualcuna delle persone elencate potesse essere riconducibile al rugbista, ma dopo ore di lavoro incrociato avevano concluso che se ne faceva parte non era in quegli elenchi.
Anche questo non era strano perché molti indizi avevano sempre fatto pensare che gli appartenenti a Gladio e alla P2 fossero rimasti per lo più segreti e solo pochi nomi fossero stati rivelati, più che altro per tacitare la voglia della magistratura e della stampa di sapere.
Il Maresciallo posò la tazza, fece un sorriso di cortesia, poi disse:
– Vede, purtroppo io mi sono convinto che per scoprire qualcosa sul delitto sia necessario tornare indietro nel tempo e capire quale fosse esattamente il ruolo del Senatore Russolillo, come si relazionasse ai poteri forti del paese di quel periodo, e anche perché lei sembra essere dietro a tutto questo. – 
Era una cortesia dietro la quale si celava una dichiarazione di guerra e Graziosi era consapevole che il rischio di far arrabbiare quell’uomo mentre erano da soli non era trascurabile.
Per questo aggiunse:
– Se se lo sta chiedendo la risposta è sì. Il mio vice è al corrente delle nostre chiacchierate, e anzi, è qua sotto con la macchina accesa, e se non lo saluterò dalla finestra entro… – guardò l’orologio – tre minuti, manderà via e-mail alla magistratura il dossier che abbiamo raccolto. Quindi se non le dispiace ora mi affaccio così se vuole possiamo continuare la nostra amabile chiacchierata. – 
Improvvisamente l’uomo si alzò di scatto, con una agilità sorprendente data la stazza, spinse Graziosi di lato con forza quasi fino a farlo cadere e si sporse dalla finestra.
Là sotto, in piedi vicino alla macchina di servizio, c’era Di Capua sorridente con in mano un cellulare e il dito sul pulsante “invio”.
L’uomo schiumò di rabbia, poi si scansò e lasciò che Graziosi salutasse con la mano il suo Vice.
Quando questa scenetta fu terminata l’uomo si avviò verso la porta.
– Ha fatto un grosso errore oggi Graziosi. – disse prima di uscire – Pensavo di potermi fidare di lei, ma capisco che non è così. La sua indagine finisce qui. Non mi vedrà più ma io la osserverò. Stavolta le cose sono andate così, ma le assicuro che io non dimentico e la sua vita potrebbe non essere più tanto divertente in futuro. – 
Uscì rapidamente, scomparendo giù per le scale.
Graziosi si buttò su una poltrona, lasciando uscire il fiato che aveva trattenuto fino a quel momento e dopo due minuti Di Capua suonò al campanello della porta. Aveva visto l’uomo uscire e voleva assicurarsi che tutto andasse bene.
Graziosi gli aprì e gli diede una birra che come al solito Di Capua rifiutò.
Invece il Maresciallo ne aveva bisogno, era stato molto vicino a essere aggredito da un soldato professionista e violento, e non pensava avrebbe avuto molte possibilità di uscirne intero.
– Quindi ha abboccato – disse Di Capua.
Graziosi annuì.
– Diciamo che non ha confessato nulla, ma ho capito di averlo colpito. Questo chiarisce il contesto e riduce di molto le direzioni in cui guardare anche se non abbiamo fatto ancora nessun passo avanti reale verso la soluzione del delitto. – si fermò un attimo poi riprese – Quindi ora sappiamo che quest’uomo è un collegamento tra Gladio, la P2 e il Senatore. Gladio è un’emanazione dei servizi segreti americani, per cui la presenza del Senatore a Washington non è da considerarsi strana. Immaginiamo lo scenario seguente: gli americani hanno bisogno di una persona di fiducia, che possa fungere da cerniera tra le varie organizzazioni a difesa dell’occidente. L’Italia è particolarmente esposta, quindi la persona che dovranno scegliere deve anche avere un ruolo nelle istituzioni, ma solo di controllo. Ergo scelgono Russolillo perché già aveva fatto affari con i servizi segreti ai tempi della vecchia mafia rurale del dopoguerra. Lo fanno eleggere Senatore in qualche modo e gli chiedono di controllare la scena politica da una parte e di gestire i rapporti USA-Servizi Segreti-P2 dall’altra. Il Senatore diventa centrale nelle strategie americane in Italia e probabilmente anche nella strategia del terrore e in alcuni fatti ancora poco chiari. A questo punto lo scenario se non chiaro è ragionevole. Rimarrebbe un domanda, alla quale noi però possiamo già dare una risposta. – concluse retoricamente.
– Che cosa ci guadagnava il Senatore? – disse prontamente Di Capua.
– Esatto – annuì Graziosi – questa è la domanda, ma noi sappiamo già la risposta: un sacco di soldi. Centinaia di milioni di EURO attuali. Migliaia di immobili. Un giro di soldi spaventoso. Questa risposta è semplice ma ora viene la domanda successiva, più difficile: come facevano a convogliare questi soldi verso il Senatore? Non mi immagino gli americani che caricano sacchi di dollari su un cargo e li portano al Senatore come ringraziamento. Ci deve essere stato un meccanismo più raffinato. –
Di Capua rimase in silenzio un momento, poi disse piano, quasi sottovoce:
– La P2 – 
Graziosi fece un sorriso amaro.
– Sì, penso anche io. La P2 in fondo aveva aggregato fior di imprenditori, oltre a giornalisti, militari e prelati, e anche banchieri. E quale strumento migliore della P2 per fornire gli strumenti necessari per far arricchire il Senatore? D’altronde non ti dimenticare che gli aderenti alla P2 si aiutavano l’un l’altro, non avevano forse messo quel giornalista a dirigere il Corriere della Sera, e a quell’altro addirittura gli avevano fatto aprire un quotidiano? Quindi niente di più facile che gli aderenti alla P2 abbiano creato business veri o fittizi per convogliare denaro e asset verso il Senatore. Ma tanto non ci rimettevano mica, ognuno di loro faceva i suoi begli affari. A rimetterci, come al solito, eravamo noi. Lo Stato. Tutti quei soldi, direttamente o indirettamente, venivano drenati dalle casse dello Stato attraverso società a partecipazione statale, attraverso commesse, attraverso leggi ad hoc. Era un gioco in cui tutti vincevano: gli Stati Uniti mantenevano la leadership mondiale, la DC il potere, Russolillo i soldi, e tutti gli altri pezzi di questo o di quello. Una macchina perfetta. – concluse Graziosi con amarezza.
– Per cui – ricapitolò Di Capua – abbiamo un sacco di informazioni sul passato ma nessuna sul presente, perché non sappiamo ancora chi ha ucciso i tre fratelli e perché. – 
– Il perché comincio a intravederlo. – disse Graziosi – Per i soldi. Tutti quei soldi. Perché anche se i tre erano benestanti, qui parliamo di centinaia di milioni di EURO gestiti da due anziane signore che non avevano mai voluto condividere con loro questi beni. – 
– Insomma lei sta dicendo che alla fine Donna Agata potrebbe essere veramente colpevole? Che magari i tre hanno chiesto una quota della società e lei ha preferito ucciderli piuttosto che rilasciargliela? – 
Graziosi rimase pensieroso per un attimo, poi disse:
– Sono costretto ad accettare questa ipotesi ma non ci credo fino in fondo. In fondo i tre sapevano della società, forse non del suo valore reale, ma non era un segreto. E anche se avessero avanzato delle pretese ucciderli era il modo migliore per attirare le attenzioni degli inquirenti. Non credo sia andata così, ma in assenza di alternative valide sospetto che Donna Agata rimarrà a Rebibbia. – concluse sconsolato.
Poi si alzò, i due si salutarono, e la notte passò in un sonno senza sogni.

Quando la mattina dopo Graziosi si svegliò ebbe la sensazione che le cose stavano per avere un’accelerazione.
Non sapeva cosa fosse esattamente e non c’erano motivi apparenti, ma per la prima volta da giorni si sentiva ottimista.
Si fece la barba, poi si infilò la tuta e andò a fare una corsetta al parco, rimandando la doccia a dopo.
Infilò le cuffiette e cominciò un po’ di esercizi di riscaldamento, poi si diresse verso Via Nomentana.
Non fece in tempo a fare duecento metri che il cellulare vibrò nella tasca della tuta. Era Di Capua.
I due si scambiarono qualche frase, poi Graziosi rientrò di corsa a casa, dieci minuti dopo era in caserma, non esattamente profumato, ma nessuno ci fece caso.
Di Capua era in sala riunioni insieme a Desiati, che incredibilmente aveva alzato il culo dall’Istituto e si era degnato di presentarsi in caserma.
Graziosi andò dritto al sodo, senza preamboli:
– Cosa abbiamo? – 
Desiati si schiarì la gola, ma quando parlò la sua voce era cortese come mai era stata in vita sua.
– Ho analizzato tutti i reperti che mi sono stati consegnati – sottolineò con la voce la parola “tutti” – e ho trovato come c’era da aspettarsi molte tracce genetiche. – 
– Ma non saresti qui se non ci fosse qualcosa di strano – disse senza scomporsi Graziosi, mascherando l’ansia di sapere qualcosa.
Desiati annuì.
– Sì, qualcosa di strano c’è, anche se non riesco a capire… – 
Graziosi tagliò corto.
– Dicci cosa hai scoperto e poi le conclusioni le tiriamo noi. –
Desiati sospirò, poi continuò:
– Ci sono tracce genetiche di molte persone. Uomini, donne, in tutti i locali della casa di cui mi hanno fornito campioni. Di alcune è possibile stabilire vagamente le date di deposito, in base ad alcuni parametri di invecchiamento del materiale. Ad esempio le tracce di Donna Agata sono non solo molto vecchie, ma anche più recenti. Tra le tracce più recenti ci sono anche quelle di diversi uomini. – 
Desiati era inutilmente allusivo, tutti sapevano che la moglie di Russolillo aveva molto gradito in gioventù la compagnia degli uomini, ed evidentemente la cosa non era cambiata con la vecchiaia, soprattutto viste le disponibilità economiche.
– La cosa che però mi ha colpito di più non è la presenza di DNA così variegati, anzi. Purtroppo se non si ha un potenziale imputato, l’esame del DNA ormai è talmente sofisticato che è possibile ritrovare tracce dopo decenni, per cui cercare di individuare una persona dal DNA trovato sul luogo di un delitto, senza ulteriori indicazioni, è come cercare il classico ago nel pagliaio. – 
Di Capua a questa frase fatta alzò gli occhi al cielo ma non interruppe il flusso del discorso del Patologo.
– Insomma – concluse Desiati – la cosa che ho trovato veramente strana sono le tracce di due sostanze chimiche che non si trovano in giro facilmente, anzi, non si trovano praticamente da nessuna parte: la ciclotrimetilentrinitroammina, e il tetranitrato di pentaeritrite. – 
I due carabinieri si guardarono e guardarono Desiati senza capire.
– Semtex H – disse asciutto Desiati.
Graziosi si dovette sedere per non cadere.
Fu Di Capua il primo a riprendersi.
– Intendi dire che a casa Russolillo c’erano tracce di Semtex H, lo stesso esplosivo usato dalla mafia per la strage di Via d’Amelio? – chiese incredulo?
Desiati si limitò ad annuire.
Fu Graziosi allora a intervenire.
– E dove hai trovato queste tracce, e perché non ce lo hai detto prima? – 
– Non ve l’ho detto perché nessuno mi aveva chiesto di analizzare tutti i campioni, ma solo di capire se Donna Agata era stata lì. E anche se avessi fatto un’indagine più accurata, non avrei cercato questi prodotti chimici. Ho usato i reagenti giusti per caso, perché ho sottoposto tutti i campioni al ciclo completo di analisi, per essere sicuro che non poteste lamentarvi di me. – disse sarcastico – E comunque ce n’erano tracce microscopiche sul pavimento, in tutta la casa.  – 
Graziosi annuì, ma non disse nulla, e Di Capua capì che non voleva dire altro davanti a Desiati, così lo congedò e due minuti dopo i due uomini rimasero soli.
Il Maresciallo era sconvolto.
– Semtex H – disse – Sai cosa significa questo vero? Significa mafia, militari e forse anche servizi segreti. Significa che la merda su cui stiamo premendo il piede è più grossa e puzzolente di quanto pensassimo, e se non ci sbrighiamo a liberarcene ci affogherà entrambi. – 
E così dicendo andò nel suo ufficio, per preparare il da farsi.
Non ci arrivò mai, perché Di Capua lo fermò tenendolo per un braccio, mentre con l’altro teneva il cellulare all’orecchio. La faccia di Di Capua non prometteva nulla di buono, e in effetti quando chiuse la conversazione guardò Graziosi negli occhi per un attimo, poi si fece coraggio e disse:
– Donna Agata si è suicidata in cella un’ora fa – 

Due giorni dopo Graziosi, indossando la sua uniforme d’ordinanza – caso più unico che raro – varcò la soglia del Comando dell’Arma e si diresse spedito verso l’ufficio del Comandante. Di Capua era già lì ad attenderlo, così come Ziliani, la testa bassa e la faccia contrita.
All’incontro, in maniera irrituale ma giustificata dagli eventi, erano presenti due magistrati.
Il primo era un vecchio procuratore che per tutta la vita si era occupato degli eventi più neri della prima Repubblica, dal delitto Moro, alla strage di Ustica fino a Gladio.
Il secondo era il magistrato incaricato di gestire l’indagine e che aveva avallato l’arresto di Donna Agata.
Quando furono tutti presenti il caffè fu servito.
Prese la parola il magistrato più giovane, il cui nome era Santilli, che fece un breve preambolo.
– Non è usuale trovarsi qui per un magistrato, che per sua natura deve essere equidistante tra le parti. Ma l’invito cortese del Comandante mi ha convinto che potevo dedicarvi qualche minuto senza violare l’etica professionale. Ovviamente il procuratore capo è informato e questa riunione quindi si svolge per quanto mi riguarda alla luce del sole. – 
– La ringrazio della sua cortesia – disse il Comandante nel tono più diplomatico che riuscì a riprodurre. In fin dei conti i casini li aveva fatti uno dei suoi, e sperava che un altro dei suoi li risolvesse, altrimenti la sua riconferma poteva considerarsi a rischio.
– Non le ruberemo molto tempo – disse ancora –  e se ci siamo permessi di convocare anche il Dott. Imperatore – fece un cenno al vecchio magistrato – è perché lo sappiamo depositario di molte verità e di molti anni passati a studiare questo Paese, e ci faceva piacere che lui potesse essere presente. Ma lascio la parola al mio collega, Maresciallo Graziosi. – 
Graziosi ringraziò con un cenno della testa, poi fece un gesto nervoso verso Di Capua che lo rassicurò con lo sguardo.
– Grazie Comandante. Verrò subito al sodo: come sapete per questo delitto quasi inspiegabile è stata arrestata la matrigna dei tre ragazzi, che solo due giorni fa si è suicidata mentre era reclusa nel carcere di Rebibbia. Mentre molti hanno pensato che questo gesto rappresentasse una conferma della sua colpevolezza, noi lo abbiamo interpretato al contrario come una protesta estrema. Certo, forse anche i sensi di colpa hanno contribuito a far compiere alla donna questo gesto, ma noi siamo convinti che lei non abbia ucciso i tre ragazzi – 
Il Dott. Santilli  interruppe un po’ nervoso.
– Questo mi è chiaro, Maresciallo, me lo ha detto il Comandante quando mi ha convocato, ma come lei sa bene in tribunale contano solo le prove concrete e le convinzioni personali valgono quello che valgono. – 
Graziosi resistette all’istinto di mandare un’occhiataccia al magistrato, poi vide Di Capua che si precipitava fuori dall’ufficio allertato da una telefonata e attese qualche secondo, finché la porta non si aprì di nuovo e un uomo massiccio, con radi capelli e lo sguardo truce entrò scortato da due carabinieri.
Il Dott. Santilli corrucciò la fronte a quell’interruzione, e non poté esimermi dal chiedere:
– E ora chi è questa persona? – 
Mentre i due carabinieri uscivano a rimanere di guardia fuori dall’ufficio l’uomo si sedette, apparentemente in pieno controllo di sé stesso anche se chiaramente scocciato.
Graziosi si prese la responsabilità di dare spiegazioni al magistrato.
– Questo signore, che abbiamo rintracciato non senza fatica, si chiama Franco Cova. In realtà si chiamerebbe Covacich, dato che è di origini triestine, ma il nome italianizzato gli è servito per meglio mimetizzarsi. Negli anni sessanta quando ancora era militare di leva fu notato soprattutto per il suo fanatismo e la sua assoluta fedeltà ad ideali di destra e assoldato per far parte di Gladio. Da lì la sua carriera è stata tutta in ascesa: ufficiale dell’esercito, poi addetto militare di un paio di ambasciate, guardia del corpo di Russolillo e infine Colonnello dei Servizi Segreti. La sua identità e il suo curriculum sono classificati come top secret e c’è voluto tutto l’impegno del Comando dell’Arma e una motivazione speciale per riuscire a stanarlo, partendo da un paio di foto recenti che gli ho fatto di nascosto a casa mia. – 
L’uomo per la prima volta mostrò stupore sul suo volto, che faceva a gara con la soddisfazione di Graziosi di aver infinocchiato una spia professionista sul suo terreno.
– E qual era questa motivazione mi scusi? – chiese Santilli – neanche noi possiamo di norma violare i fascicoli top secret. – 
– Una motivazione molto seria. – rispose Graziosi – Quest’uomo dieci anni fa ha ucciso il Senatore Russolillo e pochi giorni fa anche i suoi tre figli. – 
Di Capua e il Comandante, che sapevano già tutto, rimasero impassibili. 
I due magistrati strabuzzarono gli occhi, e l’uomo ebbe un accesso d’ira e accennò ad alzarsi dalla sedia.
Graziosi gli mise prontamente la mano sulla spalla e lo spinse di nuovo a sedere.
– Non glielo consiglio. Si trova in un luogo pieno di Carabinieri armati, e a differenza mia sanno usare una pistola e non avrebbero alcun problema a sparare a qualcuno che dovesse aggredire uno di loro. – 
Fu il Dott. Imperatore a rompere la tensione, prendendo la parola per la prima volta.
– Maresciallo Graziosi, non dubito che lei abbia degli elementi per accusare quest’uomo della morte dei tre fratelli Russolillo, ma il Senatore? come fa a sapere che è stato lui anche in questo caso? Mi risulta che il Senatore sia morto di morte naturale, aveva ormai quasi ottanta anni. – 
La sua voce tradiva curiosità e desiderio di aggiungere un pezzo al puzzle che stava cercando di completare da oltre quaranta anni.
– Questo è quello che tutti pensavamo fino a due giorni fa, ma quando abbiamo cominciato a capire chi potesse essere stato e le sue motivazioni è stato naturale avere dubbi anche sulla morte del Senatore. Siamo andati a riguardare i risultati dell’autopsia di dieci anni fa, condotta guarda caso dallo stesso patologo, e abbiamo scoperto che la posizione scomposta del corpo era compatibile con l’assunzione di sompiramina, la stessa sostanza che ha ucciso i suoi figli. Anche se non dovessimo avere una confessione basterà riesumare il cadavere e avremo le prove di ciò che dico. Ma sono sicuro che è andata così. – 
– Benissimo Maresciallo – interloquì Santilli – ma da quel che vedo per arrivare in fondo alle indagini avete sfiorato un paio di reati, quindi le sarei grato se mi esponesse il suo caso con ordine, in modo che io possa decidere se far arrestare quest’uomo o far arrestare lei. – 
Il tono era ironico ma fino ad un certo punto.
Graziosi prese un bicchiere d’acqua poi iniziò.
– Il Semtex H di cui abbiamo trovato traccia a casa Russolillo in Italia ce l’hanno solo in due: la mafia e i servizi segreti. Sospettiamo che durante la storia recente del nostro paese in alcuni casi le due entità si siano sovrapposte, ma in questo caso eravamo abbastanza certi che si trattasse dei servizi. Quest’uomo – puntò il dito verso il rugbista – ha cercato di avere accesso diretto alle indagini attraverso minacce più o meno velate nei miei confronti. Abbiamo pensato che fosse per proteggere il suo ruolo nella faccenda. Ma poi ci siamo convinti che non fosse così semplice. – 
Fece una pausa per raccogliere le idee.
– Sulla presenza di quest’uomo sulla scena del delitto abbiamo prove certe. Analogamente a quanto fatto da Ziliani – e lanciò una velenosa occhiata al collega – abbiamo chiesto all’Istituto di Medicina Legale di confrontare il DNA di questo signore con le tracce ritrovate sul luogo del delitto. – 
– E come avete preso il DNA per confrontarlo? – chiese il Magistrato incuriosito.
Graziosi sorrise.
– Casa mia ne era piena, se è per questo. Ma è poco importante al momento, la cosa importante è che il Colonnello Covacich è stato recentemente a casa Russolillo, e ha imbrattato il pavimento di Semtex H. Anche di questo abbiamo le prove perché abbiamo appurato che ha appena fatto un’esercitazione di routine, schedulata da tempo, che prevedeva anche la capacità di innescare esplosivo al plastico. –
L’uomo lanciava sguardi di fuoco con gli occhi ma rimase seduto sulla sedia senza muovere un muscolo.
– Piazzato l’imputato sul luogo del delitto mancavano due elementi: l’arma del delitto e il movente. In questi due giorni abbiamo praticamente lavorato solo sul primo punto. Non è stato banale ma ci ha aiutato il fatto che la sostanza è contenuta in un farmaco sintomatico che serve per curare forme violente di tachicardia. Data la pericolosità del dosaggio va venduta sotto presentazione di ricetta medica e ogni confezione è tracciata. Una volta capito in che direzione cercare non è stato difficile identificare la farmacia che aveva venduto la confezione usata per uccidere i tre fratelli Russolill, e risalire al medico militare che aveva prescritto a Covacich l’impegnativa. Per esserne certi lo abbiamo arrestato e interrogato, e ha subito confessato che il Covacich gli aveva chiesto questa ricetta senza dargli tante spiegazioni. Insomma, signori, l’omicida è qui davanti ai vostri occhi. Ma rimane la domanda fondamentale: perché? perché ha deciso di ammazzare i tre fratelli, e soprattutto: come ha fatto a convincerli a vedersi tutti insieme senza che sospettassero nulla? – 
– Già come ha fatto a convincerli? – la voce era di Ziliani, che improvvisamente, dimentico della sua dabbenaggine, si era appassionato al racconto di Graziosi.
Tutte le teste si girarono verso di lui, che diventò immediatamente rosso e abbassò di nuovo la testa.
Ma il suo intervento permise a Graziosi di continuare.
– Non li ha dovuti affatto convincere, perché qualcun altro lo aveva fatto per lui. – 
Prima di continuare guardò l’uomo che ora era carico di odio.
– Vedete, nessun uomo è immune dagli istinti più bassi della nostra esistenza mortale. Il potere, il sesso, i soldi, sono cose a cui solo pochi uomini dotati di grande integrità morale sono in grado di rinunciare. Covacich non è tra questi. E i molti anni passati vicino al Senatore Russolillo, anzi più che altro alla moglie di costui, hanno fiaccato la sua moralità. Il Colonnello ha abbondantemente attinto alle grazie della Signora Russolillo, diventandone per certi aspetti il servo sciocco, e anche alle sue finanze. E quando lei gli ha chiesto aiuto ancora una volta non si è tirato indietro. Esatto signori, i figli del Senatore Russolillo sono stati uccisi da quest’uomo su ordine della loro stessa madre. – 
– Ma perché? – chiese incredulo il Dott. Santilli –  e come fa a dirlo con certezza? – 
Graziosi prese un altro bicchiere d’acqua. Il ruolo di disvelatore della bassezza morale altrui non gli piaceva, lo faceva per senso del dovere, ma non ne gioiva.
– Che sia stata lei ce lo dicono i tabulati delle telefonate. Vedete, all’inizio per noi era difficile capire qualcosa. Non avevamo nessun appiglio, e già fare domande sensate aiuta in un’indagine complessa come questa, ma quando le maglie si sono un po’ strette abbiamo cominciato a guardare nella direzione giusta e le cose ci sono sembrate più chiare. La signora Russolillo ha contattato ripetutamente i figli, e fin qui nulla di strano, ma poi da un cellulare intestato alla società sammarinese ha chiamato anche il nostro Covacich. Tutto in sincrono con l’omicidio. Ma certo, rimane la legittima richiesta di una motivazione, per questo e per l’altro omicidio. Perché non ci dimentichiamo, anche il Senatore è stato ucciso nonostante avesse quasi ottanta anni e fosse già malato. Noi crediamo che tutto ruoti intorno ai soldi, ma non ai soldi in quanto tali. Se fosse stato solo per i soldi il Senatore poteva tranquillamente vivere, aveva già sistemato tutto. E anche i figli, sebbene forse fossero scontenti della divisione dei beni, potevano essere tacitati in altro modo. –
Un’altra pausa, ora nessuno fiatava.
– Quello che sto per dirvi è frutto di indagini e in parte di deduzioni. Probabilmente non reggerebbe in tribunale, ma per la condanna vi basterà la prova dell’omicidio in combutta tra il Colonnello Covacich e la signora Russolillo. Per capire bene il motivo di questi delitti bisogna risalire al patto scellerato tra gli Stati Uniti e alcuni pezzi incontrollati del nostro paese, in un momento di grande tensione. La machiavellica idea che il fine giustifichi qualsiasi mezzo ha giustificato accordi con il diavolo, o meglio tra diavoli. Per molti anni imprenditori “di famiglia” ossia che appartenevano alla parte giusta, hanno avuto accesso a flussi incommensurabili di fondi. La mafia ha gestito una pace in Sicilia e negli USA corroborata da altrettanti flussi finanziari. E il perno di tutto era Russolillo. I soldi gli venivano probabilmente attraverso attività, consulenze, donazioni, tangenti da parte di imprenditori che facevano la fila per accreditarsi dalla “parte giusta”, arricchirsi e sfoggiare un po’ di sano anticomunismo. Ma ad un certo punto questo equilibrio è crollato insieme al muro di Berlino. Il flusso di danaro si è ridotto se non interrotto del tutto. La P2 e Gladio sono stati scoperchiati e il Senatore ha perso il suo potere di equilibrio. E probabilmente ha tentato di recuperarlo ricattando qualcuno. Sono sicuro che la lista degli imprenditori aderenti alla P2 e che hanno beneficiato di un periodo di illegalità sia molto più ampia di quella ritrovata. Ma non è per questo che è stato ucciso. No, assolutamente. Incredibilmente qua c’entra l’amore. – 
E guardò direttamente il rugbista che per la prima volta sembrava imbarazzato.
– Sì, l’amore – disse Graziosi – perché il Senatore non amava ancora sua moglie, come lei vuole far credere, ma Donna Agata. Abbiamo perquisito accuratamente il suo appartamento dopo il suicidio e abbiamo trovato le pratiche per il divorzio, e anche i piani per il nuovo matrimonio. E mentre il Senatore amava Donna Agata e voleva sposarla, il Colonnello Covacich qua presente amava la Signora Russolillo e avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei, incluso uccidere il Senatore. Vi ripeto: quando riesumeremo il cadavere del Senatore tutto questo che vi sto dicendo sarà lampante. A questo punto la Signora Russolillo, spalleggiata dal suo amante, rientra in possesso della casa e del cuore dei suoi figli, ignari di tutto quello che è successo, e in qualche modo storditi dalla loro vita agiata. Ma l’età adulta arriva per tutti prima o poi, e sospetto che uno dei figli, probabilmente l’unica femmina che aveva mantenuto rapporti continuativi seppur salutari/saltuari con Donna Agata, fosse riuscita a mettere insieme qualche pezzo di verità, magari anche confrontandosi con la matrigna e alla fine abbia informato i fratelli di cosa era stata capace di fare la madre. Di fronte alla possibilità di essere estromessa dal patrimonio, dalla famiglia, e addirittura arrestata per l’omicidio del Senatore, la Signora Russolillo ha chiesto di nuovo aiuto al suo vecchio amante e insieme hanno organizzato l’omicidio dei figli. – 
Il silenzio calò improvviso appena Graziosi smise di parlare.
– Quello che non capisco – disse timidamente il Magistrato – è perché la messa in scena. Perché ucciderli in questo modo plateale. – 
– Per mandare un messaggio a Donna Agata. Per farla soffrire. Per minacciarla. La Signora Russolillo ormai completamente impazzita ha creduto di esercitare in questo modo un potere di persuasione verso quella che in fin dei conti era sempre una sua rivale. – 
– Quindi i servizi segreti, Gladio, la P2, in questo caso non c’entrano nulla. – chiese ancora il Dott. Santilli.
Graziosi scosse la testa.
– Non direttamente, ma in qualche modo sì. I soldi, il potere, gli intrighi per cui questi due hanno ucciso sono direttamente derivati da decenni di illegalità avallati dalle più alte cariche dello Stato e dell’Alleanza Atlantica. Ma in ultima analisi questa è solo una storia d’amore. –
Fece una pausa. Si guardò intorno. Niente gli piaceva oggi del suo lavoro. Niente.
– Una brutta, triste, sporca storia d’amore. – concluse Graziosi uscendo dalla stanza senza girarsi indietro.

Cry

Photo by rodocarda

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